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Primo premio all’ultimo Festival di Guadalajara, per le luci di García-Alix e le sue ombre, Alberto García-Alix: la linea de sombra (2017) di Nicolás Combarro è in programma alla 12° edizione del festival del cine español, dal 2 all’8 maggio 2019 a Roma, cinema Farnese. Un film su un artista, esito di una conoscenza di molti anni tra fotografo e regista, che risale al 1993. Un documentario e un’autobiografia girato in bianco e nero, proprio come le fotografie di García-Alix, e la sua voce fuori campo che ci conduce attraverso il documentario. Non c’è altro modo che la prima persona, per chi si racconta, di raccontare la sua storia e articolare una visione che è necessariamente sempre propria. Quello di Nicolás Combarro e Miguel Ángel Delgado, il regista e il produttore del film, è stato un viaggio affascinante, non soltanto nella fotografia, ma negli avvenimenti che hanno costruito la memoria delle immagini negli occhi, delle moto e degli aghi in vena: immagini tormentose e dolci della giovinezza, del rock e dell’eroina. Più costruite e fisse le fotografie, più nudi e fluidi i fotogrammi del film. Alberto García-Alix comincia il documentario affermando che c’è sempre qualcosa di inafferrabile che il fotografo, nell’immagine, non riesce a catturare. La linea d’ombra è un colpo di luce, una fotografia che è il limite irrappresentabile del ritratto. Come la fotografia immaginata del fratello morto, Willy. Come quella mai scattata al seno nudo della nonna che il nipote è incapace di fotografare, che rivela pudore (scena tagliata). La scena dello sviluppo delle fotografie in virato rosso, nella camera oscura, è un filmato in infrarossi – come accade per lo sviluppo di una foto, dove succede quello che succede – del quale l’esito del girato era celato. 
La sua fotografia evoca una distanza emotiva che è fondamentale per capire la profondità di questo artista. Eppure, il momento che lo avrebbe definito e che lo trasformerà in un fotografo coincide con una promessa d’amore: «Amavo una donna, avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Le dissi che ero fotografo e lei mi ha creduto. Poi lei mi disse che c’era bisogno di soldi per mangiare. Allora presi i rullini ed entrai in laboratorio. Guardavo e pensavo: amerò questo lavoro? Mi piace o non mi piace? La fotografia fin da subito mi ha obbligato a una riflessione». Alberto riflette sulla parola e sull’immagine attraverso una forte capacità narrativa quando parla, compositiva e descrittiva quando guarda. Le video creazioni che si vedono nella sequenza alla fine del film sono di Alberto, le quali mantengono il formato originale in 4/3 o 16/9, volutamente in contrasto con il formato del film in 4k. Cosa potremmo sapere, immaginare o ricordare della sua Leica se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le foto di un autodidatta testimone della Movida madrilena di nome Alberto García-Alix?

Elvia Lepore  07.05.19

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