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Dopo aver mostrato sul grande schermo la storia del pentito Tommaso (Masino) Buscetta, il 6 giugno Marco Bellocchio presenta a Palermo, terra originaria delle vicende narrate, il film acclamato dalla critica europea Il traditore. Partendo dalla storia del primo pentito di mafia, collaboratore dei giudici Falcone e Borsellino, andremo ad analizzare come la criminalità, nello specifico Cosa Nostra, è stata raccontata - al pubblico del piccolo e grande schermo - nel corso degli anni. Prendendo in esempio storie di vittime e di colpevoli, indagheremo su come i linguaggi televisivi e cinematografici abbiamo ampliato il genere narrativo utilizzato.

Ricordiamo le vicende che hanno segnato maggiormente la storia della mafia cittadina e quella corleonese: le uccisioni dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti nella lotta per un'Italia migliore cercando di sconfiggere la malavita siciliana attraverso l'organizzazione "pool antimafia" guidata da Rocco Chinnici e poi da Antonio Capannato. A raccontare da vicino la Palermo infettata degli anni ottanta e dei primi anni novanta è la miniserie televisiva del 2004 Paolo Borsellino diretta dal regista Gianluca Maria Tonarelli.

borsellino

Nella sceneggiatura si presta attenzione al rapporto tra il pool e i malavitosi di Cosa Nostra, che mette sempre più a rischio di morte le vite dei componenti della squadra. L'uccisione di Falcone prima, e quella di Borsellino dopo, segnano la forte potenza della criminalità mafiosa di quegli anni, nonostante i numerosi tentativi di difesa nei confronti di Cosa Nostra che ha preso vita ed è cresciuta nel tempo. Nella produzione è messo a fuoco il punto di vista del Magistrato e del suo voler sconfiggere un fenomeno che rendeva malata la sua terra d'origine, cercando di riportare la Sicilia a quella del tempo in cui Borsellino è nato e cresciuto.

Un film che sviscera dall'interno le vicende di Cosa Nostra è I 100 passi (2000) di Marco Tullio Giordana. Peppino Impastato, figlio del boss Luigi, convive tra il mondo della giustizia e quello della criminalità. Sfuggendo a quello che sarebbe stato il suo destino, pur essendo a cento passi dal suo nemico don Tino, Impastato sceglie di denunciare le dinamiche che in prima persona ha vissuto durante l'infanzia, regalando allo spettatore una visione interna degli avvenimenti realmente accaduti.

i cento passi

Uno sguardo che si posiziona nel mezzo è dato da Giuseppe Ferrara, che con Cento giorni a Palermo (1984) ripercorre gli ultimi mesi del generale Carlo Alberto della Chiesa prima dell’agguato mafioso. In questo caso, la narrazione avanza seguendo una linea di sangue che parte dell'omicidio del capo della squadra mobile (Boris Giuliano) fino a della Chiesa, senza approfondire le dinamiche della criminalità organizzata. Lo stesso accade con Maltese – Il romanzo del commissario (2007), prodotto televisivo ambientato a Trapani con Kim Rossi Stuart,che rilegge il genere gangster in chiave giallistica.

maltese

Cosa Nostra diventa quindi un’identità ignota, una realtà nascosta, che il commissario è chiamato ad esorcizzare. La risoluzione finale viene assemblata come un puzzle di indizi e prove materiali. L’elemento aggiuntivo presente in Maltese è una sottotrama forte, la storia d'amore con Elisa, che va di pari passo con la narrazione principale. L'amore è invece l'unica spinta utilizzata in Sicilian Ghost Story (2017), regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, in cui per la prima volta si assiste alle conseguenze di Cosa Nostra attraverso lo sguardo innocente, quello della tredicenne Luna. La protagonista, innamorata di Giuseppe (figlio del boss scomparso misteriosamente), si rifugia in un universo di fantasia in cui il coetaneo è ancora al suo fianco. Con questo lavoro Grassadonia e Piazza riscrivono i canoni del genere crime italiano, portando a casa numerosi riconoscimenti da parte della critica e del pubblico.

Anche il panorama seriale italiano ha raccontato Cosa Nostra: dal classico La piovra, ancora oggi la serie tv italiana più conosciuta al mondo, e all’epoca osteggiata per il quadro didesolante connivenza dello Stato di fronte alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, alla favola di Pif, prima film e poi serie tv, La mafia uccide solo d’estate. La serialità italiana ha tracciato anche affascinanti biografie, come quella di Totò Riina ne Il capo dei capi, ma si èoccupata anche degli eroi della lotta alla malavita, come nel caso della già citata miniserie Paolo Borsellino, Giovanni Falcone - L’uomo che sfidò Cosa Nostra e Brancaccio, dedicato al prete antimafia don Pino Puglisi.

squadra antimafia

La mafia siciliana è stata raccontata dalla serialità anche attraverso storie di finzione, come nel caso di Squadra antimafia - Palermo oggi e del suo spin-off Rosy Abate, o ne L’onore e il rispetto. In questo caso, però, al successo di pubblico non ha corrisposto altrettanto successo di critica.

Greta Terlizzi
Francesca Totaro
Giulia Zennaro

Un oggetto, un simbolo e infinite storie: la bicicletta non è solo il mezzo di locomozione migliore per misurare il grado di civiltà di un Paese – classifica in cui i nemici di Greta Thunberg si posizionano ultimi, Italia compresa – ma anche un vero e proprio strumento di indagine antropologica capace di raccontare il cambiamento sociologico e culturale della nostra nazione, e dunque l’evoluzione ontologica del suo esistere. La bicicletta è l’emblema dell’Italia non ancora motorizzata, in gran parte sottoproletaria, l’Italia dei conflitti mondiali e dell’immediato dopoguerra, simbolo di libertà ed emancipazione, regina dello sport all’epoca più seguito in Italia, il ciclismo, che manifestava dal 1909 tutta la sua sofferta bellezza in un evento dal valore forse inconcepibile per noi oggi: il Giro d’Italia. giro2
E non è affatto un caso che i più grandi cronisti di questo evento fossero i letterati del tempo, da Vasco Pratolini a Dino Buzzati, passando per Alfonso Gatto. D’altronde il ciclismo e la letteratura sono due forme d’arte che richiedono una grande resistenza. Così, fino a quando la competizione non iniziò a essere trasmessa in tv, determinando la vittoria schiacciante del suo potenziale commerciale su quello antropologico, bisognava affidarsi solo alle parole di questi intellettuali che offrivano la possibilità unica di raccontare e descrivere tutta la nostra penisola piena di ostacoli geografici e linguistici. Con una forte dose di realismo sentimentale, quei cronisti sono stati capaci di raccontare un’epoca, di fotografare una popolazione che, timida, tornava a vivere e che si accalcava lungo le strade per seguire campioni e gregari. Solo così i lettori potevano immaginare le storie di paesaggi, di duelli, di bellezze naturali, storie di fatiche e storie di campioni, come l’eroe giusto e cattolico Bartali e il rivoluzionario Coppi, i due volti dell’Italia. Eppure l’unica vera protagonista rimaneva e rimane tutt’ora la bicicletta.

La popolarità della bicicletta le procura una menzione d’onore anche nel cinema nostrano, apparendo in svariati film con una valenza sempre diversa. Nel 1948 la vediamo in due pellicole decisamente note, Totò al Giro d’Italia di Mario Mattoli e in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Nel primo film la bicicletta simboleggia la sua essenza sportiva per eccellenza ma anche il mezzo per raggiungere ciò che il protagonista brama - l’amore di Donatella - al punto da vendersi al diavolo. La pellicola è inoltre il primo tentativo concreto di inserire il personaggio di Totò all’interno dell’attualità contemporanea, come dimostra la partecipazione di numerosi campioni di ciclismo dell’epoca. Diverso è il caso del film di De Sica, dove la bicicletta non solo è onnipresente ma è anche protagonista. Da mezzo popolare di trasporto diventa, in seguito al furto, simbolo della perdita del lavoro e della disperazione di una famiglia che aveva riposto tutte le sue speranze di sopravvivenza in quell’oggetto. Le biciclette rappresentano qui ora la tentazione che spinge Antonio a rubare, ora l’esca del pedofilo che tenta di avvicinare il piccolo Bruno.
In Bellezze in bicicletta di Carlo Campogalliani – sono passati appena due anni, è il 1951 – la bicicletta ha una valenza totalmente diversa: qui le due protagoniste la usano per inseguire il loro sogno di successo, in un’atmosfera molto più distesa e leggera. D’altra parte di lì a poco le due ruote saranno sostituite dalla motocicletta, grazie all’iconica Vespa di Vacanze Romane.

La-bicicletta-verde-dhsj-701x487Facciamo ora un grande salto indietro nel tempo. 125 anni fa Anne Londonderry fu la prima sportiva a fare il giro del mondo in bicicletta, all'epoca in cui le donne che inforcavano un sellino erano viste come uno strumento del demonio. Fu anche grazie al ciclismo, al senso di libertà cui veniva associato, che il retaggio venne superato e le donne del dopoguerra iniziarono a indossare i pantaloni e a guidare le biciclette dei mariti. Eppure in diverse aree del Medio Oriente la discriminazione sulle biciclette persiste: fino al 2013 in Arabia Saudita le donne non potevano possederla. Tutto è cambiato dopo l'uscita de La Bicicletta Verde. Il film di Haifaa Al-Mansour, la prima regista saudita della storia, racconta la ribellione di una bambina decisa a conquistare la sua libertà attraverso le due ruote. E la finzione è poi diventata realtà: nel 2013 l'autorità religiosa dell'Arabia Saudita ha sancito lo storico diritto delle donne di guidare la bicicletta.
day-i-became-a-womanSulla stessa scia si muove il pluripremiato The Day I Became a Woman, della regista iraniana Marzieh Meshkini. Il film, realizzato nel 2000, racconta le storie di tre donne in cerca della propria identità, in un paese in cui i ruoli di genere sono ancora fortemente delineati, e le conseguenze per chi vuole liberarsene possono ancora essere fatali. Tra queste storie c'è quella di Ahoo. Suo marito reagisce alla decisione di lei di partecipare a una gara di ciclismo con la minaccia del divorzio. Ahoo è determinata a continuare per la sua strada, ma presto interverranno gli uomini della sua famiglia a farla ritornare forzatamente nei suoi obblighi sociali di donna. Da Anne Londonderry a Haifaa Al-Mansour a Marzieh Meshkin, la rivoluzione si fa ancora in sella.

Pedali, sellino e tanto sudore, nel passato e nel presente, come le storie del cinema ci raccontano, restano un simbolo forte di emancipazione, di fatica per il raggiungimento della libertà, prima degli uomini come rappresentanti “universali” di una certa fetta di società, e oggi più che mai delle donne di una parte consistente del mondo, che ancora vedono come un miraggio tanti diritti che noi, in Occidente, diamo ormai per scontati. Al di là delle lotte civili di ogni tempo, la bicicletta apre corpo e mente alla scoperta, e potremmo così interpretarla come un'interessante metafora della vita, come suggeriscono le parole della produttrice e sceneggiatrice statunitense Gillian Klempner Willman: «viaggiare in bicicletta è un'emozione forte: dapprima le difficoltà e la fatica scoraggiano, deludono, inquietano... ma poi, chi ha spirito indomito non si fa sconfiggere dalla staticità e dalla routine, perché l'unica possibilità che ha di vivere realmente è quella di seguire la strada che gli indicano le emozioni».

Sara Marrone
Diletta Maurizi
Giulia Mirimich
Alessandro Ottaviani

5/6/2019

Dopo la breve grandeur con SKY, i David di Donatello sono tornati su Raiuno, in una prima serata condotta per la seconda volta consecutiva da Carlo Conti, ormai cerimoniere ufficiale del servizio pubblico. Per quanto vi sia stato un indubbio sforzo nel rendere l’evento più attraente, i problemi sono sempre gli stessi: i limiti di un sistema che non è una vera industria in grado di promuoversi, la fragilità di uno show zeppo di momenti evitabili (imbarazzante l’unico pezzo comico, un po’ troppo improvvisato il coro del cast di “A casa tutti bene”, poco appropriata l’esibizione dei Bocelli), la scarsa collaborazione di un parterre come al solito freddino. Tuttavia, è stato per il cinema italiano un’ottima annata, che conferma quanto negli ultimi tempi stia vivendo una stagione entusiasmante. Peccato che non ci sia un pubblico disposto ad andare in sala a sostenere questi film: a “A casa tutti bene” sono bastati poco più di nove milioni di euro per conquistare il neonato David dello spettatore, assegnato al film che ha più incassato nell’anno.

Frontrunner della serata, “Dogman” di Matteo Garrone ha vinto nove premi su quindici candidature: alla straziante favola nera ispirata ad un vero fattaccio di periferia sono andate le statuette per il film, la regia, l’attore non protagonista (Edoardo Pesce), la sceneggiatura originale (condiviso da Garrone, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso con Marcolino, un macchinista che a suo modo ha collaborato alla scrittura), la fotografia, la scenografia, il trucco, il montaggio e il suono. Ha però mancato il David, dopo gli allori a Cannes e agli European Film Awards, il suo canaro, Marcello Fonte: ha avuto la meglio Alessandro Borghi, straordinario protagonista di “Sulla mia pelle”, dolorosa ricostruzione del caso di Stefano Cucchi, alla cui famiglia (e “agli esseri umani”) l’attore ha dedicato la vittoria. Oltre al David Giovani, ha ottenuto anche le statuette per il produttore e il regista esordiente, premio da quest’anno intitolato a Gian Luigi Rondi, storico presidente dell’Accademia del Cinema Italiano. In realtà il riconoscimento ha creato qualche malumore perché non si tratta dell’opera prima del pur notevole Alessio Cremonini. Secondo il regolamento non ci sono violazioni, poiché l’esordio "Border" (2013) non fu distribuito in sala; eppure, a livello logico, il problema sussiste. In questo senso, è impari il confronto con i fratelli D’Innocenzo, loro sì davvero esordienti, che con “La terra dell’abbastanza” hanno offerto uno dei debutti più clamorosi degli ultimi anni.

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Nel trionfo annunciato (poco audace?) di “Dogman”, agli altri restano le briciole: le tredici candidature di “Capri-Revolution” si sono trasformate in due statuette per i costumi e la musica; i doverosi riconoscimenti per la sceneggiatura non originale e la canzone del cult “Chiamami col tuo nome” (dodici nomination) conferma l’antipatia della comunità del cinema italiano nei confronti di Luca Guadagnino; mentre “Loro” (velate polemiche per i mancati cenni a Paolo Sorrentino) ha dovuto accontentarsi di due premi su dodici possibili, per le acconciature e l’attrice, l’emozionatissima Elena Sofia Ricci. Due veterani: Marina Confalone si è meritata il suo quinto David in carriera per “Il vizio della speranza”; e Nanni Moretti, regista del commovente documentario “Santiago, Italia”, ha vinto per la nona volta.

Non particolarmente memorabili l’intervento di Uma Thurman, che ha dimenticato di ritirare il suo David Speciale, né la premiazione del già grande Tim Burton, in Italia per il tour promozionale di “Dumbo”. Più onesti gli emozionati vaneggiamenti sulla paura del maestro Dario Argento, onorato per la prima volta dall'Accademia, e gli impacci di Francesca Lo Schiavo, tre Oscar per la scenografia assieme a Dante Ferretti. E l’idea di assegnare il David Speciale solo a lei senza il marito è forse la scelta più politica della nuova gestione della presidente Piera Detassis, che ha rivoluzionato la giuria del David cercando di rendere l’appuntamento meno provinciale e clientelare. Certo, fa un po’ impressione che la storica presenza di due donne (Valeria Golino e Alice Rohwracher; ma c'era anche Wilma Labate segnalata nei documentari) nella cinquina per la miglior regia si sia risolta in un nulla di fatto, dato che i loro “Euforia” e “Lazzaro felice” non hanno portato a casa nemmeno un premio.

Lorenzo Ciofani  27/03/2019

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

ROMA – Il 14 febbraio arriva nelle sale italiane ''Mamma+Mamma'', il film opera prima di Karole Di Tommaso, prodotto da Bibi Film e Rai Cinema, presentato in anteprima lo scorso 12 febbraio al Nuovo Cinema Aquila, alla presenza del cast e di associazioni e personalità vicine al mondo LGBTQ+. Non si poteva scegliere luogo migliore per presentare un film del genere, il Pigneto, quartiere lesbico per antonomasia. E infatti “Mamma+Mamma” ci racconta di Karole e Ali, due donne che si amano e che vogliono diventare mamme dello stesso bambino tramite l'inseminazione artificiale, che sperimentano in una clinica di Barcellona, non essendo ancora regolata legalmente in Italia. Il film, realizzato con il contributo del MiBAC e con il sostegno di Regione Lazio e Fondazione Apulia Film Commission, è distribuito da Bibi Film insieme ad Altri Sguardi, la nuova etichetta che si propone di creare nuovo calore intorno al cinema italiano, di ritrovare un dialogo con lo spettatore sostenendo film che lo facciano riflettere mentre raccontano la complessità del nostro presente.

Mamma+Mamma“Mamma+Mamma” nasce da «un'abbondanza d'amore»: così Karole di Tommaso, intervistata dalla giornalista Michela Greco, presente in sala, illustra la genesi del suo film, frutto del lavoro appassionato di una crew di sole donne, in cui è sottile il confine tra biografia e sceneggiatura (firmata da Chiara Atalanta Ridolfi). Si tratta infatti del racconto dell'esperienza realmente vissuta dalla regista e da sua moglie Alessia, circa due anni fa, per coronare il loro desiderio di maternità.
La gestazione del film comincia appunto nel 2016, quando Karole comincia a scrivere il suo «diario delle emozioni», in un momento in cui, in Italia, veniva approvato il DdL Cirinnà sulle unioni civili. La sera del 20 maggio 2016, mentre nelle piazze italiane si scatenavano i festeggiamenti e si sbandieravano le bandiere arcobaleno per questa conquista tanto attesa, Karole credeva che non ci si poteva che aspettare di meglio dal futuro. E invece, dice, oggi «stiamo peggio di allora».
Eh già, perché la legge Cirinnà prevede che persone maggiorenni dello stesso sesso possano costituire unione civile, godendo degli stessi diritti sociali, fiscali, patrimoniali delle coppie eterosessuali sposate. Tranne uno: l'adozione congiunta, che era prevista dal primo testo unico presentato in Senato nel 2014, ma che la stessa Cirinnà decise poi di vietare, avendo eliminato ogni riferimento al matrimonio, e nominando invece tutti gli articoli del Codice Civile. Ad oggi, l'unica adozione possibile per le coppie omosessuali è l'adozione del figlio del partner.
La senatrice Cirinnà è presente in sala e, dopo aver manifestato tutta la sua solidarietà nei confronti del mondo gay («sono iscritta al Mieli e all'Arcigay»), ci dice: «avremo l'equiparazione dei diritti sul matrimonio e sulla genitorialità. Non si torna indietro sulle unioni civili, ma non si va neanche avanti». Insomma, Karole e la sua produttrice, Matilde Barbagallo, credevano di essere in ritardo per pensare un film del genere, che le coppie omosessuali di lì a poco avrebbero acquisito anche il diritto all'adozione. E invece, dopo quasi 3 anni, i figli delle famiglie arcobaleno continuano a essere invisibili per lo Stato italiano. Ma “Mamma+Mamma” non nasce con l'intenzione di fare politica, né polemica: Karole Di Tommaso ci dice di aver iniziato a scrivere questo suo diario per raccontare a suo figlio il contesto caotico in cui è nato.

Mamma+Mamma3Dopo i discorsi di presentazione e di grandi speranze, la visione di “Mamma+Mamma” ci lascia delle sensazioni contrastanti: da un lato, ci rincuora il tentativo di raccontare una realtà – quella delle coppie e famiglie lesbiche e omosessuali – della quale la maggioranza degli italiani e delle italiane conosce ancora molto poco, considerandolo un mero capriccio, secondo la retorica per cui “in Italia i veri problemi sono altri”. Dall'altro, affronta questa questione accarezzandola appena, passivamente, facendola slittare quasi in secondo piano.
Con l'intento di non fare polemica non va a fondo di niente, e l'ennesima stimolazione ormonale non andata a buon fine genera in mamma Ali (interpretata da Maria Roveran) lo stesso livello di stress dell'acqua che non esce più dalla doccia. Anzi, quando l'acqua non esce e ad Andrea (Tagliaferri, terzo personaggio incomodo e fastidiosissimo, ex fidanzato di Ali che vive “a scrocco” a casa di lei e della sua ragazza) viene una crisi di nervi, Ali chiede allarmata a Karole (Linda Caridi) di trovare una soluzione pur di farlo stare buono. O ancora, dopo il fallimento del primo tentativo di rimanere incinta, Ali regala ad Andrea, per farlo andare a cena con la ragazza che lo aveva lasciato, i cento euro che Karole ha faticosamente messo da parte per volare ancora una volta verso la clinica di Barcellona a tentare di nuovo. Alla fine della proiezione, non abbiamo capito, paradossalmente, quale fosse la posizione del personaggio di Alessia riguardo il suo restare incinta. Sembra subire più che vivere questo processo.

Mamma+Mamma2Non sentiamo la complicità e la battaglia appassionata delle due, non è questo a emozionarci. Il “miracolo” del test di gravidanza finalmente positivo non suscita in loro la felicità che ci aspetteremmo. Ciò che più ci resta dalla visione del film è invece il forte desiderio e la tenacia di Karole (grazie alla vitale interpretazione della Caridi) di avere questo figlio dalla donna che ama. Ci emoziona l'illustrazione del suo contesto d'origine (Guardialfiera, un piccolo paesino in provincia di Campobasso), che trova ampio spazio nella pellicola, tra presente e passato: ci sono i suoi ricordi di bambina, di quando faceva la pipì in piedi insieme al fratello, con grande disdegno del prete del paese; c'è la genuinità dei vecchi del suo paese, la premura della madre e la sua difficoltà di dirle la verità. Ma lo confida a suo nonno, di volere un figlio con un'altra donna, gli spiega che in Italia non è possibile farlo, ci vogliono un viaggio in Spagna e tanti soldi. E allora lui le fa arrivare a casa un vaglia coi risparmi di una vita. Perché lui, ormai vecchio, ha già amato e sognato tanto con la sua donna, e ora è giusto che sua nipote investi nel suo amore – anche se non ha scelto di sistemarsi con un uomo, che magari sarebbe stato più facile.

Perché «quando si parla con le storie, e non con le ideologie, avvengono i miracoli», ci ricorda l'attrice Linda Caridi dopo la proiezione del film. Lei e Maria Roveran ci raccontano della preziosa settimana romana trascorsa insieme alle vere due mamme, per conoscersi a vicenda. Maria ci dice di aver cambiato la sua idea sulla maternità dopo aver incorporato, da attrice, la visione del mondo di Alessia. Sente che la sua percezione è stata trasformata per sempre dopo questo incontro. Linda regge lo schermo tanto bene quanto sa già fare incantevolmente con il palcoscenico, è la forza portante di questo film. Sa restituirci una Karole che è – come lei stessa la definisce – «una donna molisana piantata, che crede che quello che vuole arriverà». Ci racconta di come si sia ritrovata a «mettersi addosso, in pochissimo tempo, una cosa enorme». Di come le persone di Guardialfiera l'abbiano «presa d'assalto» per insegnarle il dialetto molisano tramite i più svariati espedienti, aiutandola così a fare pratica con la lingua, con cui aveva già iniziato a familiarizzare dedicandosi all'ascolto di registrazioni di poesie e stornelli molisani.

In conclusione, vale la pena vedere “Mamma+Mamma” per conoscere il talento di Linda Caridi, vera forza portante del film, attraverso la sua interpretazione fresca e generosa; per le musiche di Giulia Anania e Marta Venturini, per l'amabile cameo di Lilith Primavera e perché, seppur con poca energia, può essere un impulso per ripensare e ampliare la nostra idea di genitorialità.

Sara Marrone, 13/02/2019

Mercoledì, 13 Febbraio 2019 15:49

Un'avventura: un film che rischia

È un bel salto quello di Marco Danieli, che dopo il severo e romantico mélo “La ragazza del mondo”, affronta il genere più pericoloso per un regista italiano. D’altronde, non è un caso che il nostro cinema non abbia mai prodotto sistematicamente dei veri musical: se da una parte siamo la nazione che si porta dentro l’anima del melodramma in ogni circostanza, dall’altro abbiamo introiettato così tanto il dettame neorealista al punto da riscontrare più di un problema con la sospensione della realtà. E, infatti, a parte casi sporadici (“Carosello napoletano”, “La Tosca”, “Orfeo 9”, "Tano da morire", "Riccardo va all'inferno", il recente dittico dei Manetti Bros. "Song'e Napule" e "Ammore e malavita"), la nostra specialità è stata il musicarello, dove si accettava l’elemento musicale in quanto veicolato dal cantante-protagonista.

La storia di “Un’avventura” inizia quando finisce la stagione dei musicarelli, nel momento in cui il soldatino innamorato Gianni Morandi o l’Elvis de noartri Little Tony sentono i contraccolpi della contestazione sessantottina e cedono il passo ai cantautori. L’azzardo dell’ambizioso film di Danieli è quello di proporre un progetto a partire da un repertorio conosciuto da tutti, un pezzo dell’italian songbook già nell’orecchio, nel cuore, nella mente di un pubblico chiamato a riconoscere l’universo delle prime canzoni di Mogol e Lucio Battisti. Su dieci canzoni ricantate e coreografate, sette appartengono all’album d’esordio del 1969 (“Io vivrò”, “Uno in più”, “Un’avventura”, “Nel sole, nel vento, nel sorriso e nel pianto”, “Non è Francesca”, “Il vento”, “Bella Linda”), due sono del secondo volume (“Acqua azzurra, acqua chiara”, “Dieci ragazze”) e una, “Ladro”, fu scritta nel ’67 per i Dik Dik.

Se i riferimenti più facili sono quelli a “Mamma mia!” o “Across the Universe” per la scelta di scandire una narrazione con brani non inediti, c’è piuttosto il superamento dell’infelice “Questo piccolo grande amore”, che per di più poteva contare sulla struttura del concept album per impostare l’adattamento. Da par suo, la sceneggiatrice Isabella Aguilar intuisce che non è la trama a dover legare le canzoni ma viceversa. La storia d’amore tra Matteo e Francesca (ebbene sì, è proprio Francesca…) è, infatti, puramente – e consapevolmente – strumentale: un catalogo degli anni Settanta che espunge il perturbante del piombo (ma che non si riapra la polemica sul disimpegno di Battisti, per favore) e accoglie tanto elementi al limite del cliché (gli hippy, l’emancipazione femminile, il divorzio) quanto altri meno scontati (l’ambiente dei caroselli, la crisi matrimoniale dei genitori), sullo sfondo di una Puglia oleografica a misura di film commission e di una grigia Roma vista dall’alto.

Con un’ammirevole consapevolezza, Danieli non può non tenere conto di “La La Land”, il più iconico degli ultimi musical che ha però una storia dietro radicalmente diversa e più ricca dalla nostra, a cui il film guarda nella struttura, nello spirito, nei colori (la fotografia è di Ferran Paredes Rubio), nonché negli impacci dei due protagonisti. Bravi cantanti che devono moltissimo agli adattamenti di Pivio e Aldo De Scalzi – che hanno rallentato, aggiornato, remixato i classici e creato alcuni jingle piuttosto simpatici – ma, ecco, non eccelsi ballerini.

Ma, se da una parte le coreografie roboanti di Luca Tommassini non sempre permettono loro di trasmettere la necessaria disinvoltura, Michele Riondino e Laura Chiatti (meglio lui di lei) danno il meglio quando riescono a comunicare meglio l’alchimia dei due personaggi. Per quanto, tuttavia, debbano dare credibilità ad un menage amoroso dalle tappe non sempre comprensibili negli snodi se non nell’ottica di creare triangoli nello schema sentimentale: è il caso della Linda (ebbene sì, proprio quella Linda: “mi dai quel che vuoi/ non fai come lei”) a cui Valeria Bilello concede una mirabile gamma di malinconie, con quello splendido sguardo verso il finale di chi si rende conto che la ragazza della canzone scritta dal compagno non corrisponde a lei.

Lorenzo Ciofani 14/02/2019

Non delude le aspettative "Il primo re", film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi, star di Suburra, e Alessio Lapice, dal 31 gennaio nelle sale. Il film propone un racconto emotivo ed epico del mito di Romolo e Remo, concentrandosi soprattutto su quest’ultimo, dimenticato dalla storia, e tralasciando la componente fantastica per un racconto crudo e sanguinario di un periodo poco conosciuto della storia di Roma. Non la nascita dell’impero, dunque, come ci aveva ingenuamente anticipato la pubblicità, ma il racconto del rapporto tra due fratelli, uniti dallo stesso sangue, che il sangue separa, gettando il seme per la nascita della città che dominerà il mondo.

Le splendide location del Lazio più selvaggio e incontaminato si sposano bene con una ricostruzione storica e antropologica accurata. L’utilizzo della lingua protolatina, ricreata con l’aiuto di semiologi della Sapienza (per quanto ibridata con ceppi indo-europei) può intimorire lo spettatore, che teme di assistere a un film documentaristico e noioso, e si trova invece catapultato in una realtà cruda e violenta, in cui la lingua rispecchia fedelmente l’arcaicità delle usanze e delle ambientazioni. Il mondo di Romolo e Remo è un mondo brutale, che i fratelli vogliono risollevare, con la forza delle armi e dell’orgoglio. Ma se Remo, autoproclamatosi re, crolla sotto i colpi del destino che cerca con tutte le sue forze di evitare, a prevalere alla fine è Romolo, personaggio figlio del suo tempo e custode del mos maiorum, capace di unire sotto una stessa lingua, spada, costumi, leadership, realtà e popoli diversi. Remo, invece, con la sua arroganza e la sua sfida agli dei è un personaggio estremamente moderno, e per questo dimenticato dalla storia, che ricorda solo i vincenti. Ma non viene cancellato dai cuori degli spettatori, che si rivedono in quell’eroe sprezzante della religione, che vuole farsi da sé, che non teme né gli dei né il destino, e che viene da esso sopraffatto e sconfitto.

Fabio LovinoMatteo Rovere, apprezzato produttore di Smetto quando voglio e regista Veloce come il vento, torna con questo film che si rifà apertamente a classici come Apocalypto, Valhalla Rising, Revenant, costruendo a Il primo re un’identità che gli consente di non sfigurare di fronte a produzioni economicamente più sostanziose. Ottima fotografia di Daniele Ciprì, che trae la sua forza dalla bellezza delle location. Rovere fa dell’uso della luce naturale, degli effetti speciali pratici e dell’accurata ricostruzione storica una dichiarazione di intenti, spogliando la sua direzione da qualunque artificio, facendo parlare la natura, i corpi, le voci. La forza del film è proprio nell’artigianalità, nella riproduzione accurata di un mondo scomparso, nella forza animale dei protagonisti, nel concerto di forze interpretative e maestranze tecniche che contribuiscono a creare un piccolo grande gioiello del cinema storico e d’azione italiano. Spicca Alessandro Borghi, capace di bucare lo schermo con la sua fisicità prestante e una recitazione che non si fa intimidire dal limite linguistico e arriva come uno schiaffo allo spettatore. Grande prova anche per Alessio Lapice, dalla recitazione misurata e intensa, complementare a quella dirompente di Borghi, e che ci auguriamo di vedere più spesso d’ora in poi sul grande e piccolo schermo. Ottima prova anche per Tania Garribba, attrice di provenienza teatrale e qui sacerdotessa capace di recitare con gli occhi e con gesti contenuti e precisi.
Il primo re conferma il recente trend positivo del cinema italiano, con questa opera prodotta quasi interamente nel nostro paese, con la forza di giovani registi e interpreti. Una storia che racconta un capitolo dimenticato e forse mai esistito della nostra storia, ma che non smette di parlare all’uomo di oggi.

Giulia Zennaro 31/01/2019

Dal 12 luglio al 1 settembre, Letture d’Estate incontra il cinema. Il Centro Sperimentale di Cinematografia partecipa alla manifestazione in corso nei Giardini di Castel Sant’Angelo con uno spazio dedicato alle sue diverse attività.

Grazie alla Cineteca Nazionale è in programma la proiezione di film – di finzione e documentari – che avranno al centro la città di Roma, mentre la Scuola Nazionale di Cinema terrà incontri d’orientamento per chi desidera intraprendere uno dei tanti mestieri del cinema. Verranno proiettati i saggi di diploma realizzati dagli ex allievi, alcuni dei quali saranno presenti per riportare la propria esperienza di studio alla SNC. Inoltre, la CSC Production presenterà i film di maggior successo prodotti in 10 anni di attività.36912336 1917572821634419 3986794669433421824 o

Ma il Centro Sperimentale di Cinematografia è anche editoria. Per Letture d’Estate saranno disponibili in consultazione e per la vendita i libri editi da CSC, alcuni dei quali saranno al centro di presentazioni e incontri con gli autori. Ancora, la Biblioteca Luigi Chiarini, che dispone di uno dei più vasti cataloghi di spettacolo in Europa, presenterà al pubblico di Letture d’Estate il proprio vastissimo patrimonio.

Infine, lo spazio del Centro Sperimentale ospiterà la mostra I Baci nel Cinema: 50 anni di cinema italiano attraverso i baci più celebri dei grandi interpreti del panorama cinematografico italiano (tutte le immagini provengono dall'Archivio Fotografico della Cineteca Nazionale).

Si parte il 12 luglio con la proiezione di “Castel Sant'Angelo” di Alessandro Blasetti (1947, 10’) e, in occasione degli 80 anni dalla proclamazione delle Leggi razziali, verrà proiettato L’oro di Roma di Carlo Lizzani (1961, 97’); il 16 luglio verrà offerta al pubblico di Letture d'Estate la visione del capolavoro di Roberto Rossellini “Roma Città Aperta”, ma tanti saranno anche gli ospiti che animeranno tutti gli eventi curati dal Centro Sperimentale di Cinematografia: da Laura Morante allo scenografo Francesco Frigeri, il costumista Maurizio Millenotti e tanti altri.

Il progetto Letture d’Estate lungo il Fiume e tra gli alberi, realizzato dalla Federazione Italiana Invito alla Lettura, è parte del programma dell'Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale.

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Primo film italiano originalmente distribuito da Netflix, "Rimetti a noi i nostri debiti" segna sicuramente un passaggio importante per la produzione cinematografica del Belpaese, non solo orientandola verso un nuovo tipo di fruizione on-demand.

Disponibile dal 4 maggio 2018 sulla piattaforma, il film di Antonio Morabito non fa sconti di forma o contenuto. Appare infatti come un prodotto ben confezionato e strutturato, sia per fotografia, sia per sceneggiatura, sia per cast.rimetti a noi i nostri debiti 3

Per un tema come quello del recupero crediti, dello stritolamento bestiale che agenzie di credito, banche e istituzioni la povera gente descritta da Morabito risulta vera e mai eccessivamente caricaturata. I 'poveracci' dipinti nel film fanno parte omnicomprensivamente -come si dirà in una delle ultime scene al cimitero- di tutti gli italiani, invischiati nel tenere in piedi a tutti costi la propria azienda, nelle rate della macchina, nel mutuo per la casa, nelle ristrutturazioni degli immobili, nelle cure mediche e in tutti i vezzi, oltre che necessità, che una cultura come quella italiana obbliga l'esistenza dei suoi abitanti. Già morti. Tutti. Non perché schiavi della naturale conseguenza biologica ma per l'inesorabile morsa dell'indebitamento.

Santamaria e Giallini si fanno da contrappunto: uno, ex ingeniere informativo e poi magazziniere, ancora puro, tutto sommato, e l'altro spietato e risoluto. Così all'apparenza, ma la sceneggiatura di Morabito e Pagani (anche coproduttore) tinge i personaggi di ulteriori sfaccettature che li rendono del tutto umani. Guido (Santamaria) deve fare i conti con la spietatezza di un mondo che inevitabilmente plasma le proprie azioni e modifica inesorabilmenteil proprio essere e Franco (Giallini), capace di ingoiare il male, riconoscendolo, e in grado di pentirsi per quello che è diventato. Monatti, come vengono definiti, entrambi. Non solo per l'abito scuro e per i campanelli ma per l'avido recupero degli averi rimasti dei già-morti.

I personaggi che contornano l'opera sono però altrettanto importanti ai fini del messaggio generale. Flonja Kodheli interpreta sobriamente Rina, che prende il posto al bar di Victor, riuscendo a rappresentare -seppur per attimo- una speranza di redenzione e di bellezza umana incontaminata per Guido. Interessante -proprio per il suo esser goffo tentativo- l'invito a cena che le viene proposto, con un protagonista improvvisantesi diverso dalla figura di fallito che, però, invece sembrava intrigare maggiormente la cameriera.rimetti a noi i nostri debiti 2

La critica al sistema non si ferma all'Italia ma di sponda e carambola si innesta nella metafora del biliardo del professore (un ottimo Jerzy Sthur), in cui è lo stesso mondo ad essere vittima dell'indebitamento calcolato, programmatico e inarrestabile dei molti nei confronti dei pochi, arroccati in sistemi deresponsabilizzati che usano vittime come carne da macello per recuperare quelle falle di creditori perse in giro. Alcuni per furbizia, altri per rassegnazione, tutti sottomessi al richiamo inesorabile e continuo del credito.

La riflessione sulla responsabilità individuale però gioca nell'umanità alternata dei due protagonisti le sue carte vincenti e permette una riflessione oculata e critica nei confronti del tema del film. La grossa produzione e distribuzione -e non la marginalità- di Rimetti a noi i nostri debiti è un segnale forte e inequivocabile: c'è bisogno di riflettere in questo modo e con costanza su temi importanti, prendendo posizione nel raccontare il Paese e non forse solo schierandosi dalla parte del "così è, che ci vuoi fare?".

Morabito riesce a raccontare un tema importante sotto le spoglie di un bel film, ben ideato e ben interpretato. Senza strabiliare eccessivamente, ma facendo risuonare le corde di un'attenzione necessaria ed importante nel cinema italiano, senza lustri e illuminati criminali, gangster, politici e ciarlatani dei massimi sistemi di cui è -purtroppo- ricco questo panorama.

Davide Romagnoli 29/05/2018

Ispirato al delitto del Canaro, sanguinosissimo caso romano di cronaca nera che sconvolse l’Italia nel 1988, “Dogman” di Matteo Garrone è diventato, già a pochi giorni dall’uscita nelle nostre sale, il film-rivelazione dell’anno. Come da tradizione per l’intrattenimento in pellicola, però, la sceneggiatura parte da una base reale per poi svilupparsi autonomamente, ricalcando solo in parte il personaggio di Pietro De Negri, detto “Er Canaro della Magliana”, su quello di Marcello. Tra l’altro, non è la prima volta che il regista dimostra interesse per trasposizioni cinematografiche ispirate alla cronaca: “L’imbalsamatore”, del 2002, è incentrato proprio sulle vicende del “nano di Termini”, tassidermista omosessuale ucciso dal suo amante nel 1990. Due anni dopo, nel 2004, Garrone rispolvera un’altra inquietante pagina storica del giallo italiano con “Primo amore”, liberamente ispirato al libro “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini, perverso collezionista di fisici scheletrici e in fin di vita, che minacciava di uccidere le proprie compagne se solo avessero osato toccar cibo o lasciarlo.

Al di fuori dello sguardo di Garrone e restando nel panorama italiano, c’è da dire che i film che percorrono vicende intrecciate con casi di cronaca non sono mai mancati, suscitando un ulteriore interesse nei confronti del pubblico, incuriosito dal confronto tra l’occhio mediatico e quello cinematografico. aaaalorodiromaMV5BYzdmMWNiM2UtYmFjYS00ZGZhLWIxMzctNWZkZWI5NmJjNjM4XkEyXkFqcGdeQXVyMTQ3Njg3MQ. V1 SY1000 CR007121000 AL 2Tale interesse sembra nascere, in Italia, proprio durante il periodo del neorealismo (con pellicole come “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano del 1946 o “Roma ore 11” di Giuseppe De Santis del 1952) e raggiunge l’apice tra gli anni Sessanta e Settanta, in particolare col regista Carlo Lizzani, che dopo “L’oro di Roma” del 1961 e “Il processo di Verona” del 1962, entrambi ispirati a fatti storici reali, firma due lungometraggi dedicati a cronache contemporanee: “Banditi a Milano” del 1968 e “San Babila ore 20: un delitto inutile” del 1976. Il primo tratta le imprese criminali della banda Cavallero, attiva a Milano a inizio autunno 1967: in particolare Lizzani si concentra su una rapina avvenuta a un’agenzia del Banco di Napoli e sullo scontro a fuoco con la polizia che ne seguì. Il secondo è, invece, incentrato sugli scontri giovanili durante gli anni di piombo, prendendo come soggetto l’omicidio dello studente Alberto Brasili ad opera di un gruppo di neofascisti avvenuto in Piazza San Babila, a Milano, il 25 maggio del 1975.

aromanzo criminale 2

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila il filone continua, concentrandosi su una narrazione che predilige un punto di vista più soggettivo, con film come “Una fredda mattina di maggio” di Vittorio Sindoni del 1990, ispirato all’assassinio del giornalista Walter Tobagi, o “Il muro di gomma” di Marco Risi del 1991, che riprende la storia di Rocco Ferrante, giornalista del Corriere della Sera che seguì le indagini del caso Ustica, passando per il grande successo de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana del 2000, dedicato all’omicidio di Peppino Impastato, e arrivando a “Romanzo criminale” di Michele Placido del 2005, sulle vicende della banda della Magliana. Quest’ultimo, insieme a “Vallanzasca – Gli angeli del male” del 2010 (sempre per la regia di Placido) e “Ustica” di Renzo Martinelli del 2016, segna un mix narrativo tra quegli elementi di cronaca che hanno riempito le pagine dei quotidiani e una chiave di lettura più romanzata. Come avviene spesso nel cinema, uno stesso soggetto viene ripreso più volte e analizzato da un punto di vista differente, più o meno attinente alla realtà dei fatti: è il caso di “Rabbia Furiosa – Er Canaro” di Sergio Stivaletti, che ripropone proprio la medesima vicenda cui si è ispirato Garrone col suo “Dogman”, promettendo una maggior nesso filologico con la storia, in uscita nelle sale italiane dal 7 giugno.

Chiara Ragosta, Alfonso Romeo  25/05/2018

Leggi la recensione di "Dogman": https://www.recensito.net/cinema/dogman-matteo-garrone-oltre-canaro-magliana.html

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