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Correva l’anno 2000 quando Pina Bausch sorprese pubblico e ballerini con una nuova e inaspettata versione over 65 della sua celebre coreografia “Kontakthof”, letteralmente “luogo d’incontro”. I passi erano rimasti esattamente quelli messi in scena dal suo gruppo storico, il Tanztheater Wuppertal. L’atmosfera però era completamente diversa. La ricerca del contatto uomo-donna, l’eterna rincorsa verso l’altro si tingeva, nelle mosse di questi danzatori ormai avanti con gli anni, di un sapore nostalgico e malinconico - senza mai, però, rinunciare a una velata ironia. D’altronde, si sa, che da anziani torniamo tutti un po’ bambini.

Oggi come allora, un malinconico spirito fanciullesco domina anche “Una jeune fille de 90 ans”, documentario di Valeria Bruni Tedeschi e Yann Coridian, in cui danza, terza età e il loro reciproco rapporto hanno raggiunto il massimo sviluppo. Di anni, infatti, ne sono passati quasi venti da quella rivoluzionaria intuizione della Bausch. Nel frattempo molte cose sono cambiate: da un lato l’arteterapia in tutte le sue varianti, compresa la danza, si è radicata sempre di più come forma ausiliare di trattamento, dall’altra siamo tutti testimoni di come, l’aumento dell’età media abbia portato con sé una serie di problematiche alle quali stiamo iniziando gradualmente ad approcciarci, ma siamo ancora lontani dal trovarne una risposta certa. Sempre più anziani sono soli, mentre aumentano le malattie legate all’invecchiamento, prima fra tutte l’Alzheimer, definita da molti esperti l’emergenza della nostra epoca.

Ecco dunque che la sala d’incontro del "Kontakthof" – forse un oratorio o un circolo per anziani – lascia qui spazio a un vero e proprio reparto geriatrico di un ospedale francese, il Charles Foix d’Ivry-sur-Seine, nei pressi di Parigi, dove i pazienti malati di Alzheimer sono stati coinvolti in un laboratorio di danza condotto dal coreografo di fama internazionale Thierry Thieû Niang. Anche dal punto di vista tecnico, la narrazione di quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio esperimento sociale è al passo coi nostri tempi: i registi e il coreografo hanno scelto infatti di testimoniare il tutto tramite un documentario, genere che sta godendo di un rinnovato successo, dal cinema alla televisione. Anzi un documentario estremo, lo si potrebbe considerare. Una narrazione in fieri, in cui gli autori e le telecamere seguono gli sviluppi del percorso, giorno per giorno, senza un copione, senza espedienti per forzarne la trama, che, ad un certo punto, prende un risvolto talmente inatteso, da essere definito dagli stessi «un miracolo». Blanche Moreau - la «jeune fille» di 92 anni, che, alla luce del profondo rapporto instauratosi tra lei e Thierry, è diventata inevitabilmente la protagonista assoluta del film – si innamora del coreografo e, nel crepuscolo della sua spoglia stanza d’ospedale, gli confessa «je t’aime».une jeune fille de 90 ans 6

Un’unione indissolubile tra film e realtà, tra arte e vita, dove i confini sono estremamente labili e spesso sensibili. Ecco perché il documentario, pur nella sua impeccabilità tecnica e nella sua intensità tematica, non è stato esente da critiche, in primis dal punto di vista morale. Ci si è chiesti soprattutto fino a che punto fosse lecito filmare dei pazienti che, proprio a causa della loro malattia, erano per lo più inconsapevoli di essere ripresi e regalavano momenti preziosi e intime memorie a un vasto pubblico di sconosciuti. Certo, è vero che - come ha raccontato lo stesso Coridian in occasione della presentazione del film al Nuovo Cinema Sacher di Roma il 5 aprile scorso, durante la sesta edizione del Rendez-Vous – Festival del nuovo cinema francese – durante la proiezione molti di loro non si sono neanche riconosciuti. Però la questione è talmente delicata che risulta particolarmente difficile condurne un dibattito etico. Sarebbe probabilmente più facile, invece, analizzare dal punto di vista medico gli effetti che il laboratorio ha avuto sui pazienti coinvolti- positivi e negativi. Il tutto è durato infatti solamente sei giorni – il tempo delle riprese – e poi ognuno è tornato alla sua vita. Sicuramente l’approccio alla danza, i metodi dolci e pazienti di Thierry, il contatto con l’altro e la distrazione da una routine malata, hanno portato, durante il seminario, a degli evidenti benefici, visibili nello stesso film. Ma che ne è stato dei pazienti una volta smontato il set? La magia per gli artisti era finita, la vita, lì all’ospedale, per i pazienti continuava.

Tanti quesiti rimangono dunque aperti, non solo dal punto di vista delle scelte di ripresa. Il messaggio che il documentario ci trasmette è, infatti, forse ancora più forte di ogni questione etica o medica. La raffigurazione cruda e poetica della fine vita, della quarta età e di una malattia come l’Alzheimer – temi sempre più attuali, ma cui la nostra società sembra cercar solo di fuggire – non può che tenerci a bocca aperta, dalla prima all’ultima scena. Si rimane senza parole, scossi, commossi, divertiti e turbati, in vortice di sentimenti che si stagliano in una dimensione spazio-temporale sospesa per 85 lunghi ma intensi minuti. E che fuori stia scoppiando la primavera, che i fiori di pesco siano en pendant con i manifesti del Rendez-Vouz proprio ce ne dimentichiamo.

Virginia Zettin 27/04/2018

Geniale, incompreso, radicale, innovativo, unico. Van Gogh è sicuramente uno degli artisti più controversi e interessanti che abbia mai attraversato questo mondo e tanto è stato detto su di lui e sulla sua arte. Il documentario diretto da Giovanni Piscaglia e scritto da Matteo Moneta, “Van Gogh. Tra il grano e il cielo”, offre uno sguardo nuovo e parte dal lascito della più grande collezionista delle sue opere, Helene Kröller-Müller, per raccontare l’unione spirituale di due anime affini, dominate entrambe dal tormento e dall’inquietudine. I due non si incontrarono mai in vita ma condivisero la stessa tensione verso l’infinito e la ricerca forsennata di una dimensione religiosa pura. L’occasione per ripercorrere l’intensa parabola artistica di Van Gogh è la mostra curata dallo storico dell’arte Marco Goldin e allestita alla Basilica Palladiana di Vicenza, che raccoglie 40 dipinti e 85 disegni provenienti dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda. La delicata voce di Valeria Bruni Tedeschi accompagna l’intero racconto attraverso le tante lettere scritte da entrambi nella loro vita. Ripresa all’interno della chiesa di Auvers-sur-Oise, la stessa dipinta da Van Gogh qualche settimana prima di suicidarsi, l’attrice ci porta per mano lungo i principali periodi dell’attività del pittore. Dagli anni olandesi, dominati dai colori scuri, terrosi, che richiamano le scene di vita contadina così magnificamente ritratte, si passa al periodo parigino dove Van Gogh sperimenta soluzioni mai provate da nessuno. Scopre Seurat, conosce Signac ed è subito l’esplosione del colore.

Gli accostamenti cromatici della pittura a piccoli tocchi degli Impressionisti e ancor di più dei Post-Impressionisti viene portata ai massimi livelli espressivi, segnando lo stile unico che lo ha reso indimenticabile. Ma è solo sotto il sole di Arles, in Provenza, che il pittore si perde nella luce e nell’estasi della pittura en plein air. Sarà il periodo più felice di Van Gogh, che di lì a poco manifesterà le prime crisi che lo porteranno prima al ricovero e poi al suicidio. Al viaggio dentro la mostra, che dà un grande rilievo anche al disegno nella pratica artistica del pittore, si affianca quello in alcuni dei luoghi più importanti per la sua arte, oltre a una serie di riprese del Kröller-Müller Museum. Sfortunato in vita, Van Gogh poteva facilmente essere dimenticato insieme alle sue opere se non fosse stato per Helene Kröller-Müller che con la sua collezione è riuscita a restituirgli l’affetto e il riconoscimento che non aveva avuto in vita. Van Gogh è per lei un esempio da seguire, qualcuno in cui riconoscersi. Una delle donne più ricche d’Olanda, Helene Kröller-Müller dopo un viaggio in Italia, tra Milano, Roma e Firenze decide di fondare un museo per condividere con gli altri la serenità e il conforto che trae dall’arte. Convinta che l’arte si gusti meglio solo lontano dal tumulto della città, lo pone immerso nel suggestivo bosco di una vasta riserva naturale e, oltre alle opere di Van Gogh che occupano il cuore del museo, all’interno si trovano capolavori di Picasso, Seurat, Signac mentre all’esterno un grande parco della scultura accoglie lavori di Rodin, Moore, Fontana e molti altri. Distribuito da Nexo Digital, “Van Gogh. Tra il grano e il cielo” (al cinema solo il 9-10-11 aprile) ci avvicina quindi alla tormentata vita del pittore che forse più di ogni altro ha influenzato l’arte del XX secolo e lo fa narrandoci l’intreccio indissolubile di arte e vita che ha condiviso con la sua più grande ammiratrice.

Giorgia Sdei 31/03/2018

 

Giorgia Sdei

30/03/2018

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