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In occasione dell’anteprima romana di “Senza Distanza” (qui la recensione), lungometraggio indipendente proiettato il 7 e l’8 giugno al Cinema Farnese, Recensito ha incontrato e intervistato il regista Andrea Di Iorio, noto per il corto “Come andrà a finire” del 2011 vincitore del Premio del pubblico al Festival L’Airone del 2012, e uno dei protagonisti, l’attore Marco Cassini (regista e interprete del film “La notte non fa più paura” del 2015 e visto in televisione in “Don Matteo” e nella produzione internazionale “I Borgia”).

Andrea, com’è nata l’idea per la sceneggiatura?
A.D.I: “In realtà si tratta dell’unione di due idee: una un po’ più vecchia, di tanti anni fa e una più recente. La più recente è quella legata al concetto di fuso orario. Tornando da un viaggio all’estero, ho sentito il bisogno di esprimere il desiderio delle persone di fuggire dalla propria realtà, non sempre soddisfacente, e quindi di parlare anche dell’illusione che ci può dare la fuga verso un’altra dimensione, che non è detto sia sempre appagante. Questa era la metafora che m’interessava. Dopodiché, il tema pregnante era del matriarcato, che spiega molti comportamenti e sentimenti comuni a tutte le civiltà; è stato come tornare un po’ indietro nel tempo e capire perché noi interpretiamo le cose in un certo modo”.

Avete mai avuto relazioni a distanza? C’è qualche dato autobiografico dietro questi temi?
A.D.I: “Sicuramente. Ho saggiato quello che si prova in queste relazioni potenzialmente a distanza, non a livello sentimentale, ma nel senso di rapporti molto chiusi. Il titolo stesso del film allude all’idea di una coppia in cui non c’è uno spazio personale”.
M.C.: “Sì, ho avuto relazioni a distanza. E mi sono ritrovato tantissimo in questo film. Ho avuto relazioni stupende anche molto, emotivamente parlando, coinvolgenti”.

Andrea, ha studiato antropologia o la Sua è semplicemente una passione?
A.D.I.: “Ho studiato Lettere all’Università La Sapienza di Roma. E poi sì, l’antropologia è nata come passione. Per me è fondamentale esplorare e affrontare i temi di oggi analizzando il passato, l’umanità nel tempo e nello spazio”.

Marco, qual è l’aspetto del Suo personaggio, Enzo, in cui si riflette di più?
M.C.: “In quasi tutte le sue debolezze. Perché è banalmente e profondamente uno qualunque Enzo. Un ragazzo che vorrebbe fare l’attore, ha i suoi desideri però ha una paura matta di perdere la donna (Mina, interpretata da Lucrezia Guidone, ndr) con cui sta”.

Andrea, Lei a quale personaggio è più legato invece?
A.D.I.: “Non saprei davvero. In realtà, è come se fossi presente un po’ in tutti quanti”.

Nel film c’è un’idea di coppia abbastanza enigmatica: i protagonisti, in questo luogo simbolico che è il bed and breakfast in cui soggiornano, devono vivere senza telefono e contatti col mondo esterno. Andrea, Lei come si rapporta con la tecnologia, quanto è importante il mondo dei social?
A.D.I.: “Avete anticipato quello che sarà il tema del prossimo film: già in “Senza Distanza” vi è un preludio di questo isolamento forzato, in cui la tecnologia è assente e le coppie possono incontrarsi e scontrarsi. Tra l’altro l’elemento dei social, in generale nei film, esteticamente è molto brutto da vedere: è molto meglio assistere al rapporto tra le persone”. primo piano

Tutti i personaggi sono un po’ “sospesi”, come se fossero in una sorta di limbo tra le loro paure e il futuro. Essendo un film anche un po’ intimista, con tanti primi piani e piccoli monologhi, quanto c’è del lavoro dell’attore e quanto invece è stato importante il regista?
M.C.: “Siamo stati molto liberi, come attori, di poterci esprimere senza impedimenti. Avevamo una sceneggiatura, ma Andrea era talmente convinto di ciò che aveva scritto, che ci dava la possibilità, quando possibile, di aprire il rubinetto e di lasciar fluire ciò che sentivamo e, quindi, di metterlo in pratica. E ci sono diverse scene del film in cui, grazie all’aiuto del regista, siamo riusciti a trovare delle corde assolutamente uniche, totalmente improvvisate, ma che affondavano le radici su quella che era la sceneggiatura. È venuto fuori un lavoro che è unico nel suo genere”.
A.D.I.: “A me piace molto il cinema di sceneggiatura, basato sulle storie e sui personaggi. Purtroppo è un cinema che si sta creando sempre di meno, quello del dialogo. Per me la regia deve essere un supporto alla narrazione e non un suo intralcio, per questo ho adottato uno stile con camera fissa, scambi di inquadrature abbastanza lenti, tutti elementi di uno stile registico che non si adotta quasi più”.

Immaginiamo sia stata importante anche la sintonia del cast artistico…
M.C.: “Decisamente sì. Poi parliamo di aver lavorato con interpreti del calibro di Giovanni Ansaldo, Lucrezia Guidone, Elena Arvigo. Insomma, era un cast di assoluto rispetto”.
A.D.I.: “Mi avevano impressionato positivamente i loro lavori precedenti; la bravura degli attori era fondamentale, soprattutto per un progetto come questo, girato in otto giorni”

Molti di questi attori hanno una formazione soprattutto teatrale e la sceneggiatura sembra anche prestarsi in tal senso. Quanto ha influito il teatro, in questo film?
A.D.I.: “Più che il teatro, si tratta di un’impostazione teatrale di un certo tipo di cinema. Il cinema, in questo senso, ha indubbiamente qualcosa di teatrale; non per nulla amo molto i film di Roman Polanski, con quel tipo d’impostazione”.

Marco, sappiamo che Lei è anche regista. Come vede il futuro del cinema indipendente in Italia?
M.C.: “A parte questo film di Andrea (che è stato selezionato alla VIII edizione del New York City Independent Film Festival 2016, ricevendo vari premi anche in altre manifestazioni nazionali e internazionali, ndr), posso portare come esempio il mio film, “La notte non fa più paura” (del 2015, ndr), che ha preso una menzione speciale ai Nastri d’Argento 2017, è stato venduto a Sky e due settimane fa l’abbiamo venduto in Cina e ha fatto il giro del mondo.
Abbiamo prodotto un altro film che si chiama “La porta sul buio” (tratto dall’omonimo libro di Cassini, ndr) e poi “Oltre la bufera” (dedicato a Don Giovanni Minzoni, ndr): sono tutti film sotto la soglia dei 100.000 € e stanno girando sul mercato. Quindi, secondo me, probabilmente il pubblico vuole un qualche tipo di sperimentazione. Recentemente hanno riportato al cinema le versioni restaurate di “Ultimo tango a Parigi” (di Bernardo Bertolucci, 1972, ndr) e “2001: Odissea nello spazio” (di Stanley Kubrick, 1968, ndr). In quest’ultimo, ci sono 18 minuti di nulla con luci ad intermittenza ed è il più grande film della storia del cinema, a parer mio: per quale motivo dobbiamo smettere noi, oggi, di sperimentare? Continueremo a sperimentare perché siamo giovani, perché ci crediamo e veniamo da un cinema che è quello di “2001: Odissea nello spazio”. Io la vedo così. Poi se sbattiamo la testa, la prendiamo sul muso noi. Ma se le cose andranno bene, come penso che andranno effettivamente, sarà solo di guadagnato per tutti”.

indexCosa ne pensate della visione delle relazioni amorose che ha il personaggio di Gaia (interpretato da Elena Arvigo) nel film?
M.C.: “Ci penso tutti i giorni e tutte le notti. Ed è difficile darsi una risposta. Perché non si può non ammettere che Gaia non dica qualcosa di quanto meno interessante. Poi, però, i personaggi si scontrano con la loro cultura di sempre, con il fatto che comunque ci si innamora di una persona e si provi gelosia magari nei suoi confronti. Non è facile, io continuo a pensarci alla visione di Gaia. Devo ringraziare Andrea per avermi fatto fare questo film. Si affrontano temi non da poco”.
A.D.I.: “Lei dice cose che tutti vorrebbero dire, ma la realtà va sempre considerata, non possiamo escludere dei presupposti culturali. Anche se lei è un personaggio che non vuole imporre la sua visione delle cose”.

Dato che la tendenza della generazione dei neo-trentenni è sempre più quella di migrare e stabilirsi lontano dal luogo di origine per cercare fortuna e lavoro, lasciandosi alle spalle spesso affetti e legami, l’amore continuerà ad esistere “senza distanza” o no?
M.C.: “Per me l’amore è qui ed ora. L’amore siamo noi che stiamo parlando di cinema, o noi che ci sediamo e guardiamo, respiriamo…”

E l’amore che poi porta a formare una famiglia?
M.C.: “Secondo me c’è ancora quel tipo di amore. Io ho avuto relazioni assolutamente monogame, quindi non so come potrebbe essere avere una relazione differente, come quella di Gaia ad esempio. Sbaglio?”

Andrea, può anticipare qualcosa circa il Suo prossimo film?
A.D.I.: “Posso dire che riguarderà sempre la distanza tra le persone, ma da un punto di vista diverso: l’idea parte da quanto le persone rinuncino a stare tra loro a causa delle barriere tecnologiche”.

Alessandra Pratesi, Chiara Ragosta, Alfonso Romeo, 09/06/2018

Noi siamo la marea”, presentato nella sezione “Perspektive Kino Deutsch” della Berlinale nel 2016, condensa le peculiarità del thriller e quelli della fantascienza, ispirandosi al cinema di Christoper Nolan da una parte e a quello di M. Night Shyamalan dall’altra. Dopo aver presenziato al 34° Torino Film Festival - dove si è aggiudicato il premio del pubblico - il film di Sebastian Hilger uscirà nelle sale italiane a partire dal prossimo 21 giugno, grazie a Mariposa Cinematografica e 30 Holding, in collaborazione con German Films.  downloadNel paesino fittizio di Weidholm nel Mare del Nord, il tempo si è fermato all’aprile del 1994 quando tutti i bambini della città sono misteriosamente spariti insieme alla marea che costeggiava la città. A Berlino il giovane ricercatore di fisica Micha - interpretato da Max Mauff, attore già visto ne L’onda, Vitctoria, Sense8 e Il ponte delle spie - è momentaneamente costretto a lavorare come barman in un locale. Dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto alla sua proposta di ricerca da parte della commissione universitaria, decide di partire alla volta di Weidholm per fare chiarezza su ciò che è accaduto vent’anni prima - dato che da quasi un decennio le ricerche sono state interrotte. Ad accompagnarlo in questa impresa Jana (Lana Cooper), figlia del suo relatore ed ex fidanzata, tornata dal Portogallo dove si era rifugiata alla ricerca di se stessa, dopo aver interrotto gli studi e la gravidanza. A Weidholm i giovani dovranno scontrarsi non solo con l’ostruzionismo accademico ma anche con quello delle autorità e dei cittadini, i quali faranno di tutto per sabotare il loro lavoro. Micha e Jana, costretti a vivere nella stessa stanza ed a lavorare fianco a fianco rifletteranno retrospettivamente sulle falle del loro rapporto e sui motivi per cui si è incrinato. Assieme alla verità le loro ricerche faranno emergere anche i sentimenti che nutrono l’uno per l’altra.

Wir sind die Flut” - titolo originale dell’opera - non è soltanto l’esordio di Sebastian Hilger e degli studenti dell’accademia di cinema di Potsdam e Ludwigsburg - che hanno attivamente collaborato alla realizzazione del film - bensì il debutto tedesco nella science-fiction. Una reinterpretazione del genere americano per eccellenza in una prospettiva esistenzialista tipica della cultura e della filosofia europea. Ciò si riflette nel grigiore dei paesaggi restituiti dalla tonalità plumbee della fotografia curata da Simon Vu. La grande domanda di fondo è infatti: come può rapportarsi l’uomo con l’infelicità? Cosa rimane della sua vita dopo delle perdite tanto importanti? Per meglio capire la natura di questi quesiti una buona chiave di lettura potrebbe essere quella del concetto, squisitamente tedesco, di Sehnsucht, fil rouge narrativo della pellicola. La parola chiave del romanticismo tedesco che esprime la disperata ricerca di qualcosa di sconosciuto; un senso di malinconia incolmabile per il passato e l’avvenire, anche traducibile con “desiderio del desiderio”. Ma a tutto questo “Noi siamo la marea” non ci darà risposta perché i risultati delle ricerche lasceranno agli spettatori tanti punti di domanda.

Il film attinge a piene mani agli stilemi di genere dettati da oltreoceano. Sono evidenti i riferimenti stilistici nonché diegetici del capolavoro di Christopher Nolan, “Interstellar”. Le filiazioni fra i due film sono talmente palesi che fra le musiche originali di Leonard Petersen e quelle di Hans Zimmer si sente un rapporto quasi incestuoso - confermata anche dalla provenienza tedesca di entrambi gli artisti - come un figlio minore che cerca di raggiungere la grandezza paterna. Le ottime prove attoriali dei giovani interpreti celano le imperfezioni in fase di montaggio, spesso pesanti e poco fluidi. A rallentare il ritmo contribuisce anche la laconicità dei dialoghi, riconducibile del resto non solo a una carenza nella sceneggiatura ma più in generale ad una specificità antropologica dell’area nordica. Nonostante questo “Noi siamo la marea”, grazie al cospicuo budget e alle giovani maestranze, rimane un ottimo esordio. Esemplificativa l’immagine della battigia prosciugata, perfettamente restituita grazie agli effetti speciali digitali, simbolo della desolazione e dell’impossibilità di fare i conti con la realtà della vita.

Giorgio Catalani, Luisa Djabali, Virginia Zettin 08/06/2018

Commentando i deludenti risultati al botteghino del nuovo spin-off di Star Wars ("Solo: A Star Wars Story" ha incassato soltanto 101 milioni di dollari in chiusura del weekend lungo del Memorial Day), Ron Howard ha dichiarato di sentirsi soddisfatto per aver battuto un record personale. Il riferimento è al suo Codice Da Vinci, che al weekend di esordio incassò 77 milioni di dollari. Il regista si dimostra così maestro Jedi di ottimismo; questo non basta a cancellare la sensazione che il prequel su Han Solo, uscito nei cinema italiani il 23 maggio, sia stato una scommessa persa

Dispiace, perché il cast si è impegnato al massimo per la buona riuscita del film. L’interpretazione che più convince è quella di Donald Glover, che ha saputo ricoprire con un velo di fascino scanzonato un Lando Carlissian più doppiogiochista e sleale che mai. Molto più ardua la sfida per Alden Ehrenreich, che qui avrebbe dovuto interpretare un giovanissimo Han Solo. Ehrenreich, tuttavia, non possiede il carisma cinico di Harrison Ford e la scrittura piatta del film trasforma quello che doveva essere un trafficante, tanto rapido con le parole quanto con la pistola, in una specie di eroe ribelle con un grande cuore. Solo 2

In realtà, questo Han Solo soffre di mancanza d’identità cronica, come tutto il prequel (che nelle intenzioni della Disney dovrebbe dare vita a una vera e propria trilogia a sé stante). Per le due ore e un quarto trascorse nella sala si ha l’impressione di guardare una storia che non ingrana mai, che non sa se essere dramma o commedia. Ci si trova davanti a una serie di episodi sparsi, giustapposti fra loro con l’intenzione di creare una piccola epopea, un’avventura in cui il contrabbandiere più ricercato della galassia non fa altro che raccogliere i pezzi, che dovrebbero fare di lui il personaggio che tutti conosciamo.

Ci sono, in ordine sparso, l’incontro con Chewbacca, la famigerata partita a carte con Lando per la proprietà del Millennium Falcon, le prove che dimostreranno la sua abilità come pilota, i suggerimenti che lo porteranno a incontrare Jabba the Hutt a Tattooine. Nel mezzo continui cambi di scenario, a volte immaginifici, ma che sanno sempre di già visto. Un attimo prima sembra di muoversi fra i sobborghi sporchi di una città caotica a-là Blade Runner; subito dopo si fa un salto nel passato, fra trincee da Prima Guerra Mondiale. E poi è la volta di un assalto al treno, in pieno clima da Far West, solo spostato fra montagne innevate. Solo 3

I personaggi originali, inventati apposta per quest’avventura, non aiutano a correggere il tiro di un film che, perlomeno, avrebbe potuto reggersi sulla forza degli interpreti. Woody Harrelson fa del suo meglio per offrire una versione ruvida e vissuta del trafficante Tobias Beckett. Emilia Clarke, invece, non riesce a risollevare dalla monotonia Qi’ra. Nata come puro love interest di Han, si rivela un personaggio incompleto, fatto di non detti che aspettavano di essere esplicitati negli episodi successivi di questa saga spin-off. Nel mezzo di questo potpourri di generi e suggestioni, qualche guizzo di emozione c’è, soprattutto nello spericolato e adrenalinico inseguimento all’interno di un gigantesco maelstrom spaziale.

E poi c’è quella nostalgia sottile, tutta riservata ai fan storici della saga, che balugina qua e là, soprattutto quando il profilo del Millennium Falcon si staglia nella notte cosmica o l’effetto anni Settanta del salto nell’iperspazio riempie lo scherma del cinema. Troppo poco per ricreare le atmosfere di una saga che ha fatto la storia. Troppo poco anche per emozionare un pubblico di neofiti che, in piena abbuffata da film supereroici, non troverebbero in questo film nemmeno l’adrenalina del blockbuster d’azione dal ritmo serrato. Con buona pace di Ron Howard.

Ilaria Vigorito 29/05/2018

Ispirato al delitto del Canaro, sanguinosissimo caso romano di cronaca nera che sconvolse l’Italia nel 1988, “Dogman” di Matteo Garrone è diventato, già a pochi giorni dall’uscita nelle nostre sale, il film-rivelazione dell’anno. Come da tradizione per l’intrattenimento in pellicola, però, la sceneggiatura parte da una base reale per poi svilupparsi autonomamente, ricalcando solo in parte il personaggio di Pietro De Negri, detto “Er Canaro della Magliana”, su quello di Marcello. Tra l’altro, non è la prima volta che il regista dimostra interesse per trasposizioni cinematografiche ispirate alla cronaca: “L’imbalsamatore”, del 2002, è incentrato proprio sulle vicende del “nano di Termini”, tassidermista omosessuale ucciso dal suo amante nel 1990. Due anni dopo, nel 2004, Garrone rispolvera un’altra inquietante pagina storica del giallo italiano con “Primo amore”, liberamente ispirato al libro “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini, perverso collezionista di fisici scheletrici e in fin di vita, che minacciava di uccidere le proprie compagne se solo avessero osato toccar cibo o lasciarlo.

Al di fuori dello sguardo di Garrone e restando nel panorama italiano, c’è da dire che i film che percorrono vicende intrecciate con casi di cronaca non sono mai mancati, suscitando un ulteriore interesse nei confronti del pubblico, incuriosito dal confronto tra l’occhio mediatico e quello cinematografico. aaaalorodiromaMV5BYzdmMWNiM2UtYmFjYS00ZGZhLWIxMzctNWZkZWI5NmJjNjM4XkEyXkFqcGdeQXVyMTQ3Njg3MQ. V1 SY1000 CR007121000 AL 2Tale interesse sembra nascere, in Italia, proprio durante il periodo del neorealismo (con pellicole come “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano del 1946 o “Roma ore 11” di Giuseppe De Santis del 1952) e raggiunge l’apice tra gli anni Sessanta e Settanta, in particolare col regista Carlo Lizzani, che dopo “L’oro di Roma” del 1961 e “Il processo di Verona” del 1962, entrambi ispirati a fatti storici reali, firma due lungometraggi dedicati a cronache contemporanee: “Banditi a Milano” del 1968 e “San Babila ore 20: un delitto inutile” del 1976. Il primo tratta le imprese criminali della banda Cavallero, attiva a Milano a inizio autunno 1967: in particolare Lizzani si concentra su una rapina avvenuta a un’agenzia del Banco di Napoli e sullo scontro a fuoco con la polizia che ne seguì. Il secondo è, invece, incentrato sugli scontri giovanili durante gli anni di piombo, prendendo come soggetto l’omicidio dello studente Alberto Brasili ad opera di un gruppo di neofascisti avvenuto in Piazza San Babila, a Milano, il 25 maggio del 1975.

aromanzo criminale 2

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila il filone continua, concentrandosi su una narrazione che predilige un punto di vista più soggettivo, con film come “Una fredda mattina di maggio” di Vittorio Sindoni del 1990, ispirato all’assassinio del giornalista Walter Tobagi, o “Il muro di gomma” di Marco Risi del 1991, che riprende la storia di Rocco Ferrante, giornalista del Corriere della Sera che seguì le indagini del caso Ustica, passando per il grande successo de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana del 2000, dedicato all’omicidio di Peppino Impastato, e arrivando a “Romanzo criminale” di Michele Placido del 2005, sulle vicende della banda della Magliana. Quest’ultimo, insieme a “Vallanzasca – Gli angeli del male” del 2010 (sempre per la regia di Placido) e “Ustica” di Renzo Martinelli del 2016, segna un mix narrativo tra quegli elementi di cronaca che hanno riempito le pagine dei quotidiani e una chiave di lettura più romanzata. Come avviene spesso nel cinema, uno stesso soggetto viene ripreso più volte e analizzato da un punto di vista differente, più o meno attinente alla realtà dei fatti: è il caso di “Rabbia Furiosa – Er Canaro” di Sergio Stivaletti, che ripropone proprio la medesima vicenda cui si è ispirato Garrone col suo “Dogman”, promettendo una maggior nesso filologico con la storia, in uscita nelle sale italiane dal 7 giugno.

Chiara Ragosta, Alfonso Romeo  25/05/2018

Leggi la recensione di "Dogman": https://www.recensito.net/cinema/dogman-matteo-garrone-oltre-canaro-magliana.html

Lunedì, 14 Maggio 2018 21:51

"Loro 2": la festa è finita

Il venditore, il cantante, l’attore ma anche l’uomo assetato di potere e di attenzioni, l’ex-Presidente del Consiglio che vorrebbe tornare ad esserlo e lo sceicco, circondato da troppi magnaccia e troppe mantenute compiacenti.

Silvio Berlusconi si è sempre vantato di essere uno statista dal “multiforme ingegno” e le sue facce Paolo Sorrentino le mostra tutte in "Loro 2", la seconda parte della sua opera torrenziale sull’uomo che da più di trent’anni (e con alterne fortune) continua a ossessionare la scena politica e la mente di un bel pezzo d’Italia.

Siamo lontani dagli eccessi orgiastici e allucinatori del primo capitolo, dalla narrazione rarefatta e autocompiaciuta della corte di nani e ballerine, cocaina e anfetamine. Il passo cambia la successione degli avvenimenti si fa più densa e Toni Servillo ne è il protagonista indisturbato. Si sdoppia, persino, in una paradossale sequenza in cui interpreta contemporaneamente ai due lati del tavolo un Berlusconi scoraggiato e un Ennio Doris elettrico e propositivo, che cerca di scuoterlo dallo stallo politico e umano in cui è invischiato.Loro 2 2

E poi c’è la compravendita dei senatori, il difficile e sempre più irrecuperabile rapporto con la moglie, il codazzo di questuanti e ragazze-farfalline, in cerca del loro posto al sole. Su tutti troneggia questo vetusto piazzista, ricoperto di cerone e sorrisi da rettile, che vende sogni e pretende di essere amato da tutti. Il film è diviso nettamente in due: nella prima parte si intravedono le crepe di quell’universo turbinante di festini ed esaltazione chimicamente indotte attraverso una regia pesantemente parodica. Sorrentino e Servillo si prendono gioco dei protagonisti di quelle storie fin troppo reali, fanno il verso alle brutte fiction nostrane, popolate di Olgettine raccomandate che hanno la verve di una Corinna di ‘Boris’.

Poi la cesura, improvvisa e spiazzante, quando è la realtà che irrompe sulla scena: lo fa con la scossa di terremoto, lunga più di un minuto, che devastò l’Aquila nel 2009, radendo al suolo palazzi, strade e chiese. È a quel punto che la festa finisce, che le risate si estinguono e lo squallore ricopre di una patina grigia tutte le inquadrature. Messa da parte la fenomenologia del festino, in cui Sorrentino spesso si diletta, è un’altra specialità del regista a venire fuori: mettere a nudo tutta la miseria umana che si cela negli esseri umani, un attimo prima di essere cacciati dal loro Eden personale.

Il culmine di quella caduta e di tutta la parabola discendente di "Loro 1" e "Loro 2" è racchiuso nel litigio serrato fra Berlusconi e Veronica Lario – un’intensa e dolente Elena Sofia Ricci – a proposito del loro imminente divorzio. Non è solo una moglie ferita a rinfacciare al marito di non essere mai stato in grado di rispettarla né di mantenere fede alle sue promesse: c’è un pezzo di Italia intera nella sua voce e nelle sue recriminazioni, che ricorda a Silvio Berlusconi di essere sempre rimasto un piazzista, anche quando avrebbe avuto il potere di fare ben più che vendere sogni.Loro 2 3

Ma quando l’imprenditore le chiede perché sia rimasto con lui per ventisei anni, se non gli riconosceva nessuna qualità, l’unica, mortificata risposta che Veronica sa dargli è di essere stata innamorata di lui. Perché, al netto di raffigurazioni irriverenti e sequenze surreali, "Loro 2" non fa altro che prendere atto della realtà, mostrandola sotto la sua lente più deprimente e meno abbellita.
Sorrentino, più che perdersi in troppe congetture di carattere morale, si limita a mostrare gli effetti di quell’innamoramento collettivo: sono le macerie che restano dopo il disastro, le macerie di un matrimonio che Berlusconi non riesce più a rimettere assieme ma anche di un Paese che non riesce più a rialzarsi. Loro non sono soltanto gli accattoni traditi e buttati via dal grande capo. Sono anche i volti stanchi dei vigli del fuoco che scavano fra i ruderi di una chiesa devastata, alla ricerca di qualcosa che possa ancora essere salvato e da cui ripartire.

Sempre che sia ancora possibile.

Ilaria Vigorito 15/05/2018

Canada: in un paesino isolato dal resto del mondo, la stravagante Fiona (Fiona Gordon) passa le sue giornate in modo piuttosto monotono, immersa in una routine fatta di libri, casa e lavoro. A un tratto, però, l’esistenza della donna viene scombussolata da una lettera dell’anziana zia Martha (Emmanuelle Riva); l’ancor più stravagante novantenne vive in Francia ed è terrorizzata dall’idea di poter finire in un ospizio, così chiede, disperatamente, aiuto alla nipote. A questo punto Fiona, costretta ad abbandonare la sua vita fra le montagne canadesi, parte alla volta di Parigi. È proprio nella capitale francese che la situazione si complica: la zia Martha è fuggita di casa, così alla protagonista non resta che mettersi sulle sue tracce, imbattendosi, fra una disavventura e l’altra, nell’affascinante clochard Dom (Dominique Abel). L’uomo, innamoratosi di Fiona, decide di aiutarla nelle sue ricerche.
Con uno stile narrativo che si potrebbe definire piuttosto classico, se non lineare o addirittura didascalico, va specificato che "Parigi a piedi nudi", commedia girata dall’accoppiata Abel & Gordon, si nutre di un’ironia molto ingenua, destrutturata, apparentemente naïve, rivelando in realtà la denuncia, nemmeno troppo criptica, di due fra i problemi sociali più sentiti trasversalmente in Europa: la condizione degli anziani e la povertà. APARIGI È in questo gioco dei contrari che si rende possibile l’incontro tra una donna borghese e un senzatetto, trovando sbocco in una sintonia che a poco a poco si trasforma in innamoramento: uno scenario, insomma, abbastanza improbabile al di fuori dal set. Pur inquadrando il genere di commedia come un figlio dell’archetipo chapliniano, è forse questa la forzatura più evidente e squisitamente idilliaca del film. Il tema-cardine della narrazione, invece, risulta essere quello della vecchiaia; la paura più grande della zia Martha è quella della solitudine. Senza l’intervento della nipote, rischia di passare gli ultimi anni in un istituto che non potrà e non saprà comprendere la sua esuberanza. Ad alleggerire argomenti che pesano come un macigno, però, oltre alla sceneggiatura semplice ma sopra le righe ci pensa una regia colorata e fanciullesca, che riprende Parigi in tutto il suo splendore: anche la Ville Lumière, in fondo, è una vecchia signora un po’ eccentrica proprio come Martha, che cerca di andare avanti fra mille paure e contraddizioni.

Alfonso Romeo 09/05/2018

«La semplicità è la necessità di distinguere sempre, ogni giorno, l'essenziale dal superfluo». Un addio, ad esempio. Gli addii non sono mai una cosa semplice. Ma sicuramente essenziale. Almeno per quelli che ci hanno voluto fare del bene, per proseguire con altrettanta semplicità. 

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Si spegne il 7 maggio all'età di 86 anni all'ospedale di Asiago, Vicenza il regista bergamasco Ermanno Olmi, uno dei personaggi più importanti della cinematografia italiana degli ultimi sessanta anni: cantore delle piccole cose, e delle grandi, innovatore, sperimentatore. Il primo lungometraggio è stato Il tempo si è fermato, del 1959, cinquantanove anni fa.

Sempre attento a trasportare un messaggio di pace, da vero cristiano e cattolico, diversità che ha sempre voluto far ritornare uniforme, vera e pura nella sua persona e nel suo cinema, Olmi ha dettato dei canoni di stile sempre vicini ad un certo carattere etico, oltre che estetico, come se anche qui si fosse cercato di uniformare i due aspetti. I grandi miti della tradizione cristiana, i racconti di paese, le leggende e le storie più autentiche sono state riprese con mano affascinata, appassionata e sempre meticolosa, mai banale o superficiale. Una mano sempre attenta a risultare vera, semplice e per questo altrettanto significativa e poetica.

Un rispettoso ed ossequioso saluto riporta in mente in primo luogo il messaggio contenuto nel suo lavoro. Potrebbe essere tempo dunque di riscoprire i grandi capolavori come L'albero degli zoccoli del 1978, forse il lavoro più importante del regista, premiato con la Palma d'Oro al festival di Cannes e il premio Cèsar al miglior film straniero, o il più recente Il mestiere delle armi del 2001, e -perché no?- riscoprire soprattutto i film che sono rimasti chiusi in un certo silenzio, che ora diventa silenzio reverenziale, come quello con Paolo Villaggio del 1993 su un racconto di Dino Buzzati, Il segreto di bosco vecchio, o ancora un lavoro come Tickets, che lo vede schierarsi al fianco di altri mostri sacri come Ken Loach e Abbas Kiarostami.

ermanno olmi 3Un mondo -quello del cinema del regista "manzoniano", come si è detto spesso- popolato di gente comune, di dialetti, ma anche di viaggi nei luoghi e nella storia, nella tradizione, nella religione. Tutto sempre con quell'intimismo che ha da sempre contraddistinto il personaggio di Ermanno Olmi, ritiratosi dalle scene per un periodo a causa della sindrome di Guillain-Barrè, che non seppe però -e fortunatemente- fermare l'estro del self made man che da Bergamo e poi Treviglio era arrivato alla Milano degli "sciuri", da vero ragazzo della Bovisa, e aveva imbracciato una macchina da presa. Un cinema fatto a poco a poco, e così come è nato andrebbe piano piano riscoperto, con l'affetto e la dedizione che si riserbano a coloro che ci hanno insegnato qualcosa.

Mai intellettualismi fini a se stessi, mai pose televisive e raffinati simposi auto-celebrativi, ma un cinema autentico e personale di cui -si spera- poter riscoprire, ancora una volta, il valore e la vera fede.

Davide Romagnoli 07/05/2018

Mercoledì, 02 Maggio 2018 19:51

Manuel: rinascere imparando a soffocare

Manuel ha gli occhi grandi e un po’ stanchi. Sul suo volto la spensieratezza dei diciott’anni e l’aria di chi è dovuto crescere troppo in fretta. Manuel è giovane, ma su di sé ha un fardello di vita che lo schiaccia; l’anima scheggiata e segnata da chi sente di portare il peso del mondo sulle proprie spalle, un po’ come il Jude beatlesiano. Ciononostante Manuel cammina dritto, fiero. Emblema della contraddittorietà, tra una sigaretta e l’altra alterna sorrisi a labbra serrate dietro cui nascondere urla interiori. Manuel, dalla vita passata in un istituto minorile, è come un bambino al primo giorno di scuola. Preparato lo zaino è pronto a incamminarsi verso una nuova strada; è pronto, cioè, ad abbracciare a braccia aperte quel mondo esterno che per anni ha immaginato dalle mura di quell’edificio che l’ha fatto crescere, maturare, diventare l’uomo responsabile che è. Manuel è adesso un ragazzo del mondo, deciso a gestire una casa e accogliere la madre in attesa degli arresti domiciliari. Manuel è, soprattutto, il protagonista della seconda opera firmata da Dario Albertini dopo il documentario “La Repubblica dei Ragazzi” (2015) – storia incentrata sulla nascita di una struttura nel dopoguerra che aiutava i giovani privi di sostegno familiare - ma può benissimo essere qualsiasi ragazzo che si incrocia per strada. Ed è proprio dietro questo aspetto che si nasconde la buona riuscita di quest’opera. Il regista, attraverso un modus operandi che ricorda da vicino quello dell’inglese Andrea Arnold (“Fish Tank”, “American Honey”) lascia che il protagonista si sveli da solo. La cinepresa vive del respiro - o della mancanza di esso - di coloro che le passano davanti. Non indugia con fare curioso nelle loro storie o nei loro tormenti. I (numerosi) primi piani servono solo a sottolineare come tanti evidenziatori un dato momento o un certo mutamento d’animo, senza per questo cadere nella retorica o nel facile bigottismo. La macchina da presa registra in un silenzio quasi sacrale il mondo che le si prostra davanti, immortalando gli scarti di sguardo tra il punto di vista di Manuel e quello dell’ambiente che lo circonda.
manuelVi è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa l’atto del recitare, da quello di far proprio un personaggio, di immergersi in esso fino a diventare un tutt’uno. Per un’opera come “Manuel”, così semplice da risultare per questo ancora più verosimile e realistica, era quantomeno necessario che l’attore destinato a tradurre delle scritte stampate su un copione in un essere umano, si sentisse completamente parte integrante del suo personaggio. Andrea Lattanzi non si limita a vestire i panni di Manuel; è Manuel. Un gioco di creazione, questo dell’attore, che ha trasportato in scena un universo contorto, disordinato, proprio come caotico e mutevole è l’animo di un ragazzo di diciotto anni. il maelstrom emotivo che domina Manuel è stato ben tradotto in termini di mimica facciale e corporea. Le pupille dilatate, i tic e i versi fatti con la bocca durante le notti insonne, non sembrano frutto di un’interpretazione attoriale. Vi è una sincerità di fondo, di comprensione reciproca che sottende la performance di Lattanzi e che la distanzia da quella degli altri colleghi di set, limitatesi a comparire come semplici macchiette. L’opera di Albertini si ammanta dunque dello stesso abito del genere documentaristico. Un gioco di ruoli supportato da una messa in scena impeccabile e da una vulgata dialettale tanto realistica quanto facilmente accessibile a tutti. In un mondo che alza la testa al cielo nell’attesa di scorgere l’avvento di un qualche supereroe, Lattanzi preferisce battere le strade di un sottobosco popolare, fatto di gente comune e umile. Le urla di Manuel non hanno dunque nulla di eroico, così come al costume da Avenger, il giovane protagonista, nel corso della sua crociata personale atta salvare la madre dalle grinfie del temibile carcere, preferisce indossare un semplice smoking.
“Manuel” non è un romanzo di formazione, e nemmeno una fiaba dal finale strappa applausi; è uno sguardo discreto nella vita di un ragazzo ordinario. Un’avventura introspettiva, in cui gli alti e bassi della vita si affiancano ai movimenti ondulatori delle riprese in handycam. È un mondo dove la vita reale corre sullo stesso binario di quella cinematografica, trovando nell’occhio della cinepresa un giusto e degno punto di incontro.

Elisa Torsiello, 2/5/2018

È sicuramente un periodo difficile per la cinematografia indipendente italiana. Questo senza dubbio. Non tanto una questione di soggetti strampalati e belle idee. Difficile infatti riuscire non solo ad emergere nel Belpaese ma anche e soprattutto essere prodotti. Poi c'è la distribuzione. Il riuscire a rimanere in qualche -almeno- piccola sala di città. Altrettanto indubbio, però, che il cinema indipendente possa e debba per suo statuto tentare di proporre qualcosa che possa renderlo autentico e significativo, non tanto come competitor -per usare un termine agevole nel business odierno- quanto più come baluardo dove poter portare avanti delle idee di cinema che possano, almeno quelle, esulare da certi standard delle produzioni più mainstream. Fungere da roccaforte, quasi, se volessimo parlare di schieramenti in gioco.1 le grida del silenzio

Ed è con gli occhi di un certo tipo che dunque ci si affaccia su un lavoro come quello di Sasha Alessandra Carlesi, presentato al cinema Barberini il 30 Aprile 2018 e al cinema dal 10 Maggio successivo. "Questo film nasce in primis dall'esigenza di scrivere", comunica subito la regista, cosciente di una certa banalità d'affermazione, come spiega poco dopo, ma con una buona dose di orgoglio e coraggio per immettersi nello schieramento del cinema indipendente. Un'esigenza di parlare dei silenzi che attanagliano l'anima, correlati ai rumori che un gruppo di giovani romani sentono provenire intorno al locus amoenus dove si sono accampati per una gita fuori porta.

Lontano sia da Wes Craven che dal Boccaccio, il plot del film si trincea in uno standard di genere di cui fin dalle prime scene si nota come quel vibrato di telecamera e quella prospettiva voyeuristica da horror/thriller voglia subito far capolino per esplicitare al massimo il canone, molto più che il ritmo della trama e delle battute possa far intendere. Il topos del locus amoenus dove ritirare gli spiriti aggrovigliati della città non è senz'altro un setting stravagante e nemmeno alcune caratteristiche di personaggi-tipo su cui gli attori si ritrovano a mascherarsi. Gli attori provengono dal teatro, piuttosto giovani, qualcuno con esperienze di cinema più ampie che altri, ma tutto sommato, pur non regalando nessuna emozione particolare, non sfigurano di certo per loro difetti specifici.

E se nelle premesse del film si legge come ci si volesse portare dietro una passione per il cinema che superasse le barriere di genere e sfiorasse un po' di pazzia risulta poi difficile, arrivati ai titoli di testa, riuscire a mantenere fede a questi dettami presentati. Anche il "voler riportare il thriller di genere al cinema" non sembra un'affermazione così ardita come sembra, a vedere le locandine settimanali dei multisala italiani, nelle quali si arrocca sempre il film di adolescenti che accampati con birra, droga e qualche pazzo maniaco nei dintorni. Il grigiore delle esistenze da cui fuggire, poi, risulta iper-realisticamente ridotto ad un compagno che continua a chiamare al telefono, a delle madri preoccupate (si tratta dopotutto di figli trentenni che stanno via una notte), a ex-fidanzate a cui non si è riusciti a donare tutto il proprio amore. Le maschere che la società ci impone, come viene detto, sono tutto sommato le stesse che il film della Carlesi mette ai suoi personaggi, ma anche se consapevolmente è un qualcosa che depotenzia il messaggio più che rinvigorirne la linfa.3 le grida del silenzio

A voler bene al film si può certamente, ma è più un discorso di affetto nei confronti di una produzione cinematografica che cerca, encomiabilmente, di farsi spazio in un territorio commerciale e industriale difficile, con tanto lavoro e tanto ardore. Anche un certo risvolto, nel quale i rumori che si sentono sono semplicemente le vite che non ci lasciano e che non lasciamo andare fino in fondo, avrebbe avuto da dire qualcosa di più. Dall'altro lato della medaglia, però, se neanche in queste cornici si riesce ad uscire dai dialoghi poveri di una realtà che si conosce fin troppo bene, da quelle orchestrazioni di archi programmati e pianoforte che subentrano d'emblèe per le epifaniche considerazioni amorose di certi personaggi, da turning point citofonati e da ossimori grossolani come quelli delle grida del silenzio, non sembra che gli schieramenti in gioco siano poi così diversi.

Forse è più questo il peccato di un film che tutto sommato non è, se non altro, per nulla antipatico.

 

Davide Romagnoli, 30/04/2017

Joe (Joaquin Phoenix) è un ex marine, un ex agente FBI, un servitore degli Stati Uniti che ha visto troppe scene del crimine. Solitario e tormentato l’uomo sceglie di vivere nell’ombra, al riparo dai fantasmi di un passato troppo denso per poter essere superato, si guadagna da vivere salvando dietro compenso giovani ragazze inghiottite dal vortice della prostituzione. L’uomo non ha amici, non ha amanti, non ha relazioni sociali che oltrepassino le quattro mura domestiche condivise con l’anziana e inetta madre di cui si prende amorevolmente cura. Un giorno Joe riceve la chiamata di un senatore newyorkese disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia Nina (Ekaterina Samsonov), fatta prigioniera in bordello di Manhattan. Nel tentativo di districare la giovane dalle grinfie dei suoi carnefici, scopre una vasta e ramificata rete di violenza e corruzione. Quando nel tentativo di ostacolarlo proveranno a sottrargli l’unica persona che conti veramente per lui, Joe inizia un implacabile e folle cammino alla ricerca della verità. 

Nelle sale dal 1 maggio, “A Beautiful Day” è scritto e diretto da Lynne Ramsay e basato sul racconto di Jonathan AmesNon sei mai stato qui” da cui è tratto il titolo originale del film, “You Were Never Really Here”. Presentato in anteprima alla 70ª edizione del Festival di Cannes è stato premiato per la Migliore sceneggiatura e la Miglior interpretazione maschile. Al suo quarto lungometraggio, l’autrice scozzese fa sfoggio di una spiccata abilità registica che le consente di esprimere al meglio il forte impatto visivo che da sempre caratterizza il suo cinema. Senza mai scadere nell’autocelebrazione, la Ramsay conferma una naturale propensione alla narrazione per immagini. Una maturità stilistica coltivata nel corso di una carriera costellata da molti riconoscimenti e pochi titoli in filmografia, sapientemente distribuiti nel corso di oltre un ventennio di attività. Dopo l’esordio ancora ventisettenne con il corto di diploma “Small Death”, si fa notare sulla croisette nel 1999 con “Ratcatcher – Acchiappatopi”, commovente racconto di formazione ambientato nel sottoproletariato scozzese. “A Beautiful Day” attinge a piene mani, ed apparentemente in totale consapevolezza, al consolidato repertorio del thriller senza mai venir meno alla propria marca autoriale. Il montaggio - curato da Joe Bini - è studiatissimo ed incalzante: tagli netti ed un audio sempre in anticipo rispetto all’immagine danno l’idea di voler giungere in soccorso ad una sceneggiatura atipicamente asciutta per il genere. Le lunghe e continue digressioni oniriche da un lato rallentano la progressione narrativa, dall’altro la arricchiscono con un’impattante portata estetica un Soggetto non esattamente inedito.

Joe è un personaggio ibrido, una personalità duplice in cui convergono e convivono istanze diametralmente opposte. Alla fisicità brutale e mascolina si alterna una spiccata sensibilità e un senso di responsabilità e premura di stampo materno. In equilibrio fra vita e morte, l’uomo sembra perennemente indeciso se porre fine alle terribili allucinazioni che lo perseguitano o continuare a vivere per quella madre così fragile e bisognosa. Così lo troviamo in bilico sulla banchina della metro, intento a trastullarsi con un coltello a scatto o ancora a spingersi al limite dell’asfissia costringendosi la testa in sacchetti di plastica. Una resistenza al dolore, fisico e psicologico, costantemente esercitata, indotta ed addestrata con metodologie degne della Legione Straniera. Joe è l’incarnazione di una figura archetipica del cinema hollywoodiano, il giustiziere della notte, il killer solitario. Phoenix - in stato di grazia - dimostra ancora una volta la sua capacità di assimilare totalmente i personaggi che interpreta. Fisico imbolsito, respiro pesante, barba e capelli che lasciano un’unica via d’accesso allo sguardo spiritato da soggetto borderline. Un’interpretazione stanislavskijana degna del Travis Bickle/Robert De Niro di “Taxi Diver”. Ma la catarsi attoriale non è il solo punto d’incontro con il capolavoro di Martin Scorsese. Caschetto biondo, fisico acerbo e viso da bambina fanno di Nina la corrispondente postmoderna di Iris/Jodie Foster, la prostituta tredicenne che Travis cerca di strappare - con la stessa brutalità di cui Joe è capace - a un crudele destino. Una città in perenne movimento - restituita nel suo cupo e profondo fascino dalla fotografia di Thomas Townend - custode di un’umanità volubile, corrotta e profondamente ipocrita. Un senso di violenza latente accompagna tre quarti di visione per poi esplodere con una forza impattante, ad alto tasso splatter, degna dei migliori titoli della ‘New Hollywood’ e sorprendere lo spettatore come un fulmine a ciel sereno. L’affresco metropolitano immaginato dalla Ramsay non dista molto da quello seventies di “The Deuce”, ideato per il piccolo schermo da David Simon e George Pelecanos. Il tappeto sonoro creato ad hoc da Jonny Greenwood - storico chitarrista della band britannica, Radiohead - conduce passo dopo passo la narrazione con sonorità sintetiche ed incalzanti che ricordano molto l’ultimo lavoro dei Safdie Brothers, “Good Time”. Del resto la musica sembra voler fuoriuscire ovunque in “A Beautiful Day”, dalle radio perennemente accese alla selezione extradiegetica delle 60’s hits - d’effetto la sequenza snodo che poggia sulla candida voce di Rosie Hamlin in “Angel Baby” - fino alle stesse improbabili interpretazioni vocali dei protagonisti in bilico fra vita e morte.

 

Luisa Djabali  29/04/2018

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