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Un 50 millimetri fuori dal gomorrismo: "Il cratere" neomelodico di Luzi e Bellino

Raccontare Napoli senza parlare "di pizza e camorra" può essere possibile, viene detto in conferenza stampa dagli autori del film "Il cratere" alla Casa del Cinema di Roma. Tralasciando il "gomorrismo" e abbandonando il "pane, amore e fantasia" tipico del mondo partenopeo. Sfocando il resto e arrivando ad un'universalità di contenuto, possibile anche e soprattutto contingente ad un contesto specifico come quello della zona tra Caserta e Napoli, vero e proprio cratere del sogno neomelodico.

Il cratere è la prima opera di fiction della coppia di registi, scrittori e produttori Silvia Luzi e Luca Bellino, reduci da due convincenti prove documentaristiche come Dell'arte della guerra e La minaccia, entrambe riconosciute nei vari festival sia nazionali che internazionali. Il loro primo lavoro di fiction è infatti stato discretamente accolto nell'ambito dei festival, ottenendo grande riconoscimento soprattutto alla trentesima edizione del Tokyo International Film Festival, la cui giuria era diretta da Tommy Lee Jones. L'attore statunitense aveva elogiato il fatto che la scelta di due attori non professionisti, padre e figlia nella vita reale, era stata una vera e propria opera di coraggio.

Se i primi minuti del film presentano il lavoro degli autori -anche fotografi e montatori- con un 50 millimetri che sfuoca tutto il resto e cerca di imprimersi sui primissimi piani, introducendo ottimamente un lavoro di ricerca e racconto in maniera personale e convincente, è già verso la metà del film, però, che ci si accorge che questo tentativo appesantisce di netto il flusso del discorso portante. I fuori fuoco diventano talvolta noiosi, invadenti e alcune inquadrature (le labbra e il fumo di Rosario) diventano ridondanti, ben oltre l'effetto realistico e ciclico che i due autori vogliono concedere al racconto. Sicuramente vero è che il film si imposta volutamente - e coraggiosamente- su queste coordinate, ma la sensazione che la potenza espressiva del lavoro avrebbe potuto essere -talvolta- resa in maniera più ampia e nitida avrebbe acuito la potenza del racconto del sogno-ossessione di un padre verso quello della figlia. Risultano potenti le inquadrature specifiche che eliminano e saturano il "fuori" in favore di un "dentro", inquadrandosi in un'ossessività paterna, sempre umana e quasi naturale, come quella dell'esibizione della figlia attraverso la telecamera del padre, ma è anche vero che altrove l'occhio dello spettatore risulta quasi infastidito da questo perpetuo inseguire spalle di personaggi, messe a fuoco che non riescono immediatamente, ripetizioni di labbra, guance e fumi di sigarette. In un lavoro dove l'amatorialità e la non-professionalità vogliono diventare paradigmi di verità e di forma, il rischio è quello di avere un'arma a doppio taglio. A conti fatti, tenendo conto di certi sbilanciamenti e picchi funzionanti, il film di Luzi e Bellino, oltre che nobile d'intenzioni, resta potente emotivamente ed espressivamente efficace, seppur narrativamente appesantito da una forma troppo monocorde, che va a ledere ulteriormente l'essenzialità della sceneggiatura.cratere3

Il sogno neomelodico diventa l'unico pane su cui nutrire le speranze di un venditore ambulante da fiere di paese, tra orsacchiotti, sigarette e dialetto napoletano, connubi di un mondo tipico, di una zona specifica, di un paese con i problemi che si conoscono, ma anche in grado di poter diventare emblematico per un modo di esperire l'esistenza. Rosario Caroccia e Sharon Caroccia sono quello nella vita, e il loro essere stati trasformati in attori per il racconto della Luzi e del Bellini diventa una carta vincente per tracciare quel senso di realismo che comincia ad essere tratteggiato nella quasi superba scena iniziale del film, in cui Sharon cita per una probabile interrogazione, mentre balla allo specchio, sia il Verga che Flaubert, rispettivamente padri delle correnti che facevano della realtà la loro chiave di narrazione portante, quasi come se non vedesse l'ora di rintanarsi con sua sorella nel letto e scimmiottare gli idoli neomelodici della televisione.cratere4

Trovare elementi di realtà ed imprimerli a canovaccio diventa così l'emblema del discorso de Il cratere, in cui i segni scavati dall'esistenza nel volto del non-attore Rosario Caroccia imprimono tutta la verità -e la bellezza- del discorso filmico messo in scena dai due autori, così come il canto spensierato di Sharon diventa l'immagine empatica di un'età e un'innocenza continuamente minata dalla vita, dalla famiglia, dal mondo intorno. Giustamente -a questi fini-. il mondo intorno è sfocato e tutto si gioca sui particolari dei non-attori, più che sulla loro fisicità e presenza scenica, ma è anche vero che il rischio è quello di rimpicciolire il tutto, più che renderlo microcosmico, come è nelle intenzioni dei registi.

Il lavoro non è semplice e i due Caroccia, la Luzi e Bellini ne escono tutto sommato vincenti, sicuri di essere riusciti a combattere le difficoltà di una produzione cinematografica, come quella italiana, legata a standard, a visioni manichee sulle cose, sui luoghi, sulle persone da cui difficilmente si riesce -purtroppo- ad esulare.

Davide Romagnoli 10/04/2018

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