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Can you ever forgive me? (titolo originale del film diretto da Marielle Heller), è un lungometraggio equilibrato, realizzato con un gusto discreto; un biopic garbato, fin troppo, e per questo carente di personalità. L’interpretazione di Melissa McCarthy (candidata all’Oscar come migliore attrice) è forte, accurata, e non tralascia la coniugazione intelligente di malinconia ed ironia che pervade la vita di Lee Israel, in una città in cui la luce del giorno si dimentica in fretta, ed è subito sera, in qualche bar di periferia. Ma, purtroppo, non basta. copia1

Il film è tratto dalle memorie omonime di Lee Israel (New York, 3 dicembre 1939 – 24 dicembre 2014), una donna che a causa della sua forte personalità ha sempre avuto qualche problema: scrittrice, giornalista e biografa di successo negli anni ’60 e ’70, che, dopo una serie di errori letterari, e soprattutto per colpa di un carattere scontroso e una deriva nell’alcol, cade in disgrazia: i suoi libri vengono svenduti nella New York del 1991 non importa più a nessuno che un suo libro sia apparso nella lista dei best sellers del New York Times.
Rimane bloccata davanti ad una macchina da scrivere ed un foglio bianco, la sua impasse si manifesta nel lavoro come nei rapporti personali, la donna infatti non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione stabile (tanto che la sua storica compagna la abbandona) e soprattutto non è il tipo di scrittrice che riesce ad affascinare un uditorio con storie brillanti, durante un cocktail organizzato da qualche ricco agente letterario. “Non ha la sicurezza di un uomo bianco mediocre” che le permette di essere sé stessa (a proposito del macho Tom Clancy e dei suoi libri scritti in serie). Le rimangono accanto un compagno di bevute e una vecchia gatta malata.

La salvezza, o condanna, alla sua situazione avviene grazie ad una scoperta fortuita: durante una ricerca in biblioteca su Fanny Brice, trova due lettere tra le pagine di un volume impolverato e decide di venderle. Scopre che le corrispondenze di personaggi celebri ormai scomparsi hanno un notevole valore di mercato, soprattutto se le lettere sono brillanti, originali. Lee, sopraffatta dalle nuove convenzioni del mercato letterario, intraprende un impiego come falsaria, e ciò le permette di esprimere la sua personalità attraverso la voce di Noel Coward, Dorothy Parker, Lillian Hellman, nonché le sue sottovalutate capacità creative.

Crea un circuito di vendite realizzando oltre 400 falsi e sempre con maggiore attenzione ai dettagli, ma la sovrapposizione di personalità diverse non azzittisce la sua, che lentamente si fa spazio nelle lettere contraffatte, destando qualche dubbio sull’autenticità delle stesse; è ciò che succede quando un esperto di Noel Coward si insospettisce riguardo ad una lettera troppo esplicita sulla sua sessualità, improbabile in un periodo in cui sarebbe stato condannato o punito con una pena detentiva (Coward, produttore, commediografo e regista britannico, morto nel 1973, era omosessuale). Questo evento contribuisce ad una veloce battuta d’arresto del successo inebriante nel creare scambi biografici migliori di quelli reali. La scrittrice verrà condannata a sei mesi agli arresti domiciliari e cinque anni di libertà vigilata, ma non si pentirà mai di essere stata una “Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker”.

Tutto questo è presente nel film ma si sbiadisce raccontandosi, non c’è nulla di sgradevole o scorretto: il cast funziona, così come la regia poco invadente, ma la sceneggiatura, seppur fedele, è sotto tono e non riesce mai a coinvolgere, sembra quasi che abbia paura di raccontare o si astenga deliberatamente dal farlo.

 

Silvia Pezzopane

27/02/2019

qui il sito ufficiale del film

photo credits: Mary Cybulski - © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation

Uscirà il 21 febbraio nelle sale italiane Cold Pursuit, tradotto Un uomo tranquillo (secondo una logica che riduce all’osso il senso di un titolo così emblematico). Il regista è il norvegese Hans Petter Moland, definito il "Ridley Scott della Norvegia", che qui tenta l’esperimento di un remake del suo acclamato thriller norvegese del 2014, In ordine di sparizione, con un cast diverso e il tentativo di americanizzare il suo umorismo glaciale.

Il film racconta la storia di una vendetta spietata da parte di un padre che ha perso suo figlio a causa di un gruppo di surreali narco-trafficanti locali; Nels Coxman, interpretato da Liam Neeson (ultimamente volto ideale per queste caratterizzazioni abbastanza sterili ma traboccanti di violenza) sembra appunto un uomo tranquillo che lavora alla guida di un gigantesco spazzaneve per liberare le strade e che viene eletto Cittadino dell’Anno dai suoi concittadini della località sciistica di Kehoe, in Colorado, dove tutto sembra placido e candido e nulla di male può succedere.unuomotranquillo1

Ma la morte di Kyle innesca un meccanismo, decisamente mal scritto, che porta il bravo Nels a trucidare, risalendo la catena in ordine di importanza, tutti gli spacciatori legati alla perdita del figlio, che a quanto pare era lì per errore e che, a ben vedere, non è che un pretesto trattato in maniera superficiale per riscoprire il passato torbido di Nels, fatto del ricordo di un padre spacciatore e di un fratello ricchissimo ma immischiato in affari loschi (forse lo spinello fumato dalla sua bionda moglie perfetta, Laura Dern, all’inizio poteva essere colto come un didascalico monito della vita scellerata che facevano prima di scegliere la tranquillità familiare).
L’oramai efferato omicida Coxman, che in un’ora e poco più acquista la maestria di un killer consumato nell’uccidere spacciatori con nomi stupidi come Speedo o Santa Claus, arriverà al vertice della droga della città, il Vichingo, giovane businessman che ricorda vagamente un Patrick Bateman ma più controllato, che intanto, all'oscuro dell’esistenza dello spazzaneve vendicativo, ha dato la colpa delle molteplici uccisioni a White Bull, capo indiano con cui malauguratamente si contende le zone di spaccio per colpa di un vecchio accordo- sì, ci sono anche i nativi americani in questa storia, trattati con un misto compatimento becero e luoghi comuni stantii.
Anche White Bull e il Vichingo sono padri, il primo perde suo figlio per mano del secondo, l’altro viene privato della prole per mano di Coxman, che in un maldestro rapimento salva il piccolo, appassionato di musica classica e con una sensibilità da poeta, dal sadismo del padre.

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Tre padri e un percorso vendicativo che ammicca ad un certo stile per amatori del genere, fatto di schizzi di sangue sulla neve e fucilate in negozi di abiti da sposa (è tutto rosso su bianco, per non sbagliare). Ogni morte corredata da un epitaffio senza versi compare su schermo nero con tanto di simbologia religiosa, differente a seconda della vittima, tanto per ricordare l’ironia degli intenti registici.
Si parla di un action thriller pervaso da un inconfondibile humor nero, a metà tra Billy Wilder e l’ironia nordica; purtroppo Un uomo tranquillo è un adattamento ripetitivo di un qualcosa già visto, che non solo non fa ridere ma annoia abbastanza (per fortuna il conto dei morti ricorda allo spettatore che la narrazione procede). Molan intendeva realizzare un remake sottile per il pubblico americano, fare un film violento ma contro la violenza, in realtà il risultato è un film violento per far ridere della violenza, che sembra una strada simile ma che si rivela, fastidiosamente, opposta.

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

06/02/2019

Photo credits:  © Doane Gregory

qui il link al sito ufficiale e al trailer del film

 

Rimarrà nelle sale italiane per tre soli giorni (4, 5 e 6 febbraio) il secondo film del regista ungherese László Nemes, Tramonto (titolo originale Napszállta), presentato in concorso a Venezia e proiettato al Toronto Film Festival. Nemes torna alla regia dopo aver vinto Gran Prix della Giuria a Cannes, Golden Globe e Premio Oscar al miglio film straniero per Il figlio di Saul (Saul fia) realizzando un film stilisticamente molto vicino al primo lavoro. L’immersione all’interno della vicenda grazie ad una macchina da presa a spalla ossessivamente vincolata al personaggio, tecnica che aveva reso famoso Il figlio di Saul, e’ riproposta in Tramonto e applicata alla storia della giovane Irisz Leiter, “modista” ungherese di inizio secolo che si muove in una Budapest animata da forze misteriose ed incontrollabili. Tramonto e’ un film estremamente complesso che trae la sua forza dall’unione di un’insieme di elementi. In una continua e opprimente visione soggettiva viviamo la ricerca di Irisz, orfana di una ricca famiglia di cappellai che scopre di avere un fratell

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o criminale di cui non conosce nulla. Assieme al suo cambiamento e alla progressiva (auto)definizione della sua identità, anche il contesto si mostra mutevole ed instabile: a Budapest dilaga il crimine e la violenza mentre vengono smascherate le malefatte della classe borghese. Questi movimenti sociali, vissuti da Irisz in prima persona, costituiscono il terreno fertile per la crescita dell’insubordinazione e del caos che getteranno l’Europa ottimista, moderna e progressista della Belle Époque nell’oscurità delle guerre mondiali, segnando definitivamente il tramonto di un epoca socialmente, moralmente e culturalmente crepuscolare.
Il personaggio di Irisz e’ stato definito dallo stesso regista come una “strana Giovanna d’Arco”, una donna in missione, quindi, non per conto di Dio bensì di sé stessa, che cerca di percorrere al contrario il processo di frammentazione identitaria tipico dell’inizio del Novecento. Irisz e’ animata da sentimenti contrastanti, non comprende tutto ciò che avviene attorno a lei, spesso si trova ad agire istintivamente. Costretta ad interagire con moltissimi personaggi, Irisz finisce talvolta col perdersi in questo caleidoscopio di incontri e di suggerimenti. Nemes infatti saggiamente ci preclude spesso una facile comprensione, sacrificando la linearità narrativa in nome della creazione di un’atmosfera enigmatica, impenetrabile. Il viaggio interiore di Irisz riflette dunque il cambiamento epocale che si stava verificando in quegli anni, portando allo scoperto le tensioni nascoste che agitavano l’Europa. 
Dietro la loro straordinaria bellezza si nasconde l’orrore del mondo”, dice uno dei criminali riguardo i cappelli della famosa ditta Leiter di cui Irisz e’ dipendente. In questa frase si nasconde forse la premessa del film: mostrare il risvolto della medaglia, ovvero le tensioni deleterie dissimulate dietro una parvenza di benessere e progresso. Nel 2002 Alexander Sokurov aveva provato a descrivere un processo simile nel visionario Arca Russa, film dal quale Nemes probabilmente ha tratto ispirazione. In Tramonto come in Il figlio di Saul il regista ungherese predilige lunghissimi piani sequenza ed uno stile iper-realistico, avvicinandosi quindi all’utopia cinematografica del tempo reale equivalente al tempo diegetico realizzata magistralmente da Sokurov. Nemes infatti ragiona sulla possibilità di un tempo estremamente dilatato, giocando sui tempi morti e su dettagli solo apparentemente insignificanti al fine di ottenere uno stile a tratti opprimente, soffocante.
Lo sforzo produttivo necessario per la realizzazione di Tramonto e’ stato significativo: circa nove milioni di euro (fonte Imdb) sono stati stanziati per il secondo ambizioso progetto di Nemes che ha ricambiato la fiducia mantenendo alte le aspettative per un film lontano dallo stereotipo del film in costume.
Rispetto a Il figlio di Saul, film essenziale, asciutto, icastico, Tramonto riesce nel suo obiettivo solo in parte, procedendo a singhiozzi per i 142’ di durata, appesantito per via della moltitudine di sottotrame che vengono spesso abbandonate con troppa facilità. Nemes, ad ogni modo, si conferma autore di un cinema personalissimo, inquietante nel senso migliore del termine, mai banale e ricco di riferimenti storici e culturali. Il suo cinema e’ complesso, colto, si compone di una vasta gamma di fonti e produce un risultato altrettanto ricco. Va gustato e scoperto lentamente, immergendosi completamente nel mondo che di volta in volta Nemes sceglie di farci vivere. Qui il link al trailer italiano: Tramonto - trailer italiano

Marco Giovannetti
05/02/2019

Photo credits: Laokoon Filmgroup

Il nuovo film di Julian Schnabel non è una biografia su Van Gogh, bensì la ricostruzione dei suoi ultimi quattro anni di vita tra Arles e Parigi, che avviene tramite un processo di “accumulazione” di stralci di eventi realmente accaduti e tasselli reinventati, ripercorsi, alfine di raccontare l’uomo dietro al segno, e l’artista prima dell’opera. Non solo i quadri come riferimento ma anche le famose lettere, scambiate tra Vincent e suo fratello Theo, unico punto di riferimento. vangogh1 

L’interesse del regista, anche lui pittore e artista figurativo, non si concentra troppo sugli aspetti storico-critici ma prova ad evocare un risultato tridimensionale e materico dell’intento del pittore; nel ruolo di Van Gogh, Willem Dafoe, già vincitore della Coppa Volpi e ora in corsa per il premio Oscar, si mette alla prova esercitandosi in prima persona a dipingere (con esercizi suggeriti dal regista che gli consiglia di iniziare dagli oggetti per poi passare ai paesaggi) diventa qui il tramite per un senso più alto, che si muove appunto oltre il successo e l’interazione con l’altro (viene ad esempio rappresentata l’amicizia controversa con Paul Gauguin e i rapporti con gli abitanti di Arles), presentando la solitudine di un uomo al cospetto della natura travolgente, la sua corsa verso l’eternità della rappresentazione di un qualcosa che non si inventa, ma che solo grazie al suo dono è in grado di vivere per sempre.

La regia di Schnabel, autore che già in passato si è messo alla prova con vite celebri (basti pensare a Basquiat del 1996), realizza un racconto circolare e molto spesso apparentemente confuso, alcuni eventi si sovrappongono, altri battono duramente nella scansione di un finale preannunciato: grazie ad una regia dinamica e fluida, l’approccio del regista si connota in maniera specifica e il suo sguardo si realizza attraverso la pittura che si dispone sulla tela. Il pittore olandese viene ripreso durante le lunghe passeggiate per Arles, nella Francia del sud, e la natura gli suggerisce un impeto vitale irrinunciabile: deve dipingere, deve farlo in fretta, perché solo la realizzazione finale riesce a completarlo facendolo sentire parte di un tutto che non trova negli altri.

vangogh2L’assorbimento degli elementi circostanti è un’esigenza che lo porta spesso a stendersi e rotolarsi, a coprirsi il volto di terra, a cercare la luce divina e gialla. La follia dell’uomo è più una distorsione del senso delle cose, uno scollamento dal tangibile, che determinerà l’automutilazione e la scelta di ricoverarsi alla clinica di Saint-Rémy. Le riprese si fondono con la confusione delle sue percezioni: la visione è alterata, appiattita, appannata, come in un ricordo di cui si dimenticano i contorni. E le voci sovrapposte nella testa dell’artista emergono e rimbombano anche per lo spettatore, che non può fare a meno di sentirsi perso. Infine, nel 1890, la morte oscura, nebulosa, ancora non chiara, per mano di due ragazzi o suicida. (Nel libro del 2011 Vincent van Gogh. The life, scritto da Steven Naifeh e Gregory W. Smith, i due autori discutono circa una tesi diversa dal suicidio). Il successo di Vincent Van Gogh si manifesterà solo dopo la sua morte, e sarà indescrivibile.

Schnabel riesce a restituire l’essenza del bisogno rappresentativo che coglie Vincent Van Gogh portandolo ad una frenesia unica di realizzazione. La stessa che motiva ogni artista e che lo veicola come soggetto comunicante. L’eco della rappresentazione dell’atto creativo di Clouzot si fonde alla grande sensibilità estetica del pittore e regista newyorkese, nonché alla forza espressiva delle opere, ed è inevitabile essere travolti dalla sensazione di totalità.

Silvia Pezzopane - 28/1/2019

Le immagini sono prese dal sito ufficiale del film.

Il 22 gennaio 2019, l’Academy ha rilasciato la tanto agognata lista di nominati ai Premi Oscar che verranno assegnati a Los Angeles il prossimo 24 febbraio. Comunemente ci si riferisce agli Oscar come “il più importante riconoscimento” relativo al mondo del cinema, commettendo puntualmente l’errore di associare al fenomeno “più glamour” del mondo del cinema anche un titolo di merito artistico di pari livello. E’ bene ricordare che i premi Oscar sono riservati esclusivamente all’industria hollywoodiana, lungi quindi dall’essere un riconoscimento valido per l’intera scena cinematografica internazionale. Questo non significa che automaticamente i film premiati agli Oscar non siano validi, nessuno potrebbe mai sostenere una simile tesi. Serve però a ridimensionare il peso mediatico attorno a questo evento, carico infatti di connotazioni politiche e forti interessi economici. Diamo agli Oscar, insomma, il giusto valore e la giusta collocazione all’interno del sistema dei riconoscimenti cinematografici: sicuramente i “più importanti” a livello commerciale (l’industria cinematografica statunitense è quella che raccoglie più denaro a livello mondiale), sicuramente i “più ambiti” per chi lavora in Nord America e per chi ne fa una questione di status, ma di sicuro non una garanzia certa di valore artistico dei film.
Accade infatti che agli Oscar 2019 riceva ben sette nomination Black Panther, tra cui quella per il miglior film. Black Panther OscarsLa statuetta che fu vinta da Eva contro Eva, da Casablanca e da Il padrino, quest’anno potrebbe finire a casa Marvel, premiando il tragicomico gruppo di super-attori in calzamaglia. Birdman (che il titolo di “miglior film” nel 2015 se lo meritò tutto) al riguardo fu profetico con una battuta a dir poco incisiva: “Un altro Blockbuster. Guarda come brillano i loro occhi. Vogliono questa merda non le tue chiacchiere filosofiche del cazzo.”
Esulteranno poi i fanatici del politically correct: gli #OscarsSoWhite sono diventati su Twitter gli #OscarsSoBlack. Non necessariamente un bene, quindi, il cambiamento forzato che fa arrivare alle nomination, oltre a Black Panther, un non brillante Spike Lee con Blackkklansman (7 nomination).
Trionfano ancora gli stranieri con Cuaròn (Roma riceve 10 nomination) e Lanthimos (La favorita ne prende altre 10), tra i più nominati anche Vice (8 nomination), A Star is Born (8), seguiti poi da Green Book e Bohemian Rapsody con 5 nomination per uno. Lista completa qui: https://oscar.go.com/nominees 

Marco Giovannetti 23-01-2019

Foto: Screenrant.com, Oscar.go.com

Ci sono tanti modi per compiere una rivoluzione: con armi, slogan, urla, fiori posti all’interno di cannoni, o bandiere lasciate svolazzare verso il cielo. Per fare una rivoluzione ci vogliono soprattutto due fazioni contrastanti e opposte sul piano ideologico, politico, culturale pronte a fronteggiarsi e scontrarsi. Quella della capraia Lucia sull’isola di Capri nel 1914 è una rivoluzione intimista e interna al proprio mondo; un manifesto dispiegato contro l’ottusità di un universo chiuso, povero, paternalistico e maschilista.

Quella di “Capri-Revolution” di Mario Martone (presentato in concorso alla scorsa edizione della Mostra del cinema di Venezia) è una lotta innescata dall’arrivo sull’isola partenopea di un gruppo di giovani del nord Europa, qui unitosi in una comunità per sperimentare nuovi stili di vita e innovative espressione artistiche. Insieme alla comunità fa il suo arrivo sull’isola anche un giovane medico (Antonio Folletto) portatore di idee che mettono la scienza e l'interventismo al primo posto. Un nuovo modo di pensare, di vivere del tutto estraneo a quello professato per anni sull’isola di Capri.

La ribellione che investe la giovane Lucia nasce da un mondo che non conosce e da cui è attratta. La comune ispirata a quella del pittore Karl Diefenbach è un universo comunitario e di uguaglianza che permette alla giovane di recidere le fila che la tenevano stretta a un nucleo famigliare opprimente e schiacciante la propria individualità. Un microcosmo famigliare tetro, buio, portato sullo schermo da una fotografia fredda e scura, rimembrante i quadri di Giovanni Fattori per quella patina polverosa e cinerea che va ad ammantare l’inquadratura. Una visione totalmente contrastante con quella di Capri, terra vergine dai colori accesi e sgargianti. Un Eden paradisiaco, habitat perfetto di uomini primitivi, e allo stesso tempo teatro principale dello spettacolo della natura che inizialmente la protagonista non riesce a leggere e interpretare. Dopo “Noi Credevamo” e “Il giovane favoloso”, Mario Martone aggiunge un nuovo tassello a quel trittico dell’emancipazione della persona e dei propri valori sullo sfondo di una storia d’Italia pronta a mutare. Le candcapri revolutionele delle stanze claustrofobiche in cui si rinchiudeva il Giacomo Leopardi di Elio Germano lasciano spazio ora a mari cristallini e campi immensi, illuminati da una luce solare pronta a riscaldare corpi nudi e del tutto poveri di inibizione, colti in un abbraccio erotico che tanto ricorda quello messo in scena da Michelangelo Antonioni in “Zabriskie Point”. L’eleganza che caratterizza i balletti di baushiana memoria (difficile non pensare al “Sacre du Printempes” coreografato dalla danzatrice tedesca)ed eseguiti con disperata esigenza di liberazione dai membri della comunità guidata da Seybu, sottolinea la voglia di distaccarsi dai doveri e oneri sociali. Se l’interpretazione di Marianna Fontana (una delle due gemelle protagoniste del sorprendente “Indivisibili” di Edoardo De Angelis) si rivela capace di dare un volto a tutte quelle sfumature che animano il personaggio di Lucia, il film di Martone, al contrario, risulta molto spesso pretestuoso e pretenzioso. Il teatro portato sullo schermo all’interno della natura isolana è troppo didascalico, appesantito da un’oratoria esacerbata e fondata su un lirismo fin troppo ostentato. La tensione tra le due parti (Lucia e il mondo di appartenenza) non si riversa mai in uno scontro, o in un faccia a faccia liberatorio, ma anzi continua a sussistere alimentato da una reciproca indifferenza. Non si giunge mai, cioè, a uno scontro tra le  due fazioni; Lucia viene scacciata dai fratelli, esiliata dal proprio nucleo famigliare, disprezzata dai compaesani e infangata da sguardi silenti e colmi di (pre)giudizio. Ciononostante non viene mai accesa la fiamma della rivoluzione. Lucia sembra come accettare il prezzo da pagare per la sua libertà ritrovata all’interno della comunità proto-hippie, ma lo fa senza mai affrontare chi ha deliberato la sua sentenza. Il paese di contadini e la comune vivono fianco a fianco, si sfiorano senza toccarsi mai. Se escludiamo la portata rivoluzionaria che anima il cambiamento di Lucia e la sua presa di coscienza di un’individualità fin troppo taciuta perché donna e povera, viene meno nel film di Martone quel senso di ribellione che il titolo presupponeva e di cui la protagonista poteva benissimo farsi portatrice. Di certo le performance attoriali di molti interpreti (soprattutto di quelli che incarnano i vari membri della comune) così forzate e non naturali, non aiutano a slegare l’opera da un’insistita ridondanza e farla navigare libera tra le acque della fantasia.

Elisa Torsiello, 17 dicembre 2018

Domenica, 10 Giugno 2018 12:25

Ippocrate: il medical drama made in France

Parigi, 2013. Benjamin Barois (Vincent Lacoste) è un giovane medico tirocinante atteso al suo primo giorno nel reparto di medicina interna diretto dall’autoritario padre (Jacques Gamblin). All’interno di questo caotico e sovraffollato ospedale il giovane è costretto a scontrarsi con le enormi difficoltà della sua professione: i dilemmi etici, il rapporto con i colleghi, le ristrettezze di mezzi a disposizione, il peso schiacciante delle responsabilità. Attraverso l’esempio fornito dal più maturo ed esperto collega Abdel Rezzak (Reda Kateb), medico algerino costretto ad un periodo di internato in Francia, Benjamin compirà il suo viaggio all’interno della professione medica dove verrà a contatto con le sue paure per poi trovare il coraggio di superare i sui limiti.   A2

Ippocrate”, nelle sale dal 7 giugno - distribuito da Movies Inspired - è il secondo lungometraggio del regista e medico francese Thomas Lilti, noto al pubblico italiano principalmente per “Il medico di campagna”, interpretato da François Cluzet. “Hippocrate” - titolo originale del film - è un romanzo di formazione in corsia che include all’interno della narrazione alcune delle tematiche sociali più care al regista: immigrazione e rivendicazioni sindacali. L’ambientazione ospedaliera rappresenta per Lilti, un ex internista donatosi al cinema, il naturale territorio di ricerca e sperimentazione narrativa. Il carattere fortemente autobiografico costituisce infatti il punto di forza del film. L’approccio stilistico essenziale, lontano ad esempio dall’estetica patinata di “Dr. House” - la serie interpretata da Hugh Laurie viene citata e parodiata più volte all’interno della narrazione -, connota l’opera di spiccato realismo. La dimensione romantica che caratterizza solitamente il racconto di formazione, non prevarica sull’assetto generale del film, anzi lo impreziosisce bilanciando il peso specifico apportato dalla tematica sociale. Lilti concentra la sua attenzione sul tema precarietà delle condizioni di lavoro all’interno del settore sanitario, sia attraverso il malinconico personaggio di Abdel - che restituisce appieno il senso di sradicamento subito dai medici stranieri espatriati - sia attraverso le rivendicazioni portate avanti con caparbietà dalla popolosa équipe medica che popola il reparto.

Realizzato nel 2014, ma distribuito solo oggi nelle sale italiane - con tutta probabilità sulla scorta del successo ottenuto lo scorso anno da “Il medico di campagna” - “Ippocrate” è un film schietto, asciutto, che va dritto al punto, una valida alternativa europea al medical drama statunitense. La sceneggiatura programmatica e l’eccessiva staticità delle scelte registiche - soprattutto per quanto riguarda i movimenti di macchina - non sottraggono interesse a questo racconto in bilico fra romanticismo e tematiche sociali, impreziosito dalla prova di due giovani e brillanti interpreti del cinema francese, Lacoste e Kateb.

9/6/2018, Luisa Djabali

 

 

 

Si possono fare film non tipicamente italiani in Italia? Ma in fondo, cosa significa fare un film italiano?
Troppo spesso questa accezione sta a intendere un cinema “chiuso nelle sue stanze”, per citare Majakovskij, intrappolato nelle varie declinazioni di quella commedia che tanto ci ha fatto conoscere e apprezzare nel mondo ma che, ad oggi, non sembra regalare più le emozioni di un tempo. Ma il cinema italiano è anche sogno, meraviglia, stupore (si pensi ai capolavori di Fellini).

Paola Randi è una regista che osa e il suo “Tito e gli alieni”, presentato alla Casa del Cinema di Roma il 4 giugno, esplora territori semi-sconosciuti al pubblico nostrano, non abituato alla fantascienza made in Italy e proprio per questo rappresenta un tentativo di mettersi in sintonia con i suoi nuovi desideri.

Valerio Mastandrea è un professore che, da quando ha perso sua moglie, passa il tempo su un divano nel deserto del Nevada, accanto alla misteriosa Area 51, contemplando le stelle e ascoltando il suono dello Spazio. È uno scienziato, dovrebbe lavorare ad un progetto segreto per gli Stati Uniti ma è chiuso nell’intimità del suo mondo e si lascia andare a giornate tutte uguali, senza uno scopo preciso, galleggiando nel torpore. Il suo solo contatto con il mondo è Stella (Clémence Poésy), una ragazza che organizza matrimoni spaziali per turisti a caccia di alieni. Un messaggio da Napoli gli cambia la vita: suo fratello sta morendo e gli affida i suoi figli.
Anita e Tito (Chiara Stella Riccio e Luca Esposito, perfetti nelle loro parti) arrivano aspettandosi Las Vegas ma ritrovandosi, di fatto, in mezzo al nulla, in un luogo strano lontano dal mondo e per di più nelle mani di uno zio che è “un macello”.
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Paola Randi evoca più che esplicitare – come lei stessa ha spiegato nella conferenza stampa – gli elementi fantascientifici e li coniuga in modo delicato ma sapiente con il totem di ricordi costruito (letteralmente) dal professore attraverso l’incrocio di una ripresa dal vivo e di ricostruzione digitale. 
Il risultato è un film dolcemente vintage, con reminescenze spielberghiane che si incontrano perfettamente con gli echi di quella napoletanità profonda, fatta di superstizione e fede nella quale un ipotetico dialogo con l’aldilà non risulta così assurdo (il cameo di Gianfelice Imparato, in questo senso, rende il tutto ancora più credibile). Soprattutto, è un film italiano nella miglior accezione possibile, dove la risata e la lacrima creano un connubio intenso e mai scontato.

“Tito e gli alieni” è prodotto dalla BiBi Film e Rai Cinema, in associazione con TimVision e con il sostegno della Regione Lazio. Distribuito da Lucky Red sarà nelle sale dal 7 giugno.

Giorgia Sdei  06/06/18

Come ogni supereroe che si rispetti anche Deadpool ha diritto ad una nemesi. Sin dalla sua nascita cartacea però Wade Wiston Wiston - questo è il suo vero nome - si è palesato come diverso da tutti gli Altri: teledipendente, ironico, omnisessuale, politicamente scorretto e soprattutto logorroico, tanto da essere soprannominato: “the merc with a mouth”, che più o meno suona come “il mercenario chiacchierone”. È da un’idea di Rob Liefeld e Fabian Nicieza che nel 1991 nasce il più eccentrico supereroe Made in Marvel. A contraddistinguerlo anche in “Deadpool 2” - da martedì 15 maggio nelle sale italiane - è l’avversione a tutti gli schemi ed i codici di comportamento socialmente accettabili. Una peculiarità che gli permette di prendersi delle libertà che nessun altro dei suoi eroici colleghi sognerebbe mai di concedersi, ad esempio un’irriverente parodia di Superman. In questo secondo capitolo imitando lo stile di Kal El, Deadpool entra in una cabina telefonica per indossare il suo costume ma impiega così tanto tempo per farlo, che nel frattempo la povera vittima viene brutalmente uccisa dal rapinatore. Come se non bastasse una volta uscito si trova davanti niente meno che Mr. Stan Lee. “Bel costume!” asserisce quest’ultimo che viene prontamente ammutolito dal supereroe con uno “Stai zitto, Stan Lee!”. Non è certo una novità che il fondatore della Marvel si conceda per brevissimi camei nei suoi film, ma sicuramente è la prima volta che qualcuno lo interpella per nome rompendo, o meglio frantumando, ancora una volta quella quarta parete che ci separa da Lui. 

Dopo un incipit decisamente tragico - vietato dilungarsi oltre in merito visto l’elevato allarme spoiler - che ha per protagonisti Deadpool (Ryan Reynolds) e la compagna Vanessa (Morena Baccarin), l’antieroe per eccellenza ritrova la forza di andare avanti per proteggere Russell (Julian Dennison), adolescente mutante dai poteri inarrestabili, perseguitato dal terribile Cable (Josh Brolin). Con l’aiuto del fedele amico Weasel (T.J Miller) Deadpool mette su il più sgangherato team di X-Force - “perché suona più inclusivo di X-Men”- che si sia mai visto, spicca per minime competenze raggiunte Domino (Zazie Beetz) - volto noto della pluripremiata serie Atlanta - il cui superpotere è un’incredibile fortuna.

In “Deadpool 2” David Leicht sostituisce alla regia Tim Miller. Sulla vicenda sono susseguiti nutriti rumors nei mesi precedenti all’uscita del film. La motivazione di questo prematuro divorzio sarebbe da ricondurre ai forti contrasti fra il regista statunitense e il protagonista e sceneggiatore Ryan Reynolds. I due, dopo essere stati a tutti gli effetti i veri fautori di questo progetto cinematografico adults only - negli Stati Uniti il film è vietato ai minori di 17 anni - avrebbero avuto pareri piuttosto discordanti sulla forma da far prendere al secondo capitolo. Ad oggi possiamo affermare che fortunatamente ha prevalso la quota dell’attore canadese, “Deadpool 2” è infatti uno dei sequel di genere più divertenti e sorprendenti degli ultimi anni. Grazie al suo poliedrico contributo Reynolds - sceneggiatore, produttore e interprete del primo e secondo capitolo - è riuscito nell’ambizioso progetto di trasformare un ‘sottoprodotto’ Marvel Comics in un blockbuster da 783 milioni di dollari.

Luisa Djabali 15/05/2018

Joe (Joaquin Phoenix) è un ex marine, un ex agente FBI, un servitore degli Stati Uniti che ha visto troppe scene del crimine. Solitario e tormentato l’uomo sceglie di vivere nell’ombra, al riparo dai fantasmi di un passato troppo denso per poter essere superato, si guadagna da vivere salvando dietro compenso giovani ragazze inghiottite dal vortice della prostituzione. L’uomo non ha amici, non ha amanti, non ha relazioni sociali che oltrepassino le quattro mura domestiche condivise con l’anziana e inetta madre di cui si prende amorevolmente cura. Un giorno Joe riceve la chiamata di un senatore newyorkese disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia Nina (Ekaterina Samsonov), fatta prigioniera in bordello di Manhattan. Nel tentativo di districare la giovane dalle grinfie dei suoi carnefici, scopre una vasta e ramificata rete di violenza e corruzione. Quando nel tentativo di ostacolarlo proveranno a sottrargli l’unica persona che conti veramente per lui, Joe inizia un implacabile e folle cammino alla ricerca della verità. 

Nelle sale dal 1 maggio, “A Beautiful Day” è scritto e diretto da Lynne Ramsay e basato sul racconto di Jonathan AmesNon sei mai stato qui” da cui è tratto il titolo originale del film, “You Were Never Really Here”. Presentato in anteprima alla 70ª edizione del Festival di Cannes è stato premiato per la Migliore sceneggiatura e la Miglior interpretazione maschile. Al suo quarto lungometraggio, l’autrice scozzese fa sfoggio di una spiccata abilità registica che le consente di esprimere al meglio il forte impatto visivo che da sempre caratterizza il suo cinema. Senza mai scadere nell’autocelebrazione, la Ramsay conferma una naturale propensione alla narrazione per immagini. Una maturità stilistica coltivata nel corso di una carriera costellata da molti riconoscimenti e pochi titoli in filmografia, sapientemente distribuiti nel corso di oltre un ventennio di attività. Dopo l’esordio ancora ventisettenne con il corto di diploma “Small Death”, si fa notare sulla croisette nel 1999 con “Ratcatcher – Acchiappatopi”, commovente racconto di formazione ambientato nel sottoproletariato scozzese. “A Beautiful Day” attinge a piene mani, ed apparentemente in totale consapevolezza, al consolidato repertorio del thriller senza mai venir meno alla propria marca autoriale. Il montaggio - curato da Joe Bini - è studiatissimo ed incalzante: tagli netti ed un audio sempre in anticipo rispetto all’immagine danno l’idea di voler giungere in soccorso ad una sceneggiatura atipicamente asciutta per il genere. Le lunghe e continue digressioni oniriche da un lato rallentano la progressione narrativa, dall’altro la arricchiscono con un’impattante portata estetica un Soggetto non esattamente inedito.

Joe è un personaggio ibrido, una personalità duplice in cui convergono e convivono istanze diametralmente opposte. Alla fisicità brutale e mascolina si alterna una spiccata sensibilità e un senso di responsabilità e premura di stampo materno. In equilibrio fra vita e morte, l’uomo sembra perennemente indeciso se porre fine alle terribili allucinazioni che lo perseguitano o continuare a vivere per quella madre così fragile e bisognosa. Così lo troviamo in bilico sulla banchina della metro, intento a trastullarsi con un coltello a scatto o ancora a spingersi al limite dell’asfissia costringendosi la testa in sacchetti di plastica. Una resistenza al dolore, fisico e psicologico, costantemente esercitata, indotta ed addestrata con metodologie degne della Legione Straniera. Joe è l’incarnazione di una figura archetipica del cinema hollywoodiano, il giustiziere della notte, il killer solitario. Phoenix - in stato di grazia - dimostra ancora una volta la sua capacità di assimilare totalmente i personaggi che interpreta. Fisico imbolsito, respiro pesante, barba e capelli che lasciano un’unica via d’accesso allo sguardo spiritato da soggetto borderline. Un’interpretazione stanislavskijana degna del Travis Bickle/Robert De Niro di “Taxi Diver”. Ma la catarsi attoriale non è il solo punto d’incontro con il capolavoro di Martin Scorsese. Caschetto biondo, fisico acerbo e viso da bambina fanno di Nina la corrispondente postmoderna di Iris/Jodie Foster, la prostituta tredicenne che Travis cerca di strappare - con la stessa brutalità di cui Joe è capace - a un crudele destino. Una città in perenne movimento - restituita nel suo cupo e profondo fascino dalla fotografia di Thomas Townend - custode di un’umanità volubile, corrotta e profondamente ipocrita. Un senso di violenza latente accompagna tre quarti di visione per poi esplodere con una forza impattante, ad alto tasso splatter, degna dei migliori titoli della ‘New Hollywood’ e sorprendere lo spettatore come un fulmine a ciel sereno. L’affresco metropolitano immaginato dalla Ramsay non dista molto da quello seventies di “The Deuce”, ideato per il piccolo schermo da David Simon e George Pelecanos. Il tappeto sonoro creato ad hoc da Jonny Greenwood - storico chitarrista della band britannica, Radiohead - conduce passo dopo passo la narrazione con sonorità sintetiche ed incalzanti che ricordano molto l’ultimo lavoro dei Safdie Brothers, “Good Time”. Del resto la musica sembra voler fuoriuscire ovunque in “A Beautiful Day”, dalle radio perennemente accese alla selezione extradiegetica delle 60’s hits - d’effetto la sequenza snodo che poggia sulla candida voce di Rosie Hamlin in “Angel Baby” - fino alle stesse improbabili interpretazioni vocali dei protagonisti in bilico fra vita e morte.

 

Luisa Djabali  29/04/2018

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