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Mercoledì, 22 Maggio 2019 08:30

Aladdin: l'Oriente magico e pop di Guy Ritchie

Chissà se tra i Mille e uno racconti nelle altrettante celebri notti in cui la bella Shahrazād riuscì ad intrattenere il re Shahriyār, facendolo così desistere dalla litania di uccisioni di donne, che ogni sera sposava e l’indomani faceva uccidere, il racconto di Aladino e la lampada lo colpì.
Di certo convinse il team di Walt Disney che nel corso del suo periodo migliore, gli anni ’90, decise di avviare da quella storia la produzione di uno dei cartoni animati più amati della storia Disney.
Quasi 30 anni dopo, quei cartoni rappresentano ancora la dorata rendita della casa di produzione americana che, infatti, da qualche anno a questa parte (e ancora se ne prevedono in programma), ha deciso di riproporre i suoi “classici” di successo in versione “live-action”, con protagonisti attori veri e propri e l’immancabile ausilio delle più recenti acquisizioni in ambito di design e computer grafica.
Così, dopo Alice nel Paese delle Meraviglie, Cenerentola, La bella e la bestia, Dumbo, ecco Aladdin con la regia del britannico Guy Ritchie, da oggi in sala in Italia e da venerdì 24 maggio negli Stati Uniti.aladdin3
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Ritchie e John August, non tradisce la trama originale del cartone, aggiungendovi dei dettagli: Aladdin (Mena Massoud), un giovane ladruncolo di buon cuore che, orfano, insieme alla sua fidata scimmietta Abu, ha imparato a vivere come meglio può, tra espedienti e innocenti furti nei vicoli segreti e caotici, “tra spezie e bazar” nella vivace città di Agrabah.
Per caso, incontra e si innamora della bella principessa Jasmine (Naomi Scott), figlia del sultano (Navid Negahbad), costretta alle rigide regole della legge e della tradizione, che la vogliono sposata. Nel film la principessa può contare non solo sulla compagnia della tigre Raja, ma anche su quella che è molto più di un’ancella, un’amica, Dalia (Nasim Pedrad).
Il gran visir Jafar (Marwan Kenzari), fidato consigliere del sultano, nonché stregone, è avido di potere e per realizzare la sua brama vuole ricorrere ai tre desideri che solo un Genio (Will Smith) intrappolato in una magica lampada ad olio può realizzare.
Una fiaba affascinante in un luogo come l’Oriente legato alle tradizioni e al passato, che il regista ricontestualizza con modernità, muovendosi su tematiche già presenti nel cartone, ma su cui viene posto l’accento in maniera più decisa.
Così, la coscienza di classe, l’auto-determinazione femminile e l’importanza di essere sempre se stessi conferiscono spessore al racconto e delineano personaggi veramente umani.
jafar in the new aladdin movieJafar è un malvagio self-made man, con un passato da ladro ed emarginato, è riuscito a diventare visir del sultano, ma vive nel complesso di essere sempre secondo a qualcuno, egli non accetta la sua condizione e se nel cartone costituisce un sodalizio ironico con il suo pappagallo Iago, qui è solo la bramosia che lo guida; Jasmine non è la principessa annoiata dalla vita di corte e dai mille pretendenti, ispirata solo dal vero amore.
Ella vuole che il suo privilegio di nascita, unito alle doti della mente, alla tempra decisa e all’amore del popolo, la portino ad essere guida politica di Agrabah, a prescindere dall’amore e dal matrimonio con un uomo: il suo carattere indipendente è sottolineato anche da un’inedita canzone (è la cantante Naomi Rivieccio, reduce da X-Factor, a dare voce alle note della principessa).
Persino Aladdin, abituato ad essere considerato una nullità, si lascia andare, seppur per amore, alle lusinghe di un apparente benessere, non sapendo di essere già un “diamante allo stato grezzo”.
Il Genio, che possiede invidiabili poteri, subordinati però alla presenza di un “padrone”, desidera essere libero e vivere come tutti gli esseri umani. dalia
Non mancano, ovviamente, la magia e l’allegria che le fiabe portano con sé: il Genio-Smith è sicuramente una carica di ironia, carisma e mimica preponderante in tutto il film, riunendo in sé le doti dei due poliedrici attori che nella versione americana e italiana hanno dato voce al personaggio, Robin Williams e Gigi Proietti.
Sicuramente Will Smith ammicca il pubblico con un personaggio che è nelle sue corde di carismatico interprete, ma anche il resto del cast regge bene la prova dello schermo: Mena Massoud e Naomi Scott, giovani e belli, sembrano essere usciti dalle matite dei disegnatori Disney, ballano, cantano, emozionano mentre planano sull’incantato tappeto volante.
La “new entry” Dalia alias Nasim Pedrad, temprata dagli anni al Saturday Night Live, colora con verve un personaggio solo apparentemente banale, con un ruolo determinante nel futuro del Genio. Navid Neghabad è un sultano saggio e dimesso, con la calda e matura voce di Gigi Proietti, un delicato e sentito cameo nel doppiaggio. Il Jafar di Marwan Kenzari è tutto d’un pezzo, forse non così tagliente e magnetico come riusciva ad essere il personaggio d’animazione.
aladdin 5Se per sprigionare magia basta sfregare un po’ la lampada, ad Alan Menken basta invece sfiorare i tasti di un pianoforte: è lui che, come nel ’92, cura la colonna sonora del film che tra classici ri-arrangiati (Un amico come me, Il mondo è mio) ed inediti, unite a coreografie grintose tra pop e breakdance, ma anche ai costumi e alle scenografie curate nei dettagli e quasi degne di un kolossal, mette il “la” a quello che ritengo il miglior live action Disney finora realizzato.aladdin 2
Certo, per apprezzare a pieno il lavoro degli interpreti, il film andrebbe visto in lingua originale: il doppiaggio italiano se nelle parti canore è buono, nelle parti recitate mostra qualche difetto e come in tutti i film doppiati, non permette di recepire a pieno la performance dell’attore, pur facendo emergere le qualità dei nostri invidiabili attori-doppiatori. 
In ogni caso, Guy Ritchie avrebbe spodestato sicuramente per fantasia la bella Shahrazād nell’harem del re.

 

Noemi Riccitelli 22/05/2019

Nel lungo elenco di classici appartenenti al canone Disney, Dumbo occupa un ruolo fondamentale poiché quando uscì, nel lontano 1941, la grande casa di produzione attraversava un periodo economicamente delicato, reduce dagli scarsi incassi di Fantasia e di Pinocchio, e fu proprio il suo enorme successo a invertire la rotta e a permettere all’azienda di proseguire nel suo cammino. Non sorprende dunque che, all’interno dell’ambizioso progetto di rivisitazione in live action delle proprie opere d’animazione più celebri, la Disney abbia deciso di rispolverare questo film a quasi ottant’anni di distanza: ed ecco quindi giungere nelle sale, con un carico di aspettative non indifferente, il nuovo Dumbo firmato da un regista del calibro di Tim Burton.
La vicenda originale è ben nota a tutti ma questa versione se ne discosta in maniera rilevante, complice la necessità di allungare la modesta durata – appena 63 minuti – della pellicola del 1941. Così, alla sfortunata storia del cucciolo di elefante dalle orecchie giganti, si affiancano diverse piste narrative incarnate dai numerosi personaggi umani presenti in scena: il buffo e burbero direttore del circo Max Medici (Danny DeVito), che cerca di mandare avanti la propria attività nonostante il periodo di forte crisi; l’ex cavallerizzo Holt Farrier (Colin Farrell), tornato dalla Grande Guerra con un braccio solo e alle prese con il difficile compito di fare da genitore ai suoi due giovani figli; la seducente acrobata francese Colette Marchant (Eva Green), all’apparenza altezzosa ma dotata in realtà di un cuore d’oro; e infine l'affabile imprenditore circense V.A. Vandemere (Michael Keaton), interessato a lucrare sulle straordinarie doti di Dumbo e, da metà film in poi, vero e proprio motore di una trama che si spinge ben oltre l’epilogo originale e si concentra sul tentativo di ricongiungimento tra il tenero elefantino, divenuto ormai una star nazionale, e sua madre, ridotta a triste fenomeno da baraccone nel parco divertimenti dello stesso Vandemere.Dumbo 02
Si capisce presto come questo Dumbo non voglia essere un banale remake ma cerchi di sviluppare e aggiornare i temi cardine dell’opera di riferimento: l’indubbia qualità del comparto artistico e tecnico – dalle mirabolanti scenografie ai caleidoscopici costumi di Colleen Atwood passando per l’efficace ricorso alla CGI – e il gran numero di nomi di spicco nel cast evidenziano quanto la Disney abbia creduto e investito in un simile progetto. Nonostante ciò, il film non riesce a convincere fino in fondo: se la prima metà procede piuttosto bene, introducendo i nuovi personaggi (che però restano in superficie e non vengono mai realmente approfonditi) e offrendo alcune felici invenzioni visive, la seconda parte invece si caratterizza per un generale indebolimento della scrittura – a cominciare da un antagonista che sembra agire come tale soltanto per obblighi narrativi – e conduce a un finale frettoloso e approssimativo, viziato da un politically correct di cui si sarebbe potuto fare a meno. La presenza dietro la macchina da presa di Tim Burton – un autore che ha spesso messo al centro dei propri lavori delle figure emarginate e dei solitari freaks, attraverso uno stile barocco e piacevolmente kitsch – si fa sentire qua e là ma non comporta quell’auspicabile valore aggiunto di cui il film avrebbe avuto bisogno e la sua regia risulta, salvo qualche sporadica eccezione, non particolarmente ispirata.Dumbo 03
Rivolto a un pubblico di famiglie e destinato a essere seguito da altri due imminenti remake in live action – vale a dire Aladdin e Il Re Leone, in arrivo tra maggio e agosto –, Dumbo appare come un’opera riuscita a metà, tecnicamente ineccepibile ma capace solo a tratti di sfoderare la calorosa magia del film originale e di regalare agli spettatori delle sincere emozioni: mancanze non di poco conto che gli impediscono di compiere quel salto di qualità che avrebbe altrimenti reso memorabile un’operazione di questo genere.

Francesco Biselli  28/03/2019

In principio fu la Computer Graphics Division della Lucasfilm (all’epoca al lavoro ance su “Star Wars”). Poi, nel 1986, la Pixar si costituì software house indipendente – e fra i membri fondatori c’era anche un certo Steve Jobs, che si era appena licenziato dalla Apple. Dopo cominciò un lungo percorso, inizialmente accidentato – come in tutte le storie di formazione che si rispettino – in un mercato in cui le imprese dell’industria audiovisiva digitali nascevano e morivano in un battito di ciglia o quasi. C’era, anche, tanta voglia di innovare e una creatività fuori dai canoni tradizionali alla base di quest’azienda, che appena dieci anni dopo avrebbe portato nei cinema, grazie a una collaborazione con la Disney, “Toy Story”.

Da lì inizia la storia che il grande pubblico conosce bene, la storia dell’animazione digitale su grande schermo, composta di film dalla qualità tanto elevata da meritarsi persino candidature agli Oscar. “Pixar: 30 anni di animazione”, però, parte dal principio. Da “The Adventures of André and Wally B.”, primo cortometraggio realizzato nel 1984 da quel John Lasseter che tanta parte avrà nella vita della bottega di animazione digitale più famosa del mondo. IMG 20181031 115718

La mostra, ospitata a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 20 gennaio 2019, ripercorre così le varie tappe dello sviluppo e del successo della Pixar, correndo su due percorsi paralleli: quello dedicato ai concept originari dietro ogni film prodotto dalla multinazionale di Emeryville; quello tematico, che affronta, sala per sala, un aspetto tecnico e artistico differente dietro la creazione di un lungometraggio animato Pixar.

La mostra non si limita, infatti, a essere uno showcase di bozzetti, illustrazioni e riproduzioni in resina di personaggi e panorami, ormai entrati nell’immaginario collettivo del visitatore. E non è nemmeno un depliant propagandistico dei valori dei Pixar Animation Studios. Certo, la filosofia dell’azienda è presente in tutte le didascali, i pannelli e nell’assetto della mostra, che però si rivela molto di più. È un viaggio a tutto tondo, prima di tutto nelle tecniche digitali sviluppate per la realizzazione dei più semplici corti animati iniziali e poi di storie così ambiziose, da richiedere algoritmi appositi, per ricreare realisticamente l’effetto di movimento del pelo lucido di un orsetto di pezza come il Lotso di “Toy Story 3”.

A disposizione dei visitatori non c’è solo una serie di date – la storia della nascita e dello sviluppo degli Studios occupa una sala a sé stante – ma tutto il modus operandi dietro la creazione di un film Pixar. Si parte dalla triade “Storia – Personaggi – Mondo”, che ogni membro del team creativo deve tener presente come unica linea guida, potendo poi esplorare in totale libertà ogni versione possibile della storia da raccontare, prima di giungere a un concept condiviso. C’è la “credibilità”, quella coerenza interna fatta di regole proprie di cui bisogna tener conto, se si vuole offrire al pubblico una storia convincente. C’è il passaggio dal bozzetto alla scultura al modello in 3D per la creazione dei personaggi definitivi – una gestazione che tocca più arti e più competenze contemporaneamente.

IMG 20181031 120952 C’è poi tutto l’aspetto strettamente tecnico della creazione di uno storyboard e della trasformazione di quello storyboard in suoni, colori, emozioni e in una base convincente per un lungo processo di animazione e ripulitura, che solo software messi a punto ad hoc possono permettere di realizzare – la Pixar, ai suoi esordi, brevettò Renderman®, ad oggi il software più utilizzato a Hollywood per il rendering delle scene animate in digitale.

Non mancano, ovviamente, i contributi filmati: dai primissimi cortometraggi in un’animazione 3D che per l’epoca era rivoluzionaria a chicche artistiche molto ricercate. Come lo Zootropio di Toy Story, sorta di lanterna cinese 2.0, che si rifà a uno zootropio tridimensionale de “Il mio vicino Totoro”, messo appunto dagli amici della Pixar per il Museo Ghibli di Mikitaka, a Tokyo. Qui è stato riadattato per mostrare come funziona l’animazione frame per frame, ricorrendo a delle sculture poste su piattaforme girevoli, invece che ai fotogrammi disegnati. E come l’Artscape: questo video, per la regia di Andrew Jimenez, prende il visitatore per mano e lo trasporta in un’esperienza visivamente immersiva all’interno di dipinti tradizionali, che vengono esplorati attraverso un movimento tridimensionale simulato e che raccontano i momenti salienti di ogni lungometraggio realizzato dai Pixar Studios fino a “Toy Story 3”.

Pixar: 30 anni di animazione” si rivela così un’attrazione coloratissima per i bambini, sicuramente, ma soprattutto un’occasione per appassionati e addetti ai lavori di esplorare il dietro le quinte di un mondo complesso. Troppo spesso ci si convince che chi lavora nel mondo dell’animazione produca sogni bellissimi, frutto di un’ispirazione momentanea. Questa mostra prova, invece, quanto lavoro e quanto metodo esista persino dietro un semplice cortometraggio. Un’esperienza arricchente e alla portata di tutti, anche dei fan, semplicemente curiosi di scoprire cosa si nasconde dietro quei film che hanno segnato la loro infanzia.

Di Ilaria Vigorito, 31/10/2018

Nel mondo della tecnologia, dell’audio-visuale, di occhi costantemente illuminati da sfondi di computer, o immersi in schermi cinematografici, nemmeno un’arte dai caratteri così antichi come quella delle fiabe ha saputo resistere all'onda d'urto del cinema; una forza che, sin dai tempi dei fratelli Lumére, ha travolto l’immaginazione dell’uomo. Anzi, sostenuto dal genio e dalla lungimiranza di Walt Disney, quello dei cartoni animati è stato uno dei primi campi ad aver compreso la portata rivoluzionaria di questo universo, traducendo in codici filmici ciò che fino a poco prima era destinato alla tradizione orale fiabesca. A correre veloce a fianco al colosso disneyano (tanto da esserne poi inglobata) è comparsa alla fine degli anni Ottanta, la Pixar Animation. Nata come divisione della Lucasfilm di George Lucas, la Pixar ha saputo negli anni riservarsi un posto d’onore negli annali dello sviluppo tecnologico d’animazione. Acquisita da Steve Jobs nel 1984 (al patron dell’Apple si deve infatti il nominativo di “Pixar Animation Studios”) è di due anni seguenti la creazione del cortometraggio che spalancò le porte del successo di questa azienda. Nel 1986, infatti, John Lesseter, ispirandosi alla lampada appoggiata sulla sua scrivania, diede vita a Luxo Junior, la lampada “bambina” protagonista del cortometraggio omonimo, nonché logo della stessa Pixar. In Luxo Junior le due lampade, genitore e figlio, sono animate in una scena di vita quotidiana.

Rari gli insuccessi che l’azienda ha conosciuto sin dai tempi del suo primo lungometraggio - "Toy Story" - incasellando perlopiù plausi dalla critica e consensi unanimi dal pubblico. Normale dunque chiedersi quale sia il segreto nascosto dietro a così tanto successo.
La Disney Pixar ha il dono di guardarsi intorno, rileggere il mondo che ci circonda, i problemi che ci affliggono, tramutandoli in sceneggiature e personaggi da animare. I creatori di "Ratatouille", "Inside Out" e "Cars" non si limitano cioè a rinnovare morali favolistiche e valori essenziali, quanto edulcorare eventi, movimenti, rivoluzioni che scuotono la nostra società in tutti i suoi campi, rendendoli facilmente assimilabili e comprensibili anche a un pubblico più giovane. E qui il termine “anche” non è usato a caso, ma fortemente voluto. Già, perché un altro punto di forza di casa Pixar è il suo non volersi indirizzare solo ed esclusivamente a un pubblico infantile, come invece fatto dai grandi concorrenti (si pensi solo a Illumination Entertainment), quanto elevarsi ai grandi, a quell’universo di spettatori che ancora preservano intatto il fanciullo che è in loro, che amano le fiabe e i cartoni animati, ma allo stesso tempo restano attenti alle problematiche del mondo. Non che la Dreamworks o la Warner Bros. non integrino i propri intrecci di messaggi sensibili all’accettazione di ciò che inspiegabilmente considerato come “diverso” (si pensi a "Shrek") o a temi sociali scottanti come l’adozione e l’importanza della figura paterna nella crescita di un figlio ("Kung Fu Panda 3"), eppure in essi risulta predominante un aspetto ludico e frivolo che preferisce generare una risata nel proprio spettatore, piuttosto che sconvolgerlo emotivamente. toy story

Un universo multi-stratificato e dalle molteplici chiavi di letture adatte a ogni fascia d’età caratterizza invece i prodotti Pixar. Se per i più piccoli ogni nuova creazione può essere interpretata come fonte di intrattenimento e ludico apprendimento dei messaggi essenziali alla loro crescita, per i grandi sono punti di confronto e spunti di riflessioni circa ciò che li circonda nel mondo esterno. L’importanza dell’amicizia e del reciproco aiuto di "Toy Story" lascia dunque spazio ad argomenti quali l’indipendenza femminile in un mondo ancora non stravolto dalla campagna #metoo ("Ribelle – The Brave") e prettamente dominato da un’indole sessista (un universo poi ripreso e ben analizzato nel recentissimo "Gli Incredibili 2"); vi è poi la difficoltà nell’accettazione del lutto e del senso di famiglia di "Alla ricerca di Nemo", la morte stessa in "Coco"; l’abbattimento delle barriere e dei pregiudizi in "Ratatouille", la neurologia e l’importanza di ogni singola emozione che ci domina in "Inside Out" e, perfino, l’inquinamento e il sempre più spaventoso spettro dell’obesità dilagante con "Wall-E". Compendi perfetti di risate e lacrime di commozione: ecco cosa sono i lungometraggi firmati Pixar. Studi antropologici e saggi di attualità infarciti da battute alacri e software di animazione sempre all’avanguardia. I cartoni animati Disney Pixar piacciono semplicemente perché rasentano la perfezione; sono chiavi pronte ad aprire porte su antri nascosti della nostra mente e del nostro cuore; scosse elettriche capaci di rianimare sogni e ricordi sopiti per anni. Macchine del tempo che ci conducono verso tempi e spazi passati; strade lastricate di riflessioni e pensieri, dove ogni curva è un passo verso la consapevolezza del mondo adulto, e ogni rettilineo – paradossalmente – un cammino spianato verso un universo solo apparentemente perduto: l’infanzia.

Elisa Torsiello 05/10/2018

Commentando i deludenti risultati al botteghino del nuovo spin-off di Star Wars ("Solo: A Star Wars Story" ha incassato soltanto 101 milioni di dollari in chiusura del weekend lungo del Memorial Day), Ron Howard ha dichiarato di sentirsi soddisfatto per aver battuto un record personale. Il riferimento è al suo Codice Da Vinci, che al weekend di esordio incassò 77 milioni di dollari. Il regista si dimostra così maestro Jedi di ottimismo; questo non basta a cancellare la sensazione che il prequel su Han Solo, uscito nei cinema italiani il 23 maggio, sia stato una scommessa persa

Dispiace, perché il cast si è impegnato al massimo per la buona riuscita del film. L’interpretazione che più convince è quella di Donald Glover, che ha saputo ricoprire con un velo di fascino scanzonato un Lando Carlissian più doppiogiochista e sleale che mai. Molto più ardua la sfida per Alden Ehrenreich, che qui avrebbe dovuto interpretare un giovanissimo Han Solo. Ehrenreich, tuttavia, non possiede il carisma cinico di Harrison Ford e la scrittura piatta del film trasforma quello che doveva essere un trafficante, tanto rapido con le parole quanto con la pistola, in una specie di eroe ribelle con un grande cuore. Solo 2

In realtà, questo Han Solo soffre di mancanza d’identità cronica, come tutto il prequel (che nelle intenzioni della Disney dovrebbe dare vita a una vera e propria trilogia a sé stante). Per le due ore e un quarto trascorse nella sala si ha l’impressione di guardare una storia che non ingrana mai, che non sa se essere dramma o commedia. Ci si trova davanti a una serie di episodi sparsi, giustapposti fra loro con l’intenzione di creare una piccola epopea, un’avventura in cui il contrabbandiere più ricercato della galassia non fa altro che raccogliere i pezzi, che dovrebbero fare di lui il personaggio che tutti conosciamo.

Ci sono, in ordine sparso, l’incontro con Chewbacca, la famigerata partita a carte con Lando per la proprietà del Millennium Falcon, le prove che dimostreranno la sua abilità come pilota, i suggerimenti che lo porteranno a incontrare Jabba the Hutt a Tattooine. Nel mezzo continui cambi di scenario, a volte immaginifici, ma che sanno sempre di già visto. Un attimo prima sembra di muoversi fra i sobborghi sporchi di una città caotica a-là Blade Runner; subito dopo si fa un salto nel passato, fra trincee da Prima Guerra Mondiale. E poi è la volta di un assalto al treno, in pieno clima da Far West, solo spostato fra montagne innevate. Solo 3

I personaggi originali, inventati apposta per quest’avventura, non aiutano a correggere il tiro di un film che, perlomeno, avrebbe potuto reggersi sulla forza degli interpreti. Woody Harrelson fa del suo meglio per offrire una versione ruvida e vissuta del trafficante Tobias Beckett. Emilia Clarke, invece, non riesce a risollevare dalla monotonia Qi’ra. Nata come puro love interest di Han, si rivela un personaggio incompleto, fatto di non detti che aspettavano di essere esplicitati negli episodi successivi di questa saga spin-off. Nel mezzo di questo potpourri di generi e suggestioni, qualche guizzo di emozione c’è, soprattutto nello spericolato e adrenalinico inseguimento all’interno di un gigantesco maelstrom spaziale.

E poi c’è quella nostalgia sottile, tutta riservata ai fan storici della saga, che balugina qua e là, soprattutto quando il profilo del Millennium Falcon si staglia nella notte cosmica o l’effetto anni Settanta del salto nell’iperspazio riempie lo scherma del cinema. Troppo poco per ricreare le atmosfere di una saga che ha fatto la storia. Troppo poco anche per emozionare un pubblico di neofiti che, in piena abbuffata da film supereroici, non troverebbero in questo film nemmeno l’adrenalina del blockbuster d’azione dal ritmo serrato. Con buona pace di Ron Howard.

Ilaria Vigorito 29/05/2018

È operazione comune che narratori e drammaturghi decidano di raccontare un mito consolidato, pur con differenze notevoli di versione in versione, secondo punti di vista inediti, per disvelarne i sottintesi nodi psicologici o esplicitarne i tabù più nascosti. Questo il caso di Joel Pommerat, autore di teatro francese che, con “Cenerentola”, “Pinocchio e “Cappuccetto Rosso”, si pone proprio tali obiettivi. Nello specifico, la sua “Cendrillon” (francese per “Cenerentola”) si inserisce nel filone tracciato originariamente da Giambattista Basile e Charles Perrault nel diciassettesimo secolo, e dai fratelli Grimm nel diciannovesimo.
La versione più vicina a Pommerat nei toni, più che nel tempo, è quella del suo connazionale Perrault. Questi epurò i tratti più cupi e violenti del racconto di Basile, probabilmente per narrare la fiaba a corte a un pubblico aristocratico. In Basile, infatti, Cenerentola (anzi, “Zezolla”) uccide la sua prima matrigna per far sposare al padre la sua istitutrice, che si rivelerà, tuttavia, ancora più crudele. Colpa e espiazione vengono rimossi da Perrault, al loro posto trova rifugio una sofferenza generosa, cristiana, con cui Cenerentola affronta la vita di sacrificio che le è capitata, suo malgrado. L’accettazione del proprio destino, successivamente ribaltato, è alla base anche della versione Disney, ancora più edulcorata e allegorica. Cene1L’infelicità colpisce gli ingiusti mentre, chi è di cuore puro, viene premiato con agio e ricchezze. A legare i due mondi, più che una zucca trasfigurata, lo strumento simbolico della perraultiana scarpetta di cristallo, grazie al quale l’amore salvifico del Principe potrà ritrovare la sua destinazione naturale.
Sebbene da questa fonte prenda il via il dramma di Pommerat, vi si discosta anche con decisione antitetica. Pur astenendosi da crude violenze tipiche della fiaba originale, centrali nella versione dei Grimm, l’autore teatrale francese riscopre le delicatezze nervose di un dramma familiare e psicologico. Il buio, quindi, ritrova spazio sulla scena, si fa esso stesso scenografia, delimitata da pareti invisibili e luci fatiscenti. Pommerat non manca di donare al racconto sfumature moderne che impreziosiscono di inquietudine il trauma della protagonista: l’incomunicabilità diventa primo e ultimo antagonista, generato dall’incapacità di elaborare lutto e dolore. Cenerentola, all’anagrafe Sandra, non comprende (o non vuole comprendere) le ultime parole di sua madre, la cui sopravvivenza demanda al ricordo ossessivo, scandito letteralmente da cinque minuti di orologio. È il ritorno della colpa di Basile, per riparare alla quale la ragazza si sottoporrà volentieri a qualsivoglia tormento di matrigna e sorellastre, anzi, spesso superando per scelta la loro stessa immaginazione.
Lo stesso Principe, denudato di prestigio e autorevolezza che si è soliti associare al suo ruolo, è un ragazzo impacciato, goffo, frenato dallo stesso trauma e dalla stessa incapacità di accettare la morte della madre. Sarà Cenerentola, altra metà di una complementarietà predestinata, a mostrargli la strada, severa ma giusta, della realtà. La ragazza diviene medicina per sé e del Principe, la cui gratitudine sarà incarnata dal dono di una scarpa, regale sì, ma ben lontana dal cristallo. Affetto e gratitudine ben più comuni, quindi, sostituiscono l’amore fiabesco, in una storia che non conduce due giovani da un mondo di miseria e solitudine a uno di sentimenti e ricchezza, ma dall’infanzia all’età adulta.
Cene2Dalla riscrittura di Joel Pommerat, arriviamo infine ai giorni nostri, con la messa in scena di “Cenerentola”, seguita a breve distanza da “Pinocchio”, di Fabrizio Arcuri, con gli attori dell’Accademia degli Artefatti, al Teatro India di Roma (24-29 aprile). Arcuri si muove entro i limiti del testo francese, ne segue pedissequamente le suggestioni verbali e psicologiche. Quel che si trasforma ulteriormente, nella sua visione, è la scena: da cupa si fa più grottesca, colorata da incursioni pop, musicali (Bob Dylan, Madonna, Gary Jules) e non. La voce narrante, impersonale in Pommerat e accompagnata da un mimo, viene incarnata da un personaggio altrimenti partecipante, dotato di microfono. Il gioco di specchi si moltiplica, con frequenti spunti di meta-teatro. La ricerca dell’autore francese, la sua decostruzione psicologica della fiaba, ben si prestano a un approfondimento scenico sull’identità del racconto drammaturgico. Di contro, l’aspetto e l’azione godono di nuova leggerezza, ricercano all’interno della moderna complessità di contenuti un’allegria e una joie de vivre quantomeno post disneyane. Una contaminazione dal sapore vagamente burtiano, una Cenerentola nel paese delle non-meraviglie che a secoli dalla sua nascita si ostina, con merito dei propri interpreti, a ringiovanire.

Andrea Giovalè 28/04/2018

Recensione di "Cenerentola" di Fabrizio Arcuri: http://www.recensito.net/teatro/cenerentola-fabrizio-arcuri-teatro-india-fiaba-moderna.html

Martedì, 21 Marzo 2017 15:55

Quando diremo “Ciao” a Veltroni?

FIRENZE – Doveva andare in Africa a fare volontariato una volta lasciata la politica. Del Walter Veltroni sindaco di Roma si ricordano più le sue continue e infinite foto con Totti, che ha pure sposato, che i provvedimenti presi per la città. No, invece l'approvazione del nuovo piano regolatore che ha permesso ai costruttori edili di edificare settanta milioni di metri cubo di cemento ce la ricordiamo. Alemanno sostenne che Walter aveva lasciato il debito1Veltroni pubblico della Capitale ad 8 miliardi di euro. Ma anche la Notte bianca e la Festa del Cinema. Luccichini quando i problemi veri di Roma sono ben altri. Poi questo Paese ripulisce, santifica, certifica, consacra, perdona, soprattutto scorda, dimentica. Tu chiamale, se vuoi, rimozioni. Che se riporti alla memoria allora sei un fazioso, un acido, un arcigno detrattore. “È un cattivo travestito da buono. Persegue con ferocia i suoi obiettivi”, ne ha scritto Claudio Velardi.
Ricordiamo la sua passione juventina e il pamphlet sulla tragedia dell'Heysel (trentanove morti schiacciati tra le fila della tifoseria che parteggiava per il casato Agnelli, con la squadra di Platini che vince, e festeggia pure a braccia alzate sotto la curva, nonostante sapesse dei morti, con un rigore fuori area di due metri) che poi diede frutto anche ad una piece teatrale (in scena Francesco Murgo). Il titolo sembra il succo amaro, la sinossi acida, il riassunto stropicciato dalla storia d'Italia: “Quando cade l'acrobata, entrano i clown” che ha del 6Veltroniridicolo, del tragico, del triste, del colorato, dell'estro e della malinconia eterna italica. Ci hanno fregato, e per sempre saecola saeculorum, i panem et circenses. “A me m'ha rovinato la guera”, lanciava le sue molotov dialettiche Petrolini. “Veltroni è un elencatore di luoghi comuni. Parla di cose che non sa. Cita libri che non legge. È un anglista che non conosce l’inglese. Un buonista senza bontà. Un americano senza America. Un professionista senza professione”, ha annotato Giampaolo Pansa.
Vediamo un po' chi è Veltroni, spirito che aleggia sullo Stivale, da diversi decenni. Tra qualche anno ai bambini per farli dormire diranno: “Guarda che sennò arriva Veltroni, eh!”. Figlio di un dirigente Rai e della figlia dell'ambasciatore jugoslavo in Vaticano. Si comincia bene: comunisti e cattolici. Bocciato al Liceo Tasso di Roma. Deputato a poco più di trent'anni (sei legislature), nominato direttore dell'Unità (in allegato c'erano gli album Panini o il Vangelo) soltanto con in tasca la tessera di giornalista pubblicista, è stato segretario Ds poi Pd. Mai gli è riuscita la mossa per diventare premier. Cineasta con i documentari “Quando c'era Berlinguer” con interviste da Napolitano a Jovanotti, e di “I bambini sanno” con un vago tentato sentore pasoliniano. E' sia Cavaliere al Merito come Ufficiale della Legion4veltroni d'Onore francese. Ha doppiato Rino Tacchino nella versione italiana di “Chicken Little” della Disney. Un uomo per tutte le stagioni che si rifà, come stampo e come idea, un po' ad Obama un po' ad Al Gore, Hollywood e Kennedy, spruzzate di Don Milani. Pasolini e Mike Bongiorno e il citazionismo spinto all'ennesima potenza. “Uno strano miscuglio di discorsi rivoluzionari e pratiche perbeniste, slanci e sciatterie, avventure ideali e telefonate alla mamma”, ha appuntato Massimo Gramellini. Di Veltroni ricordiamo Guzzanti che fa Veltroni.
Beppe Grillo lo ha definito: “Il miglior alleato di Berlusconi”. Forattini lo disegnava come un bruco verde. I salotti, la paciosità, la pazienza, quel buonismo diffuso, quel buonvolontarismo che molto spesso finisce in una bolla di sapone al sapor di tanto fumo senz'arrosto, quel rimpastare, facendosi vedere dalla parte giusta, senza andare mai 3Veltroniveramente fino in fondo, quell'essere scomodo ma solo nelle dichiarazioni d'intenti. W il compromesso ecumenico, affermare un concetto e poi includere subito dopo, aprire una possibilità, anche al suo opposto. Uno svolazzare leggero da colibrì che raramente ha affondato la stilettata. Non ha fatto il servizio militare in anni in cui, i settanta, o andavi a fare il Car a urlare “Lo giuro” o obiettavi con il rischio di visitare Gaeta. Privilegi. Mai laureato. Accomodante, benevolo, mansueto. Lo avevano proposto alla presidenza della Lega Calcio. Panta rei. Tutto scorre, ma tutto torna anche. “Il veltronismo, con i suoi romanzi, i suoi musei, le sue foto accattivanti, i suoi cd e dvd alla moda solidale, i suoi “villaggi della pace” e i suoi “parchi della memoria”, e poi con gli artisti e gli sportivi disabili, gli ex deportati, gli eroi senegalesi, gli ultrà pentiti, le donne minacciate di lapidazione, i vecchietti2Veltroni rallegrati da Totti, i dipendenti comunali in permesso per volontariato, i barboni massacrati e poi premiati per il loro coraggio civico”, ha vergato Filippo Ceccarelli.
Ciao” è lo spettacolo teatrale tratto dall'omonimo libro. Un padre e un figlio. Massimo Ghini ha già nella sua carriera interpretato dei politici: in “Compagni di scuola” di Verdone era un onorevole feroce, in “Zitti e mosca” stava sullo sfondo al passaggio dalle Feste de l'Unità al divertimentificio attuale. Che Ciao è internazionale, dalla Russia al Perù, dall'Australia alla Finlandia, come pizza, spaghetti e mafia. La capiscono tutti. “Ciao” deriva dal termine “schiavo” in veneziano: sono schiavo vostro che con le varie elisioni ha portato a questa forma contratta. Che poi ciao sta nell'incontro come nel commiato, nell'arrivo come nell'arrivederci. Schiavi di Veltroni e del veltronismo. Ciao ci dice Walter sempre sorridente, affabile e placido, nei suoi nei (meno di Vespa e Renzi) nel suo doppiomento per alcuni rassicurante, quasi a benedirci con un buffetto e una parola quieta per tutti. E noi che ancora non lo abbiamo detto a lui. Moriremo cattocomunistidemocristiani, dicendo amen a voce alta e il pugno chiuso nascosto dentro l'eskimo, il segno della croce nei momenti di paura e la bestemmia sottovoce in canna.

Tommaso Chimenti 21/03/2017

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