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“Taranto dopo l’Ilva”: un cortometraggio che storicizza il presente della “città dei due mari”.


Scritto e diretto da Davide Ippolito.
Musiche di Simone D'Andria e Simone Solidoro.
Con Serena D'Andria, Pietro Cuomo, Mario Toriello, Gianluca Cannataro, Francesco D'Andria, Sandro Pedullà, Angela Michielli.


Cosa succederebbe se oggi chiudesse definitivamente lo stabilimento siderurgico più discusso d’Europa e sedici anni più tardi ci ritrovassimo a passeggiare per quella che fu la “città dei due mari”?
In un cortometraggio disponibile su youtube clicca qui, Davide Ippolito (autore e regista) prova a ipotizzare gli effetti di quanto (forse) sta già avvenendo, dopo che i procedimenti giudiziari, il commissariamento e l’ordinanza di spegnimento dell’altoforno 5, hanno prospettato uno stop totale, in attesa di adeguamento strutturale, per l’azienda che fu della famiglia Riva.
Morire di fame o di tumore? Crepare per mancanza di lavoro o per il lavoro stesso? Questi interrogativi disumani, riproposti nel cortometraggio di Ippolito dai tre testimoni-attori “reduci” dell’apocalisse metallica, a Taranto si conoscono bene: ogni famiglia ha almeno un morto di tumore, ogni famiglia vive la paura di ritrovarsi senza fonti di sostentamento. Fino ad una manciata di anni fa infatti, nel capoluogo jonico, o “entravi in Marina” o lavoravi all’Ilva.
La città raccontata dal giovane regista, una ghost town macchiata di rosso, il rosso del sangue e del rame, non è così lontana dalla realtà contemporanea: la desolazione, la paura e la bellezza (con)dannata di quella che fu una delle più importanti città della Magna Grecia mozzano il fiato. Dai vicoli della città vecchia fino alle periferie marine, Taranto avrebbe il potenziale per essere autosufficiente, ma nessuno (ancora) è mai riuscito a vincere un altro cancro – ostinato e mortifero quanto quelli provocati dall’acciaieria - che colpisce da decenni, più che la città, le amministrazioni politiche locali e nazionali: la totale latitanza di una progettualità sistematica e partecipata, che renda Taranto una capitale del turismo e della cultura.
Un binario morto questa Taranto di Ippolito, un monito a non fermarsi alle onorevoli battaglie dei comitati cittadini (su tutti il “Comitato cittadini liberi e pensanti”), ma a spingere su progetti che riguardino il commercio e la stessa industria, quella sana e legale, quella che a Taranto non c’è mai stata.
Il finale di questa docu-fiction (ir)reale, con quel muro di contenimento eretto attorno alla città che rende i tarantini dei profughi nella loro terra natìa è si una provocazione, ma pertinente alla contemporaneità: in questi giorni, a Taranto, si susseguono gli sbarchi di clandestini, che condividono la sorte incerta con chi vive in cassintegrazione e non sa se essere felice d’essere ancora vivo o angosciarsi per la mancanza di lavoro.
Forse è giunto il momento di comprendere che, se nel cortometraggio di Davide Ippolito l’apocalisse è già avvenuta, nella realtà sta ancora avvenendo e magari si è ancora in tempo per salvare una perla di salsedine e Storia, dell’Italia, dell’Europa, del mondo.

Adriano Sgobba 23/06/2015

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