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Dopo la breve grandeur con SKY, i David di Donatello sono tornati su Raiuno, in una prima serata condotta per la seconda volta consecutiva da Carlo Conti, ormai cerimoniere ufficiale del servizio pubblico. Per quanto vi sia stato un indubbio sforzo nel rendere l’evento più attraente, i problemi sono sempre gli stessi: i limiti di un sistema che non è una vera industria in grado di promuoversi, la fragilità di uno show zeppo di momenti evitabili (imbarazzante l’unico pezzo comico, un po’ troppo improvvisato il coro del cast di “A casa tutti bene”, poco appropriata l’esibizione dei Bocelli), la scarsa collaborazione di un parterre come al solito freddino. Tuttavia, è stato per il cinema italiano un’ottima annata, che conferma quanto negli ultimi tempi stia vivendo una stagione entusiasmante. Peccato che non ci sia un pubblico disposto ad andare in sala a sostenere questi film: a “A casa tutti bene” sono bastati poco più di nove milioni di euro per conquistare il neonato David dello spettatore, assegnato al film che ha più incassato nell’anno.

Frontrunner della serata, “Dogman” di Matteo Garrone ha vinto nove premi su quindici candidature: alla straziante favola nera ispirata ad un vero fattaccio di periferia sono andate le statuette per il film, la regia, l’attore non protagonista (Edoardo Pesce), la sceneggiatura originale (condiviso da Garrone, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso con Marcolino, un macchinista che a suo modo ha collaborato alla scrittura), la fotografia, la scenografia, il trucco, il montaggio e il suono. Ha però mancato il David, dopo gli allori a Cannes e agli European Film Awards, il suo canaro, Marcello Fonte: ha avuto la meglio Alessandro Borghi, straordinario protagonista di “Sulla mia pelle”, dolorosa ricostruzione del caso di Stefano Cucchi, alla cui famiglia (e “agli esseri umani”) l’attore ha dedicato la vittoria. Oltre al David Giovani, ha ottenuto anche le statuette per il produttore e il regista esordiente, premio da quest’anno intitolato a Gian Luigi Rondi, storico presidente dell’Accademia del Cinema Italiano. In realtà il riconoscimento ha creato qualche malumore perché non si tratta dell’opera prima del pur notevole Alessio Cremonini. Secondo il regolamento non ci sono violazioni, poiché l’esordio "Border" (2013) non fu distribuito in sala; eppure, a livello logico, il problema sussiste. In questo senso, è impari il confronto con i fratelli D’Innocenzo, loro sì davvero esordienti, che con “La terra dell’abbastanza” hanno offerto uno dei debutti più clamorosi degli ultimi anni.

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Nel trionfo annunciato (poco audace?) di “Dogman”, agli altri restano le briciole: le tredici candidature di “Capri-Revolution” si sono trasformate in due statuette per i costumi e la musica; i doverosi riconoscimenti per la sceneggiatura non originale e la canzone del cult “Chiamami col tuo nome” (dodici nomination) conferma l’antipatia della comunità del cinema italiano nei confronti di Luca Guadagnino; mentre “Loro” (velate polemiche per i mancati cenni a Paolo Sorrentino) ha dovuto accontentarsi di due premi su dodici possibili, per le acconciature e l’attrice, l’emozionatissima Elena Sofia Ricci. Due veterani: Marina Confalone si è meritata il suo quinto David in carriera per “Il vizio della speranza”; e Nanni Moretti, regista del commovente documentario “Santiago, Italia”, ha vinto per la nona volta.

Non particolarmente memorabili l’intervento di Uma Thurman, che ha dimenticato di ritirare il suo David Speciale, né la premiazione del già grande Tim Burton, in Italia per il tour promozionale di “Dumbo”. Più onesti gli emozionati vaneggiamenti sulla paura del maestro Dario Argento, onorato per la prima volta dall'Accademia, e gli impacci di Francesca Lo Schiavo, tre Oscar per la scenografia assieme a Dante Ferretti. E l’idea di assegnare il David Speciale solo a lei senza il marito è forse la scelta più politica della nuova gestione della presidente Piera Detassis, che ha rivoluzionato la giuria del David cercando di rendere l’appuntamento meno provinciale e clientelare. Certo, fa un po’ impressione che la storica presenza di due donne (Valeria Golino e Alice Rohwracher; ma c'era anche Wilma Labate segnalata nei documentari) nella cinquina per la miglior regia si sia risolta in un nulla di fatto, dato che i loro “Euforia” e “Lazzaro felice” non hanno portato a casa nemmeno un premio.

Lorenzo Ciofani  27/03/2019

Al Nuovo Cinema Aquila di Roma, nella serata del 20 giugno, il regista Matteo Garrone, introdotto da Mimmo Calopresti, ha presentato Blue Kids (uscito il 14 giugno), opera prima di Andrea Tagliaferri, da dieci anni aiuto regista di Garrone il quale ha prodotto il film con il contributo di Rai Cinema. Blue Kids è “un film che nasce da un vuoto e dal bisogno di dare voce a questo disagio”, ha sostenuto Tagliaferri, il cui progetto ha trovato la totale fiducia del Maestro Garrone che ha concesso al collaboratore totale carta bianca.
Proprio intorno a un vuoto morale e umano si dipana l’agghiacciante vicenda dei fratelli Gianmaria (Fabrizio Falco) e Claire (Agnese Claisse), coppia psicotica votata alla distruzione, il cui obiettivo, - appropriarsi dell’eredità familiare lasciata al padre dalla madre defunta -, li porta a una sequela di orrori tanto atroci quanto avvertiti con estraneità. Ciò che sconvolge di più in Blue Kids è infatti il totale distacco con cui i giovani criminali attraversano l’inferno della propria barbarie, in un baratro senza fondo in cui la parola “umano” sembra essere stata debellata (quasi) per sempre. Sguardo vacuo quello di lui, colmo di un infantile e demoniaco sadismo quello di lei, pressoché inconsapevoli di sé come di ciò che li circonda, i due menano un’esistenza sospesa, i cui unici riferimenti familiari sono un padre distante e probabilmente fedifrago - più simile a una figura astratta - e una candida nonnina aliena alla violenza dei nipoti, che sui titoli di coda non mancano di intrecciare i loro passi in un’inquietante danza di morte e spensieratezza. Blue Kids 2
Un deserto dell’animo che acquista i toni algidi e brumosi delle campagne tra Comacchio e Faenza (città natale di Tagliaferri), trasfigurate dalla preziosa fotografia di Sara Purgatorio (presente in sala) in una palude senza fine e senza speranza, mentre gli interni urbani - lontanissimi da un’identità nazionale o locale - si susseguono in una ridda di lividi neon destabilizzanti - di cui ormai si fa largo abuso nel cinema - o in ville postmoderne simili a prigioni di vetro in cui covare l’agguato. Se da un lato la natura, muta testimone dell’orrore, si mostra nella sua sconfortante mestizia, dall’altro tutto ciò che dovrebbe veicolare gioia e divertimento è svuotato di queste emozioni e restituito con altrettanta freddezza. Così Claire, fingendosi una novella diva, canta a un karaoke dell’amore che va cercato in tutte le cose, ma i tagli di luce violacei, i glitter sul viso, i movimenti meccanici ne trasfigurano la presenza in quella di un vicario di disperazione e angoscia. Le musiche di Leonardo Milani, invece, acquistano una componente drammatica che sembra in un qualche modo sopperire al gelido distacco dei protagonisti - eccezion fatta per quelle lacrime finali che certo non accennano a un pentimento, quanto piuttosto alla nostalgia per tempi più liberi e sereni.
Tagliaferri ci conduce così in un viaggio al cardiopalma dal ritmo travolgente che beneficia di una componente tecnica di indubbio livello, unita all’ottimo lavoro degli attori, ma si avverte la mancanza di uno spessore analitico o introspettivo a tutto il male che il regista ci mostra e con cui ci coinvolge. C’è sì un padre tratteggiato nel suo fallimento, nella sua siderale distanza dai figli, ma questo non basta e certo non spiega sufficientemente le cause di un malessere probabilmente radicato nel nostro tempo.

Riccardo Bellini 21/06/2018

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