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Tra cult e nuove proposte: 10 film per esorcizzare la paura della pandemia

Quando la pandemia chiude le sale e abbassa i sipari, sugli schermi accesi nelle nostre camere rimbalzano i titoli e le proposte dei palinsesti. Grande polemica ha destato poche settimane fa la decisione di Canale 5 di mandare in onda in prima serata Contagion, profetica pellicola di Steven Soderbergh del 2011. L’inquietante affinità che il film presenta con la situazione attuale, si traduce in un’amarissima riflessione sui rischi di una società globalizzata e sulle responsabilità dell’uomo nella genesi del virus. Al di là della bufera social scatenata in questa particolare circostanza, questo tempo può essere l’occasione per rivedere e ripensare le modalità con cui il cinema si è confrontato con il tema dell’epidemia.
La corsa a un vaccino e ad una cura contro il virus trova risonanza nel futuro distopico de L’esercito delle 12 scimmie (1996) di Terry Gilliam. La popolazione del pianeta Terra è stata quasi completamente annientata da un attentato batteriologico su ampia scala, e i pochi sopravvissuti vivono nascosti sottoterra per evitare il contagio letale: l’unica speranza di trovare un antidoto è riposta dagli scienziati in un carcerato, inviato sulla superficie per comprendere le dinamiche che hanno condotto alla catastrofe.
Non tra i più conosciuti e pubblicizzati film di George A. Romero, La città verrà distrutta all’alba del 1973 ritorna in auge in questo momento di pandemia globale e sposa l’opinione di chi sostiene la diffusione casuale del Covid-19 da un laboratorio di Wuhan. Nel film un incidente aereo provoca la fuoriuscita di un virus, ribattezzato col nome di Trixie, che contagiando la popolazione provocherà pazzia e violenza incontrollate. Sarà il tempo l’arma più importante per arginare l’epidemia ed evitare una guerra civile. È del 2003 il remake, altrettanto godibile.
Del 1995 è Virus Letale diretto da Wolfgang Petersen, diventato un film imprescindibile sull’argomento. Ispirato all’epidemia di ebola e più in generale agli studi sui virus africani, è un blockbuster hollywoodiano che, nonostante la durata consistente di due ore, riesce particolarmente bene ad introdurre lo spettatore all’interno del mondo scientifico mantenendo alto l’interesse sul tema.
Meno di dieci anni dopo un altro cult gli si affiancherà, 28 giorni dopo di Danny Boyle. Il regista inglese rappresenta con dignità la figura dello zombie e grazie al suo talento registico rende iconica quest’opera e il suo protagonista, l’attore Cillian Murphy che vaga sperduto in una Londra deserta.
Compiendo un piccolo salto temporale si arriva a due film che in Italia hanno saltato l’uscita in sala e sono stati resi disponibili direttamente in home video: Train to Busan, film coreano del 2016 diretto da Yeon Sang-ho e It comes at night del 2017 di Trey Edward Shults. Il primo è uno zombie movie di altissimo livello, tra i migliori degli ultimi vent’anni ed ambientato per buona parte della sua durata in un treno ad alta velocità dove all’interno un virus sta decimando i passeggeri (si attende per la prossima estate l’uscita del sequel Peninsula). Il secondo è un piccolo film semisconosciuto dall’atmosfera suggestiva ed angosciante in cui la tranquillità di una famiglia, rifugiatasi in una casa nel bosco per sfuggire ad una misteriosa pandemia, verrà interrotta da una nuova ed inaspettata minaccia.
Un immancabile classico da rispolverare è invece Il settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergman, in cui il disilluso crociato interpretato da Max von Sydow (scomparso, tra l’altro, proprio l’8 marzo) decide di sfidare la Morte nella celebre partita a scacchi, mentre nel Nord Europa dilaga il morbo della peste. L’incertezza e i dubbi del cavaliere si accompagnano alla ricerca di “un’azione significativa”, che richiama ancora oggi, in tempi di pandemia, ad un’avveduta presa di coscienza: è necessario anche il gesto più piccolo, come rimanere a casa.
Un tempo di peste è anche quello in cui è circoscritta la “cornice” del Decameron di Boccaccio: la versione cinematografica e “napoletana” del 1971 diretta da Pier Paolo Pasolini riporta al ritrovamento della gioia dei corpi e dell’erotismo anche nei tempi più duri. Chissà che il primo capitolo della Trilogia della vita non possa accendere bagliori di speranza nella cupa insicurezza di questi giorni.
Il primo film sul coronavirus si chiama Corona (2020), ed è stato girato da Mostafa Keshvari in poche settimane all’inizio dell’emergenza. Ambientata interamente all’interno di un ascensore in cui i protagonisti - tra cui una donna cinese - rimangono bloccati, la pellicola scandaglia la paura del virus attraverso la paura del diverso. Una prima occasione cinematografica per riflettere sulla battaglia sanitaria che ci troviamo ad affrontare, e i mali radicati che dobbiamo ancora estirpare: non da ultimo il virus della diffidenza per l’altro e del razzismo.

Chiara Molinari, Tiziana Panettieri

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