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"The Oath": occhio per occhio, violenza allo specchio

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In Islanda un uomo, Finnur (Baltasar Kormákur), chirurgo affermato e padre di famiglia, dovrà sbrogliare il più antico dei dilemmi: scegliere tra l'etica e la giustizia privata. "The Oath" (Il Giuramento, 2016), scritto e diretto dallo stesso Kormákur, proiettato il 6 maggio in occasione del Nordic Film Fest (Roma), si apre proprio con il giuramento di Ippocrate impresso nero su bianco concedendo allo spettatore una chiave di lettura univoca ed immediata. Il film si barcamena per tutta la sua durata in un quadro doppio d'azione: la città e l'ospedale in cui lavora il protagonista sono grigi, metallici, industriali che richiedono etica, professionalità e distanza emotiva, e poi, in maniera del tutto speculare, la natura che vive al di fuori delle mura urbane, paesaggi nordici innevati, aridi e selvaggi, esattamente come il nostro protagonista, intento a combattere con se stesso, con la propria sfera irrazionale e animalesca. La trama lineare-nonostante si tratti a tutti gli effetti di un thriller-si svolge mostrando Finnur alle prese con sua figlia Anna (Hera Hilmar), ormai maggiorenne e tossicodipendente, fidanzata con Óttar (Gísli Örn Garðarsson), losco individuo invischiato in faccende non ortodosse. Quando Anna inizia a mostrare chiari segni di squilibrio, Finnur decide di denunciare lo spacciatore Óttar alla polizia.

Il ragazzo inizierà a perseguitare il chirurgo sino a spingerlo verso una chiara vendetta personale, una giustizia autodeterminata che si discosta chiaramente dai principi etici e morali che inizialmente riusciamo a distinguere nel carattere freddo e deciso dell'uomo. Kormákur convoglia il racconto verso un epicentro non indifferente, dipingendo lo sgretolarsi del nucleo famigliare se attaccato esternamente da fattori incontrollabili, pericolosi. Riesce a mostrare quanto l'essere umano sia intriso, per natura, di brutalità latente, pronta a venir fuori se necessario, specialmente per preservare la salute fisica e mentale della prole. Quando vi è un input violento-come in questo caso-dopo una prima reazione ragionata, sussegue inevitabilmente una risposta bagnata di vendetta altrettanto studiata, altrettanto sanguinolenta. La scientificità con cui Finnur architetta un piano congegnato per punire il ragazzo va contro ogni principio dei diritti umani ed essendo egli stesso un medico che per professione è portato a salvare vite e non a sottrarle, diviene simbolico e significativo.
Incorniciato in un escalation di scenari cupi, glaciali, algidi viviamo il dramma e la decadenza di una famiglia, di un uomo, di un giovane scapestrato e di sua madre ignara e straziata, di una figlia borderline che dovrà guardare negli occhi l'amore dannato e perduto a causa di un padre che l'adorava troppo per lasciarla crollare inerme.

Giorgia Groccia 07/05/2018

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