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Quel giorno Paula aveva appuntamento con suo padre. Arrivata in anticipo si mise a spiarlo dal vetro della porta dove l’uomo teneva una lezione per il corso universitario di Scienze Politiche; la ragazza conosceva a memoria le citazioni preferite che il genitore amava ripetere ai suoi studenti, si riempì d’orgoglio scorgendo gli sguardi attenti, l’ammirazione. Non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima lezione, e che, durante il viaggio del ritorno a casa, e dopo uno scatto rubato al padre alla guida, l’uomo sarebbe morto, per un colpo di pistola. matar Courtesy of Latido Films

Matar a Jesus è un film, nonché opera prima, della regista colombiana Laura Mora. La storia attinge direttamente all’autobiografia dell’autrice: suo padre venne assassinato nel 2002 da un uomo non identificato quando lei aveva 22 anni. Paula assomiglia a Laura, hanno uno sguardo simile e gli stessi capelli lunghi e scuri, ma la ragazza protagonista vede l’assassino in faccia e ricorda quel volto. La scelta della testimonianza oculare permette alla narrazione di estendersi al di là di un revenge movie in cui Paula desidera solo di farsi giustizia da sola: innesca infatti un meccanismo autodistruttivo di cui è protagonista l’intera città e un sistema criminale efferato ed ingiusto. Dopo due mesi in cui le autorità non fanno niente di concreto per risolvere il caso, la ragazza incrocia in una discoteca lo sguardo dell’assassino di suo padre, e, fingendo di interessarsi a lui, riesce ad avere il suo numero di telefono, e a concepire la vendetta come possibilità realizzabile.

Jesus: è questo il nome del ragazzo, della stessa età di Paula, che se ne va in giro con una pistola infilata nei pantaloni e vive già da solo, per non mettere in pericolo sua madre. In sua compagnia la studentessa di fotografia, che della città di Medellin conosce una sola metà, sprofonda in un mondo fatto di povertà ed inconsapevolezza: ogni momento sembra buono per ucciderlo senza pietà, ma anche per tirarsi indietro e provare a capire. Paula riesce quasi a comprendere perché Jesus può essere stato spinto ad un gesto del genere, poiché come lui sta imparando ad essere esclusa dal mondo dove la giustizia è inesistente, ma vittima di una violenza totalizzante, quella che costringe lui ad uccidere e lei a vendicarsi. Laura Mora, scegliendo attori non protagonisti e realizzando una regia violentemente sensoriale, pone delle questioni circa l’esigenza di spezzare un sistema che si perpetua a discapito di giovani e famiglie senza via d’uscita.matCourtesy of Latido Films

Il film è una lettera d’amore per un padre ucciso senza pietà, ma anche l’epigrafe liberatoria di un evento che l’ha fatta sentire impotente e senza armi adeguate per contrastarne gli effetti, fino ad ora. 

Silvia Pezzopane

08/05/2019

Photo credits: Courtesy of Latido Films

Qui il trailer ufficiale del film

 

Le distanze non sono solo quelle che poniamo tra noi e l’altro, ma anche la lontananza tra ciò che eravamo e chi vogliamo diventare.

In uno scenario come la città di Berlino, in cui la fotografia di Julián Elizalde rende ruvide le superfici e i contorni dei volti, Comas, trasferitosi ormai in Germania da qualche anno, compie 35 anni e i suoi vecchi amici di Barcellona decidono di fargli una sorpresa, prendendo un aereo e arrivando senza preavviso nel suo appartamento, irrompendo senza permesso nei tumulti della sua vita. Solo tre giorni, per poi ripartire; per Olivia, Eloi, Guille e Anna il compleanno dell’amico lontano non è che un pretesto per fuggire momentaneamente dalla quotidianità. Ma il weekend non va come immaginavano, Comas non solo fa di tutto per evitarli, ma nasconde le sue nuove aspirazioni, la persona che è diventato, e pone delle distanze insormontabili, rigide come il muro che accoglie i quattro nelle prime inquadrature. lasdistan

Las distancias, secondo film di finzione per la regista catalana Elena Trapé, proiettato all’interno della rassegna del Festival del Cinema Spagnolo (dal 2 all’8 maggio al cinema Farnese di Roma), è una luce puntata, e spietata, sulle contraddizioni dei rapporti umani, in cui ognuno dei protagonisti si trova a fare i conti con i giudizi mal celati degli altri e le proprie aspirazioni sfumate e vive ormai solo nel ricordo del loro gruppo unito, prima che tutto il resto li risucchiasse.

Il tempo del film gioca con la percezione dello spettatore, prima un venerdì sincopato che passa dalla mattina alla sera lasciando implicito il resto, poi un sabato: dilatato, molteplice, multi sfaccettato. Una giornata intera che fa emergere le incomprensioni e pone fine a rapporti che si pensavano diversi. La città tedesca è uno scenario freddo che azzera i convenevoli abitudinari lasciando nudi e scomodi i sentimenti peggiori. Tra Guille e Anna, fidanzati da anni, le cose non vanno più, Eloi finisce ad ubriacarsi in un pub squallido ripensando ai fallimenti di un lavoro precario, e Olivia non risponde alle chiamate di Gari, il suo compagno, perché si rifugia in un vecchio amore che scappa nuovamente da lei.

lasdLa domenica è infine un risveglio che chiude una parentesi disastrosa, che probabilmente i cinque si lasceranno alle spalle facendo finta di nulla, tornando alle loro malinconiche e piatte realtà. Il finale è perfetto, tutto si richiude sui ricordi di cui si sentono le voci e i tentativi di mantenere in vita i rapporti, riabilita una certa superficialità, percepita nel corso del film, legata alla caratterizzazione dei protagonisti, che risulta spesso approssimativa, o forse solo sapientemente accennata, per far sì che uscendo dalla sala le incertezze mostrate diventino quelle dello spettatore, che non potrà fare a meno di continuare a pensarci.

 

 

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

07/05/2019

qui il trailer ufficiale del film

Entrare nell’acqua, lasciar affondare e affogare il vecchio sé, riemergere rinnovati: è il nuovo battesimo sociale, affettivo, umano che insegue contraddittoriamente Israel (Israel Gómez Romero) per le due ore e mezza di "Entre dos Aguas" (2018), film di Isaki Lacuesta proiettato al cinema Farnese di Roma nel corso del dodicesimo Festival del Cinema Spagnolo. Appena uscito di prigione, il protagonista deve affrontare un’ulteriore odissea (o via crucis) per lavarsi di dosso le tracce del passato e tornare pienamente alla vita: fra una moglie che non lo accetta in casa e un reinserimento lavorativo non meno travagliato, tanto più per un giovane gitano nella periferia andalusa a nord di San Fernando. Ad accompagnare Israel, come un Virgilio poco meno fragile di lui, abbiamo il fratello Cheito (Francisco José Gómez Romero), marinaio che preferirebbe la stabilità di una vita da panettiere alle trasferte che rischiano di mettere in crisi (anche) il suo equilibrio coniugale.

Nel riprendere i fili della vicenda di Israel, già intessuti dodici anni prima con il film La leyenda del tiempo, il regista e co-sceneggiatore non può che riflettere prima di tutto sul passare degli anni e sulle cicatrici e le chimere che tale scorrere si porta dietro. Il cuore del problema è in una delle più belle inquadrature del film, dove da una tendina colorata in controluce sbuca la figura del protagonista prima ragazzino e poi adulto: la riscoperta e riconferma della propria identità rischiano ad ogni momento di farsi gabbia, marchio indelebile di scelte compiute e ingombranti eredità che restano sulla pelle come i tatuaggi di cui è cosparso il corpo di Israel. Non a caso è proprio la pelle tatuata l’elemento visivo (e tematico) su cui si sofferma più volte lo sguardo di Lacuesta, insieme a quello, opposto e complementare, dell’acqua: l’abbraccio totalizzante e purificatore di quest’ultima non può che scontrarsi, senza facili e pacificanti soluzioni, con i (di)segni di un’individualità non appiattibile (anche suo malgrado) al proprio stesso auspicio di riscatto-resurrezione.

In questa ambivalenza sofferta del personaggio principale (e non solo di lui), e nell’altrettanto indecidibile ambiguità tra forma documentaristica e finzione drammatica, l’unica verità stabile offerta dal film sembra essere allora quella dei corpi. Ai corpi Lacuesta si mantiene vicinissimo, dei corpi si mostrano le ferite aperte (come quella al piede che Israel si procura raccogliendo i frutti di mare) e i momenti più intimi e delicati (il parto all’inizio) con una crudezza che non è mai gratuita o morbosa: perché solo nella carne, nei suoi movimenti e soprattutto nei movimenti che il tempo imprime su di essa, si può (ri)leggere, (ri)scrivere e (ri)narrare la propria storia, il proprio percorso, le proprie relazioni con gli altri e con l’alterità degli spazi che si abitano. E questo non comporta necessariamente una soluzione ai rispettivi dilemmi: non troviamo soluzioni nel viso barbuto e negli occhi strabici di Cheito, né nei momenti d'amore che i corpi nudi di lui e della moglie strappano alla nuova, imminente partenza, e nemmeno nella schiena e nelle braccia tatuate di Israel: ma c’è in tutto questo una verità che respira e (r)esiste mentre i giorni la (ri)modellano, una verità che scorre e si deposita negli occhi e nelle memorie degli spettatori-testimoni, irrisolta quanto irriducibile.


Emanuele Bucci  7-5-2019

Primo premio all’ultimo Festival di Guadalajara, per le luci di García-Alix e le sue ombre, Alberto García-Alix: la linea de sombra (2017) di Nicolás Combarro è in programma alla 12° edizione del festival del cine español, dal 2 all’8 maggio 2019 a Roma, cinema Farnese. Un film su un artista, esito di una conoscenza di molti anni tra fotografo e regista, che risale al 1993. Un documentario e un’autobiografia girato in bianco e nero, proprio come le fotografie di García-Alix, e la sua voce fuori campo che ci conduce attraverso il documentario. Non c’è altro modo che la prima persona, per chi si racconta, di raccontare la sua storia e articolare una visione che è necessariamente sempre propria. Quello di Nicolás Combarro e Miguel Ángel Delgado, il regista e il produttore del film, è stato un viaggio affascinante, non soltanto nella fotografia, ma negli avvenimenti che hanno costruito la memoria delle immagini negli occhi, delle moto e degli aghi in vena: immagini tormentose e dolci della giovinezza, del rock e dell’eroina. Più costruite e fisse le fotografie, più nudi e fluidi i fotogrammi del film. Alberto García-Alix comincia il documentario affermando che c’è sempre qualcosa di inafferrabile che il fotografo, nell’immagine, non riesce a catturare. La linea d’ombra è un colpo di luce, una fotografia che è il limite irrappresentabile del ritratto. Come la fotografia immaginata del fratello morto, Willy. Come quella mai scattata al seno nudo della nonna che il nipote è incapace di fotografare, che rivela pudore (scena tagliata). La scena dello sviluppo delle fotografie in virato rosso, nella camera oscura, è un filmato in infrarossi – come accade per lo sviluppo di una foto, dove succede quello che succede – del quale l’esito del girato era celato. 
La sua fotografia evoca una distanza emotiva che è fondamentale per capire la profondità di questo artista. Eppure, il momento che lo avrebbe definito e che lo trasformerà in un fotografo coincide con una promessa d’amore: «Amavo una donna, avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Le dissi che ero fotografo e lei mi ha creduto. Poi lei mi disse che c’era bisogno di soldi per mangiare. Allora presi i rullini ed entrai in laboratorio. Guardavo e pensavo: amerò questo lavoro? Mi piace o non mi piace? La fotografia fin da subito mi ha obbligato a una riflessione». Alberto riflette sulla parola e sull’immagine attraverso una forte capacità narrativa quando parla, compositiva e descrittiva quando guarda. Le video creazioni che si vedono nella sequenza alla fine del film sono di Alberto, le quali mantengono il formato originale in 4/3 o 16/9, volutamente in contrasto con il formato del film in 4k. Cosa potremmo sapere, immaginare o ricordare della sua Leica se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le foto di un autodidatta testimone della Movida madrilena di nome Alberto García-Alix?

Elvia Lepore  07.05.19

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