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“Underwater”: un disaster movie che veicola un messaggio ambientalista attraverso stereotipi di genere

Underwater di William Eubank presenta fin dai primi minuti di pellicola la sua natura di disaster movie. Una trivella sottomarina situata diverse miglia sotto la superficie viene improvvisamente colpita da un terremoto, il punto di vista è quello dell’ingegnera elettronica Norah Price (Kristen Stewart) che, tra allarmi, cali di tensione, acqua che esplode violentemente nei vari ambienti della struttura sempre più instabile, inizia a cercare i suoi compagni di squadra. Si tratta di una difficile operazione mineraria, denominata “Kepler”, che prevede trenta giorni confinati negli stretti corridoi e nelle anguste cabine della trivella in questione, tuttavia il terremoto manda in frantumi la missione, ponendo ora come obiettivo principale quello della lotta alla sopravvivenza dei superstiti.

Underwater si rifà a molti stereotipi del genere cui appartiene: c’è la consueta, assurda ironia americana incarnata soprattutto dal burlone Paul (T. J. Miller); ci sono il metalinguaggio e le citazioni, come quella al famoso romanzo di fantascienza ante-litteram Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne; c’è il capitano Lucien (Vincent Cassel) che non ha nulla da perdere; c’è la ragazza spaventata (Jessica Henwick) che desidererebbe solo mollare la presa, ma il fidanzato Liam (John Gallagher Jr) le dà la forza di andare avanti; c’è la protagonista Norah, una donna forte e razionale che cela un passato doloroso (si pensi a film come Gravity o Arrival o al più recente The Aeronauts), infine ci sono i mostri degli abissi a simboleggiare l’ambiente che si ribella alle mostruosità e all’inquinamento perpetrati dall’essere umano.

Non è un caso se Underwater è un film, per certi aspetti, del tutto simile alla fantascienza ambientata nello spazio: dove le acque profonde sono come l’ambiente spaziale, non è possibile spostarsi senza le tute e i caschi adeguati, le strutture interne della trivella appaiono come quelle di una navicella spaziale, con tanto di cabine di salvataggio.
Si pensi a Life di Daniel Espinoza con cui Underwater ha molti tratti in comune, a partire dal ritrovamento di uno sconosciuto organismo embrionale (in Life si tratta del marziano Calvin, in Underwater è un “cucciolo” dei mostri sopracitati). Appare chiaro che il film di William Eubank, ambientato nel profondo dell’oceano e trattante un’operazione mineraria, contiene un messaggio ambientalista. Tuttavia la metafora ambientale risulta debole e una vera e propria riflessione sull’ambiente viene solamente sfiorata da una battuta pronunciata da Norah, che dice: “ci siamo spinti troppo oltre”.

Tra gli aspetti migliori del film sono da annoverare una regia dinamica e una suspense ben mantenuta, soprattutto grazie al lavoro fatto sul sonoro, che ben veicola l’emozione dello spettatore. Non si può dire lo stesso della sceneggiatura, che risulta prevedibile e colma di stereotipi, così come il cast appare omogeneamente privo di enfasi nelle interpretazioni attoriali.

Al cinema dal 30 gennaio 2020.

Martina Cancellieri  30/01/2020

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