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"Tully" di Jason Reitman: Charlize Theron e la fatica di essere madre

Prendendo illegittimamente spunto da un celebre incipit, si potrebbe dire che tutte le neomamme felici si somigliano; ogni neomamma infelice, invece, è infelice a modo suo. Ad esempio Marlo (Charlize Theron), 40 anni e l’aspetto di chi rimanda continuamente l’appuntamento col parrucchiere o l’inizio della dieta, vive nella periferia di New York in una casa piena di giocattoli sparsi per terra e piatti da lavare. Non osa avvicinarsi allo specchio o alle foto di qualche anno prima, e si veste prendendo pigiami a caso da una cesta. Ormai aspetta il terzo figlio e ha riposto la laurea in Letteratura fra i bavagli e i pannolini ben sistemati nei cassetti, insieme alle aspirazioni di un’ex-ragazza super-gettonata dai colleghi universitari, promettente e piena di vita. Il marito Drew (Ron Livingston) è sempre fuori per lavoro, abbandonando inconsciamente Marlo ad una martirizzante sopportazione di ventiquattro ore fatte da corse in auto per portare i bambini a scuola, notti insonni e tiralatte costantemente attaccati al seno. Un equilibrio in bilico che crolla con l’arrivo della piccola Mia: spalanca la porta, puntualissima, la depressione post-partum. Il fratello benestante di Marlo, anche lui non estraneo al peso di essere genitore, intuisce che la sorella si sta spegnendo e propone di pagarle una tata notturna, una di quelle figure salvifiche che “Sono come i ninja, entrano, escono e le senti a malapena”. Marlo, dopo qualche titubanza, decide di accettare. A quel punto, vero e proprio deus ex machina, si materializza Tully (Mackenzie Davis), 26enne magra, bella e piena di energia. Una Mary Poppins 2.0, che ricorderà alla mamma in crisi la sé stessa di molti anni prima, aiutandola nella risalita: “Sono qui per prendermi cura di te. Sei tu la bambina”.

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Tully”, ritratto delicatissimo di una condizione delicatissima, è una denuncia e insieme un inno alla maternità. S’intenda, non la maternità convenzionale, da foto per Instagram, di quelle donne che pur di non confidare il piccolo inferno in cui sono precipitate accettano di rispondere con un sorriso sfavillante al classico “Questo figlio è una benedizione”, recitato da amici e parenti entusiasti durante le visite. Marlo è una mamma politicamente scorretta: prepara pizza surgelata come cena per i bambini e appena può corre davanti alla televisione per guardare un reality show sul sesso tantrico. A chi le dice di essere raggiante risponde: “Mi sento come una chiatta per rifiuti alla deriva” o “Il mio corpo sembra una mappa olografica di un Paese in guerra”. L’ironia anticonvenzionale della bravissima sceneggiatrice Diablo Cody e l’occhio del regista Jason Reitman riescono a mostrare con leggerezza aspetti che così leggeri non sono: dagli accenni femministi, se non addirittura anti-uomo, sulla figura paterna che adempie ai suoi doveri con un semplice abbraccio alla famiglia poco dopo esser tornato da lavoro (e poco prima di andare a dormire), ma anche sulla disabilità. Marlo infatti ha un figlio con dei disturbi; quando la preside della scuola ne richiede l’espulsione apostrofandolo come ‘particolare’, lei risponde con un gigantesco “È un bambino, non un cazzo di ukulele!”.
Ma “Tully” è anche un performance movie, da cui il Premio Oscar Charlize Theron esce pienamente vincitrice: 15 anni dopo “Monster” ci regala una tra le sue migliori e più sentite interpretazioni, esaltata, anche in questo caso, da un drastico aumento di peso che l’ha portata vicina alla depressione: “Volevo capire cosa realmente provasse questa donna, così sono ingrassata di 23 kg per il film. Sono entrata in crisi: per mesi ho avuto la sveglia alle tre del mattino con un piatto di maccheroni che mi aspettava davanti al letto. Ero ingrassata anche per interpretare Aileen Wuornos, ma avevo 26 anni: tornare alla normalità, stavolta, è stato difficilissimo”.
Il film segna poi il punto di arrivo di un viaggio iniziato, dagli stessi creatori, nel “2007” con "Juno" e proseguito nel 2011 con “Young Adult”, stavolta raggiungendo quasi la perfezione e creando una trilogia concettuale basata su un perno narrativo ben preciso: il cambiamento che porta, col tempo e con i suoi eventi, a fare i conti con le scelte che ci hanno trasformato -più o meno volontariamente- in quelli che siamo. E tra un conto e l’altro, forse, l’arrivo di una Tully potrebbe salvarci tutti.

Alfonso Romeo - 2/07/2018

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