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Il desiderio di un ideale famiglia perfetta che ad alcuni bambini, a volte, non resta che immaginare. Di questo ci parla “Magari”, nuova commedia sentimentale di Ginevra Elkann, per la prima volta alla regia, che dal 21 maggio andrà in onda in esclusiva su RaiPlay, dopo il forfait dato nei cinema a causa della pandemia. Una storia che vede protagonisti tre fratelli molto legati tra loro, con genitori separati, che si trasferiscono, per le vacanze di natale, da Parigi, città in cui vivono con la madre (Céline Salette), alla casa al mare fuori Roma con il papà, uno sceneggiatore sempre al verde, interpretato da Riccardo Scamarcio. Con la presenza aggiunta della collaboratrice Benedetta (Alba Rohrwacher), il tentativo di modello familiare spensierato metterà in risalto l’imperfezione degli adulti e i loro problemi comunicativi, osservati dalle prospettive dei tre fratelli, ultimi baluardi di un sogno di famiglia ricongiunta. Una storia profonda che vive con intensità attraverso il tocco autobiografico e personale della regista, madre anch’essa di tre bambini, nella scelta di un luogo legato alla propria infanzia, ovvero il lungomare di Sabaudia, e la decisione di prendere tre piccoli attori bilingue che creassero un feeling spontaneo sul set. Le riprese a mano si alternano a quelle fisse per sovrapporre la vivacità dei bambini a quell’ambiente statico, portatore di malinconia e nostalgia come canta Riccardo Sinigallia, che firma la musica del film. Un’opera che ci mostra la capacità di adattamento e di reazione dei più piccoli nei momenti in cui si mette in crisi quel senso di appartenenza, come afferma la regista: quel senso di unità familiare. Quell’ innocenza nel dedurre che in alcune parole di rabbia che il papà ha rivolto alla mamma c’è ancora, in realtà, un sentimento profondo. Un bambino può percepirlo e non può smettere di credere che la famiglia perfetta tanto sognata possa esistere. Magari.

Giuseppe Cambria

Da lontano, dall’alto o estremamente vicino, dettagliato. La doppia vita di Favolacce, la sua doppia ricerca nel tentativo di tradurre ogni situazione per giungere ad un solo, unico e deludente risultato: l’inconsistenza della realtà.
Nella scacchiera delle villette di Spinaceto -periferia romana- procedono esistenze di grandi e piccoli individui, già scritte e stereotipate.
I fratelli D’Inncenzo scrivono e dirigono un racconto narrato -la voce è quella di Max Tortora- ripercorrendo un diario, slegandosi da questo e dalla storia per poi tornare alla consequenzialità, o saltando da un evento all’altro.
Un apparente smantellamento dei fatti per una coerenza celata dietro la caratterizzazione dei protagonisti, impalcatura stabile dell’intreccio in scena.
Le favolacce sono gli stessi personaggi, per un modo di esistere crudele assorbito da un contesto di luoghi altrettanto tali. Favolacce 02
L’afa e il caldo torrido sono lo sfondo dei racconti neri, un cassetto di ricordi dove salta fuori l’estate viva in tutti noi: un’estate italiana di televisioni in sottofondo e cicale assordanti.
Possiamo toccare tutto ciò a cui assistiamo perché la scrittura di Favolacce è esattamente congruente all’immagine. Una storia in grado di ricreare il malessere simile al dolore dopo aver ricevuto un’inaspettata pallonata sulla pancia. Un pugno nello stomaco durante il gioco, capace di conservare i tratti colorati, ancora piacevole.
La fotografia accompagnata da un suono meticoloso crea per l’occasione un esatto paradigma D’Innocenzo.
Lo spettatore riesce ad indossare le lenti “colorate” dei fratelli leggendo ed interpretando la loro visione che, in ultima analisi, riesce a diventare pensiero comune.
I bambini di Favolacce sembrano essere già consapevoli della loro infanzia fallace, il processo complesso che si attua ed emerge crescendo: un malinconico esame della tenera età, a cui nessuno si sottrae.
Una drammaticità fatta di cose semplici, di incomprensioni alimentate dalla noncuranza degli adulti, rimasti perennemente in superficie, servita ai bambini che, di tutta risposta, in profondità scendono sin troppo.
Favolacce 03 Favolacce narra la finzione del vivere bene, di una rivincita apparente, sostanzialmente priva di credibilità.
La coerenza nei dettagli, nei ritagli, nelle luci e nelle ombre crea un disegno finale ineccepibile. Esplicitato al massimo nella prossemica di Germano, riassunto ben chiaro di figure basiche destinate a non cambiare mai.
Bruno (Elio Germano) rimane vigliacco fino all’ultimo istante del film, incapace di gestire qualsiasi tipo di emozione, raccontandosi la verità più facile.
La pellicola è uno sdegno raffinato per una narrazione ruvida dove, in maniera soffice, ci sfiora la noia estiva di una periferia difficile.
Un ecosistema a sè stante intrappolato nei cliché -che i protagonisti sono convinti di aver superato- negli automatismi sociali del “perché si fa così”, nella voluta incomunicabilità.
La favola nera di una realtà possibile ma risolvibile, se solo solo i personaggi fossero disponibili all’ascolto, in prima battuta di loro stessi.
Siamo spettatori dell’asfissiante inadeguatezza di gesti, parole, comportamenti e luoghi. Cene e momenti di aggregazioni che vorremmo finissero subito, scene presentate dall’alto o da lontano di cui avvertiamo l’estrema oppressione.
Favolacce è una storia terribilmente cruda, di protagonisti e comprimari sgradevoli per le infinite possibilità di errori da commettere.
Un grottesco e drammatico noir, opera seconda degli straordinari Damiano e Fabio D’Innocenzo, capaci di diluire veloci istanti di tragicità, smontandoli attraverso il racconto e la macchina da presa, giungendo all’identità e al perché di gesti spesso considerati sin troppo estremi.
La bellezza di queste favole tormentate è situata nei dettagli, nelle inquadrature costanti per elementi potenzialmente privi di interesse. Favolacce è una summa di caratteri validi come cartina tornasole di realtà palesi, proprio come l’arte condensata e consolidata del lungometraggio.

Il film, Orso d’Argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, è disponibile per il noleggio su CG Digital, Infinity, Chili, Rakuten TV, Sky Primafila, Tim Vision e Google Play.

Arianna Sacchinelli 20-05-2020

Il 25 aprile “Irréversible” è entrato a far parte del catalogo della piattaforma streaming di Amazon. Vi proponiamo quindi una breve ma intensa retrospettiva.
Uno schermo nero ci accoglie. Solo nero, niente loghi di produzioni, come un presagio dell'oscurità nella quale ci apprestiamo a tuffarci. Quando tutto ad un tratto compaiono non i titoli di testa, bensì quelli di coda. Lo spettatore, preso inizialmente alla sprovvista, capisce a poco a poco, scena dopo scena, che si tratta di una narrazione a ritroso. La storia presentata non sarà quindi lineare, ma invece comincerà dalla fine per poi concludersi con quello che in teoria sarebbe l'inizio.
Dopo un significativo cameo della star del lungometraggio precedente del regista (il NoéVerse?), seguiremo le vicende del nostro protagonista Marcus (Vincent Cassel) impegnato in una dolorosa missione, una vendetta personale. Man mano che il tutto proseguirà ne capiremo le motivazioni, empatizzando sempre di più con lui e il suo alleato moralmente ineccepibile, Pierre (Albert Dupontel).
Quest'ultimo rappresenta una specie di guida spirituale con un'innato senso di giustizia e, per certi versi, puro. Un personaggio positivo e affettuoso che si contrappone a quello principale, irascibile e istintivo. Una vera testa calda.
Ma come dargli torto considerando l'orrore che ha vissuto, il motore della storia, un atto di una violenza estrema, uno stupro.
Alex (Monica Bellucci), l'attuale fidanzata di Marcus, ed ex compagna di Pierre, esce da una festa piuttosto movimentata e decide di tornare a casa sfruttando un sottopassaggio vicino. Purtroppo lo ignora ancora ma alla fine di questo tunnel non vi è luce ma solo tenebre.
Cupezza, violenza, brutalità e disagio sono le parole chiavi di questa pellicola. La bestialità dell'uomo, disposto a regredire ad uno stato animale pur di soddisfare i propri bisogni. Da una parte sul piano sessuale, dall'altra su quello della pura aggressività fisica.
Tutto questo è particolarmente sottolineato da regia e fotografia.
Riprese a mano “sporche”. Una serie di piani sequenza roteanti, dove la camera da presa cambia continuamente prospettiva. Da sopra a sotto, come per simulare gli effetti della miscela fatale tra alcool e rabbia e la confusione che ne deriva.
Una messinscena che sembra improvvisamente tranquillizzarsi, invece, nei momenti più calmi o paradossalmente più angoscianti, come la scena con lo stupratore Il Tenia (Jo Prestia).
Un succedersi di emozioni espresse attraverso le luci. Una sequenza di colori che spazia dal più pacato e raro blu, all'onnipresente giallo/arancione che sfocia nel rosso durante i tre momenti culminanti e decisivi del film. La rappresentazione visiva e sensoriale della spensieratezza, l'imminente pericolo, e la collera, l'oppressione, la depravazione vera e propria.
Un codice cromatico che ricorda fortemente quello di “Eyes Wide Shut”, diretto da Stanley Kubrick. Similitudini anche con due scene chiavi del film di Noé, la festa e il momento di intimità tra Marcus e Alex. Per non parlare della citazione diretta a “2001: Odissea nello spazio”, sempre di Kubrick, tramite un poster.
La pellicola è un pugno allo stomaco. Un'opera che affascina per la sua narrazione simile a “Memento” di Christopher Nolan, dove la posta in gioco dei personaggi sembra aumentare man mano che andiamo avanti, o tecnicamente che torniamo indietro, fino al dramma finale.
Un capolavoro “sgradevole” che ci invita a confrontarci con la parte più bassa, cruda, macabra e disgustosa dell'umanità. L'ineluttabilità del fato, del destino, una tragedia fissata nel tempo. Tempo che come dice il film stesso, distrugge tutto.

Matthieu Silvani   26/04/2020

Sulle note dei Righeira che cantavano “Sto diventano grande, lo sai che non mi va”, Lettieri ci trascina immediatamente nella vita di un gruppo di uomini più e meno giovani mossi dagli stessi obiettivi. Uomini cui la propria esistenza, forse, non muterà mai.
Il primo impatto con una realtà secolare che pare abitare Napoli da sempre. Sono intoccabili, immutabili ed inafferrabili devoti alla maglia e ai colori, ecco gli Ultras.
Il punto d’arrivo sono gli spalti, ma cosa c’è prima? Una religiosa preparazione alle giornate di campionato, come una messa solenne dove alle 15:00 di ogni domenica si recita il rosario.
La partita è l’appuntamento della settimana, il più importante e come il terzo comandamento rammenta “di santificare le feste” allo stesso modo la domenica del calcio va onorata.
Gli Ultras riservano ai più giovani un trattamento simile a quello degli spartani per i propri figli. La crescita e la formazione di un nuovo e valido esercito è significativa e va curata sin dalla più giovane età, proprio come il rispetto per la gerarchia.
La scrittura di Peppe Fiore esalta gli equilibri del gruppo che conservano un sapore primitivo e tribale, supportati da un cast in cui ognuno possiede una dimensione ben precisa. Sono soldati meticolosi, dalla precisione accademica pronti a progettare senza sosta striscioni e coreografie. Il tempo della vita è scandito dalle giornate di campionato e allora ogni tanto ci si domanda, quando ci riflettiamo nei volti disincantati degli adolescenti, cosa succederà per loro alla fine della stagione calcistica e da cosa sarà acceso il domani.
Il racconto di queste esistenze, che sembrano viaggiare solo per giungere ad un vicolo cieco, si articola su due diverse linee temporali e parallele: la nuova e la vecchia guardia del gruppo ultras. Ultras 01jpg
Quando finirà l’antico potere? Difficile stabilire i confini delle delicate supremazie; il patto di fratellanza è troppo potente e le loro vite, prima fra tutti quella di Alessandro (il Mohicano), sono letteralmente incastrate con quelle degli altri compagni. Sono un domino che non può essere toccato, una catena di montaggio dove ognuno è indispensabile all’altro. «Un ultras da solo non vale un cazzo, il gruppo fa la differenza.», questo è il credo di Sandro, diffidato ma ancora a capo degli Apache.
La consecutio della pellicola in modo chiaro ma non semplicistico vede snodarsi sullo sfondo di Napoli una tra le sue infinite realtà: il credo calcistico fedele e solido.
A partire dalle metà del film si impone un racconto dicotomico: Sandro tenta faticosamente di uscire dalla realtà degli ultras mentre il giovane Angelo fa di tutto per essere coinvolto nelle azioni pericolose. Questo specchio continuo produce molti interrogativi per Sandro, l’uomo si rende conto di aver bisogno di una svolta che prenderà il nome di Terry.
I volti segnati degli ultras, autentici, stanchi e sfruttati dalle vite disgraziate e dalla droga compongono assieme agli scorci napoletani dei quadri significativi, tra il presente e il passato di una città unica nel suo genere come la sua gente.
Il regista Francesco Lettieri, al suo primo lungometraggio, è un meticoloso costruttore dell’immagine e ce la consegna all’ennesima potenza. Sul lungo periodo della pellicola dimostra di saper elaborare un racconto più esteso rispetto alle sue narrazioni solite di videoclip musicali.
I colori freddi sono incorniciati da una colonna sonora elettronica curata dall’artista dal volto ignoto: Liberato. Il calore di Napoli è trasformato da Lettieri in un ferro freddo di cui possiamo quasi percepirne la durezza.
In Ultras si cerca di non abbassare mai la guardia per renderci continuamente partecipi e vedere cosa accade dall’interno. Scoprire l’approccio dei “nuovi” per svelarci che, in fin dei conti, non è cambiato niente.
Ultras narra un’altra faccia di Napoli: spigolosa, gelida e ostinata come il mare profondo che ci congeda alla fine del film.
Dimentichiamo presto lo stadio e i campi da calcio per lasciare spazio alle dinamiche umane delle tifoserie organizzate, tentando di capire mentalità replicate che sembrano non esser state intaccate dal tempo.
L’immagine è largamente diluita e tenta di vincere rispetto alla parola, rigorosamente in dialetto. Un lungometraggio dai ripetuti tratti documentaristici narra la genuinità e la disperazione, fornendo la possibilità di accedere alla visione di in un microcosmo a sé stante.
Ultras è una produzione italiana e originale Netflix disponibile dal 20 marzo sulla piattaforma.

Arianna Sacchinelli
20-03-2020



Giovedì, 12 Marzo 2020 18:56

Netflix: quali serie (ri)guardare

“Io resto a casa”: ecco il nome che il premier Giuseppe Conte ha scelto per il nuovo decreto emanato per fronteggiare il Coronavirus, in vigore dal 10 marzo al 3 aprile su tutto il territorio italiano. Non è un obbligo, ma un monito, da seguire, rispettando le misure già attive in precedenza in Lombardia e in altre 14 province, per contenere il contagio del Coronavirus.

Restare a casa è un gesto di responsabilità e un piccolo, grande sacrificio del singolo per la salute dell’intera collettività, soprattutto per i soggetti più a rischio, in modo che si possa ritornare alla normalità il prima possibile. Ieri sera, 11 marzo, un altro decreto di Conte ha reso le misure ancora più restrittive, chiudendo la maggior parte delle attività commerciali.

Restare a casa, anche lontano dalla famiglia, dai parenti e dagli amici non è uno sforzo banale, assolutamente. Mette alla prova, soprattutto giovani e meno giovani che abitano a chilometri di distanza rispetto ai loro affetti. Può essere tuttavia un’occasione per sfogliare vecchi libri impolverati,lasciati abbandonati su un comodino, o per recuperare film e serie TV, sconfiggendo i fantasmi della solitudine e della noia e riuscendo ad arricchire il bagaglio culturale e cinematografico.
Ecco alcuni suggerimenti per trascorrere le giornate e le serate con più leggerezza grazie all’ausilio della piattaforma Netflix.

Sit-com. Alcune serie TV sono dei sempreverdi, come Friends e How I met your mother. Dieci stagioni la prima e nove la seconda, le due sit-com seguono entrambe le avventure di un gruppo di amici di New York. Alcuni meccanismi sono simili, ma ogni puntata regala risate assicurate e a volte qualche lacrima. Friends racconta le situazioni tragicomiche di sei amici che adorano radunarsi in una caffetteria, in How I met your mother il punto di ritrovo dei personaggi è invece un Irish Pub. Il protagonista Ted Mosby (Josh Radnor) racconta ai propri figli la serie intrugliata di eventi che lo hanno portato a conoscere loro madre, ricordando la spensierata prima età adulta e le variopinte avventure vissuto con il suo forte gruppo di amici: l’amata Robin, la storica coppia Lily-Marshall e lo scapolo Barney.

Made in UK. The End of the F***ing World e Sex Education, entrambe di due stagioni, particolarmente vicini ai teenager. Se nella prima la protagonista è una coppia di ragazzi non ordinari, che attraversano e superano una serie di sfortunati eventi e sfide che la vita mette davanti loro, il tutto sottolineato da un cinico british humor, nella seconda vengono trattati con leggerezza tabù legati al mondo del sesso nell’adolescenza e anche argomenti delicati, quali la violenza sulle donne, l’asessualità, la bisessualità, l’omofobia e il bullismo. Due serie TV con un cast giovane, ma per un pubblico anche meno giovane.

Made in Spain. Dalla penisola iberica invece provengono due titoli: Élite e La casa di cartaÉlite racconta le vicende travagliate di un gruppo di adolescenti dell'alta borghesia spagnola, le vite lussuose dei quali sono segnate da un omicidio avvenuto all'interno della scuola privata che frequentano. Per gli amanti delle teen drama series e del genere thriller. La serie affronta anche argomenti delicati, quali la lotta di classe, la discriminazione, il cyberbullismo e le difficoltà relazionali vecchia-nuova generazione. Consigliata, soprattutto perché domani, venerdì 13 marzo, è in arrivo la terza stagione. Sempre spagnola è La casa di carta, che è stata una delle serie TV più seguita degli ultimi anni. Un gruppo di criminali compie un colpo alla zecca dello stato spagnola. Giochi di potere, crimine, giustizia e anche un tocco di sentimentalismo colorano le tre stagioni. In arrivo, tra una ventina di giorni, la quarta stagione.

Immancabili poi Breaking Bad e Bojack Horseman, i protagonisti delle quali sono personaggi terribilmente complessi e tragici, che lasciano lo spettatore attaccato allo schermo e smuovono forte empatia in certi momenti.

Breaking Bad, per chi non l'avesse mai vista, vanta l'interpretazione magistrale di Bryain Cranston nei panni di un insegnante di chimica di Albuquerque (New Mexico), Walter Whitman, che scopre di avere un cancro ai polmoni. Decide di iniziare a cucinare cristalli di metanfetamina con un suo ex allievo, Jesse Pinkman (Aaron Paul), in modo da lasciare alla propria famiglia abbastanza soldi. Come se non bastasse, il cognato di Walt è un agente della DEA. Breaking Bad è l'ascesa, l'apoteosi e il declino di un uomo, che ha appassionato milioni di spettatori in tutto il mondo. Nel 2013 il Guinness World Records l’ha eletta la serie TV con il più alto punteggio mai ottenuto, facendo riferimento alla quinta stagione (secondo Metacritic, 99/100). Inoltre, sempre su Netflix, è presente sia lo spin-off di Breaking Bad, ossia Better Call Saul, che segue le vicissitudini dell’avvocato di Walter White, Jimmy McGill/Saul Goodman, interpretato da Bob Odenkirk, e il sequel, El Camino, con protagonista Jesse.

Bojack Horseman è il ritratto equino delle fragilità umane.
La serie animata con protagonisti animali antropomorfi accende i riflettori sul lato oscuro delle celebrità hollywoodiane e sulle debolezze dei comuni mortali.
Los Angeles. Bojack è un cavallo antropomorfo, attore di successo negli anni 90 di una popolare sit-com, che spera, raggiunti i cinquant'anni, di ritornare alla fama grazie a un'autobiografia, scritta con l'aiuto della ghostwriter Diane.
Schietta, cinica e provocatoria racconta i retroscena dello star system, dall'abuso di alcol e droga alla depressione, riuscendo tuttavia a strappare sorrisi agrodolci, servendosi di un protagonista equino fragile, umano, troppo umano, sulla via esistenzialista della redenzione.

Consigliatissima anche Il Metodo Komisky, la storia della quotidianità di due vecchietti di Hollywood: un rinomato insegnante di recitazione, con alle spalle "solo" tre divorzi, che non è riuscito a sfondare come star di successo, Sandy Komisky, e Norman Newlander, agente appena rimasto vedovo, interpretati rispettivamente dal grande Michael Douglas e Alan Arkin. Se la prostata dà problemi, l'amicizia diventa un sentimento ancora più solido coi capelli grigi. Un humor sottile, incalzante e tragicomico, scandito dai segni del tempo, scandisce due stagioni, composte da episodi da 20 minuti.

Infine, per gli amanti del genere paranormale, saporito da un pizzico di black humor, Netflix offre Le terrificanti avventure di Sabrina e I-Zombie.

Sabrina Spellman è una strega adolescente che vive a Greendale, allevata dalle due zie llda e Zelda. Il personaggio di Sabrina è stato creato negli anni 60 da Nell Scovell per una serie a fumetti, da cui sono stati tratti film, la serie televisiva per adolescenti Sabrina, vita da strega e svariati cartoni animati. Netflix ne ha partorito la versione dark.

Protagonista di I-Zombie è Olivia Moore,soprannominata Liv, una studentessa modello di medicina a Seattle, che viene trasformata in zombie durante una festa. Per potersi nutrire di cervelli e al contempo restare il più umana possibile, inizia a lavorare presso un centro d medicina legale, in modo da poter avere accesso ai corpi dei defunti. Nutrendosi dei loro cervelli, si rende conto di acquisire i loro ricordi e le loro abilità. Questo fatto le permette di aiutare l’investigatore Babineaux, fingendosi sensitiva, e cercare di far luce sull’attacco zombie subito, con l’aiuto del collega e amico Ravi Chakrabarti.
La serie TV è paradossale, un mix di horror, fantasy, tragicommedia e genere poliziesco.

In arrivo su Netflix lunedì 23 marzo Freud, ambientata nel 1886 a Vienna, che narra le indagini del giovane fondatore della psicoanalisi, una medium e un ispettore membro della polizia viennese e veterano di guerra. La serie TV austriaca è una versione romanzata dei primi passi di Sigmund Freud, alle prese con un serial killer.
Da domani, oltre alla terza stagione di Élite, anche un nuovo anime drammatico-fantasy: Beastars. In un mondo in cui animali di ogni genere convivono, un lupo dall’animo gentile vede i suoi istinti risvegliarsi, dopo che la sua scuola diventa il tetro teatro di un omicidio.

Queste sono solamente alcuni suggerimenti delle serie TV da guardare, riguardare e aspettare su Netflix.

Restare, resistere all’interno di quattro mura è un piccolo, grande sacrificio necessario. L’uomo è un animale sociale, ma è il momento di compiere un passo indietro, per poterne fare altrettanti avanti, di corsa, a braccia aperte, il prima possibile, tenendo a mente la drammatica situazione odierna della salute collettiva e gli incomparabili sforzi di medici, infermieri e altri operatori sanitari.

Serie TV, film, libri, fumetti, radio, musica e social sono strumenti fondamentali per restare a casa. Restare connessi, a livello umano e culturale, pur essendo distanti.

Camilla Giordano, 12/03/2020

 

La Corea del Sud è un paese attraversato da una violenza carsica di cui non riesce a venire a capo. Una violenza che impregna l’intero paese. Non regge più – o forse non ha mai retto – la dicotomia tra la grande città, covo di degrado e perversione, e la piccola, idillica realtà della cittadina di provincia dove tutt’al più, se non si muore di vecchiaia, si muore di noia. Soprattutto non c’è un unico colpevole, un singolo capro espiatorio che la comunità condanna a portare la croce per i peccati di tutti. Nessuno è innocente, chiunque a modo suo commette una certa quantità, maggiore o minore, di male. Pure se nel farlo si crede nel giusto. Con larghe pennellate dense di una satira grottesca dall’effetto umoristico, il regista sudcoreano Bong Joon-ho ha dipinto così una vicenda che in primo piano si percepisce come una crime story. Scendendo in profondità, si scopre l’innesco di un meccanismo simile a quello che Pirandello aveva definito “il sentimento del contrario” – la riflessione indotta da una prima impressione comica – che ridicolizza e mette in crisi le certezze. L’intera società coreana e le sue istituzioni vengono rivelate per quello che sono, dietro la facciata formale: umane, troppo umane, sovraccariche - seppur inconsapevoli - di debolezze e preconcetti, oscillanti tra una ricerca del fine che giustifica i mezzi e l’ansia di rispettabilità. Questa è la complessa, ma non contorta, tela che si dipana in “Memorie di un assassino”, pellicola inserita dalla rivista cinematografica del British Film Institute “Sight & Sound” tra i trenta film chiave dei primi dieci anni del Duemila. Uscito nel 2003, è arrivato nelle sale italiane il 13 febbraio 2020, in ritardo di oltre tre lustri, sull’onda del successo mondiale dell’ultima opera di Bong, quel “Parasite” vincitore di quattro statuette agli ultimi Oscar, e del ridestato interesse per la sua produzione. Memorie di un assassino A differenza di quest’ultimo, film di pura fiction, “Memorie di un assassino” recupera una storia tratta delle pagine più buie della cronaca nera della Corea del Sud, già ispiratrice di uno spettacolo teatrale: quella del primo serial killer sudcoreano. Tra il 1986 e il 1991 nelle campagne intorno a Hwaseong dieci donne, dopo essere state immobilizzate e imbavagliate con i loro stessi indumenti intimi, furono violentate e uccise. Nemmeno le tracce biologiche presenti sulla scena del crimine si rivelarono utili per risolvere il caso, quando il film uscì il nome dell’assassino era ancora ignoto. Infine, nell’autunno del 2019 le autorità coreane hanno comunicato che uno dei sospettati della lunga scia di omicidi, Lee Choon-jae, era stato identificato. L’uomo, già condannato all’ergastolo nel 1994 per aver violentato e ucciso la cognata,dopo aver respinto le accuse, avrebbe confessato un numero molto più elevato di delitti, 46 tra uccisioni, abusi sessuali compiuti e tentati. Oggi Lee non può più essere perseguito perché quei reati sono ormai prescritti. Ma non sono né il sangue né il gusto morboso per la violenza a condurre lo spettatore nelle oltre due ore del racconto, bensì la lunga carrellata di tipi umani che si affastellano nel corso di un’investigazione condotta ora con brutali interrogatori fatti di calcioni volanti alla Bruce Lee e confessioni indotte ed estorte, ora con metodo scientifico e una rigorosa analisi psicologico-comportamentale. In una conduttura in aperta campagna, non lontano da un villaggio senza nome, uno qualunque del Paese, dei contadini rinvengono il corpo di una donna, denudata legata e imbavagliata. Il primo di una serie di cadaveri, quello che dà il via a una corsa contro il tempo per trovare l’omicida, voglioso mietitore di donne vestite di rosso, prima che colpisca di nuovo nelle notti di pioggia quando alla radio passa una romantica canzone d’amore per cuori infranti. È una corsa goffa e accidentata fin dall’inizio, quando degli uomini della scientifica scivolano in un fosso in mezzo ai campi per raggiungere la scena del crimine inquinata dal passaggio noncurante degli agricoltori. Ogni passo in cerca della verità sembra incontrare continui ostacoli, per incompetenza o per un qualche motivo che si frappone sempre fra la domanda e la risposta. I principali attori dell’indagine, il poliziotto ‘di campagna’ Park Doo-man (Song Kang-ho, attore feticcio di Bong), più intelligente e determinato dei suoi inetti colleghi ma pervaso da una forza irrazionale che gli fa credere di poter leggere negli occhi dei sospettati la loro colpevolezza o innocenza, e il pacato e metodico detective venuto dalla capitale Seul per risolvere il caso con le più aggiornate tecniche investigative, Seo Tae-yoon (Kim Sang-kyung), sono due mondi che entrano in collisione. Intorno a loro orbitano, in una grigia coltre di fumo di sigarette, un sergente di polizia a cui sono rimasti pochi scrupoli e un certo trasporto per gli alcolici, uno ‘sbirro’ violento con le labbra affilate e serrate in una storta smorfia sadica che ricorre ai suoi anfibi militari quando l’estorsione di una confessione non va come vorrebbe, una giovane e brillante collega che acquista importanza man mano che l’inchiesta procede, un’infermiera-prostituta dotata di buonsenso e calore umano. Tutta l’indagine è un grande contraddizione e al tempo stesso una disincanta rivelazione della natura umana. I delitti proseguono, la ricerca del colpevole si arricchisce di elementi che lasciano intravedere una parte di verità che rimane inafferrabile e inconoscibile. Per cui va costruita: se si hanno i pezzi del puzzle, bisogna incastrarli in qualunque modo così che il disegno - quale che esso sia - appaia sotto gli occhi di tutti. Così Park e lo ‘sbirro’ si convincono che il racconto ricco di particolari circa la morte della prima ragazza, sciorinato da un giovane con degli handicap mentali, sia da ritenersi valido tanto da convincere persino lui di essere autore di quell’efferatezza. Non sarà l’unico caso. Ma per il detective Seo l’incognita che risolve l’equazione è un’altra.  In un continuo alternarsi di close up fatti di immagini quasi sgranate come un vecchio telefilm degli anni Ottanta, atti a esasperare e quindi a depotenziare l’importanza data allo sguardo per cogliere la verità, e di riprese a spalla traballanti, i ruoli sbiadiscono e si contaminano mentre nella grande città, si arriva agli scontri di piazza tra i manifestanti e le forze dell’ordine. La realtà raccontata da Bong è priva di contorni nitidi e precisi, come si evince dal ricorso ad alcune inquadrature fuori fuoco. La violenza è nelle strade, nelle campagne, nelle città, nella caserma, nelle menti di chi monta una falsa verità e in quella di chi, sfinito, pensa di ricorrervi per chiudere l’ennesimo capitolo di questa storia. Invece l’ultima parola non è detta, non sono bastate né l’arcana magia del mondo rurale né il progresso scientifico e tecnologico della civiltà metropolitana per circoscrivere e debellare una malattia per cui non esistono né vaccini né cure. Se non un po’ più di umanità.

Lorenzo Cipolla

Il cinema tricolore si tinge d’argento alla settantesima edizione del Festival del cinema di Berlino. Elio Germano si è aggiudicato infatti l’Orso d’argento come miglior attore per la sua interpretazione del pittore Antonio Ligabue in "Volevo nascondermi", mentre i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo hanno vinto quello per la miglior sceneggiatura con "Favolacce". Il premio principale, l’Orso d’oro, è stato assegnato al regista iraniano Mohammad Rasoulof per il film "There Is No Evil", una intensa riflessione sulla pena di morte ancora vigente nella Repubblica islamica. Poiché Rasoulof non poteva essere in Europa in seguito a una condanna per reato di propaganda contro il governo, al suo posto alla cerimonia di premiazione si è presentata la figlia e attrice Baran Rasoulof, a cui si è affiancato il presidente della giuria Jeremy Ironsche lo ha fatto essere lo stesso ‘presente’ con una videochiamata.Tra le lacrime di gioia e l’emozione collettiva del cast e dei presenti, il regista ha detto: “Nel mio film parlo di tutti coloro che allontanano la responsabilità da se stessi”. In "There Is No Evil" sono raccontate quattro storie i cui protagonisti devono confrontarsi con se stessi e con gli altri sul tema dell’esecuzione capitale. Echeggia anche una versione di "Bella ciao", quella cantata delle mondine italiane del secolo scorso. Nel 2019 Rasoulof si è visto infliggere una pena di un anno di carcere - ad oggi non è ancora stato imprigionato - e il divieto di girare film e di uscire dall’Iran. “Ha avuto l'idea per questo film quattro mesi fa, ci siamo messi subito al lavoro. Non sapeva se sarebbe finito in prigione", ha raccontato uno dei produttori.
Non è mancata una sentita emozione nelle loro parole quando a ritirare i premi, due Orso d’argento, sono stati gli italiani. Nelle nostre sale il film diretto da Giorgio Diritti sull’artista italo-svizzero non è ancora arrivato per via del Coronavirus. Germano si è veramente trasformato nel pittore e scultore tanto evocativo e potente nell’arte quanto minato nel fisico e nella psiche. L’attore romano nei suoi ringraziamenti si è rivolto “a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti i fuori casta. Lui diceva sempre “Un giorno faranno un film su di me”, ed eccoci qui!”. Per i gemelli di Tor Bella Monaca registi di "Favolacce" non è stato facile contenere la felicità. Il loro discorso è si trasformato in un siparietto in è cui sfuggito un “mortacci tua”. Il loro film, in cui recita anche Germano, è uno spaccato sulla disagiata e dura vita nella periferia romana dove l’energia positiva – nonostante tutto – dei bambini si scontra con la rabbia, l’astio e la resa incondizionata degli adulti.I fratelli D'Innocenzo

Ad aggiudicarsi il Gran Premio della Giuria è stato "Never Rarely Sometimes Always" della cineasta indipendente americana Eliza Hittman, che racconta la gravidanza indesiderata di una giovane diciassettennedella Pennysilvania, mentre al sudcoreano Hong Sang-soo è stato assegnato l’Orso d’argento alla regia per il suo "The Woman Who Ran". Il premio come miglior attrice è andata alla tedesca Paula Beer, protagonista di "Undine" diretto Christian Petzold, il quale ha ricevuto un Orso d’argento per il suo contributo artistico. A Jurgens Jurges il premio per la migliore fotografia, grazie al suo lavoro in "Dau. Natasha" di Ilya Khrzhanovkiy e Jekaterina Oerte. Vincitore dell’Orso d’argento per la settantesima edizione è stato "Delete History" di Benoit Delepine e Gusave Kervern sul tema dell’intelligenza artificiale, mentre l’Orso d'oro per i cortometraggi è andato a "T" della regista giamaicano-americana Keisha Rae Witherspoon.Come miglior documentario della manifestazione è stato scelto "Irradiated" del regista cambogiano Rithy Panh. “Un grande giorno per il cinema italiano, questi due riconoscimenti ne confermano la qualità, la vitalità e la contemporaneità”, ha dichiarato il ministero per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini.

Entrare a Cinecittà è un’esperienza avvolgente: una creatura gigante che ci accoglie per guidarci in un’atmosfera da sempre rimasta sospesa.
Il nuovo Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (MIAC) contribuisce a tenere viva l’anima di questo luogo speciale e alla sua riqualificazione, iniziata due anni fa, con il ritorno alla sfera pubblica degli Studios. Il percorso in terra di colore giallo ci guida fino all’entrata del MIAC, inaugurato lo scorso 18 dicembre 2019.

Tra le insegne dei cinema celebri, neon che si accendono e si spengono e suoni familiari, lo spettatore inizia il suo viaggio nel primo vero punto di aggregazione e di sentimento comune, il foyer, la sala di attesa prima dello spettacolo: questa è l’“Anteprima”

Da qui siamo pronti per rompere la quarta parete e superare un ideale schermo atto a catapultarci nello spazio delle “Emozioni”. Un ambiente dove interagiscono MIACSalaEmozionedellImmaginarioAndreaMartellatutti gli elementi presenti nelle viventi opere d’arte contemporanea, questa è la forza dell’intero concetto espositivo.
Lo schermo appena infranto vede i pezzi di vetro, sospesi in aria, partecipare ai giochi di luce con un linguaggio che segue il tracciato dall’attenta ricerca musicale: la metafora fisica ci permette di vedere in modo estrinseco gli istanti emotivi delle proiezioni. Abbandoniamo il luogo pensato per sviscerare le emozioni e proseguire il cammino delle altre otto sale. Siamo in un lungo corridoio, ecco la spina dorsale della mostra. La “Timeline” prende vita dagli inizi dell’audiovisivo sino a giungere ai giorni nostri, si interseca la storia a partire dal pre-cinema coinvolgendo le date storiche della televisione. È una mappa sotto forma di graffito luminoso, un ipertesto utile a rendere partecipi per ogni passo della visita. Il MIAC rappresenta un lavoro di creatività e filologia a disposizione dell’approfondimento e della curiosità del pubblico. Nel corridoio temporale fanno capolino i rumori e le luci dei restanti ambienti, quella degli “Attori e attrici”, la “Storia”, la “Lingua” e il “Potere”. In ognuno scorrono le sequenze delle pellicole più significative, in riferimento ai temi e ai volti storici. I film coinvolti esprimono e definiscono i contorni di una società che si è lasciata raccontare dalla macchina da presa.
Proseguendo, prepotentemente, si accede ad un’installazione percorribile: è lo spazio dedicato a “Paesaggio, eros, commedia e merce”. L’Asfalto sotto ai piedi, luci ed immagini impattanti rimbalzano sui tre schemi dall’enorme formato. Anche qui l’esperienza è massima, tutto è costruito per consegnarci una coerenza fra i sensi.
In sottofondo la voce dei grandi “Maestri” ci richiama nel luogo che li racconta con le confessioni, i sentimenti e le personali visioni del cinema. Ora siamo coccolati da un’architettura brillante di luci e maglie metalliche, come se entrassimo nell’intima visione dell’autore, qui passano i volti dei più grandi nomi di ieri e di oggi.
Quasi al termine del tunnel arriviamo ad un altro significante della cultura italiana: la “Musica”. La sala accoglie i grandi compositori che hanno incorniciato i lungometraggi cult, divenuti tali anche grazie al significativo apporto del sonoro.

Il percorso si conclude alla fine della timeline con l’ultima tenda da aprire e con una domanda che incarna il senso dell’ultimo passo, siamo nel “Caledoscopio”. Un’estrema installazione e narrazione visiva tesa ad interpretare il cinema del domani e pronta a domandarci quale sarà il suo futuro. Uno spazio interamente dedicato agli specchi che trasmette incertezza, correlativo oggettivo della prossimità ignota, in totale contrapposizione al teatro di posa

Ogni angolo del museo è metaforico proprio in rappresentanza del cinema, si snodano 120 anni di contenuti che hanno attraversato la nascita e la mutazione del nostro paese tra i vizi, i vezzi e le virtù.
Nel MIAC cinema, tv, radio e digitale, si mescolano ad un nuovo linguaggio in un nuovo genere: il tutto declinato all’arte della visione, e all’arte di chi vede.
La mostra si articola in maniera tematica, cronologica ed emotiva per richiamare i sentimenti dei visitatori. Come un archivio di emozioni che vengono tirate fuori per acquisire un valore diverso e aggiunto: i classici si fondono alle nuove pellicole per creare un continuum e sottolineare il peso sociale di ogni stanza a tema.
Un progetto voluto e finanziato dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, il MIAC è realizzato da Istituto Luce-Cinecittà, in partnership con Rai Teche e CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Cineteca di Bologna, AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana, Cineteca del Friuli, Mediaset, con il Patrocinio di SIAE.
Un excursus nel patrimonio italiano dell’audiovisivo curato da Gianni Canova, storico del cinema, Gabriele D’Autilia, storico della fotografia, Enrico Menduni, storico dei mass media e Roland Sejko regista. L’allestimento è ideato, progettato e curato da NONE collective. Il progetto edilizio è dall’architetto Francesco Karrer.
Qui sotto tutte le informazioni necessarie per visitare il MIAC, primo museo multimediale, interattivo e immersivo!

MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Aperto tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Via Tuscolana, 1055 - Studi Cinecittà, Roma
Contatti - Biglietteria
Tel. +39 06 72293269
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
www.museomiac.it 
www.cinecitta.com 

Foto credits "Sala Emozione dell'Immaginario" Andrea Martella

Arianna Sacchinelli 
28-02-2020

«Tre grandi amici, oltre che maestri, che si sono goduti la vita in maniera straordinaria e hanno lasciato un segno indelebile sia a livello umano che professionale. Vorrei che li festeggiassimo tutti insieme in maniera gioiosa, nonostante sia grande la mia pena. E vorrei che fossimo in tanti ad a partecipare a questa nuova avventura, non tanto dal punto di vista egoistico, ma soprattutto perché so che loro si godrebbero insieme a noi questa festa con un ottimo bicchiere di vino rosso».

Con queste parole, Luca Zingaretti, ha voluto rendere il suo personale omaggio, in occasione della presentazione - presso la “Sala Arazzi” di Viale Mazzini 14 - dei nuovi episodi de “Il commissario Montalbano”, a tre delle figure fondamentali che hanno determinato la longevità - oltre che il successo italiano e internazionale - della serie campione di ascolti dal 1999 (targata RAI): il maestro Andrea Camilleri (padre dello storico personaggio), Alberto Sironi (regista) e Luciano Ricceri (ideazione scenografia), rispettivamente scomparsi i primi due l’estate scorsa e il terzo all’inizio di mese corrente di febbraio.

Distribuito eccezionalmente al cinema solo il 24, 25 e 26 febbraio (in onda su Rai 1 il 9 marzo), “Salvo amato, Livia mia” è la prima delle due puntate (insieme a “La rete di protezione”, 16 marzo) che anticipa il ritorno in grande stile del commissario più amato d’Italia, consegnando agli spettatori presenti alla “prima visione” un prodotto dalle pregevoli peculiarità, tali da rendere questo evento davvero speciale.

«Si tratta di un regalo che abbiamo voluto fare ai grandi affezionati della fiction – ha commentato in conferenza stampa Carlo Degli Esposti (produttore) – sulla base del desiderio comune mio e di Andrea Camilleri di vedere un Montalbano “grande”, fuori dai normali contesti familiari legati alla prima serata in tv». Ecco allora che si spalancano nuovamente le porte della meravigliosa e solare Vigàta, pronta a fare da scenario per il 21° anno di fila alle nuove indagini che, inevitabilmente, finiranno con l’intrecciarsi alla vita privata dello stesso Montalbano (con risvolti interessanti, soprattutto nella relazione con l’eterna fidanzata Livia, interpretata da Sonia Bergamasco).

A rendere ulteriormente unica questa nuova produzione è il passaggio alla regia dello stesso Zingaretti, che non ha nascosto l’emozione rispetto alla scomparsa dell’amico regista Alberto Sironi e del maestro Camilleri. «E’ stata un bellissima esperienza, seppure dolorosa. Ogni giorno mi chiedevo come Andrea o Alberto avrebbero voluto girare determinate scene. Quando si subentra nel modo in cui è capitato a me, si cerca fondamentalmente di rispettare gli stilemi di chi ti ha preceduto: ecco, di mio, essenzialmente, troverete una malinconica dolcezza, o malinconia dolce se preferite, rispetto a tutto questo».

Non mancano, naturalmente, alcuni dei temi sociali del momento all’interno del nuovo lavoro prodotto da Palomar e Rai Fiction: da quello dei migranti all’omosessualità, fino a toccare la sicurezza delle “app mobile”. Un Montalbano, insomma, sempre più inserito nella realtà contemporanea del nostro Paese, tale da metterlo quasi in contrasto con quello primigenio dei romanzi.

«Montalbano rappresenta per certi versi l’italiano medio, tra virtù e difetti, ma sostanzialmente si muove bene nella vita – spiega Andrea Camilleri in una delle ultime interviste realizzate da Vincenzo Mollica, e trasmessa, per l’occasione, all’inizio della conferenza stampa (arricchita non solo dalla presenza del cast e della produzione, ma anche del nuovo direttore Rai, Stefano Colettae forse questo spiega in parte le ragioni di un tale successo. Buona parte degli italiani si riconoscono in lui, e ciò mi rende orgoglioso. Io di questo personaggio amo la lealtà di fondo, che traspare tanto nei rapporti sociali quanto nelle indagini: non è mai sleale e cerca sempre la “sua” verità personale, in ogni cosa».

E sul paventato capitolo finale della serie risponde: «Io so chi è l’assassino, ma il personaggio che si muove nella trasposizione televisiva porta con sé delle notazioni di “novità”, che nelle pagine dei miei romanzi per esempio, non ci sono».

Jacopo Ventura

Chiudi gli occhi, non temere
Il mostro se n'è andato, sta scappando
e tuo padre è qui

Magnifico, magnifico, magnifico
Magnifico ragazzo (…)

Prima di attraversare la strada afferra la mia mano
La vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti (…)

 Se John Lennon scrive la canzone Beautiful Boy (Darling Boy) nel 1980 per suo figlio Sean, nel 2008 il giornalista e scrittore americano David Sheff ne trae ispirazione, o meglio, ci trova quello stesso amore e senso di protezione che prova per il figlio, Nic, e ne fa il titolo del suo libro: Beautiful Boy: A Father's Journey Through His Son's Addiction. È un lavoro intenso e autobiografico in cui racconta attraverso gli occhi di un padre l’esperienza di dipendenza da anfetamine del meraviglioso ragazzo che ha cresciuto, perso in una pericolosa coazione a ripetere di fronte alla quale David è tristemente inerme. Nello stesso anno anche Nic scrive una biografia, Tweak: Growing Up on Methamphetamines: molto meno tenera, una risposta dettagliata più che un memoriale, la più diretta probabilmente, alle parole del genitore. I testi sono differenti ma complementari, poiché non si può mai raccontare una storia senza dare voce a tutti i personaggi, in particolare se si tratta di un viaggio in cui nessuno sa dove sarà il punto di arrivo, neanche i protagonisti stessi. 

Beautiful Boy

Lo intuisce il regista Felix Van Groeningen, che con The Broken Circle Breakdown (2012) aveva già dimostrato una predisposizione per le tragedie famigliari, fondendo le due prospettive letterarie nel film Beautiful Boy: una visione cinematografica così fluida e coesa da sembrare frutto di una voce unica. 

David Sheff (Steve Carell) è un giornalista di successo, un padre premuroso, ha un divorzio alle spalle ma i drammi del passato non influiscono sul suo presente. Ha ricostruito la sua vita con una nuova compagna, Karen (Maura Tierney), con la quale cresce anche il figlio nato dalla relazione precedente, il suo Nic (Timothée Chalamet), un ragazzo che è il sogno di qualsiasi genitore: studente modello, brillante, bravo nello sport e dolce con i suoi fratelli acquisiti. Padre e figlio sono legati da un rapporto speciale, questo fino a quando le metanfetamine trasformeranno Nic al punto di renderlo irriconoscibile, e la sua dipendenza darà il via ad un processo fatto di fugaci riprese e lentissime ricadute, che metterà alla prova l’amore incondizionato di David. E se per il genitore uno spinello fumato insieme non avrebbe mai costituito un pericolo per il futuro del ragazzo, assieme alle bugie, ai furti e alle fughe, accende in lui inutili sensi di colpa. Il deterioramento fisico, i denti marci e il pallore di Nic sono il visibile, ma sotto alla pelle di ciò che è possibile descrivere con le immagini c’è un magma in fermento che brucia senza dare spiegazioni plausibili: la perfezione della sua esistenza non solo rivela delle falle ma lo mette costantemente alla prova nei confronti di un genitore così attento da costituire più una sfida che un esempio da seguire. Per questo entrambi si chiedono perché sia successo, incapaci di fornire una risposta esaustiva. David non capisce perché il suo meraviglioso ragazzo diventi un tossicodipendente e la sua missione di salvataggio lo porta a confrontarsi con una sfida impossibile da vincere.

Il film, prodotto da Amazon Studios e presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, nasce dall’intreccio di due penne in conflitto ma legate e, grazie all’interpretazione di due attori formidabili, in particolare Carell, che si conferma una rivelazione nei ruoli drammatici, diventa l’occasione ideale per un confronto aperto, senza il timore di mostrare una sofferenza così avvolgente da togliere il respiro.

Oggi i veri protagonisti conducono le loro vite continuando a fare ciò che finora è stato terapeutico per entrambi: scrivere. Nic, pulito e sobrio da 8 anni, è al suo secondo romanzo ed è tra gli autori di alcune serie Netflix come 13 Reasons Why, David continua a scrivere per varie testate e fa parte di un comitato per aiutare i college e le università a promuovere il benessere emotivo degli studenti, per ridurre l’abuso di sostanze stupefacenti e prevenire il suicidio giovanile.

Beautiful Boy porta al cinema la loro vita, senza mezze misure, e, pur aggiungendosi ad una lunga lista di film sulle dipendenze, trasmette un’autenticità commovente.

 

Silvia Pezzopane

23/06/2019

Photo credits: 01 Distributions

Qui il trailer ufficiale del film

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