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“La Cordillera” è il titolo originale di “Il Presidente”, in inglese adattato come “The Summit”, che uscirà nelle sale italiane a partire dal 31 ottobre, distribuito da Movies Inspirational. È curioso che i tre i titoli descrivano, insieme, i tre protagonisti di questo thriller barra dramma familiare barra intrigo politico, che Santiago Mitre ha presentato in concorso alla 70° edizione del Festival di Cannes, nella sezione “Un certain Regard”.Il presidente 2

Non è la prima volta che il regista argentino racconta il potere politico e di tutte le sue storture. Lo aveva già fatto con “Lo studente” e “Paulina”. Qui, però, si spinge più in alto: abbandona la prospettiva del potere che ha il popolo, per indagare nei meandri più oscuri del mondo politico. Lo fa attraverso la figura del fittizio presidente argentino, Hernán Blanco, un uomo dall’apparenza così mediocre, che persino i suoi omologhi politici e gli altri funzionari di livello inferiore finiscono per sottovalutarlo. Blanco, però, non è soltanto un “uomo del popolo”: lo dimostra bene Ricardo Darlin, che qui lo interpreta e sa rappresentare questa apparente normalità e la sua calma ferrea, che traspare dai gesti misurati e da espressioni facciali di volta in volta pacatamente rassegnate o irosamente contrite. 

C’è un pericolo che cova nell’ombra della vita privata del Presidente argentino, una questione di fondi sottratti, impugnata da un genero deciso a ricattarlo durante la difficile separazione da una figlia instabile. Si tratta della bella ma clinicamente depressa Marina Blanco (Dolores Fonzi), elemento che sembra indirizzare inizialmente il film sul genere del thriller a tratti quasi sovrannaturale.

C’è, però, un altro prepotente deuteragonista in questa storia, che non vuole scegliere fino alla fine a che genere appartenere: “The Summit”, il vertice. Si tratta della possibile alleanza che i Paesi sudamericani stanno cercando di stringere, per creare la prima impresa multinazionale per la gestione del petrolio ed escludere ogni ingerenza statunitense nel continente. Appare chiarò fin da subito che l’equilibrio politico è, però, fragili quanto quello mentale di Marina. Dove vuole arrivare il film di Mitre? Cosa vuole raccontare? Una storia di intrighi politici? Un dramma familiare? Un thriller? Si potrebbe supporre che l’intento finale del regista fosse soltanto quello di rappresentare uno squarcio di vita politica vissuta, dove le faccende private degli uomini di potere finiscono inevitabilmente per sovrapporsi ai destini delle Nazioni, di cui quegli uomini dovrebbero essere reggitori.

C’è qualcosa di incompleto in questa narrazione, che saltella da un argomento all’altro in maniera quasi schizofrenica ma con lo stesso passo pacato del presidente Blanco. Fanno fede le inquadrature, per la maggior parte primi piani, soggettive e semi-soggettive: scivolano da una scena all’altra, da un volto corrucciato a uno preoccupato, da un discorso a un elemento visivo, che diventa metafora di parole appena pronunciate. È il caso della conferenza stampa, con cui si annuncia il viaggio del presidente alla volta del Cile, per raggiungere quella Cordigliera, citata nel titolo originale, dove si terrà il vertice. Mentre ancora il consigliere più fidato del presidente Blanco sta parlando, in una rapida carrellata la telecamera ci mostra un quadro realizzato da Pedro de Subercaseaux, per celebrare la rivoluzione di maggio con cui l’Argentina (allora Vicereame del Rio de la Plata) si scrollò di dosso il gioco coloniale dell’impero spagnolo nel 1810.

Il presidente 3 Ed è forse questo il secondo e grande difetto di “Il Presidente”. Un sottile barlume di retorica, che diventa quasi abbagliante durante il breve meeting segreto fra Blanco e un funzionario americano, Dereck McKinley. Una scena forse riuscita per metà, perché è alle parole di McKinley stesso che viene affidato il compito di spiegare l’entità dell’ombra americana che grava sulla vita politica sudamericana, come se a Mitre non bastasse affidare il messaggio già all’incontro stesso. Alla luce di ciò che il registra vuole mostrare allo spettatore, si tratta di un difetto più perdonabile dei troppi fili di trama, lasciati in sospeso dal film. Ci si trova di fronte a vite spezzate, drammi, suggestioni che non verranno mai spiegati allo spettatore fino in fondo. È il caso del dramma di Marina e di quei ricordi impossibili che turbano suo padre ancor più di lei.

Il film finisce per assomigliare a una collazione di momenti, tagliati bruscamente e giustapposti l’uno accanto all’altro e forse questo è l’intento di Mitre, che offre una visione della politica non originale ma verosimile. Solo il percorso del presidente viene sviscerato fino in fondo, solo lui riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa politica che lo circonda. Quello che resta sono dubbi, domande e un’opera esteticamente gradevole e dalle atmosfere estranianti. Il merito va dato al luogo scelto da Mitre: una cima innevata sopra la Cordigliera, la spina dorsale che attraversa tutto il continente sudamericano.

È quel paesaggio montano a conferire alla narrazione toni soprannaturali, distaccati da quella stessa politica che sta sporcando le sale dell’hotel in cui si tiene il vertice. Quei panorami ostinatamente bianchi e quasi sterili con il loro affiorare di rocce prive di arbusti fanno da sottofondo allo sperdimento interiore di Marina e al vuoto machiavellico, che sembra nascondersi dietro il volto da uomo comune del presidente Blanco. Più ancora che per la trama, “Il Presidente” si lascia così guardare per questo susseguirsi di carrellate inquiete, che ci lasciano intravedere solo i barlumi di un mondo politico che continua imperterrito ad auto-conservarsi, compiendo sempre gli stessi, devastanti errori.

Di Ilaria Vigorito, 19/10/2018

Bastano davvero delle riprese in steadycam lungo corridoi claustrofobici o l’uso di inquadrature dal rigore geometrico, o ancora la massiccia presenza degli archi di György Ligeti per poter paragonare un qualsiasi film sulla disintegrazione di una famiglia borghese e sul confronto con l’incomprensibile a un’opera di Kubrick? La risposta è certamente no, non bastano neanche lontanamente. Eppure nei mesi precedenti più voci hanno sottolineato in modo precipitoso i parallelismi con l’estetica kubrickiana presenti ne Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos, premiato come miglior sceneggiatura a Cannes 2017 e uscito nelle sale italiane lo scorso 28 giugno.
Nell’ultimo thriller psicologico del regista greco la vita (troppo) perfetta di una famiglia benestante, composta dal padre chirurgo Steven (Colin Farrell), da Anna (Nicole Kidman) e dai figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), viene sconvolta dalle visite insistenti di Martin (Barry Keoghan), ragazzo che profetizza come un oracolo la sciagura che si abbatterà sui famigliari del medico: paralisi alle gambe, perdita di appetito, sanguinamento dagli occhi e infine morte. L’unico modo per il dottore di evitare la tragedia è sacrificare uno dei suoi cari. Quando la profezia comincia ad avverarsi la situazione precipita verso il baratro. Cervo 2 
Dopo The Lobster (2015), Lanthimos torna a parlarci di rapporti umani bestiali, la cui insita deformità è suggerita fin dalle prime sequenze, grazie all’uso di riprese angolate e grandangolari, insieme al contrasto tra la tensione esercitata dal disturbante commento sonoro - quasi onnipresente - e la banalità delle situazioni rappresentate, con dialoghi al limite dell’assurdo. E già in questo procedimento c’è una considerevole differenza rispetto al modello kubrickiano. Se Kubrick lavora soprattutto sulla ricerca della perfetta simmetria compositiva, facendo esplodere l’orrore al suo interno, al contrario Lanthimos utilizza spesso inquadrature troppo alte o troppo basse rispetto ai soggetti inquadrati, esaltando la disfunzionalità, la mancanza di equilibrio già costitutiva del nucleo familiare. Ogni elemento è già di per sé doppio e portatore di un morbo latente, come la casa, dolce nido domestico e luogo maledetto, con le finestre della camera da letto simili a quelle della villa di Amityville Horror (1979). Il male si riversa all’interno della famiglia, costringendo il sacrilego dott. Steve, reo di una grave negligenza sul lavoro, a sacrificare uno dei familiari, così come, nella tragedia di Euripide  Ifigenia in Aulide, Agamennone è costretto a sacrificare la figlia Ifigenia per aver ucciso un cervo sacro alla dea Artemide.
La tragedia antica pone al suo centro l’abnormità di un gesto che infrange le leggi umane o divine, tanto atroce da sfidare i limiti della ragione. La gravità del castigo è il modo in cui la tragedia riflette la difficoltà per il pensiero di comprendere l’orrore perpetrato. Allo stesso modo, la famiglia del chirurgo è costretta a fare i conti con qualcosa a cui nemmeno le migliori menti della medicina possono trovare una spiegazione. Non resta che accettare il responso, prendere atto dell’incomprensibile e adeguarsi alle conseguenze, così come fanno i protagonisti del film nel momento in cui, caduto ogni presupposto realistico, il film si addentra definitivamente nei territori del fantastico e le leggi dell’antico soppiantano quelle della modernità. Il sacrificio porta la tragedia classica in un contesto contemporaneo, all’interno della marcescenza domestica, inscenando il conflitto tra antico e moderno, razionale e irrazionale, latente in ogni rapporto umano. Ma Lanthimos è troppo (!) interessato a stupire il pubblico per raggiungere il necessario rigore intellettuale, e le pretese non sono del tutto soddisfatte.
Di Kubrick resta al massimo un omaggio nell’incipit, con quei sessanta secondi circa di nero sotto cui scorre lo Stabat Mater di Schubert a richiamare l’inizio di 2001: Odissea nello spazio (1968), prima di venire violentati dall’immagine di un cuore pulsante sotto intervento chirurgico. Un omaggio suggestivo, per un incipit tra i migliori di quest’anno. Eppure, anche questo non basta.

Riccardo Bellini 06/07/2018

Al Cinema Eden di Roma, si è tenuta in mattinata la conferenza stampa della ventiduesima edizione della rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma e in Regione, che anche quest’anno, dal 6 al 10 giugno, porta il cinema della kermesse francese nella Capitale italiana e in alcuni comuni del Lazio. Erano presenti il Direttore Artistico della rassegna Georgette Ranucci, il Presidente della Regione Lazio Albino Ruberti, la Vice Presidente della Fondazione Cinema per Roma Laura Delli Colli e la Presidente di ANEC Lazio Piera Bernaschi.

Tra i titoli in programmazione nei cinema Eden e Giulio Cesare saranno presenti quasi tutti i premiati della 71esima edizione del Festival di Cannes, compresi il vincitore della Palma d’oro Manbiki kazoku (Shoplifters - Un affare di famiglia) del giapponese Hirokazu Kore’eda e il vincitore della Miglior regia Zimna wojna (Cold War) del polacco Pawel Pawlikowski. Tra i titoli in concorso anche il film che ha aperto lo scorso festival di Cannes, l’atteso Todos lo saben (Everybody Knows) di Asghar Farhadi. I nostrani Dogman e Lazzaro felice - rispettivamente vincitori del Premio al miglior attore e alla Miglior sceneggiatura - non sono inclusi perché già usciti nelle sale italiane, mentre troveremo invece l’ex aequo alla Miglior sceneggiatura Se rokh (3 Faces / 3 visages) di Jafar Panahi. Assieme ai film del concorso anche alcuni titoli della Quinzaine, tra cui il vincitore del premio al Migliore documentario Samouni Road di Stefano Savona. Alcuni film della Quinzaine saranno proiettati anche alla Multisala Oxer di Latina e al Cinema Palma di Trevignano. Cannes Roma 2

“Un programma ridotto rispetto alle scorse edizioni anche se abbiamo quasi tutti i premiati”. Così ha detto Georgette Ranucci, che con quest’anno afferma di voler lasciare l’incarico di Direttore Artistico: “questo sarà il mio ultimo anno perché al di là dei contributi è diventato molto difficile lavorare. Credo comunque che, in un periodo in cui il cinema è un po’ fiacco e già iniziano le deportazioni estive, questa rassegna farà bene al cinema. Le sale saranno piene”.
Laura Delli Colli ha preso la parola sollecitando Ranucci a rimanere, per poi esprimere la propria soddisfazione verso un’edizione di Cannes che non ha mancato di suscitare polemiche per la selezione molto politica e poco popolare dei titoli: “Questa giuria, con questi premi, è comunque riuscita a riscattare una rassegna partita male, accendendo la luce su film che Cannes ci ha permesso di scoprire, dando spazio alla qualità dei contenuti”.

La rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma e in Regione è organizzata da ANEC Lazio insieme a Fondazione Cinema per Roma e realizzata in collaborazione con SIAE, con il contributo della Regione Lazio e la promozione dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale.

Riccardo Bellini 05/06/2018

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