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Da lontano, dall’alto o estremamente vicino, dettagliato. La doppia vita di Favolacce, la sua doppia ricerca nel tentativo di tradurre ogni situazione per giungere ad un solo, unico e deludente risultato: l’inconsistenza della realtà.
Nella scacchiera delle villette di Spinaceto -periferia romana- procedono esistenze di grandi e piccoli individui, già scritte e stereotipate.
I fratelli D’Inncenzo scrivono e dirigono un racconto narrato -la voce è quella di Max Tortora- ripercorrendo un diario, slegandosi da questo e dalla storia per poi tornare alla consequenzialità, o saltando da un evento all’altro.
Un apparente smantellamento dei fatti per una coerenza celata dietro la caratterizzazione dei protagonisti, impalcatura stabile dell’intreccio in scena.
Le favolacce sono gli stessi personaggi, per un modo di esistere crudele assorbito da un contesto di luoghi altrettanto tali. Favolacce 02
L’afa e il caldo torrido sono lo sfondo dei racconti neri, un cassetto di ricordi dove salta fuori l’estate viva in tutti noi: un’estate italiana di televisioni in sottofondo e cicale assordanti.
Possiamo toccare tutto ciò a cui assistiamo perché la scrittura di Favolacce è esattamente congruente all’immagine. Una storia in grado di ricreare il malessere simile al dolore dopo aver ricevuto un’inaspettata pallonata sulla pancia. Un pugno nello stomaco durante il gioco, capace di conservare i tratti colorati, ancora piacevole.
La fotografia accompagnata da un suono meticoloso crea per l’occasione un esatto paradigma D’Innocenzo.
Lo spettatore riesce ad indossare le lenti “colorate” dei fratelli leggendo ed interpretando la loro visione che, in ultima analisi, riesce a diventare pensiero comune.
I bambini di Favolacce sembrano essere già consapevoli della loro infanzia fallace, il processo complesso che si attua ed emerge crescendo: un malinconico esame della tenera età, a cui nessuno si sottrae.
Una drammaticità fatta di cose semplici, di incomprensioni alimentate dalla noncuranza degli adulti, rimasti perennemente in superficie, servita ai bambini che, di tutta risposta, in profondità scendono sin troppo.
Favolacce 03 Favolacce narra la finzione del vivere bene, di una rivincita apparente, sostanzialmente priva di credibilità.
La coerenza nei dettagli, nei ritagli, nelle luci e nelle ombre crea un disegno finale ineccepibile. Esplicitato al massimo nella prossemica di Germano, riassunto ben chiaro di figure basiche destinate a non cambiare mai.
Bruno (Elio Germano) rimane vigliacco fino all’ultimo istante del film, incapace di gestire qualsiasi tipo di emozione, raccontandosi la verità più facile.
La pellicola è uno sdegno raffinato per una narrazione ruvida dove, in maniera soffice, ci sfiora la noia estiva di una periferia difficile.
Un ecosistema a sè stante intrappolato nei cliché -che i protagonisti sono convinti di aver superato- negli automatismi sociali del “perché si fa così”, nella voluta incomunicabilità.
La favola nera di una realtà possibile ma risolvibile, se solo solo i personaggi fossero disponibili all’ascolto, in prima battuta di loro stessi.
Siamo spettatori dell’asfissiante inadeguatezza di gesti, parole, comportamenti e luoghi. Cene e momenti di aggregazioni che vorremmo finissero subito, scene presentate dall’alto o da lontano di cui avvertiamo l’estrema oppressione.
Favolacce è una storia terribilmente cruda, di protagonisti e comprimari sgradevoli per le infinite possibilità di errori da commettere.
Un grottesco e drammatico noir, opera seconda degli straordinari Damiano e Fabio D’Innocenzo, capaci di diluire veloci istanti di tragicità, smontandoli attraverso il racconto e la macchina da presa, giungendo all’identità e al perché di gesti spesso considerati sin troppo estremi.
La bellezza di queste favole tormentate è situata nei dettagli, nelle inquadrature costanti per elementi potenzialmente privi di interesse. Favolacce è una summa di caratteri validi come cartina tornasole di realtà palesi, proprio come l’arte condensata e consolidata del lungometraggio.

Il film, Orso d’Argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, è disponibile per il noleggio su CG Digital, Infinity, Chili, Rakuten TV, Sky Primafila, Tim Vision e Google Play.

Arianna Sacchinelli 20-05-2020

Sulle note dei Righeira che cantavano “Sto diventano grande, lo sai che non mi va”, Lettieri ci trascina immediatamente nella vita di un gruppo di uomini più e meno giovani mossi dagli stessi obiettivi. Uomini cui la propria esistenza, forse, non muterà mai.
Il primo impatto con una realtà secolare che pare abitare Napoli da sempre. Sono intoccabili, immutabili ed inafferrabili devoti alla maglia e ai colori, ecco gli Ultras.
Il punto d’arrivo sono gli spalti, ma cosa c’è prima? Una religiosa preparazione alle giornate di campionato, come una messa solenne dove alle 15:00 di ogni domenica si recita il rosario.
La partita è l’appuntamento della settimana, il più importante e come il terzo comandamento rammenta “di santificare le feste” allo stesso modo la domenica del calcio va onorata.
Gli Ultras riservano ai più giovani un trattamento simile a quello degli spartani per i propri figli. La crescita e la formazione di un nuovo e valido esercito è significativa e va curata sin dalla più giovane età, proprio come il rispetto per la gerarchia.
La scrittura di Peppe Fiore esalta gli equilibri del gruppo che conservano un sapore primitivo e tribale, supportati da un cast in cui ognuno possiede una dimensione ben precisa. Sono soldati meticolosi, dalla precisione accademica pronti a progettare senza sosta striscioni e coreografie. Il tempo della vita è scandito dalle giornate di campionato e allora ogni tanto ci si domanda, quando ci riflettiamo nei volti disincantati degli adolescenti, cosa succederà per loro alla fine della stagione calcistica e da cosa sarà acceso il domani.
Il racconto di queste esistenze, che sembrano viaggiare solo per giungere ad un vicolo cieco, si articola su due diverse linee temporali e parallele: la nuova e la vecchia guardia del gruppo ultras. Ultras 01jpg
Quando finirà l’antico potere? Difficile stabilire i confini delle delicate supremazie; il patto di fratellanza è troppo potente e le loro vite, prima fra tutti quella di Alessandro (il Mohicano), sono letteralmente incastrate con quelle degli altri compagni. Sono un domino che non può essere toccato, una catena di montaggio dove ognuno è indispensabile all’altro. «Un ultras da solo non vale un cazzo, il gruppo fa la differenza.», questo è il credo di Sandro, diffidato ma ancora a capo degli Apache.
La consecutio della pellicola in modo chiaro ma non semplicistico vede snodarsi sullo sfondo di Napoli una tra le sue infinite realtà: il credo calcistico fedele e solido.
A partire dalle metà del film si impone un racconto dicotomico: Sandro tenta faticosamente di uscire dalla realtà degli ultras mentre il giovane Angelo fa di tutto per essere coinvolto nelle azioni pericolose. Questo specchio continuo produce molti interrogativi per Sandro, l’uomo si rende conto di aver bisogno di una svolta che prenderà il nome di Terry.
I volti segnati degli ultras, autentici, stanchi e sfruttati dalle vite disgraziate e dalla droga compongono assieme agli scorci napoletani dei quadri significativi, tra il presente e il passato di una città unica nel suo genere come la sua gente.
Il regista Francesco Lettieri, al suo primo lungometraggio, è un meticoloso costruttore dell’immagine e ce la consegna all’ennesima potenza. Sul lungo periodo della pellicola dimostra di saper elaborare un racconto più esteso rispetto alle sue narrazioni solite di videoclip musicali.
I colori freddi sono incorniciati da una colonna sonora elettronica curata dall’artista dal volto ignoto: Liberato. Il calore di Napoli è trasformato da Lettieri in un ferro freddo di cui possiamo quasi percepirne la durezza.
In Ultras si cerca di non abbassare mai la guardia per renderci continuamente partecipi e vedere cosa accade dall’interno. Scoprire l’approccio dei “nuovi” per svelarci che, in fin dei conti, non è cambiato niente.
Ultras narra un’altra faccia di Napoli: spigolosa, gelida e ostinata come il mare profondo che ci congeda alla fine del film.
Dimentichiamo presto lo stadio e i campi da calcio per lasciare spazio alle dinamiche umane delle tifoserie organizzate, tentando di capire mentalità replicate che sembrano non esser state intaccate dal tempo.
L’immagine è largamente diluita e tenta di vincere rispetto alla parola, rigorosamente in dialetto. Un lungometraggio dai ripetuti tratti documentaristici narra la genuinità e la disperazione, fornendo la possibilità di accedere alla visione di in un microcosmo a sé stante.
Ultras è una produzione italiana e originale Netflix disponibile dal 20 marzo sulla piattaforma.

Arianna Sacchinelli
20-03-2020



Il cinema tricolore si tinge d’argento alla settantesima edizione del Festival del cinema di Berlino. Elio Germano si è aggiudicato infatti l’Orso d’argento come miglior attore per la sua interpretazione del pittore Antonio Ligabue in "Volevo nascondermi", mentre i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo hanno vinto quello per la miglior sceneggiatura con "Favolacce". Il premio principale, l’Orso d’oro, è stato assegnato al regista iraniano Mohammad Rasoulof per il film "There Is No Evil", una intensa riflessione sulla pena di morte ancora vigente nella Repubblica islamica. Poiché Rasoulof non poteva essere in Europa in seguito a una condanna per reato di propaganda contro il governo, al suo posto alla cerimonia di premiazione si è presentata la figlia e attrice Baran Rasoulof, a cui si è affiancato il presidente della giuria Jeremy Ironsche lo ha fatto essere lo stesso ‘presente’ con una videochiamata.Tra le lacrime di gioia e l’emozione collettiva del cast e dei presenti, il regista ha detto: “Nel mio film parlo di tutti coloro che allontanano la responsabilità da se stessi”. In "There Is No Evil" sono raccontate quattro storie i cui protagonisti devono confrontarsi con se stessi e con gli altri sul tema dell’esecuzione capitale. Echeggia anche una versione di "Bella ciao", quella cantata delle mondine italiane del secolo scorso. Nel 2019 Rasoulof si è visto infliggere una pena di un anno di carcere - ad oggi non è ancora stato imprigionato - e il divieto di girare film e di uscire dall’Iran. “Ha avuto l'idea per questo film quattro mesi fa, ci siamo messi subito al lavoro. Non sapeva se sarebbe finito in prigione", ha raccontato uno dei produttori.
Non è mancata una sentita emozione nelle loro parole quando a ritirare i premi, due Orso d’argento, sono stati gli italiani. Nelle nostre sale il film diretto da Giorgio Diritti sull’artista italo-svizzero non è ancora arrivato per via del Coronavirus. Germano si è veramente trasformato nel pittore e scultore tanto evocativo e potente nell’arte quanto minato nel fisico e nella psiche. L’attore romano nei suoi ringraziamenti si è rivolto “a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti i fuori casta. Lui diceva sempre “Un giorno faranno un film su di me”, ed eccoci qui!”. Per i gemelli di Tor Bella Monaca registi di "Favolacce" non è stato facile contenere la felicità. Il loro discorso è si trasformato in un siparietto in è cui sfuggito un “mortacci tua”. Il loro film, in cui recita anche Germano, è uno spaccato sulla disagiata e dura vita nella periferia romana dove l’energia positiva – nonostante tutto – dei bambini si scontra con la rabbia, l’astio e la resa incondizionata degli adulti.I fratelli D'Innocenzo

Ad aggiudicarsi il Gran Premio della Giuria è stato "Never Rarely Sometimes Always" della cineasta indipendente americana Eliza Hittman, che racconta la gravidanza indesiderata di una giovane diciassettennedella Pennysilvania, mentre al sudcoreano Hong Sang-soo è stato assegnato l’Orso d’argento alla regia per il suo "The Woman Who Ran". Il premio come miglior attrice è andata alla tedesca Paula Beer, protagonista di "Undine" diretto Christian Petzold, il quale ha ricevuto un Orso d’argento per il suo contributo artistico. A Jurgens Jurges il premio per la migliore fotografia, grazie al suo lavoro in "Dau. Natasha" di Ilya Khrzhanovkiy e Jekaterina Oerte. Vincitore dell’Orso d’argento per la settantesima edizione è stato "Delete History" di Benoit Delepine e Gusave Kervern sul tema dell’intelligenza artificiale, mentre l’Orso d'oro per i cortometraggi è andato a "T" della regista giamaicano-americana Keisha Rae Witherspoon.Come miglior documentario della manifestazione è stato scelto "Irradiated" del regista cambogiano Rithy Panh. “Un grande giorno per il cinema italiano, questi due riconoscimenti ne confermano la qualità, la vitalità e la contemporaneità”, ha dichiarato il ministero per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini.

Entrare a Cinecittà è un’esperienza avvolgente: una creatura gigante che ci accoglie per guidarci in un’atmosfera da sempre rimasta sospesa.
Il nuovo Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (MIAC) contribuisce a tenere viva l’anima di questo luogo speciale e alla sua riqualificazione, iniziata due anni fa, con il ritorno alla sfera pubblica degli Studios. Il percorso in terra di colore giallo ci guida fino all’entrata del MIAC, inaugurato lo scorso 18 dicembre 2019.

Tra le insegne dei cinema celebri, neon che si accendono e si spengono e suoni familiari, lo spettatore inizia il suo viaggio nel primo vero punto di aggregazione e di sentimento comune, il foyer, la sala di attesa prima dello spettacolo: questa è l’“Anteprima”

Da qui siamo pronti per rompere la quarta parete e superare un ideale schermo atto a catapultarci nello spazio delle “Emozioni”. Un ambiente dove interagiscono MIACSalaEmozionedellImmaginarioAndreaMartellatutti gli elementi presenti nelle viventi opere d’arte contemporanea, questa è la forza dell’intero concetto espositivo.
Lo schermo appena infranto vede i pezzi di vetro, sospesi in aria, partecipare ai giochi di luce con un linguaggio che segue il tracciato dall’attenta ricerca musicale: la metafora fisica ci permette di vedere in modo estrinseco gli istanti emotivi delle proiezioni. Abbandoniamo il luogo pensato per sviscerare le emozioni e proseguire il cammino delle altre otto sale. Siamo in un lungo corridoio, ecco la spina dorsale della mostra. La “Timeline” prende vita dagli inizi dell’audiovisivo sino a giungere ai giorni nostri, si interseca la storia a partire dal pre-cinema coinvolgendo le date storiche della televisione. È una mappa sotto forma di graffito luminoso, un ipertesto utile a rendere partecipi per ogni passo della visita. Il MIAC rappresenta un lavoro di creatività e filologia a disposizione dell’approfondimento e della curiosità del pubblico. Nel corridoio temporale fanno capolino i rumori e le luci dei restanti ambienti, quella degli “Attori e attrici”, la “Storia”, la “Lingua” e il “Potere”. In ognuno scorrono le sequenze delle pellicole più significative, in riferimento ai temi e ai volti storici. I film coinvolti esprimono e definiscono i contorni di una società che si è lasciata raccontare dalla macchina da presa.
Proseguendo, prepotentemente, si accede ad un’installazione percorribile: è lo spazio dedicato a “Paesaggio, eros, commedia e merce”. L’Asfalto sotto ai piedi, luci ed immagini impattanti rimbalzano sui tre schemi dall’enorme formato. Anche qui l’esperienza è massima, tutto è costruito per consegnarci una coerenza fra i sensi.
In sottofondo la voce dei grandi “Maestri” ci richiama nel luogo che li racconta con le confessioni, i sentimenti e le personali visioni del cinema. Ora siamo coccolati da un’architettura brillante di luci e maglie metalliche, come se entrassimo nell’intima visione dell’autore, qui passano i volti dei più grandi nomi di ieri e di oggi.
Quasi al termine del tunnel arriviamo ad un altro significante della cultura italiana: la “Musica”. La sala accoglie i grandi compositori che hanno incorniciato i lungometraggi cult, divenuti tali anche grazie al significativo apporto del sonoro.

Il percorso si conclude alla fine della timeline con l’ultima tenda da aprire e con una domanda che incarna il senso dell’ultimo passo, siamo nel “Caledoscopio”. Un’estrema installazione e narrazione visiva tesa ad interpretare il cinema del domani e pronta a domandarci quale sarà il suo futuro. Uno spazio interamente dedicato agli specchi che trasmette incertezza, correlativo oggettivo della prossimità ignota, in totale contrapposizione al teatro di posa

Ogni angolo del museo è metaforico proprio in rappresentanza del cinema, si snodano 120 anni di contenuti che hanno attraversato la nascita e la mutazione del nostro paese tra i vizi, i vezzi e le virtù.
Nel MIAC cinema, tv, radio e digitale, si mescolano ad un nuovo linguaggio in un nuovo genere: il tutto declinato all’arte della visione, e all’arte di chi vede.
La mostra si articola in maniera tematica, cronologica ed emotiva per richiamare i sentimenti dei visitatori. Come un archivio di emozioni che vengono tirate fuori per acquisire un valore diverso e aggiunto: i classici si fondono alle nuove pellicole per creare un continuum e sottolineare il peso sociale di ogni stanza a tema.
Un progetto voluto e finanziato dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, il MIAC è realizzato da Istituto Luce-Cinecittà, in partnership con Rai Teche e CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Cineteca di Bologna, AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana, Cineteca del Friuli, Mediaset, con il Patrocinio di SIAE.
Un excursus nel patrimonio italiano dell’audiovisivo curato da Gianni Canova, storico del cinema, Gabriele D’Autilia, storico della fotografia, Enrico Menduni, storico dei mass media e Roland Sejko regista. L’allestimento è ideato, progettato e curato da NONE collective. Il progetto edilizio è dall’architetto Francesco Karrer.
Qui sotto tutte le informazioni necessarie per visitare il MIAC, primo museo multimediale, interattivo e immersivo!

MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Aperto tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Via Tuscolana, 1055 - Studi Cinecittà, Roma
Contatti - Biglietteria
Tel. +39 06 72293269
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www.museomiac.it 
www.cinecitta.com 

Foto credits "Sala Emozione dell'Immaginario" Andrea Martella

Arianna Sacchinelli 
28-02-2020

Dopo aver mostrato sul grande schermo la storia del pentito Tommaso (Masino) Buscetta, il 6 giugno Marco Bellocchio presenta a Palermo, terra originaria delle vicende narrate, il film acclamato dalla critica europea Il traditore. Partendo dalla storia del primo pentito di mafia, collaboratore dei giudici Falcone e Borsellino, andremo ad analizzare come la criminalità, nello specifico Cosa Nostra, è stata raccontata - al pubblico del piccolo e grande schermo - nel corso degli anni. Prendendo in esempio storie di vittime e di colpevoli, indagheremo su come i linguaggi televisivi e cinematografici abbiamo ampliato il genere narrativo utilizzato.

Ricordiamo le vicende che hanno segnato maggiormente la storia della mafia cittadina e quella corleonese: le uccisioni dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti nella lotta per un'Italia migliore cercando di sconfiggere la malavita siciliana attraverso l'organizzazione "pool antimafia" guidata da Rocco Chinnici e poi da Antonio Capannato. A raccontare da vicino la Palermo infettata degli anni ottanta e dei primi anni novanta è la miniserie televisiva del 2004 Paolo Borsellino diretta dal regista Gianluca Maria Tonarelli.

borsellino

Nella sceneggiatura si presta attenzione al rapporto tra il pool e i malavitosi di Cosa Nostra, che mette sempre più a rischio di morte le vite dei componenti della squadra. L'uccisione di Falcone prima, e quella di Borsellino dopo, segnano la forte potenza della criminalità mafiosa di quegli anni, nonostante i numerosi tentativi di difesa nei confronti di Cosa Nostra che ha preso vita ed è cresciuta nel tempo. Nella produzione è messo a fuoco il punto di vista del Magistrato e del suo voler sconfiggere un fenomeno che rendeva malata la sua terra d'origine, cercando di riportare la Sicilia a quella del tempo in cui Borsellino è nato e cresciuto.

Un film che sviscera dall'interno le vicende di Cosa Nostra è I 100 passi (2000) di Marco Tullio Giordana. Peppino Impastato, figlio del boss Luigi, convive tra il mondo della giustizia e quello della criminalità. Sfuggendo a quello che sarebbe stato il suo destino, pur essendo a cento passi dal suo nemico don Tino, Impastato sceglie di denunciare le dinamiche che in prima persona ha vissuto durante l'infanzia, regalando allo spettatore una visione interna degli avvenimenti realmente accaduti.

i cento passi

Uno sguardo che si posiziona nel mezzo è dato da Giuseppe Ferrara, che con Cento giorni a Palermo (1984) ripercorre gli ultimi mesi del generale Carlo Alberto della Chiesa prima dell’agguato mafioso. In questo caso, la narrazione avanza seguendo una linea di sangue che parte dell'omicidio del capo della squadra mobile (Boris Giuliano) fino a della Chiesa, senza approfondire le dinamiche della criminalità organizzata. Lo stesso accade con Maltese – Il romanzo del commissario (2007), prodotto televisivo ambientato a Trapani con Kim Rossi Stuart,che rilegge il genere gangster in chiave giallistica.

maltese

Cosa Nostra diventa quindi un’identità ignota, una realtà nascosta, che il commissario è chiamato ad esorcizzare. La risoluzione finale viene assemblata come un puzzle di indizi e prove materiali. L’elemento aggiuntivo presente in Maltese è una sottotrama forte, la storia d'amore con Elisa, che va di pari passo con la narrazione principale. L'amore è invece l'unica spinta utilizzata in Sicilian Ghost Story (2017), regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, in cui per la prima volta si assiste alle conseguenze di Cosa Nostra attraverso lo sguardo innocente, quello della tredicenne Luna. La protagonista, innamorata di Giuseppe (figlio del boss scomparso misteriosamente), si rifugia in un universo di fantasia in cui il coetaneo è ancora al suo fianco. Con questo lavoro Grassadonia e Piazza riscrivono i canoni del genere crime italiano, portando a casa numerosi riconoscimenti da parte della critica e del pubblico.

Anche il panorama seriale italiano ha raccontato Cosa Nostra: dal classico La piovra, ancora oggi la serie tv italiana più conosciuta al mondo, e all’epoca osteggiata per il quadro didesolante connivenza dello Stato di fronte alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, alla favola di Pif, prima film e poi serie tv, La mafia uccide solo d’estate. La serialità italiana ha tracciato anche affascinanti biografie, come quella di Totò Riina ne Il capo dei capi, ma si èoccupata anche degli eroi della lotta alla malavita, come nel caso della già citata miniserie Paolo Borsellino, Giovanni Falcone - L’uomo che sfidò Cosa Nostra e Brancaccio, dedicato al prete antimafia don Pino Puglisi.

squadra antimafia

La mafia siciliana è stata raccontata dalla serialità anche attraverso storie di finzione, come nel caso di Squadra antimafia - Palermo oggi e del suo spin-off Rosy Abate, o ne L’onore e il rispetto. In questo caso, però, al successo di pubblico non ha corrisposto altrettanto successo di critica.

Greta Terlizzi
Francesca Totaro
Giulia Zennaro

Un oggetto, un simbolo e infinite storie: la bicicletta non è solo il mezzo di locomozione migliore per misurare il grado di civiltà di un Paese – classifica in cui i nemici di Greta Thunberg si posizionano ultimi, Italia compresa – ma anche un vero e proprio strumento di indagine antropologica capace di raccontare il cambiamento sociologico e culturale della nostra nazione, e dunque l’evoluzione ontologica del suo esistere. La bicicletta è l’emblema dell’Italia non ancora motorizzata, in gran parte sottoproletaria, l’Italia dei conflitti mondiali e dell’immediato dopoguerra, simbolo di libertà ed emancipazione, regina dello sport all’epoca più seguito in Italia, il ciclismo, che manifestava dal 1909 tutta la sua sofferta bellezza in un evento dal valore forse inconcepibile per noi oggi: il Giro d’Italia. giro2
E non è affatto un caso che i più grandi cronisti di questo evento fossero i letterati del tempo, da Vasco Pratolini a Dino Buzzati, passando per Alfonso Gatto. D’altronde il ciclismo e la letteratura sono due forme d’arte che richiedono una grande resistenza. Così, fino a quando la competizione non iniziò a essere trasmessa in tv, determinando la vittoria schiacciante del suo potenziale commerciale su quello antropologico, bisognava affidarsi solo alle parole di questi intellettuali che offrivano la possibilità unica di raccontare e descrivere tutta la nostra penisola piena di ostacoli geografici e linguistici. Con una forte dose di realismo sentimentale, quei cronisti sono stati capaci di raccontare un’epoca, di fotografare una popolazione che, timida, tornava a vivere e che si accalcava lungo le strade per seguire campioni e gregari. Solo così i lettori potevano immaginare le storie di paesaggi, di duelli, di bellezze naturali, storie di fatiche e storie di campioni, come l’eroe giusto e cattolico Bartali e il rivoluzionario Coppi, i due volti dell’Italia. Eppure l’unica vera protagonista rimaneva e rimane tutt’ora la bicicletta.

La popolarità della bicicletta le procura una menzione d’onore anche nel cinema nostrano, apparendo in svariati film con una valenza sempre diversa. Nel 1948 la vediamo in due pellicole decisamente note, Totò al Giro d’Italia di Mario Mattoli e in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Nel primo film la bicicletta simboleggia la sua essenza sportiva per eccellenza ma anche il mezzo per raggiungere ciò che il protagonista brama - l’amore di Donatella - al punto da vendersi al diavolo. La pellicola è inoltre il primo tentativo concreto di inserire il personaggio di Totò all’interno dell’attualità contemporanea, come dimostra la partecipazione di numerosi campioni di ciclismo dell’epoca. Diverso è il caso del film di De Sica, dove la bicicletta non solo è onnipresente ma è anche protagonista. Da mezzo popolare di trasporto diventa, in seguito al furto, simbolo della perdita del lavoro e della disperazione di una famiglia che aveva riposto tutte le sue speranze di sopravvivenza in quell’oggetto. Le biciclette rappresentano qui ora la tentazione che spinge Antonio a rubare, ora l’esca del pedofilo che tenta di avvicinare il piccolo Bruno.
In Bellezze in bicicletta di Carlo Campogalliani – sono passati appena due anni, è il 1951 – la bicicletta ha una valenza totalmente diversa: qui le due protagoniste la usano per inseguire il loro sogno di successo, in un’atmosfera molto più distesa e leggera. D’altra parte di lì a poco le due ruote saranno sostituite dalla motocicletta, grazie all’iconica Vespa di Vacanze Romane.

La-bicicletta-verde-dhsj-701x487Facciamo ora un grande salto indietro nel tempo. 125 anni fa Anne Londonderry fu la prima sportiva a fare il giro del mondo in bicicletta, all'epoca in cui le donne che inforcavano un sellino erano viste come uno strumento del demonio. Fu anche grazie al ciclismo, al senso di libertà cui veniva associato, che il retaggio venne superato e le donne del dopoguerra iniziarono a indossare i pantaloni e a guidare le biciclette dei mariti. Eppure in diverse aree del Medio Oriente la discriminazione sulle biciclette persiste: fino al 2013 in Arabia Saudita le donne non potevano possederla. Tutto è cambiato dopo l'uscita de La Bicicletta Verde. Il film di Haifaa Al-Mansour, la prima regista saudita della storia, racconta la ribellione di una bambina decisa a conquistare la sua libertà attraverso le due ruote. E la finzione è poi diventata realtà: nel 2013 l'autorità religiosa dell'Arabia Saudita ha sancito lo storico diritto delle donne di guidare la bicicletta.
day-i-became-a-womanSulla stessa scia si muove il pluripremiato The Day I Became a Woman, della regista iraniana Marzieh Meshkini. Il film, realizzato nel 2000, racconta le storie di tre donne in cerca della propria identità, in un paese in cui i ruoli di genere sono ancora fortemente delineati, e le conseguenze per chi vuole liberarsene possono ancora essere fatali. Tra queste storie c'è quella di Ahoo. Suo marito reagisce alla decisione di lei di partecipare a una gara di ciclismo con la minaccia del divorzio. Ahoo è determinata a continuare per la sua strada, ma presto interverranno gli uomini della sua famiglia a farla ritornare forzatamente nei suoi obblighi sociali di donna. Da Anne Londonderry a Haifaa Al-Mansour a Marzieh Meshkin, la rivoluzione si fa ancora in sella.

Pedali, sellino e tanto sudore, nel passato e nel presente, come le storie del cinema ci raccontano, restano un simbolo forte di emancipazione, di fatica per il raggiungimento della libertà, prima degli uomini come rappresentanti “universali” di una certa fetta di società, e oggi più che mai delle donne di una parte consistente del mondo, che ancora vedono come un miraggio tanti diritti che noi, in Occidente, diamo ormai per scontati. Al di là delle lotte civili di ogni tempo, la bicicletta apre corpo e mente alla scoperta, e potremmo così interpretarla come un'interessante metafora della vita, come suggeriscono le parole della produttrice e sceneggiatrice statunitense Gillian Klempner Willman: «viaggiare in bicicletta è un'emozione forte: dapprima le difficoltà e la fatica scoraggiano, deludono, inquietano... ma poi, chi ha spirito indomito non si fa sconfiggere dalla staticità e dalla routine, perché l'unica possibilità che ha di vivere realmente è quella di seguire la strada che gli indicano le emozioni».

Sara Marrone
Diletta Maurizi
Giulia Mirimich
Alessandro Ottaviani

5/6/2019

Dopo la breve grandeur con SKY, i David di Donatello sono tornati su Raiuno, in una prima serata condotta per la seconda volta consecutiva da Carlo Conti, ormai cerimoniere ufficiale del servizio pubblico. Per quanto vi sia stato un indubbio sforzo nel rendere l’evento più attraente, i problemi sono sempre gli stessi: i limiti di un sistema che non è una vera industria in grado di promuoversi, la fragilità di uno show zeppo di momenti evitabili (imbarazzante l’unico pezzo comico, un po’ troppo improvvisato il coro del cast di “A casa tutti bene”, poco appropriata l’esibizione dei Bocelli), la scarsa collaborazione di un parterre come al solito freddino. Tuttavia, è stato per il cinema italiano un’ottima annata, che conferma quanto negli ultimi tempi stia vivendo una stagione entusiasmante. Peccato che non ci sia un pubblico disposto ad andare in sala a sostenere questi film: a “A casa tutti bene” sono bastati poco più di nove milioni di euro per conquistare il neonato David dello spettatore, assegnato al film che ha più incassato nell’anno.

Frontrunner della serata, “Dogman” di Matteo Garrone ha vinto nove premi su quindici candidature: alla straziante favola nera ispirata ad un vero fattaccio di periferia sono andate le statuette per il film, la regia, l’attore non protagonista (Edoardo Pesce), la sceneggiatura originale (condiviso da Garrone, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso con Marcolino, un macchinista che a suo modo ha collaborato alla scrittura), la fotografia, la scenografia, il trucco, il montaggio e il suono. Ha però mancato il David, dopo gli allori a Cannes e agli European Film Awards, il suo canaro, Marcello Fonte: ha avuto la meglio Alessandro Borghi, straordinario protagonista di “Sulla mia pelle”, dolorosa ricostruzione del caso di Stefano Cucchi, alla cui famiglia (e “agli esseri umani”) l’attore ha dedicato la vittoria. Oltre al David Giovani, ha ottenuto anche le statuette per il produttore e il regista esordiente, premio da quest’anno intitolato a Gian Luigi Rondi, storico presidente dell’Accademia del Cinema Italiano. In realtà il riconoscimento ha creato qualche malumore perché non si tratta dell’opera prima del pur notevole Alessio Cremonini. Secondo il regolamento non ci sono violazioni, poiché l’esordio "Border" (2013) non fu distribuito in sala; eppure, a livello logico, il problema sussiste. In questo senso, è impari il confronto con i fratelli D’Innocenzo, loro sì davvero esordienti, che con “La terra dell’abbastanza” hanno offerto uno dei debutti più clamorosi degli ultimi anni.

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Nel trionfo annunciato (poco audace?) di “Dogman”, agli altri restano le briciole: le tredici candidature di “Capri-Revolution” si sono trasformate in due statuette per i costumi e la musica; i doverosi riconoscimenti per la sceneggiatura non originale e la canzone del cult “Chiamami col tuo nome” (dodici nomination) conferma l’antipatia della comunità del cinema italiano nei confronti di Luca Guadagnino; mentre “Loro” (velate polemiche per i mancati cenni a Paolo Sorrentino) ha dovuto accontentarsi di due premi su dodici possibili, per le acconciature e l’attrice, l’emozionatissima Elena Sofia Ricci. Due veterani: Marina Confalone si è meritata il suo quinto David in carriera per “Il vizio della speranza”; e Nanni Moretti, regista del commovente documentario “Santiago, Italia”, ha vinto per la nona volta.

Non particolarmente memorabili l’intervento di Uma Thurman, che ha dimenticato di ritirare il suo David Speciale, né la premiazione del già grande Tim Burton, in Italia per il tour promozionale di “Dumbo”. Più onesti gli emozionati vaneggiamenti sulla paura del maestro Dario Argento, onorato per la prima volta dall'Accademia, e gli impacci di Francesca Lo Schiavo, tre Oscar per la scenografia assieme a Dante Ferretti. E l’idea di assegnare il David Speciale solo a lei senza il marito è forse la scelta più politica della nuova gestione della presidente Piera Detassis, che ha rivoluzionato la giuria del David cercando di rendere l’appuntamento meno provinciale e clientelare. Certo, fa un po’ impressione che la storica presenza di due donne (Valeria Golino e Alice Rohwracher; ma c'era anche Wilma Labate segnalata nei documentari) nella cinquina per la miglior regia si sia risolta in un nulla di fatto, dato che i loro “Euforia” e “Lazzaro felice” non hanno portato a casa nemmeno un premio.

Lorenzo Ciofani  27/03/2019

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

ROMA – Il 14 febbraio arriva nelle sale italiane ''Mamma+Mamma'', il film opera prima di Karole Di Tommaso, prodotto da Bibi Film e Rai Cinema, presentato in anteprima lo scorso 12 febbraio al Nuovo Cinema Aquila, alla presenza del cast e di associazioni e personalità vicine al mondo LGBTQ+. Non si poteva scegliere luogo migliore per presentare un film del genere, il Pigneto, quartiere lesbico per antonomasia. E infatti “Mamma+Mamma” ci racconta di Karole e Ali, due donne che si amano e che vogliono diventare mamme dello stesso bambino tramite l'inseminazione artificiale, che sperimentano in una clinica di Barcellona, non essendo ancora regolata legalmente in Italia. Il film, realizzato con il contributo del MiBAC e con il sostegno di Regione Lazio e Fondazione Apulia Film Commission, è distribuito da Bibi Film insieme ad Altri Sguardi, la nuova etichetta che si propone di creare nuovo calore intorno al cinema italiano, di ritrovare un dialogo con lo spettatore sostenendo film che lo facciano riflettere mentre raccontano la complessità del nostro presente.

Mamma+Mamma“Mamma+Mamma” nasce da «un'abbondanza d'amore»: così Karole di Tommaso, intervistata dalla giornalista Michela Greco, presente in sala, illustra la genesi del suo film, frutto del lavoro appassionato di una crew di sole donne, in cui è sottile il confine tra biografia e sceneggiatura (firmata da Chiara Atalanta Ridolfi). Si tratta infatti del racconto dell'esperienza realmente vissuta dalla regista e da sua moglie Alessia, circa due anni fa, per coronare il loro desiderio di maternità.
La gestazione del film comincia appunto nel 2016, quando Karole comincia a scrivere il suo «diario delle emozioni», in un momento in cui, in Italia, veniva approvato il DdL Cirinnà sulle unioni civili. La sera del 20 maggio 2016, mentre nelle piazze italiane si scatenavano i festeggiamenti e si sbandieravano le bandiere arcobaleno per questa conquista tanto attesa, Karole credeva che non ci si poteva che aspettare di meglio dal futuro. E invece, dice, oggi «stiamo peggio di allora».
Eh già, perché la legge Cirinnà prevede che persone maggiorenni dello stesso sesso possano costituire unione civile, godendo degli stessi diritti sociali, fiscali, patrimoniali delle coppie eterosessuali sposate. Tranne uno: l'adozione congiunta, che era prevista dal primo testo unico presentato in Senato nel 2014, ma che la stessa Cirinnà decise poi di vietare, avendo eliminato ogni riferimento al matrimonio, e nominando invece tutti gli articoli del Codice Civile. Ad oggi, l'unica adozione possibile per le coppie omosessuali è l'adozione del figlio del partner.
La senatrice Cirinnà è presente in sala e, dopo aver manifestato tutta la sua solidarietà nei confronti del mondo gay («sono iscritta al Mieli e all'Arcigay»), ci dice: «avremo l'equiparazione dei diritti sul matrimonio e sulla genitorialità. Non si torna indietro sulle unioni civili, ma non si va neanche avanti». Insomma, Karole e la sua produttrice, Matilde Barbagallo, credevano di essere in ritardo per pensare un film del genere, che le coppie omosessuali di lì a poco avrebbero acquisito anche il diritto all'adozione. E invece, dopo quasi 3 anni, i figli delle famiglie arcobaleno continuano a essere invisibili per lo Stato italiano. Ma “Mamma+Mamma” non nasce con l'intenzione di fare politica, né polemica: Karole Di Tommaso ci dice di aver iniziato a scrivere questo suo diario per raccontare a suo figlio il contesto caotico in cui è nato.

Mamma+Mamma3Dopo i discorsi di presentazione e di grandi speranze, la visione di “Mamma+Mamma” ci lascia delle sensazioni contrastanti: da un lato, ci rincuora il tentativo di raccontare una realtà – quella delle coppie e famiglie lesbiche e omosessuali – della quale la maggioranza degli italiani e delle italiane conosce ancora molto poco, considerandolo un mero capriccio, secondo la retorica per cui “in Italia i veri problemi sono altri”. Dall'altro, affronta questa questione accarezzandola appena, passivamente, facendola slittare quasi in secondo piano.
Con l'intento di non fare polemica non va a fondo di niente, e l'ennesima stimolazione ormonale non andata a buon fine genera in mamma Ali (interpretata da Maria Roveran) lo stesso livello di stress dell'acqua che non esce più dalla doccia. Anzi, quando l'acqua non esce e ad Andrea (Tagliaferri, terzo personaggio incomodo e fastidiosissimo, ex fidanzato di Ali che vive “a scrocco” a casa di lei e della sua ragazza) viene una crisi di nervi, Ali chiede allarmata a Karole (Linda Caridi) di trovare una soluzione pur di farlo stare buono. O ancora, dopo il fallimento del primo tentativo di rimanere incinta, Ali regala ad Andrea, per farlo andare a cena con la ragazza che lo aveva lasciato, i cento euro che Karole ha faticosamente messo da parte per volare ancora una volta verso la clinica di Barcellona a tentare di nuovo. Alla fine della proiezione, non abbiamo capito, paradossalmente, quale fosse la posizione del personaggio di Alessia riguardo il suo restare incinta. Sembra subire più che vivere questo processo.

Mamma+Mamma2Non sentiamo la complicità e la battaglia appassionata delle due, non è questo a emozionarci. Il “miracolo” del test di gravidanza finalmente positivo non suscita in loro la felicità che ci aspetteremmo. Ciò che più ci resta dalla visione del film è invece il forte desiderio e la tenacia di Karole (grazie alla vitale interpretazione della Caridi) di avere questo figlio dalla donna che ama. Ci emoziona l'illustrazione del suo contesto d'origine (Guardialfiera, un piccolo paesino in provincia di Campobasso), che trova ampio spazio nella pellicola, tra presente e passato: ci sono i suoi ricordi di bambina, di quando faceva la pipì in piedi insieme al fratello, con grande disdegno del prete del paese; c'è la genuinità dei vecchi del suo paese, la premura della madre e la sua difficoltà di dirle la verità. Ma lo confida a suo nonno, di volere un figlio con un'altra donna, gli spiega che in Italia non è possibile farlo, ci vogliono un viaggio in Spagna e tanti soldi. E allora lui le fa arrivare a casa un vaglia coi risparmi di una vita. Perché lui, ormai vecchio, ha già amato e sognato tanto con la sua donna, e ora è giusto che sua nipote investi nel suo amore – anche se non ha scelto di sistemarsi con un uomo, che magari sarebbe stato più facile.

Perché «quando si parla con le storie, e non con le ideologie, avvengono i miracoli», ci ricorda l'attrice Linda Caridi dopo la proiezione del film. Lei e Maria Roveran ci raccontano della preziosa settimana romana trascorsa insieme alle vere due mamme, per conoscersi a vicenda. Maria ci dice di aver cambiato la sua idea sulla maternità dopo aver incorporato, da attrice, la visione del mondo di Alessia. Sente che la sua percezione è stata trasformata per sempre dopo questo incontro. Linda regge lo schermo tanto bene quanto sa già fare incantevolmente con il palcoscenico, è la forza portante di questo film. Sa restituirci una Karole che è – come lei stessa la definisce – «una donna molisana piantata, che crede che quello che vuole arriverà». Ci racconta di come si sia ritrovata a «mettersi addosso, in pochissimo tempo, una cosa enorme». Di come le persone di Guardialfiera l'abbiano «presa d'assalto» per insegnarle il dialetto molisano tramite i più svariati espedienti, aiutandola così a fare pratica con la lingua, con cui aveva già iniziato a familiarizzare dedicandosi all'ascolto di registrazioni di poesie e stornelli molisani.

In conclusione, vale la pena vedere “Mamma+Mamma” per conoscere il talento di Linda Caridi, vera forza portante del film, attraverso la sua interpretazione fresca e generosa; per le musiche di Giulia Anania e Marta Venturini, per l'amabile cameo di Lilith Primavera e perché, seppur con poca energia, può essere un impulso per ripensare e ampliare la nostra idea di genitorialità.

Sara Marrone, 13/02/2019

Mercoledì, 13 Febbraio 2019 15:49

Un'avventura: un film che rischia

È un bel salto quello di Marco Danieli, che dopo il severo e romantico mélo “La ragazza del mondo”, affronta il genere più pericoloso per un regista italiano. D’altronde, non è un caso che il nostro cinema non abbia mai prodotto sistematicamente dei veri musical: se da una parte siamo la nazione che si porta dentro l’anima del melodramma in ogni circostanza, dall’altro abbiamo introiettato così tanto il dettame neorealista al punto da riscontrare più di un problema con la sospensione della realtà. E, infatti, a parte casi sporadici (“Carosello napoletano”, “La Tosca”, “Orfeo 9”, "Tano da morire", "Riccardo va all'inferno", il recente dittico dei Manetti Bros. "Song'e Napule" e "Ammore e malavita"), la nostra specialità è stata il musicarello, dove si accettava l’elemento musicale in quanto veicolato dal cantante-protagonista.

La storia di “Un’avventura” inizia quando finisce la stagione dei musicarelli, nel momento in cui il soldatino innamorato Gianni Morandi o l’Elvis de noartri Little Tony sentono i contraccolpi della contestazione sessantottina e cedono il passo ai cantautori. L’azzardo dell’ambizioso film di Danieli è quello di proporre un progetto a partire da un repertorio conosciuto da tutti, un pezzo dell’italian songbook già nell’orecchio, nel cuore, nella mente di un pubblico chiamato a riconoscere l’universo delle prime canzoni di Mogol e Lucio Battisti. Su dieci canzoni ricantate e coreografate, sette appartengono all’album d’esordio del 1969 (“Io vivrò”, “Uno in più”, “Un’avventura”, “Nel sole, nel vento, nel sorriso e nel pianto”, “Non è Francesca”, “Il vento”, “Bella Linda”), due sono del secondo volume (“Acqua azzurra, acqua chiara”, “Dieci ragazze”) e una, “Ladro”, fu scritta nel ’67 per i Dik Dik.

Se i riferimenti più facili sono quelli a “Mamma mia!” o “Across the Universe” per la scelta di scandire una narrazione con brani non inediti, c’è piuttosto il superamento dell’infelice “Questo piccolo grande amore”, che per di più poteva contare sulla struttura del concept album per impostare l’adattamento. Da par suo, la sceneggiatrice Isabella Aguilar intuisce che non è la trama a dover legare le canzoni ma viceversa. La storia d’amore tra Matteo e Francesca (ebbene sì, è proprio Francesca…) è, infatti, puramente – e consapevolmente – strumentale: un catalogo degli anni Settanta che espunge il perturbante del piombo (ma che non si riapra la polemica sul disimpegno di Battisti, per favore) e accoglie tanto elementi al limite del cliché (gli hippy, l’emancipazione femminile, il divorzio) quanto altri meno scontati (l’ambiente dei caroselli, la crisi matrimoniale dei genitori), sullo sfondo di una Puglia oleografica a misura di film commission e di una grigia Roma vista dall’alto.

Con un’ammirevole consapevolezza, Danieli non può non tenere conto di “La La Land”, il più iconico degli ultimi musical che ha però una storia dietro radicalmente diversa e più ricca dalla nostra, a cui il film guarda nella struttura, nello spirito, nei colori (la fotografia è di Ferran Paredes Rubio), nonché negli impacci dei due protagonisti. Bravi cantanti che devono moltissimo agli adattamenti di Pivio e Aldo De Scalzi – che hanno rallentato, aggiornato, remixato i classici e creato alcuni jingle piuttosto simpatici – ma, ecco, non eccelsi ballerini.

Ma, se da una parte le coreografie roboanti di Luca Tommassini non sempre permettono loro di trasmettere la necessaria disinvoltura, Michele Riondino e Laura Chiatti (meglio lui di lei) danno il meglio quando riescono a comunicare meglio l’alchimia dei due personaggi. Per quanto, tuttavia, debbano dare credibilità ad un menage amoroso dalle tappe non sempre comprensibili negli snodi se non nell’ottica di creare triangoli nello schema sentimentale: è il caso della Linda (ebbene sì, proprio quella Linda: “mi dai quel che vuoi/ non fai come lei”) a cui Valeria Bilello concede una mirabile gamma di malinconie, con quello splendido sguardo verso il finale di chi si rende conto che la ragazza della canzone scritta dal compagno non corrisponde a lei.

Lorenzo Ciofani 14/02/2019

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