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Caravaggio (1571-1610), al secolo Michelangelo Merisi, è ad oggi uno degli artisti più amati nel mondo, fortemente rivalutato in età moderna. La sua vita, come i suoi dipinti, è fatta di luci e ombre: è stato un pittore certamente prolifico, innovativo e dotato di indiscusso talento, ma anche un uomo tormentato, dalla vita spesso dissoluta, coinvolto in risse, guai con la legge, persino un omicidio. Genio e sregolatezza, insomma.

A lui gli stessi creatori di “Firenze e gli Uffizi” e “Raffaello, il Principe delle Arti” hanno dedicato “Caravaggio - L’anima e il sangue”, presentato nei cinema italiani lo scorso febbraio. Prodotto da Sky e Magnitudo Film, distribuito da Nexo Digital, si avvale della regia di Jesus Garces Lambert. Il film è stato uno strepitoso successo: al suo debutto, lunedì 19 febbraio, è stato il secondo film più visto della giornata, incassando 273.267 euro, per un totale di 29.834 presenze, preceduto solo dai risultati di “Cinquanta sfumature di rosso” e imponendosi nettamente su “Black Panther”, ultimo lavoro della Marvel. Nei tre giorni di programmazione ha portato al cinema 130 mila spettatori raccogliendo 1.200.000 euro al botteghino, diventando il documentario d’arte più visto al cinema in Italia. Per questo tornerà nelle sale cinematografiche, in replica nazionale contemporanea, il 27 e il 28 marzo.

Il film si snoda tra la figura di Caravaggio uomo e quella di Caravaggio artista, ripercorrendone dunque vita e opere, in un viaggio che tocca le città dove è vissuto e dove sono oggi custodite le sue opere: Milano, Firenze, Roma, Napoli e Malta. A curare l’aspetto scientifico del progetto sono stati esperti e storici dell’arte, come il prof. Claudio Strinati, la prof.ssa Mina Gregori, la dott.ssa Rossella Vodret. Oltre 40 le opere che vengono da loro analizzate e approfondite, tra cui “Bacchino Malato”, “Vocazione di San Matteo”, “Giuditta e Oloferne”, “Scudo con la testa di Medusa” (scelto per il poster ufficiale del film). Le moderne tecnologie hanno permesso una resa visiva particolarmente realistica. L’intero film è girato in formato Cinemascope 2:40: ne consegue una visione più ‘allungata’ delle immagini, proprio simile ad una tela. Questa, inoltre, è una delle prime produzioni in Italia realizzate in 8K, formato che permette quasi di ‘entrare’ nelle pennellate e carpire ogni singolo dettaglio di linee, forme e colori, enfatizzandoli al massimo.Manuel Agnelli 1

La voce dell’io interiore di Caravaggio, che percorre tutto il film, è affidata a Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours. Si fa portavoce di stati d’animo e pensieri, che mettono in connessione la narrazione e lo spettatore in modo molto diretto, aggiungendo alla trama visiva e alle informazioni tecniche anche un coinvolgimento emotivo. La sceneggiatura non è tratta da diari o lettere, ma è stata elaborata da un team creativo guidato da Laura Allievi, aiutata da fonti storiche e biografiche, che le hanno permesso di approfondire ed immedesimarsi nell’animo di Caravaggio e di restituire il suo mondo interiore a parole.

Caravaggio – L’anima e il sangue” fa parte del progetto “La grande arte al cinema”. Il programma porta in sala docu-film dedicati ai grandi protagonisti del mondo dell’arte, ai musei, alle mostre. I prossimi appuntamenti saranno “Van Gogh. Tra il Grano e il Cielo” dal 9 all’11 aprile e “Cézanne. Ritratti di una vita” nei giorni 8 e 9 maggio.

«Penso che non ci sia niente nelle tenebre e ci sia tutto nella luce. Scelgo la luce»

Giuseppina Dente 19/03/2018

L'anima del Karawan Fest sta tutta nel sottotitolo che lo accompagna: il sorriso del cinema migrante. Poche parole chiave, ma essenziali per comprendere lo spirito di un festival unico nel suo genere. Il sorriso è quello dei bambini e dei ragazzi di seconda e terza generazione che abitano la periferia multietnica di Roma Est. Il cinema è quello delle otto commedie proiettate nei sei giorni di festival, dal 6 all'11 giugno. La migrazione sta nel soggetto di queste pellicole, tutte dedicate all'integrazione fra diverse culture, ma anche anche nello spostamento che il pubblico deve compiere per raggiungere i sei diversi cortili posizionati nei quartieri di Tor Pignattara e Pigneto.

Un festival itinerante, dunque, giunto ormai alla sua sesta edizione, che riesce ancora a compiere il suo ruolo cruciale nello scambio e nell'interazione culturale. Il mezzo utilizzato è il più semplice possibile, quello dell'arte per immagini, il cinema, medium trasversale che accomuna tutta il mondo pur mantenendo sempre un propria specifica riconoscibilità di nazione in nazione.
Otto commedie, otto diversi paesi di produzione (dall'Austria alla Romania, dalla Cina al Bangladesh), un numero indefinito di lingue che si mescolano in un melting pot stimolante dal quale traspaiono gli aspetti più buffi e divertenti dell'incontro-scontro tra culture. Perché ciò che emerge dalla vita quotidiana di questi quartieri, dove africani, orientali, medio-orientali vivono a stretto contatto con una manciata di italiani, è che l'integrazione non solo è possibile, ma è già effettiva. Al di là delle incomprensioni, delle rivalità, delle paure, il Karawan Fest porta avanti un messaggio che va oltre lo schermo, ma che si espande a macchia d'olio tutto intorno, in quei cortili dove artisti e spettatori, bambini e adulti, migranti e locali, condividono la stesso spazio, mangiano lo stesso cibo, respirano la stessa aria, ridono delle stesse battute.Karawan2

Così è stato, ad esempio, mercoledì 7 giugno, secondo giorno di programmazione del festival. Ad accogliere gli spettatori, nel piccolo anfiteatro della Casa delle Arti e del Gioco del V Municipio, una rappresentazione di marionette per i più piccoli e, a seguire, un estratto dello spettacolo “Narramondo” della Asinitas Onlus, nel quale un gruppo di donne islamiche raccontano la propria esperienza di migranti, di donne e di madri in Italia e nel resto del mondo. Le stesse donne hanno poi offerto un variegato buffet con pietanze provenienti dai rispettivi paesi di origine, un modo piacevole e spontaneo di dare ospitalità al pubblico prima dell'evento clou della serata: la proiezione del film “300 Worte Deutsch” (300 parole in tedesco).
La pellicola è “una commedia scoppiettante sul conflitto culturale e sull'islamofobia dilagante in Europa”, che racconta la storia di un gruppo di “mogli turche” nel disperato tentativo di imparare le famigerate 300 parole tedesche per ottenere la cittadinanza in Germania. Eroina della storia è la giovane Lela, tedesca di origini turche, costretta dal padre tradizionalista Marc a improvvisarsi insegnante e che si troverà ben presto a fare i conti con un amore inatteso. Il film procede sui binari tracciati senza particolari scossoni, sfruttando gli stereotipi figli del conflitto culturale turco-tedesco per generare tante piccole gag apprezzabili anche da chi è esterno a tali dinamiche.

La presenza quantomai piacevole dell'attrice protagonista Pegah Ferydoni ha arricchito la parte conclusiva della serata, rispondendo alle domande degli spettatori nonostante il simpatico “disturbo” dell'appiccicosa figlioletta. L'intervento della Ferydoni, madre e migrante esattamente come le donne che l'hanno preceduta, rispecchia alla perfezione l'essenza del Karawan Fest. Chi più di lei, infatti, iraniana cresciuta a New York e trasferitasi in Germania, può rappresentare lo spirito itinerante, poliglotta e multiculturale di questa manifestazione. Uno spazio prolifico di interazioni che merita visibilità e attenzione e che, siamo sicuri, continuerà ad averne sempre più negli anni a seguire.

Carlo D'Acquisto 10/06/2017

Ridurre al minimo, a volte, è una scelta necessaria, se non la migliore. Il nuovo film di Ivan Silvestrini, "2night", nelle sale dal 25 maggio, prende la strada della semplicità e lo fa in maniera drastica, quasi rischiosa, senza mai guardarsi indietro.

Non si può parlare di questa pellicola, infatti, senza citare la particolare vicenda produttiva. "2night" è il remake dell'omonimo film Israeliano diretto da Roi Werner. Il concept che ha ispirato i produttori è tutto qui: un uomo e una donna in una macchina e una città che fa da sfondo. Un racconto romantico “tutto in una notte” che si caratterizza per il suo budget quasi insignificante. Un'opera sperimentale, dunque, che riduce al minimo i rischi economici ma che fa impennare quelli artistici. Silvestrini ha preso una sceneggiatura dal forte impianto teatrale e ha cercato di valorizzarla al meglio con gli strumenti del mestiere cinematografico.2Night2Trovare varietà e dinamismo in una narrazione tanto minimale è stata la vera sfida del regista. Ispirandosi alla lezione di Steven Knight, che con il suo "Locke" ha compiuto un'impresa molto simile, Silvestrini ha giocato con i limiti imposti dalla storia, girando attorno all'automobile e inquadrandola da tutte le possibili angolature.

La maggior parte della responsabilità è sulle spalle dei due protagonisti e, per fortuna, la scelta del casting è stata particolarmente felice. Il vero punto di forza del film, infatti, sono proprio gli attori Matilde Gioli e Matteo Martari: belli, magnetici, riempiono lo schermo. Seppure i due non abbiano alle spalle studi specifici, le loro carriere sembrano essere in fase di lancio: la Gioli ha debuttato, nel migliore dei modi, nel 2014 con "Il capitale umano" per poi inanellare film e fiction uno dopo l'altra, mentre Martari è passato con sorprendente efficacia dalla carriera di modello (come dimostrano i suoi zigomi altissimi) a quella di attore, esordendo al cinema con "La felicità è un sistema complesso" per poi affermarsi in tv con la serie "Non uccidere". La loro presenza scenica e, soprattutto, la loro evidente alchimia sono gli ingredienti fondamentali senza i quali la scommessa di "2night" sarebbe stata sicuramente persa.

Poi c'è la città che fa da sfondo al loro incontro: Roma. La capitale viene raccontata dagli occhi di un romano (il regista) ma attraverso le voci di due attori del nord (lei milanese, lui veronese). Roma ha un ruolo attivo nella narrazione, più un'antagonista che una protagonista, che spinge avanti la storia con i suoi panorami mozzafiato e le sue stradine anguste, dove è impossibile trovare parcheggio. "2night" rappresenta, insomma, una vera e propria “dichiarazione d'amore” di Silvestrini alla città che lo ha cresciuto.

Il film comprime un'intera relazione in poche ore: lui incontra lei, si conoscono, si piacciono. La trama è questa e poco più. Non è un caso che i protagonisti non abbiano neanche un nome proprio o una caratterizzazione precisa. Di loro sappiamo lo stretto indispensabile: lei è una donna forte, autonoma, consapevole sessualmente ed emotivamente; lui è riservato, timido ma misteriosamente affascinante. Non ci serve altro. Perché per trasformare la loro storia nella storia di tutti noi è necessario ridurre i dettagli, correndo il rischio del generico.
"2night" ci racconta un prototipo quasi favolistico di storia d'amore: l'incontro vibrante tra due solitudini, che si incrociano nel caos di una discoteca per poi fondersi nel silenzio di una metropoli addormentata.

Il progetto è così semplice, lineare, genuino che si perdonano le sbavature di un ritmo rallentato e di una sceneggiatura non certo memorabile, lasciandoci un film dal carattere forte che persegue con lucidità e ottiene, infine, l'intento, tutt'altro che scontato, dell'essenzialità narrativa.

Carlo D'Acquisto 13/05/2017

FIRENZE – “Le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese” (Oscar Wilde).

Il bagno è il luogo principe delle confessioni, c'è lo scrosciare familiare dell'acqua, c'è il frizzante delle bollicine della vasca, c'è il soffice del cotone, c'è il calore del phon, c'è la morbidezza della spugna, c'è l'intimità del nudo. E ci siamo noi, svestiti, spogliati da ogni armatura, da ogni ruolo, struccati, finalmente veri, noi, i nostri pensieri e un momento per prenderci cura di noi stessi, della nostra pelle carezzandola, lisciandola, amandoci un po'.
Il bagno è grotta, il bagno è antro della sibilla, il bagno è porto sicuro, il bagno è mamma che ci asciuga da piccoli, il bagno è una parentesi di tempo privato sottratto alla nostra versione pubblica, il bagno è la sfera personale dove non esiste 002bagnopudore, dove possiamo tirare fuori il nostro vero io, quello che non ha timore dei propri difetti o inestetismi. In bagno non ci sono occhi indiscreti, in bagno nessuno ci giudica, il bagno è la stanza più piccola della casa ma la più affollata, desiderata, ricercata. Il bagno è quel claustrofobico che ci scalda, è soddisfazione dei bisogni primari, il bagno è pulizia e rituale, è l'anticamera dove ci prepariamo ogni mattina prima di affrontare il mondo-giungla, è la chiusura a cerniera ogni sera salutando un altro giorno vissuto o solamente andato e ormai trascorso. Il bagno (ottima l'idea di aprire con “Creep” dei Radiohead, anche se con una versione melensa e mielosa che ha privato dell'anima la canzone di Thom Yorke, la cui traduzione è “sgradevole”) ci vede per quello che siamo e ci accetta e ci rispetta.
Se “Il Bagno” (scritto dall'attrice francese Astrid Veillon e passato prima per l'adattamento spagnolo e infine arrivato alle nostre latitudini) solitamente è sinonimo di solitudine e di momenti d'intimità, in questo particolare messo in scena, bianco candido e immacolato, c'è un via vai continuo come in una plaza de toros, la porta si apre come in un saloon, in un andirivieni da mal di testa. Tutto si svolge qua dentro, mentre fuori infuria una festa a sorpresa, preambolo, escamotage, preludio, premessa che sembra non interessare a nessuna delle cinque chiuse nei loro conciliaboli, battibecchi, scontri dialettici e strette tra bidet e lavandino, tra vasca e water.
Cinque donne diversissime ma ugualmente deluse e sconfitte, ognuna con le proprie insoddisfazioni, aspettative scadute e amori andati a male. Tre amiche più una madre e una figlia e tutto il ventaglio dei cliché femminili: c'è la vamp fatalona, che infatti è in pelle e latex attillato, c'è la santa che si innamora del marito dell'amica ma non consuma il suo desiderio, e infatti è in rosa candido, c'è quella sopra le righe un po' avvinazzata e di mezza età (Amanda Sandrelli, la migliore in scena, il suo personaggio regge in piedi da sola tutta la fragile 004bagnocostruzione), e giustamente è vestita a fiori, c'è una madre egoista, adesso anziana (Stefania Sandrelli, il pubblico la ama) che ha preferito vivere la sua vita da donna single, capelli e scialle rosso fuoco, invece che invecchiare appresso alla figlia che compie quarant'anni, difatti luttuosa vestita in nero, che sta con un uomo ma è rimasta incinta di un ventenne danese.
Insomma ne esce fuori un ritratto composito delle donne di oggi per niente incoraggiante e rassicurante anzi banalizzante: isteriche, urlanti, problematiche, arpie, pettegole, acide, sole, lamentose, troppo legate agli umori degli uomini, nervose, bugiarde, inadeguate, volubili, conflittuali, ma soprattutto insicure. Molto unghie affilate e poco smalto lucido. Per dare un po' di brio poi ci sono state aggiunte e spruzzate da sit com che hanno, se possibile come se non bastasse, contribuito ad aumentare il caos in questo bagno: cocaina, un ministro (per giunta mafioso e siciliano, stereotipo all'ennesima potenza), la corruzione (questi tre parametri insieme ci fanno venire in mente “Jhonny Stecchino”), polizia, paparazzi, furti. Tanti scricchiolii, vuoti, pause.
Se l'intento era una costruzione alla Cristina Comencini, il testo manca di umanità e troppo si lascia facilmente andare alla risata scadente di pancia, se era quello di creare un'impalcatura alla Yasmina Reza la drammaturgia ha un deficit di profondità, di spessore sociale, di solidità.

“Il mondo sarebbe sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!” (Charles Bukowski).

Tommaso Chimenti 31/10/2016

"Una Roma oscura" per un cinema indipendente, fantasioso e creativo, dove il thriller si fa commedia nera. Questo è il film del regista italo-argentino Andres R. Zabala, inserito nella 35a edizione del Fantafestival di Roma in programma dal 22 al 29 giugno al cinema Barberini. Uno sforzo produttivo notevole per un risultato apprezzabile, secondo Zabala, che non ha guardato tanto al budget quanto al tempo richiesto per realizzarlo: considerate le 40 location attraversate e i 36 attori parlanti.a dark rome

In questo racconto c'è un'altra Roma che avanza e che si nasconde dal mondo ordinario, per una precisa idea dell'autore: la Roma dei prelati in preda a un narcisismo sfrenato che li induce a recarsi ogni giorno, in gran segreto, in un centro estetico per sottoporsi ai vari trattamenti di bellezza. È la capitale, poi, dei sensi di colpa e in particolare di quello di Patrick, che non riesce più a vivere in santa pace, perchè assillato dalla presenza del fantasma di Frank. Frank è l'amico tatuatore che Patrick ha tradito consegnandolo al suo assassino Gabriele, dopo avergli rivelato la presunta relazione extraconiugale con la moglie (un fatto, per altro, che si rivelerà falso). Il giovane artista, appassionato di pittura ed aspirante tatuatore a sua volta, ha due possibilità per redimersi dal peccato: denunciare l'omicidio alla polizia, oppure, mediante confessione al sacerdote. Patrick, però, non cede ai ricatti e non mette in pratica nessuna delle due opzioni per dedicarsi liberamente alla sua prima grande occasione professionale: la realizzazione di una mostra fatta con i suoi quadri. L' evento si compie e, per un breve momento, il fantasma sparisce portandosi via le opere e il senso di colpa; inaspettatamente, poi, tutto riappare. "A dark Rome" è l'oscurità senza mistero, è un brivido privo di quella suspance che inchioda lo spettatore allo schermo. 

Simona Maiola 25/06/2015

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