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Can you ever forgive me? (titolo originale del film diretto da Marielle Heller), è un lungometraggio equilibrato, realizzato con un gusto discreto; un biopic garbato, fin troppo, e per questo carente di personalità. L’interpretazione di Melissa McCarthy (candidata all’Oscar come migliore attrice) è forte, accurata, e non tralascia la coniugazione intelligente di malinconia ed ironia che pervade la vita di Lee Israel, in una città in cui la luce del giorno si dimentica in fretta, ed è subito sera, in qualche bar di periferia. Ma, purtroppo, non basta. copia1

Il film è tratto dalle memorie omonime di Lee Israel (New York, 3 dicembre 1939 – 24 dicembre 2014), una donna che a causa della sua forte personalità ha sempre avuto qualche problema: scrittrice, giornalista e biografa di successo negli anni ’60 e ’70, che, dopo una serie di errori letterari, e soprattutto per colpa di un carattere scontroso e una deriva nell’alcol, cade in disgrazia: i suoi libri vengono svenduti nella New York del 1991 non importa più a nessuno che un suo libro sia apparso nella lista dei best sellers del New York Times.
Rimane bloccata davanti ad una macchina da scrivere ed un foglio bianco, la sua impasse si manifesta nel lavoro come nei rapporti personali, la donna infatti non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione stabile (tanto che la sua storica compagna la abbandona) e soprattutto non è il tipo di scrittrice che riesce ad affascinare un uditorio con storie brillanti, durante un cocktail organizzato da qualche ricco agente letterario. “Non ha la sicurezza di un uomo bianco mediocre” che le permette di essere sé stessa (a proposito del macho Tom Clancy e dei suoi libri scritti in serie). Le rimangono accanto un compagno di bevute e una vecchia gatta malata.

La salvezza, o condanna, alla sua situazione avviene grazie ad una scoperta fortuita: durante una ricerca in biblioteca su Fanny Brice, trova due lettere tra le pagine di un volume impolverato e decide di venderle. Scopre che le corrispondenze di personaggi celebri ormai scomparsi hanno un notevole valore di mercato, soprattutto se le lettere sono brillanti, originali. Lee, sopraffatta dalle nuove convenzioni del mercato letterario, intraprende un impiego come falsaria, e ciò le permette di esprimere la sua personalità attraverso la voce di Noel Coward, Dorothy Parker, Lillian Hellman, nonché le sue sottovalutate capacità creative.

Crea un circuito di vendite realizzando oltre 400 falsi e sempre con maggiore attenzione ai dettagli, ma la sovrapposizione di personalità diverse non azzittisce la sua, che lentamente si fa spazio nelle lettere contraffatte, destando qualche dubbio sull’autenticità delle stesse; è ciò che succede quando un esperto di Noel Coward si insospettisce riguardo ad una lettera troppo esplicita sulla sua sessualità, improbabile in un periodo in cui sarebbe stato condannato o punito con una pena detentiva (Coward, produttore, commediografo e regista britannico, morto nel 1973, era omosessuale). Questo evento contribuisce ad una veloce battuta d’arresto del successo inebriante nel creare scambi biografici migliori di quelli reali. La scrittrice verrà condannata a sei mesi agli arresti domiciliari e cinque anni di libertà vigilata, ma non si pentirà mai di essere stata una “Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker”.

Tutto questo è presente nel film ma si sbiadisce raccontandosi, non c’è nulla di sgradevole o scorretto: il cast funziona, così come la regia poco invadente, ma la sceneggiatura, seppur fedele, è sotto tono e non riesce mai a coinvolgere, sembra quasi che abbia paura di raccontare o si astenga deliberatamente dal farlo.

 

Silvia Pezzopane

27/02/2019

qui il sito ufficiale del film

photo credits: Mary Cybulski - © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation

Da sempre la notte degli Oscar non è solo un’occasione per ricevere la preziosa statuetta assegnata dall’Academy Awards, ma un’opportunità per sfilare sul red carpet più prestigioso del mondo e sfidarsi a colpi di pose, sorrisi e outfit ricercati, solo per far sì che nessuno scordi quella scintillante mise Haute Couture, o l’irriverenza di un completo inusuale. 

GettyImages billy porterOscars Melissa MccarthyIn quanto ad irriverenza il red carpet di ieri viene inaugurato dall’entrata dell’attore di Pose, Billy Porter, che lascia tutti a bocca aperta indossando un elegante smoking in velluto, firmato Christian Siriano, con una gigantesca gonna a ruota al posto dei pantaloni. La sua è una scelta politica e al tempo stesso ironica, riesce ad esprimere un’idea di moda senza limiti di forme e stili, dando voce alla cultura queer che raramente entra in contatto con questo mondo dorato. 

Il velluto, senza la gonna ma con dei sobri pantaloni, ha invaso la maggior parte delle mises maschili: Chris Evans lo sceglie carta da zucchero, Jason Momoa cipria, David Oyelowo petrolio e altri optano per il classico nero. Tutti un po’incartati in un tessuto invernale che non sempre rende giustizia. Ma anche le presenze femminili (la comica Amy Poehler, Melissa McCarthy, Awkwafina) non disdegnano i pantaloni; una presa di posizione o una scelta di comodità? Si direbbe più una scelta di stile, vedendo le opzioni più audaci, ma molto meno raffinate, delle loro colleghe con abiti lunghi da emicrania. 

Una prevalenza ha optato per lo sbrilluccichio a tutti i costi, che certo si fa notare ma a loro discapito. Alcune sono riuscite a brillare con garbo, come la splendida Emma Stone in un Louis Vuitton dal taglio drammatico e dalla texture multi sfaccettata rosa dorata che le conferiva un passo sinuoso da divinità ancestrale. Meno riuscito l’outfit di Jennifer Lopez in un Tom Ford fasciante che aveva l’aspetto di uno specchio rotto rimesso insieme direttamente sul suo corpo. 

Tanti gli abiti pastello e una grande abbondanza di pink in tutte le sue sfumature, anche qui c’è chi sa portarlo, Sarah Paulson che sceglie un abito tagliato sulla vita, e chi avrebbe potuto pensarci un attimo in più, come Linda Cardellini (Green Book) in un Christian Siriano svolazzante da brividi.

La più attesa però rimane Lady Gaga, candidata come miglior attrice per A star is born e vincitrice per la miglior canzone, Shallow (cantata assieme a Bradley Cooper durante le premiazioni in un live da togliere il fiato). Molti si aspettavano qualcosa di sconvolgente, ingombrante, invece è arrivata indossando un abito nero, a metà tra il classico e l’opera scultorea pop, di Alexander McQueen. La cantante non voleva solo rimanere sobria ed elegante, ma fare un omaggio ad un’attrice amata e ad uno dei suoi film preferiti; i guanti neri, lo chignon a banana e il gioiello, erano per Audery Hepburn e Colazione da TiffanyE questo fa ben sperare che non si esaurisca mai l’eredità di una tipologia di diva che non aveva bisogno di code, mantelli o fiocchi, ma solo del suo passo deciso, di un abito nero e di un’interpretazione perfetta. 

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Silvia Pezzopane

25/02/2019

Photo credits: Getty

Qui è possibile scorrere la gallery fotografica realizzata da Vogue

La 91ª edizione degli Oscar passa alla storia come la più black mai ricordata, anche se molti cultori del cinema hollywoodiano hanno polemizzato sin da subito su questa ulteriore manifestazione di una ormai inarrestabile trasformazione delle politiche della rappresentazione cinematografica.
Le istanze di legittimazione e di inclusione nell’immaginario comune e nel sistema di realtà, da parte delle comunità minoritarie, però, non sono certo una novità. Esiste una ricca letteratura critica e sociologica sulla necessità di un maggiore pluralismo nella costruzione delle identità nel cinema americano. Ciò di cui, però, ci si è resi pienamente conto adesso è che Hollywood non può più permettersi un atteggiamento escapista nei confronti della realtà e degli attriti sociali statunitensi.

Fra le otto opere candidate al Miglior Film, solo una, probabilmente, incarnava ancora l’idea della vecchia Hollywood, fabbrica di sogni romantici e di successi, ma si trattava, non a caso, di un remake. A Star is Born di Bradley Cooper, infatti, è stato concepito al di fuori di qualsiasi contesto socio-politico, privo di riferimenti a un tempo determinato. Era una favola con ridottissime possibilità di vittoria.
La reale attenzione del pubblico e della critica, al contrario, è stata attirata dai film che si sono rivolti alla contemporaneità, all’America suprematista di Trump.
Se da un lato l’Academy non ha rischiato, premiando come Miglior Film lo stupendo ma moderato discorso sul razzismo, declinato al passato, di Green Book (Peter Farrelly), sono stati Spike Lee e Ryan Coogler a dominare invece l’opinione pubblica.
BlacKkKlansman, che è valso a Lee la prima nomination alla regia e la prima statuetta in assoluto, per la Migliore Sceneggiatura non originale, è un riuscitissimo esempio di critica metacinematografica della rappresentazione del soggetto afroamericano, oltre che, ovviamente, una palese dichiarazione politica. Lee è contemporaneamente riuscito a costruire un pezzo di ottima satira sociale e una sorta di trattato, in chiave funky-pop, di tutti i fondamentali concetti degli African American Studies. Celebrando, inoltre, la ricchezza e la resilienza della cultura afroamericana ha ridicolizzato l’ipocrisia del suprematismo bianco, realizzando una necessaria denuncia delle gravi tensioni che attraversano gli Stati Uniti negli ultimi anni.
L’intero film è un continuo riferimento critico nei confronti della persona e dell’operato di Trump, ma soprattutto è un lavoro specificamente pensato per il primo anniversario degli scontri di Charlottesville, a cui si fa riferimento documentaristico nell’epilogo. L’aperta militanza del regista è stata dichiarata ancora una volta, domenica sera, nel discorso di accettazione dell’Oscar, in cui Lee ha espressamente invitato i presenti a fare la cosa giusta e a scegliere l’amore anziché l’odio (come si leggeva sui suoi vistosi gioielli) alle prossime e molto vicine elezioni del 2020.

BlacKkKlansman, proclamandosi quasi una fonte di storia culturale, è stato creato per testimoniare e giudicare un periodo storico e le scelte socio-politiche che ne derivano, mentre, Black Panther ha rappresentato l’esatto opposto, l’utopia di una società impossibile, che affonda le sue radici nei principi dell’Afrofuturismo e del Panafricanesimo.
Ryan Coogler, infatti, è andato molto oltre le intenzioni di Stan Lee e Jack Kirby, trasformando un prodotto in serie della Marvel in un fenomeno culturale irripetibile e inarrestabile.
Se non si fuoriesce da una visione eurocentrica, è difficile capire la rivoluzione che questo film costituisce, celebrando sullo schermo la cultura afroamericana e le sue antiche radici africane, al di là degli schemi stereotipati e addomesticanti della visione bianca. Non a caso il film, su sette candidature, ha ottenuto proprio le statuette ai Migliori Costumi, alla Migliore Scenografia e alla Miglior Colonna sonora, perché è stato in grado di restituire fedelmente non solo un’atmosfera, ma un intero continente di culture.

Black Panther ha aperto una nuova era nell’ambito delle effettive possibilità produttive dei black movies, fino ad ora relegati per lo più al circuito indipendente. Grazie alla fiducia ben riposta nel progetto di Coogler, oggi è finalmente possibile sperare in una maggiore inclusione culturale e un maggior pluralismo dei modelli identitari proposti dal cinema, come ha affermato anche Cuarón, accettando l’Oscar alla Migliore Regia per il suo ROMA, che in fondo è anch’esso una storia sugli invisibili della nostra società.
In generale, dunque, questa stagione cinematografica, appena conclusa con l’assegnazione degli Oscar, ha posto le basi per la piena affermazione di nuovi linguaggi e nuove estetiche, in grado di raccontare la nostra stessa realtà attraverso prospettive e punti di vista necessariamente differenti.

Valeria Verbaro, 25/02/2019
Foto: Kevin Winter – Getty Images

Il 22 gennaio 2019, l’Academy ha rilasciato la tanto agognata lista di nominati ai Premi Oscar che verranno assegnati a Los Angeles il prossimo 24 febbraio. Comunemente ci si riferisce agli Oscar come “il più importante riconoscimento” relativo al mondo del cinema, commettendo puntualmente l’errore di associare al fenomeno “più glamour” del mondo del cinema anche un titolo di merito artistico di pari livello. E’ bene ricordare che i premi Oscar sono riservati esclusivamente all’industria hollywoodiana, lungi quindi dall’essere un riconoscimento valido per l’intera scena cinematografica internazionale. Questo non significa che automaticamente i film premiati agli Oscar non siano validi, nessuno potrebbe mai sostenere una simile tesi. Serve però a ridimensionare il peso mediatico attorno a questo evento, carico infatti di connotazioni politiche e forti interessi economici. Diamo agli Oscar, insomma, il giusto valore e la giusta collocazione all’interno del sistema dei riconoscimenti cinematografici: sicuramente i “più importanti” a livello commerciale (l’industria cinematografica statunitense è quella che raccoglie più denaro a livello mondiale), sicuramente i “più ambiti” per chi lavora in Nord America e per chi ne fa una questione di status, ma di sicuro non una garanzia certa di valore artistico dei film.
Accade infatti che agli Oscar 2019 riceva ben sette nomination Black Panther, tra cui quella per il miglior film. Black Panther OscarsLa statuetta che fu vinta da Eva contro Eva, da Casablanca e da Il padrino, quest’anno potrebbe finire a casa Marvel, premiando il tragicomico gruppo di super-attori in calzamaglia. Birdman (che il titolo di “miglior film” nel 2015 se lo meritò tutto) al riguardo fu profetico con una battuta a dir poco incisiva: “Un altro Blockbuster. Guarda come brillano i loro occhi. Vogliono questa merda non le tue chiacchiere filosofiche del cazzo.”
Esulteranno poi i fanatici del politically correct: gli #OscarsSoWhite sono diventati su Twitter gli #OscarsSoBlack. Non necessariamente un bene, quindi, il cambiamento forzato che fa arrivare alle nomination, oltre a Black Panther, un non brillante Spike Lee con Blackkklansman (7 nomination).
Trionfano ancora gli stranieri con Cuaròn (Roma riceve 10 nomination) e Lanthimos (La favorita ne prende altre 10), tra i più nominati anche Vice (8 nomination), A Star is Born (8), seguiti poi da Green Book e Bohemian Rapsody con 5 nomination per uno. Lista completa qui: https://oscar.go.com/nominees 

Marco Giovannetti 23-01-2019

Foto: Screenrant.com, Oscar.go.com

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