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Costa Smeralda: nelle stanze della villa del Cavaliere, tempio sacro di feste notturne e fughe dalla realtà, una pecora, ansimante sul lussuoso pavimento, resta uccisa dal fortissimo impianto d’aria condizionata, mentre echeggia, dalla televisione, uno show con Mike Bongiorno. Lo spirito di "Loro 1" di Paolo Sorrentino potrebbe benissimo esser custodito esclusivamente da questi fotogrammi: è il ritratto dell’Italia ai tempi del berlusconismo, la fastidiosa fotografia di una società condotta sull’orlo del baratro dall’ambizione e dalla sete di denaro, incarnati, più di chiunque altro, da Lui: Silvio. Il sacerdote, il re, l’imperatore di un mondo destinato a estinguersi, ma che cambierà il Paese per sempre.

Sorrentino torna a raccontare un grande personaggio della politica nostrana 10 anni dopo "Il Divo", concentrandosi stavolta sugli antefatti del tema principale; Toni Servillo, trasformato letteralmente (e volutamente) in una maschera tragicomica da spettacolo di second’ordine, dietro un abbondante strato di cerone, autoabbronzante e capelli posticci, riesce a restituire un Berlusconi che simbolizza appieno la decadenza del potere. ALOROOO Eppure, la sua prima apparizione sullo schermo arriva solo a fine film, o meglio, a circa 25 minuti dal finale; scelta senz’altro opinabile ma audacemente intelligente, oltre che coerente. L’attesa del pubblico, infatti, rispecchia quella dei protagonisti di questo primo capitolo. Per più di un’ora assistiamo alle imprese di Sergio Morra (personaggio che ricalca dichiaratamente Gianpaolo Tarantini), interpretato da un ottimo Riccardo Scamarcio, che insieme alla compagna Tamara (Beatrice Axen) e aiutato dalla escort Kira (Kasia Smutniak), vive nell’ansia spasmodica di poter, prima o poi, avvicinarsi a Lui (così, quasi sempre, ci si riferisce a Berlusconi in Loro 1), grazie ai suoi traffici di droga e di giovani donne in vendita, ovvero quel grottesco valzer infinito di “vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà” che denunciava un’annichilita Veronica Lario ai tempi della separazione dal celeberrimo consorte. A tal proposito Elena Sofia Ricci, perfetta nei panni di una stanca e dolente Veronica, rappresenta psicologicamente la “sezione interna” del racconto, con le ripercussioni e il dolore dell’altro lato del potere. Al marito, che spera di acquistare la sua comprensione coi diamanti, risponde: “Preferivo quando sapevi che avevo freddo e mi regalavi le pantofole”. Al di fuori, intanto, continua la costruzione del “set” per Loro 2: prende forma, inesorabilmente, la corte dei miracoli del Presidente, tra scene (abbellite dal solito perfezionismo sorrentiniano stavolta meno solenne e, visto il tema, più kitsch) che ricordano "Caligola" di Tinto Brass e "The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese. Perché Lui, dopotutto, nulla sarebbe stato senza Loro, cioè “quelli che contano”. Com’è tipico di Sorrentino, anche in Loro 1 ritroviamo un tocco dostoevskijano: il personaggio principale è indiscutibilmente negativo. Quelli che lo circondano, però, sono molto peggio.

Alfonso Romeo 26/04/2018

 

Giovedì, 19 Aprile 2018 12:39

Akira, trent'anni dopo

L’anno è il 2019. Sulle ceneri della vecchia Tokyo, distrutta agli albori della Terza Guerra Mondiale, sorge Neo Tokyo. Gonfia di corruzione, decadente, animata da continui scontri fra la polizia e i manifestanti anti-governativi, Neo Tokyo è attraversata da bande di giovani motociclisti, che si fanno la guerra per strada, a costo di rimetterci la vita.

Fra loro c’è il giovane Kaneda, giubbotto rosso come la moto velocissima che guida tutte le notti, e Tetsuo, suo amico d’infanzia. Tetsuo è stanco di essere sempre difeso da Kaneda e vorrebbe dimostrare ai compagni di gang il suo valore. Non sa che proprio quella notte incontrerà l’Esperimento Numero 26 e un potere ingovernabile si risveglierà dentro di lui, mentre il nome di Akira comincerà a tormentare anche i suoi sogni.Akira 1

Uscito trent’anni fa e ambientato in un futuro (fittizio) che dista appena un anno dal nostro presente, Akira è diventato un classico dell’animazione giapponese, che riesce ancora a parlare al pubblico del 2018, sia sotto il profilo tecnico che per quanto riguarda la sua storia. Forse è anche per questo che Dynit ha voluto celebrarlo, riportandolo nelle sale italiane esclusivamente il 18 aprile con un nuovo ridoppiaggio. Adattamento più fedele, sì, ma qualche dubbio sorge sulle voci, non tutte all’altezza di rispecchiare il dramma lacerante dei personaggi di Akira.

Perché Kaneda e soci si muovono in una realtà che, per quanto esasperata, tanto lontana dalla nostra non sembra essere. Il cupio dissolvi delle masse, che si affidano a santoni e profezie apocalittiche perché non credono più nelle promesse di un governo imbelle, si intreccia alla litigiosità di politici, che preferiscono insultarsi e giocare allo scaricabarile, piuttosto che affrontare una situazione che sta sfuggendo di mano.

Nel mezzo, da un lato c’è chi pensa di risolvere il vuoto di potere con muscolari prove di forza – bussare alla voce “il golpe militare del colonnello Shikishima”. Poi c’è chi partecipa a una rivolta anti-governativa sotterranea, senza sapere di essere a propria volta manovrato da quegli stessi soggetti che vuole combattere. E poi ci sono tutti gli altri, gli sbandati che una guida se la devono dare da soli. Come Kaneda, che insegue la ribelle Kei per un puro capriccio amoroso (e poi finisce coinvolto in macchinazioni più grandi di lui). O come Tetsuo, che – non più impotente – decide di usare la sua forza per distruggere tutto.

Ma Akira, tratto dall’omonimo manga e diretto da Katsuhiro Otomo (che quel manga aveva disegnato) è un capolavoro anche e soprattutto per le sue tecniche d’animazione. Nacque dello sforzo congiunto di più di dieci, grandi studi d’animazione giapponesi – che si unirono nella Akira Committee per racimolare il capitale e la forza lavoro necessari a realizzarlo. È il frutto maturo di un’animazione tradizionale ancora realizzata su fogli di celluloide (la famosa cel animation o animazione su rodovetro), che ha fatto sì che ogni gioco di luce, ogni intermittenza delle insegne al neon, venissero realizzate a mano, fotogramma per fotogramma. Con un piccolo aiuto della CGI, lì dove si scatenano i poteri ESP tutt’attorno al povero Tetsuo.Akira 3

Akira assume ancora proporzioni trionfali, proiettato sullo schermo di un cinema, e coinvolge lo spettatore – ormai abituato a ben più recenti effetti speciali di matrice hollywoodiana – in un’esperienza immersiva, che toglie il fiato. Non si può spiegare altrimenti la sensazione straniante della luce dei fari, che restano impressi come scie luminose sulla pellicola, anche dopo che le motociclette sono sparite all’orizzonte. Alla grafica curatissima si sposa una colonna sonora – realizzata da Shoji Yamashiro – che sa essere stordente, come la Neo Tokyo elettrica e decadente in cui Kaneda si muove. Ma sa anche atterrire e soprattutto martellare nei timpani degli spettatori, come il dolore nella testa di Tetsuo, sotto forma di cori cupi e ossessivi.

Katsuhiro Otomo, anni dopo, ebbe a pentirsi di quella sceneggiatura, che riduceva forse troppo la storia contenuta nei sei volumi del manga originale e rendeva certi passaggi e lo stesso finale di difficile comprensione. Tuttavia, trent’anni dopo, si può solo convenire che Akira abbia ancora tanto da insegnare e mostrare, anche allo spettatore più scafato in fatto di animazione e cinema post-apocalittico. E riesce a farlo con grande stile.

Ilaria Vigorito 19/04/2018

Non è ormai strano selezionare il giorno specifico, scegliere una sala speciale, starsene in poltrona e assaporarsi un bel concerto di una delle nostre band preferite direttamente al cinema, con possibilità di cocacola, m'n'ms e popcorn. In questo caso era il 12 Aprile, in cinema selezionati, il giorno in cui poter vedersi Distant Sky- Live In Copenhagen, il film concerto di Nick Cave & The Bad Seeds, registrato alla Copenhagen Royal Arena nell'Ottobre 2017 e diretto da David Barnard.

Se sia sensato oppure no ricorrere alla mercificazione cinematografica anche dell'esperienza concerto non è importante, probabilmente, e sicuramente non lo è in questa sede. Quello che però accomuna le due esperienze è quell'ottica di ricezione e di immersione nell'ambiente e nelle sonorità (e forse di dovrebbe dire volumi) della venue in cui si fruisce della performance. Come un palazzetto, infatti, anche il cinema non è esente dalle pecche di suono e molte delle considerazioni in merito al film sono profondamente legate alla qualità (o meno) dell'impianto in sala. badseeds

Un problema ancora molto poco dibattuto, nel nostro paese, in merito alla fruizione della musica, sia essa a teatro, in un club, in uno stadio (ancora di più), in un palazzetto, o, da qualche anno, anche al cinema. Un problema forse legato ad una vera e propria mancanza di sensibilità alla questione di fruizione musicale.

Non è sicuramente sensato dibattere sulla qualità indiscussa dei Bad Seeds e nemmeno di zio Nick. E nemmeno riferirsi a quanto passato dalla sua famiglia nell'ultimo periodo (si può facilmente recuperare il bellissimo film di Andrew Dominik del 2016, "One More Time With Feeling") La band, ormai capitanata dall'amato-odiato Warren Ellis, nuova Yoko Ono del Re Inchostro, ripete perfettamente la perfomance perfetta attuata in tutto il corso del tour di supporto a Skeleton Tree, con le dinamiche proprie di una band di primissimo livello, una scaletta architettata alla perfezione, seppur coi suoi naturali sbilanciamenti d'epoca (poche -ma buone- sono le perle del passato) e dimensione, e arricchita dall'estro mai domo del suo paroliere.distant sky3

Quello che però sembra essere il senso di Distant Sky è ripercorrere propriamente l'esperienza concerto, annullando qualsiasi momento vuoto: niente interviste, nessun commento, nessun sottotitolo. Niente che, quindi, possa arricchire in alcun modo l'esperienza concertistica esperita (o meno) dai fans. In questa questione è però importante cercare di trasmettere l'immersione sonora e spirituale al concerto stesso e, in questo, è molto dubbio che si riesca, in un clima determinato dal silenzio -talvolta forzato- di una sala e da alcuni volumi che sembrano emulare le compressioni mp3 di certe frequenze stereo, ad arrivare veramente al cuore dello spettatore. Spettatore sicuramente entusiasta dell'immagine dei Bad Seeds e del loro cantore, delle canzoni e del loro atteggiamento sempre passionale e profesionale, anche senza i vari Harvey e Bargeld, ma un po' stranito nel vedere un concerto al cinema che non è sicuramente come l'esperienza immersiva, poetica e passionale del concerto live.

In alternativa del perdersi la performance di questo tour è certamente consigliato fruire di questo prodotto, ma certe volte è anche bene che quelle sensazioni o siano state prese in faccia o si aspetti un'altra occasione vera e sonoramente potente per poter apprezzare una delle migliori band si possano, ancora oggi, vedere dal vivo.

 

Davide Romagnoli

14/4/2018

Mercoledì, 11 Aprile 2018 11:47

Focus Arnaud Desplechin al Rendez-Vous Festival

Sogno o son desto? È l’inevitabile reazione a un film di Arnaud Desplechin. Regista tra i più delicati e onirici del panorama francese contemporaneo, ha fatto dei sentimenti i protagonisti indiscussi delle sue opere, con una grazia che continua a distinguere i movimenti della sua cinepresa ed una profondità di analisi che non cessa di stupire. E così accade in “Un conte de Noël. Roubaix !” (“Racconto di Natale”), presentato nel 2008 al Festival di Cannes. La sensazione è ampiamente confermata in chiusura, quando sulla scia di un Prospero shakespeariano lo spettatore viene messo in guardia: “Se le ombre che abbiamo creato non vi sono piaciute, pensate che avete solo dormito”. “Un conte de Noël” è stato giustamente inserito nella retrospettiva dedicata al regista in occasione dell’VIII edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese “Rendez-vous”, focus di proiezioni articolato nelle giornate del 9 e del 10 aprile al Nuovo Cinema Sacher di Roma.Un conte de Noel foto Cannes

Come descrivere un sogno? Già nell’“Interpretazione dei sogni”, Freud aveva offerto il modello analitico del rebus, ovvero il meccanismo di acquisizione di senso a partire dall’audace accostamento, scomposizione e ricomposizione delle parti. Come descrivere “Un conte de Noël”? Con uguale predisposizione d’animo. È la storia di una famiglia che porta nel sangue una maledizione foriera di morte e discordia. I coniugi Vuillard, Junon (Catherine Deneuve) e Abel (Jean-Paul Roussillon) hanno due figli, Joseph e Elizabeth, ma al primo viene diagnosticata una leucemia per la quale unica cura è un trapianto. Mettono al mondo Henri, augurandosi che possa essere compatibile per salvare il fratello. Speranza vana, Joseph muore. Henri, però, nasce e cresce come un estraneo per la madre. Anni dopo nasce il piccolo Ivan. Decenni più tardi la famiglia è divisa: Elizabeth (Anne Consigny) odia Henri (Mathieu Amalric) perché in lui vede il demonio, è il caos in quello che dovrebbe essere il migliore dei mondi possibili per poter far crescere sereno il figlio Paul (Émile Berling), un adolescente che mostra i primi segni di squilibrio mentale. Tramite una bizzarra azione legale, Elizabeth ottiene di non dover più incontrare il fratello, il quale vivrà da allora bandito dalla famiglia. Fino al giorno in cui anche a Junon non viene diagnosticato un tumore del sangue: è l’occasione per riunire tutta la famiglia, trovare il donatore di midollo compatibile e ricucire le ferite, fisiche ed emotive della ciurma. È Natale, e a Natale tutto è concesso.

Oltre due ore e mezzo di proiezione, un antefatto (anno Domini 1963) e cinque atti nel rispetto delle unità di tempo e azione (dal 22 al 25 dicembre 2008). Per durata epica e distribuzione drammatica, del mito greco “Un conte de Noël” condivide struttura del racconto e tematiche. I rapporti conflittuali tra famigliari e quel sangue maledetto richiamano le sorti della dinastia dei Labdacidi, ma anche una mitologia tutta francese di re folli e sifilitici. Se il cast messo in campo da Desplechin si ripete di film in film in una sorta di virtuoso lavoro di bottega, i riferimenti con cui costruisce il rebus del racconto variano. Già nei nomi dei capostipiti, Junon e Abel Vuillard, lo spettatore è chiamato a un puzzle mentale: lei porta il nome della sorella e moglie di Zeus, lui quello dei primi fratricidi della mitologia giudaico-cristiana. Il cognome, dal suono così tipicamente français, è lo stesso di uno dei pittori Nabi della cerchia di Gauguin, Édouard Vuillard, al credo artistico divisionista del quale era sottesa una poetica di libertà e spontaneità espressiva. Junon e Abel hanno, marchiata nel nome e nel sangue, tutta la contraddittorietà incestuosa, umana e sovrumana dell’istituzione Famiglia. “Siamo nel mezzo del mito, ma non so quale”, scrive un icastico – e metanarrativo a sua insaputa – Henri nella lettera alla sorella Elizabeth.
Un conte de Noel foto2L’ambientazione è inequivocabilmente horror da ghost story e gothic novel, con il vecchio lupo (mannaro?) Anatole, con vampiri che succhiano il sangue (dal midollo, non dalla giugulare) e donne bianco vestite in camicia da notte. Si ritorna, poi, nervosamente borghesi durante il giorno, con tutte le caratteristiche psicopatologie della vita quotidiana, con annesse allucinazioni e incomprensioni. Persino l’irrisolto triangolo amoroso tra l’infantile Ivan Vuillard (Melvil Poupaud), la moglie Sylvia (Chiara Mastroianni) e il cugino di lui, l’artista bohémien Simon (Laurent Capelluto). A garantire una certa aura di misticismo è il cortocircuito cristologico attuato durante la messa della notte di Natale. Junon si reca in chiesa con il dissoluto figliol prodigo Henri e il nipote pazzo Paul, i soli che le analisi hanno dichiarato compatibili ad un trapianto ed ecco che l’accento del parroco si concentra sulle parole della liturgia “Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Un bambino per lavare i peccati dal mondo: Henri, concepito per salvare il piccolo Joseph, salverà in realtà la madre.
Desplechin chiama all’appello Charles Dickens, omaggiato già nel titolo: i fantasmi del Natale passato e futuro assumono le forme delle fotografie in bianco e nero, dei ricordi di un dolore passato e di un’angoscia futura. E il volto presente di Faunia (Emmanuelle Devos), l’irriverente fidanzata ebrea di Henri che rimescola qualche carta in tavola. L’ombra di morte, che accompagna le vicende dei Vuillard fino all’epifania di una riappacificazione instabile, è la stessa di “The Dead”, ultimo racconto dei “Dubliners” di James Joyce: una sinistra aria di festa sancita dalla nevicata dicembrina. Si spiega forse così la musica folk irlandese che risuona in un contesto, altrimenti, francese 100%. Tra cori liturgici e concerti per archi, una musica tra tutte lavora alla costruzione del senso: il “Sogno di una notte di mezza estate” di Felix Mendelssohn. Liturgicamente fuori stagione, si inserisce perfettamente nella creazione dell’atmosfera onirica. Il tremolo degli archi dall’effetto perturbante e incalzante seguono il lavorio dell’inconscio dei personaggi. Dietro una solida trama di riferimenti culturali i più vasti, dalla letteratura al cinema, dal mito alla religione, dalla musica alla psicoanalisi, ecco svelarsi l’eterea, timida evanescenza costitutiva del tratto registico di Arnaud Desplechin.

Alessandra Pratesi
11/04/2018

Raccontare Napoli senza parlare "di pizza e camorra" può essere possibile, viene detto in conferenza stampa dagli autori del film "Il cratere" alla Casa del Cinema di Roma. Tralasciando il "gomorrismo" e abbandonando il "pane, amore e fantasia" tipico del mondo partenopeo. Sfocando il resto e arrivando ad un'universalità di contenuto, possibile anche e soprattutto contingente ad un contesto specifico come quello della zona tra Caserta e Napoli, vero e proprio cratere del sogno neomelodico.

Il cratere è la prima opera di fiction della coppia di registi, scrittori e produttori Silvia Luzi e Luca Bellino, reduci da due convincenti prove documentaristiche come Dell'arte della guerra e La minaccia, entrambe riconosciute nei vari festival sia nazionali che internazionali. Il loro primo lavoro di fiction è infatti stato discretamente accolto nell'ambito dei festival, ottenendo grande riconoscimento soprattutto alla trentesima edizione del Tokyo International Film Festival, la cui giuria era diretta da Tommy Lee Jones. L'attore statunitense aveva elogiato il fatto che la scelta di due attori non professionisti, padre e figlia nella vita reale, era stata una vera e propria opera di coraggio.

Se i primi minuti del film presentano il lavoro degli autori -anche fotografi e montatori- con un 50 millimetri che sfuoca tutto il resto e cerca di imprimersi sui primissimi piani, introducendo ottimamente un lavoro di ricerca e racconto in maniera personale e convincente, è già verso la metà del film, però, che ci si accorge che questo tentativo appesantisce di netto il flusso del discorso portante. I fuori fuoco diventano talvolta noiosi, invadenti e alcune inquadrature (le labbra e il fumo di Rosario) diventano ridondanti, ben oltre l'effetto realistico e ciclico che i due autori vogliono concedere al racconto. Sicuramente vero è che il film si imposta volutamente - e coraggiosamente- su queste coordinate, ma la sensazione che la potenza espressiva del lavoro avrebbe potuto essere -talvolta- resa in maniera più ampia e nitida avrebbe acuito la potenza del racconto del sogno-ossessione di un padre verso quello della figlia. Risultano potenti le inquadrature specifiche che eliminano e saturano il "fuori" in favore di un "dentro", inquadrandosi in un'ossessività paterna, sempre umana e quasi naturale, come quella dell'esibizione della figlia attraverso la telecamera del padre, ma è anche vero che altrove l'occhio dello spettatore risulta quasi infastidito da questo perpetuo inseguire spalle di personaggi, messe a fuoco che non riescono immediatamente, ripetizioni di labbra, guance e fumi di sigarette. In un lavoro dove l'amatorialità e la non-professionalità vogliono diventare paradigmi di verità e di forma, il rischio è quello di avere un'arma a doppio taglio. A conti fatti, tenendo conto di certi sbilanciamenti e picchi funzionanti, il film di Luzi e Bellino, oltre che nobile d'intenzioni, resta potente emotivamente ed espressivamente efficace, seppur narrativamente appesantito da una forma troppo monocorde, che va a ledere ulteriormente l'essenzialità della sceneggiatura.cratere3

Il sogno neomelodico diventa l'unico pane su cui nutrire le speranze di un venditore ambulante da fiere di paese, tra orsacchiotti, sigarette e dialetto napoletano, connubi di un mondo tipico, di una zona specifica, di un paese con i problemi che si conoscono, ma anche in grado di poter diventare emblematico per un modo di esperire l'esistenza. Rosario Caroccia e Sharon Caroccia sono quello nella vita, e il loro essere stati trasformati in attori per il racconto della Luzi e del Bellini diventa una carta vincente per tracciare quel senso di realismo che comincia ad essere tratteggiato nella quasi superba scena iniziale del film, in cui Sharon cita per una probabile interrogazione, mentre balla allo specchio, sia il Verga che Flaubert, rispettivamente padri delle correnti che facevano della realtà la loro chiave di narrazione portante, quasi come se non vedesse l'ora di rintanarsi con sua sorella nel letto e scimmiottare gli idoli neomelodici della televisione.cratere4

Trovare elementi di realtà ed imprimerli a canovaccio diventa così l'emblema del discorso de Il cratere, in cui i segni scavati dall'esistenza nel volto del non-attore Rosario Caroccia imprimono tutta la verità -e la bellezza- del discorso filmico messo in scena dai due autori, così come il canto spensierato di Sharon diventa l'immagine empatica di un'età e un'innocenza continuamente minata dalla vita, dalla famiglia, dal mondo intorno. Giustamente -a questi fini-. il mondo intorno è sfocato e tutto si gioca sui particolari dei non-attori, più che sulla loro fisicità e presenza scenica, ma è anche vero che il rischio è quello di rimpicciolire il tutto, più che renderlo microcosmico, come è nelle intenzioni dei registi.

Il lavoro non è semplice e i due Caroccia, la Luzi e Bellini ne escono tutto sommato vincenti, sicuri di essere riusciti a combattere le difficoltà di una produzione cinematografica, come quella italiana, legata a standard, a visioni manichee sulle cose, sui luoghi, sulle persone da cui difficilmente si riesce -purtroppo- ad esulare.

Davide Romagnoli 10/04/2018

Non è cosa infrequente vedere raffigurati, all’interno di una lente artistica, i conflitti e le ferite dell’Umanità che stentano a rimarginarsi, nonostante un’immagine di quiete apparente. Il dramma della mancata, o difficile, integrazione d’altronde è sempre in agguato, quando viene raggiunta una situazione di pace o quantomeno di stabilità. La regista palestinese Annemarie Jacir pesca proprio da questo giacimento con “Wajib – Invito al matrimonio”, al cinema dal 19 aprile. Delicato e atipico road movie che ritrae un padre e un figlio viaggiare nella Palestina nel rispetto della tradizione (conosciuta per l’appunto come “Wajib”) che richiede che tutti gli inviti per un matrimonio siano consegnati a mano e di persona dai familiari.
A sposarsi è Amal (Maria Zreik), figlia e sorella dei due incaricati dell’onore e onere, compiuto peraltro tra le tante e tali difficoltà tipiche di ogni pellicola su quattro ruote: da vicini villani a pneumatici forati, da errori tipografici a remore morali. La promessa sposa si vede a schermo per pochi minuti, in modo non dissimile da ogni altro invitato o familiare che non siano Shadi (Saleh Bakri) e Abu Shadi (Mohammed Bakri), padre e figlio dentro e fuori dal film, come anche i doppiatori italiani, Andrea e Marco Mete.Wajib2
Il quadrilatero familiare è completato da una figura materna assente, la cui mancanza è però elemento drammaturgico rilevante: l’attesa del suo ritorno per partecipare al matrimonio e la sua stessa imprevedibilità, legata a cause di forza maggiore, hanno il sapore di spada di Damocle prima e, dopo, di quasi deus ex machina nel rivelare, e non risolvere, la liquidità dei conflitti padre-figlio. I due, separati da una trentina d’anni abbondante, sorvolano fin quando possibile i propri reciproci dissensi, giostrandosi in un ambiente a metà tra la claustrofobia di una macchina e l’estraneità casalinga dell’invitato di turno. Il figlio, emigrato in Italia, con una compagna e una famiglia nascente, che non ha intenzione di tornare e il padre, lasciato solo a crescere una figlia sul punto di sposarsi, che teme di rimanere il solo a camminare sulla strada percorsa da una vita. I chilometri corrono e, dilazionati da un ritmo posato e elegante, ci conducono fino all’inevitabile scontro non tanto di culture o generazioni, quanto di mentalità.
La regista e sceneggiatrice inquadra il tutto con prospettive immobili o tendenti alla staticità. Vuole forse riflettere l’ambivalenza statuaria di un luogo che, con i suoi pregi e difetti, le sue bellezze e difficoltà, non riesce a disincagliarsi da una situazione pietrificata. La divisione, sociale e non, emerge nervosa già tra un padre e un figlio appartenenti, per quanto non più geograficamente, alla stessa Palestina. È un punto di vista raro, proiettato dall’interno verso se stesso, a scrutare le ripercussioni familiari, sentimentali, intime se non private di due persone testimoni e testimonial di una transizione apparentemente eterna. Lungo i due argini di questa spaccatura, però, si parla la stessa lingua e si esprime, neanche troppo in profondità, un’armonia che magari un giorno, chissà quanto vicino o lontano, permetterà finalmente di sedersi e comunicare senza nascondersi nulla. Sia pure un vizio o un amore comuni, un tramonto di cui godere assieme.

Andrea Giovalè
09/04/2018

In ritardo di venti minuti a causa di una scaletta fitta abbastanza da far sconfinare il panel sulla Goldrake Generation, la XV edizione può finalmente cominciare all’insegna della fretta. Stefano Brusa e Perla Liberatori – conduttori storici della serata di premiazione – ci tengono a ricordare che i tempi sono stretti e la scaletta impegnativa. Dopo un video d’apertura, che omaggia in maniera ironica il lavoro dei doppiatori sulle note di ‘Occidentali’s Karma’, è il turno dei ringraziamenti di rito: a Vix Vocal, l’app che si presenta come lo Shazam dei doppiatori, e Maurizio Pittiglio, che ha realizzato le foto dei doppiatori usate per la grafica delle premiazioni.
Dopo aver elencato i membri della giuria del Gala, segue un omaggio in video dei doppiatori venuti a mancare nel corso dell’anno, e c’è spazio anche per un ricordo a Fabrizio Frizzi, voce di Woody, il cowboy giocattolo più famoso della storia del cinema d’animazione.
Tocca poi a una novità di questa edizione: il Premio de Angelis, voluto dalla famiglia di Vittorio de Angelis e dedicato, dicono i presentatori stessi, alla “creatività” dei direttori del doppiaggio, che viene assegnato a Giorgio Bassanelli Bisbal, al lavoro su ‘Corpo e Anima’. Gala Doppiaggio 2
La scaletta della serata segue un ordinamento misto e passa subito al Premio per la miglior voce femminile: la giuria sceglie Laura Romano, voce di Viola Davis in ‘Barriere’, mentre il pubblico premia Maria Pia di Meo per la sua interpretazione di Meryl Streep in ‘Florence’.
È la volta poi di un riconoscimento molto caro al Gran Gala dei Doppiatori, il Premio Andrea Quartana, intitolato all’omonimo doppiatore scomparso prematuramente, che premia le voci emergenti. Quest’anno tocca a Luca Mannocci, fra gli altri voce di Ezra Miller in Justice League.
Si passa alla Miglior voce femminile per un cartone animato e giuria e pubblico riconoscono unanimemente il titolo a Emanuela Ionica, per la sua sentita interpretazione di Vaiana in ‘Oceania’. Si ritorna ai riconoscimenti speciali con il Premio Ferruccio Amendola, che va a Nanni Baldini: il doppiatore non può essere presente di persona ma invia un ironico video di ringraziamento, in cui si presenta suonato e confuso come Rocky alla fine del suo scontro con Ivan Drago.
Per il Miglior doppiaggio di una serie TV, vincono per la prima volta a pari merito il premio della giuria ‘Better Call Saul’ e ‘Little Big Lies’, diretti rispettivamente da Alida Milana (Sdi Media) e Riccardo Rossi (CDC Sefit), mentre il pubblico sceglie decisamente la serie che ha come protagoniste Nicole Kidman e Reese Witherspoon.
Per il Miglior doppiaggio di una serie d’animazione la scelta è totalmente affidata al pubblico che, fra le acclamazioni dei presenti in sala, fa cadere le sue preferenze su ‘Miraculous: Le storie di Ladybug e Chat Noir’, diretto da Stefanella Marra per Dubbing Brothers.
A spezzare in due una serata che è ancora lunga ci pensano Federico Campaiola, Alessandro Campaiola e Alessio Nissolino che si presentano nella loro veste di trio comico FuoriSync, con un pezzo su Star Trek. L’intermezzo si allunga, quando i presentatori annunciano il premio non ufficiale ‘Vocine del futuro’: spazio dai toni autocelebrativi in cui i doppiatori premiano i propri figli, nella speranza che proseguano il lavoro dei genitori dopo piccoli ruoli minori svolti in serie e film d’animazione.
Si torna ai professionisti di una volta con il Premio alla carriera, assegnato ad Anna Rita Pasanisi (fra le altre, voce storica di Phylicia Rashad, la Claire Robinson de ‘I Robinson’) e Claudio Sorrentino (Ron Howard in ‘Happy Days’, John Travolta in ‘Pulp Fiction’, Mel Gibson in ‘Braveheart’). C’è spazio anche per i tecnici, che lavorano per confezionare i prodotti doppiati: a loro va il premio per il Miglior Fonico (Marco Santopaolo) e per il Miglior Assistente (Viviana Barbetta).
La giuria assegna a Riccardo Scarafoni – esilarante voce di Karen Crawley in ‘Sing’ – il premio per la Miglior voce maschile di un cartone animato, mentre il pubblico gli preferisce Fabrizio Vidale, che ha interpretato sia nelle parti recitate che in quelle cantate Maui, co-protagonista di ‘Oceania’. C’è ancora una volta concordia di giuria e pubblico, invece, per il Miglior doppiaggio di un film: ritira entrambi i riconoscimenti Rodolfo Bianchi, direttore del doppiaggio per Studio Emme di ‘La La Land’. Gala Doppiaggio 3
Prima degli ultimi due premi, c’è ancora spazio per un intermezzo, questa volta musicale: Alex Polidori, doppiatore e cantante, presenta sul suo palco il suo ultimo singolo ‘Non lo faccio apposta’, sulla sua pessima abitudine di non presentarsi in orario in sala di doppiaggio. Miglior voce maschile per la giuria è Paolo Vivio, Johnny Flynn nella serie Genius; il pubblico sceglie Alberto Angrisano, Halit Ergenç in ‘Rosso Istanbul’. La serata si chiude con il premio per il Miglior doppiaggio di un film d’animazione: se lo dividono Marco Mete, direttore del doppiaggio per la Dubbing Brothers di ‘Sing’, premiato dalla giuria; e Fiamma Izzo, che per Pumaisdue ha curato ‘Oceania’ e viene scelta invece dal pubblico.
In grande ritardo, così come è cominciata, si chiude anche la XV edizione del Gala del Doppiaggio. L’appuntamento è al prossimo aprile, con la speranza di una maggiore puntualità dell’organizzazione.

Ilaria Vigorito - 08/04/2018

«Perché quella sera c’erano le lucciole? E perché erano così tante? Pareva quasi tutte le lucciole del Giappone si fossero riunite lì, nello stesso momento. Insomma, Seita ne aveva già viste parecchie, come quella sera a casa della zia, o la prima notte alla caverna, ma mai, mai così tante tutte insieme; ed era una cosa strana, perché le lucciole vivono solo qualche giorno, troppo poco perché se ne possa apprezzare a fondo la bellezza».

Così veniva espressa la condizione del Giappone del periodo bellico, rappresentato nel famoso film d'animazione dello Studio Ghibli Una tomba per le lucciole, seguendo l'omonimo racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka sul bombardamento di Kobe. Il film è uscito nel 1988 (solo nel 2015 in Italia), ad opera di quello che viene considerato uno dei veri maestri dell'animazione giapponese, Isao Takahata, scomparso lo scorso 5 Aprile 2018.  Aveva 82 anni; la morte è avvenuta per le complicazioni legate ad un'insufficienza cardiaca.takahata2

Il suo narrare, forte e doloroso allo stesso tempo, era riuscito ad entrare nella pelle di molti appassionati di anime ma anche e soprattutto a sdoganare, insieme all'amico Hayao Myazaki, ancora di più l'arte dell'animazione verso un pubblico più ampio e trascendente le barriere di genere e d'età.

La carriera di Takahata era iniziata con un piccolo grande gioellino, La grande avventura del piccolo principe Valiant  (conosciuto anche come Il segreto della spada del sole), prodotto dalla Toei Doga nel 1968, che mostrava già una personalità stilistica profondamente spiccata verso l'abbandono di quella considerazione che relegava i lavori d'animazione all'appannaggio unico dei bambini. Fu proprio in quella occasione che iniziò il sodalizio con l'amico Myazaki, che portò i due a fondare, più di quindici anni dopo, lo studio Ghibli, vero pilastro di un intero modo di concepire l'animazione. Nel 1984 esce infatti Nausicaä della Valle del Vento, diretto da Myazaki e prodotto da Takahata e l'anno successivo La storia dei canali di Yanagawa, documentario d'animazione prodotto da Myazaki e diretto da Takahata, uscito l'anno stesso della fondazione dello studio cinematografico d'animazione.

È sicuramente con la serie animata Heidi del 1974 che il nome del regista viene sicuramente portato ad uno dei suoi punti più importanti, insieme sicuramente con la scrittura di Le avventure di Lupin III, del 1971, che lo avevano introdotto al grande pubblico occidentale. Il dramma realistico orientato anche ad un pubblico adulto, soprattutto femminile, portò ad un apprezzamento ancora più vasto con Pioggia di ricordi, del 1991, in cui venivano ripresi e portati a riflessioni importanti quei valori tradizionali, quel rapporto tra vita comunitaria ed esistenza privata, il rispetto della natura, l'ecologia, tutti temi essenziali per la narrazione del regista giappponese.takahata3

Uno dei lavori più riconosciuti come imprescindibili nella filmografia di Takahata -il primo, oltretutto, con una sceneggiatura originale dello stesso regista- è sicuramente Pom Poko, del 1994, sulla lotta e la disfatta dei tanuki contro la massificante opera dell'edilizia e dell'urbanizzazione moderna, legandosi indissolubilmente alla religione e al folklore nipponico.

L'ultimo film di Takahata è stato invece La storia della principessa splendente, del 2013, presentato anche agli Oscar come miglior film d'animazione e che oggi, insieme a Pioggia di Ricordi, detiene il cento percento di apprezzamento critico su Rottentomatoes. Sintomo, questo, che il ricordo del regista resta illuminato dal giusto riconoscimento e commemorato da un grande apprezzamento dimostrato da tutti gli amanti di questa arte.

Davide Romagnoli 07/04/2018

 

Davide Romagnoli,
6/4/2018

Il cinema rappresenta un “legame tra i popoli”, dichiara l’Ambasciatore di Francia in Italia Christian Masset. È del medesimo parere Serge Toubiana, Presidente di UniFrance, che al cinema attribuisce la capacità di creare “ponti” e “passerelle” tra nazioni. Così si sono espressi durante la conferenza stampa di presentazione dell’ottava edizione di “Rendez-vous. Festival del Nuovo Cinema Francese”, tenutasi lunedì 26 marzo a Palazzo Farnese presso l’Ambasciata francese a Roma. Rendez vous foto1È emerso un forte desiderio di dialogo e di incontro, come il nome della rassegna suggerisce. “L’edizione racconta un tentativo di incontro con l’altro”, spiega la direttrice artistica Vanessa Tonnini; non è un caso, osserva, che l’immagine simbolo dell’edizione 2018 sia un bacio (un fotogramma da “L’amant double” di François Ozon). Sulla stessa linea, sottolineando il desiderio di “rilanciare il dialogo tra Francia e Italia”, prosegue Christophe Musitelli, Consigliere culturale dell’Ambasciata di Francia in Italia e Direttore dell’Institut Français Italia. Dragoslav Zachariev, addetto all’audiovisivo dell’Ambasciata, pone l’attenzione sulla collaborazione, tra paesi, professionalità, arti, partner, sponsor, mecenati e ricorda la giornata dedicata alla riflessione sulle coproduzioni rivolta a un pubblico di addetti ai lavori prevista il 5 aprile.

Dal 4 al 10 aprile, Roma ospita proiezioni e incontri: alla Casa del Cinema di Villa Borghese, al Cinema Nuovo Sacher di Trastevere, all’Institut Français Centre Saint-Louis a pochi passi da Piazza Navona e dal Pantheon (il programma completo qui). Il viaggio in Italia del nuovo cinema francese prosegue anche a Bologna, Torino, Milano, Firenze, Napoli, Palermo fino al 15 aprile. Madrina del festival è Valeria Bruni Tedeschi, che tra i due paesi divide natali e carriera. Sua la Masterclass che apre il festival (4 aprile); in chiusura, invece, la Masterclass moderata da Alessandro Boschi (Hollywood Party Radio3) con Arnaud Desplechin, al quale è dedicato un focus di proiezioni (9-10 aprile). Cosa si nasconde dietro la scelta dei 30 titoli? Il criterio semplice di “aprire una finestra nel cinema francese contemporaneo” (Tonnini), tre macrotematiche (il vecchio e il nuovo, l’autopsia della società, la commedia) e una particolare attenzione al cinema d’autore. Inediti e novità come “Jusqu’à la garde” (lungometraggio di esordio di Xavier Legrand, 2017), ma anche una sezione documentari e film ormai classici, come il restauro a cura della Cineteca di Bologna di “Le Crime de Monsieur Lange” (Jean Renoir, 1936).

Quella tra la Francia e il cinema è una lunga storia d’amore. Risale al 1895, quando i fratelli Lumière proiettano il primo film. Si conferma nel 1959, quando il Ministero della cultura sotto la direzione di André Malraux stabilisce la cosiddetta exception culturelle française: lo Stato francese, che stava faticosamente risorgendo dopo i disastri del secondo conflitto mondiale, decide di investire denaro e speranze nel cinema nazionale, quell’arte che in Francia era nata e della Francia poteva – e doveva – essere fiore all’occhiello nel mondo. “Rendez-vous” si inserisce in un solco già tracciato con la forza della tradizione, l’entusiasmo del nuovo, l’ardore della passione cinefila al di là e al di qua delle Alpi.

Alessandra Pratesi 27/03/2018

Ready Player One” è, innanzitutto, un romanzo di successo pubblicato nel 2010 (in Italia nel 2011), dello scrittore e sceneggiatore Ernest Cline. Prima ancora che imparassimo a distinguere l’onda contro-culturale che ci avrebbe travolto di lì a poco, il libro si fondava sulla nostalgia insaziabile delle generazioni cresciute dagli anni ’80 in poi, sotto la stella pop del gioco di ruolo, del videogioco di massa e delle realtà virtuali, nei cinema o nei social network. Il romanzo, peraltro opzionato già mentre nasceva, diventa oggi un film di Steven Spielberg, sceneggiato dallo stesso Cline insieme a Zak Penn (“X-Men: Conflitto Finale” e “L’Incredibile Hulk”, tra gli altri cinefumetti).
Nel 2045, il mondo è ormai ridotto a resto agonizzante di se stesso, con povertà e inquinamento oltre i limiti del sopportabile. Nessuno però se ne cura, dal momento che un genialoide visionario (no, non Spielberg) ha creato Oasis, un universo digitale in continua espansione dove potersi creare una seconda vita. RP1Giocare, amare, divertirsi, arricchirsi, essere felici: non c’è niente, dentro Oasis, che non sia a portata di chiunque, e questo ne fa il rifugio perfetto per tutti.
Inutile dire quanto fosse ambizioso trasporre a schermo la mole di riferimenti meta-culturali che il libro mette in gioco, tra film, videogame, anime e tutto il resto. Altrettanto inutile, ex post facto, ragionare su quanto l’uomo giusto per farlo fosse proprio Spielberg, regista di sconfinata esperienza e incorruttibile adolescenza visiva. A quasi 72 anni, Steven è ancora tra i più taglienti e puntuali samurai del “mostrare, non dire” hollywoodiano. Le spiegazioni da fornire agli spettatori fuori target (a patto di trovarne, forse, tra i nati nel primo dopoguerra) pioverebbero a tonnellate. Si riducono invece al minimo sindacale, nascoste nei meandri di un’orgia visiva di botte da orbi, luci strobo, proiettili e chilometri orari da capogiro.
Si dice che uno dei segreti del cinema sia non entrare in competizione con l’immaginazione dello spettatore. Eppure alcuni film, film come questo, vi si sostituiscono, la soppiantano e, in tutta onestà, non la fanno rimpiangere. Non vi è una sola sequenza nella digitale Oasis che manchi di colpire al massimo del suo potenziale, prima estetico e poi pirotecnico. Intanto, la realtà le fa da contraltare perfetto, con la sua asciutta claustrofobia di possibilità e condizioni. All’interno di questo conflitto, più esistenziale che ambientale, dei ragazzi si “giocano”, è proprio il caso di dirlo, il controllo del mondo virtuale con una crudele corporazione aziendalista. Qui, Spielberg trova pane per i suoi denti, inscenando l’ennesima battaglia di età e valori inversamente proporzionali. Giovani protagonisti di buone intenzioni (Tye Sheridan, Olivia Cooke) si scontrano con adulti d’ostacolo per loro (Ben Mendelsohn, l’antagonista) o per se stessi (Mark Rylance, guida spirituale postuma).
Le interpretazioni attoriali non sono intaccate dalla mediazione dei loro avatar, le identità create all’interno di Oasis, anzi, ne vengono esaltate, traslando il gioco degli alter ego sul piano narrativo dei personaggi. Un equivoco che, seppur marginalmente, ci provoca: cosa, nella sfera dei sentimenti, resiste oltre i confini del mondo fisico? È un tranello che Spielberg non resiste dal sottoporci, declinato in salsa cinematografica. Ecco quindi figurare, nell’autentica miriade di riferimenti pop, alcuni tra i nostri primi amori del grande schermo: T-Rex e King Kong, solo per citarne un paio, e un’intera sequenza prelevata, con rispetto e gusto del proibito, da uno dei film alla base del culto cinematico moderno. Non bastasse il resto, ci pensa quest’ultima a renderci impossibile ignorare la personale sigla del regista-direttore d’orchestra, un timbro a fuoco al contempo personale e universale. Il suo più grande punto di forza.

Andrea Giovalè 22/03/2018

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