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Dieci anni prima del successo internazionale di Your Name. nel 2017 Makoto Shinkai aveva realizzato 5 cm al secondo. Approdato in Italia inizialmente solo per il mercato dell’home video, arriverà ora nei cinema italiani dal 13 al 15 maggio, distribuito da Dynit e Nexo Digital. 5 cm al secondo 2

La scelta non è casuale. 5 cm al secondo non è l’opera prima del regista giapponese ma un filo rosso lo lega al lungometraggio che tanto successo gli ha portato. In entrambi i casi abbiamo una storia di distanze apparentemente incolmabili e di due anime che si rincorrono. Lì dove Your Name. era venato di suggestioni fantascientifiche – con lo scambio di corpi che solo nei minuti iniziali ricorda vagamente allo spettatore occidentale Quel pazzo venerdì5 cm al secondo è pura riflessione esistenziale sulla vita quotidiana di due ragazzi e del sentimento indefinito e indefinibile che li lega.

Diviso in tre episodi – rispettivamente “Il capitolo dei fiori di ciliegio”, “Cosmonauta” e “5 cm al secondo” – il racconto si srotola in un arco temporale di più di quindici anni, dai primi anni Novanta al 2008. I mezzi a cui i due protagonisti, Takaki Tono e Akari Shinohara, ricorrono per comunicare marcano il passaggio del tempo, dallo scambio di ingenue lettere ai lunghi messaggi digitati su cellulari a conchiglia, gonfi di parole mai spedite al destinatario. Diventati amici alle elementari, dopo il trasferimento di Akari nella classe di Takaki, i due ragazzini sono costretti a separarsi prima di cominciare la prima media.

La capacità – e l’incapacità – di coprire quella distanza di tempo e di spazio che continua a crescere è il fulcro centrale di tutta la narrazione, che lega fra loro i tre episodi, insieme a quella riflessione iniziale che dà l’avvio al lungometraggio e ne riassume tutto il senso: i cinque centimetri al secondo del titolo sono la velocità con cui i petali di ciliegio fluttuano verso terra. E gli esseri umani, come quei petali, ondeggiano lentamente fino a toccare il suolo e nel loro ondeggiare spesso finiscono per allontanarsi l’uno dall’altro.

La riflessione può sembrare semplice, persino banale, ma è il modo in cui Makoto Shinkai la elabora a lasciare il segno. La sua è una narrazione rarefatta, un racconto straziante di persone che camminano su binari paralleli senza mai riuscire a incrociarsi. Non solo la vita di Takaki ma anche quella di Kanae Sumida, protagonista quasi assoluta del secondo episodio, sono intrise di un amaro senso di impotenza, delle parole non dette, di silenzi che si innalzano come muri e separano le persone. Non sono soggetti attivi, i protagonisti di 5 cm al secondo. Esattamente come i petali di ciliegio si lasciano portare dal vento, si lasciano sospingere nell’aria, assecondando la corrente senza opporre resistenza.

5 cm al secondo 4Shinkai racconta la sua storia attraverso i vuoti, più che attraverso le azioni, fa percepire con insistenza quasi ansiogena allo spettatore il peso delle distanze, l’abbandono quasi deprimente ma autocompiaciuto alla solitudine, il lasciarsi vivere senza vivere mai in prima persona: i piedi che macinano chilometri di strada ma la testa sempre persa in un altrove fantastico, migliore perché mai vissuto, dove tutto sarebbe perfetto, se fosse reale. Ma per fortuna non lo è.

Takaki, più di tutti gli altri, resta legato a quell’altrove, dove lui e Akari sono sempre insieme, fianco a fianco, mentre gli anni gli scivolano addosso impalpabili, come acqua, come petali di ciliegio. Non è una narrazione lineare, quella di Shinkai, qui ancora più che in Your Name. e proprio come ne Il giardino delle parole. La sua storia procede come la vita, senza una trama ma con un tema portante, un’ossessione che muove i personaggi verso una meta – o li costringe a restare bloccati nel punto da cui sono partiti.

Sono le emozioni che fanno andare avanti il racconto, che dettano il ritmo allo scorrere del tempo, dilatando la percezione fino a che anche un viaggio in treno si fa insostenibilmente doloroso, tanto è il tormento interiore di chi è costretto a rimanere seduto nel suo vagone, perso in mezzo alla neve. Sono le emozioni che disegnano anche i paesaggi, coloratissimi e fiabeschi, e soprattutto condizionano l’illuminazione.

La luce – come la distanza – è un punto fisso della narrazione di Shinkai. La luce parla e racconta molto più delle parole e dei gesti e 5 cm al secondo è la rappresentazione perfetta della poetica del regista giapponese: fasci di luce possono tagliare nettamente in due lo schermo, il passaggio delle nuvole può adombrare e poi inondare di luce un personaggio, il lancio di un razzo spaziale può dividere il cielo in un mare azzurro e in un lago di ombre. Tutte immagini che ancora una volta sottolineano la distanza fra due personaggi, incolmabile persino quando condividono lo stesso spazio, per l’impossibilità di condividere sentimenti troppo intensi per essere anche solo elaborati ad alta voce. 5 cm al secondo 3

Se un difetto si vuole individuare nel secondo lungometraggio di Shinkai, va rintracciato nel finale, più che nella narrazione volutamente sconnessa – che segue una mappa sentimentale ben precisa. La cesura netta, definitiva, che accompagna la presa di coscienza finale di Takaki e Akari, rompe con il ritmo rarefatto e straniante che il racconto ha seguito fino a quel momento. Perché 5 cm al secondo segue lo svolgersi di due vite nella quotidianità, senza obiettivi da raggiungere e mostri da sconfiggere. Mettere un punto è un’azione dal sapore artificioso, che pure non può essere evitata – perché ogni film deve avere fisicamente una conclusione.

Resta un lungometraggio delicato ed estremamente godibile, pure se intriso di melanconia, anche solo per il piacere estetico che si ricava dall’osservare gli sfondi e lasciarsi guidare dalla scansione lenta delle scene. E poi c’è un finale che lascia spazio a molte interpretazioni e riflessioni. E ne lascerebbe ancora di più, se i disagi tecnici durante la proiezione in anteprima al Romics non avessero tagliato via gli ultimi venti, fondamentali secondi. Una visione consigliata non solo agli appassionati di animazione giapponese ma anche a chi vuole perdersi fra petali di ciliegio e tormentati innamoramenti.

Di Ilaria Vigorito, 05/04/2019

Una rapsodia di colori brillanti, questa "Mirai": ha conquistato la critica a Cannes, è stato mostrato in anteprima alla XXIV edizione del Romics e arriverà nei cinema italiani dal 15 al 17 ottobre. Lo spettatore si troverà davanti un dipinto che con pennellate delicate e vivaci racconta una storia estremamente quotidiana: quella di Kun, un bambino di quattro anni molto viziato, che si trova a dover accettare in casa una nuova arrivata.

Si tratta della sorella minore, Mirai, nome che in giapponese significa "futuro". È una storia che si svolge avanti ma anche indietro nel tempo, quella che il regista Mamoru Hosoda srotola davanti allo spettatore. Mirai 2

Mai banale, il maestro anche questa volta ricorre al suo trucco preferito: inserire un pizzico di fantastico nelle vicissitudini infantili di Kun, per trasformare la sua vita in un'avventura meravigliosa, che infrange i confini del tempo e dello spazio.

Kun è figlio di un architetto e questo è un dettaglio non da poco: la casa in cui abita si sviluppa su più piani digradanti. Sono scalini, come quelli su cui si arrampica temporalmente tutta la trama, che porta prima Kun una manciata di anni nel futuro, a conoscere sua sorella Mirai ormai adolescente; e poi sempre più indietro nel passato, per incontrare sua madre bambina e il suo bisnonno, appena tornato dalla guerra.

Il centro di tutto il viaggio è il piccolo giardino, al centro esatto di questa casa a forma di scala, che fa da passaggio segreto fra il complicato presente, a cui Kun rifiuta di adattarsi, e un microcosmo di meraviglie sempre nuove, ambientazioni che si susseguono senza assomigliarsi mai.

Il passaggio dalla realtà alla fantasia è semplice e Hosoda non perde tempo a inventare spiegazioni banali per questo curioso fenomeno.

Ogni volta che Kun fa i capricci e si rifiuta di accettare di crescere - vuoi per la presenza di Mirai in casa o vuoi per una banale caduta dalla bicicletta - corre nel giardino di casa e, nel tempo che strizza gli occhi e urla tutta la sua rabbia, il paesaggio cambia.

Mirai 3Sono passaggi rapidi ma morbidi, quelli con cui l'animazione di "Mirai" accompagna la transizione di Kun verso un piano temporale sempre diverso, anche se ad attenderlo possono esserci sorprese traumatiche, come l'assordante rumore del rotore acceso di un aeroplano.

Le musiche sono concilianti e familiari, come i panorami cittadini che Hosoda disegna davanti agli occhi dello spettatore. Accompagnano animazioni pulite, in un film in cui il 3D si sposa con discrezione all'animazione in 2D – con l'eccezione della sequenza nella gigantesca stazione di Tokyo.

Lì, però, la presenza di un controllore dalle fattezze di un robot di carta e ingranaggi è funzionale al momento più cupo di un film che, seguendo le parole del maestro, è probabilmente il più leggero della sua carriera.

E forse è vero, perché siamo "soltanto" davanti alla storia di un bambino. Eppure è proprio con "Mirai" che Mamoru Hosoda mostra tutto il suo talento: racconta la normalità con tanta cura da catturare completamente l'attenzione dello spettatore. Mostra i bambini scendendo alla loro altezza, senza risparmiare il loro lato più egoista e crudele ma anche quell'incanto genuino, che permette loro di emozionarsi persino davanti a uno sparuto fiocco di neve, che si scioglie nel palmo della mano.

"Mirai" si rivela così un film sui bambini, più che per i bambini, e una saga familiare, ancora più dettagliata e complessa dei film che l’hanno preceduta. Tutto parte da Kun, per scivolare giù per le radici del suo albero genealogico (e qui la parola "albero" non è pronunciata a caso) e tutto termina con Kun e la sua crescita. Una visione dai toni caldi e color pastello ma sicuramente coinvolgente ed emozionante.

Di Ilaria Vigorito, 05/10/2018

Giovedì, 19 Aprile 2018 12:39

Akira, trent'anni dopo

L’anno è il 2019. Sulle ceneri della vecchia Tokyo, distrutta agli albori della Terza Guerra Mondiale, sorge Neo Tokyo. Gonfia di corruzione, decadente, animata da continui scontri fra la polizia e i manifestanti anti-governativi, Neo Tokyo è attraversata da bande di giovani motociclisti, che si fanno la guerra per strada, a costo di rimetterci la vita.

Fra loro c’è il giovane Kaneda, giubbotto rosso come la moto velocissima che guida tutte le notti, e Tetsuo, suo amico d’infanzia. Tetsuo è stanco di essere sempre difeso da Kaneda e vorrebbe dimostrare ai compagni di gang il suo valore. Non sa che proprio quella notte incontrerà l’Esperimento Numero 26 e un potere ingovernabile si risveglierà dentro di lui, mentre il nome di Akira comincerà a tormentare anche i suoi sogni.Akira 1

Uscito trent’anni fa e ambientato in un futuro (fittizio) che dista appena un anno dal nostro presente, Akira è diventato un classico dell’animazione giapponese, che riesce ancora a parlare al pubblico del 2018, sia sotto il profilo tecnico che per quanto riguarda la sua storia. Forse è anche per questo che Dynit ha voluto celebrarlo, riportandolo nelle sale italiane esclusivamente il 18 aprile con un nuovo ridoppiaggio. Adattamento più fedele, sì, ma qualche dubbio sorge sulle voci, non tutte all’altezza di rispecchiare il dramma lacerante dei personaggi di Akira.

Perché Kaneda e soci si muovono in una realtà che, per quanto esasperata, tanto lontana dalla nostra non sembra essere. Il cupio dissolvi delle masse, che si affidano a santoni e profezie apocalittiche perché non credono più nelle promesse di un governo imbelle, si intreccia alla litigiosità di politici, che preferiscono insultarsi e giocare allo scaricabarile, piuttosto che affrontare una situazione che sta sfuggendo di mano.

Nel mezzo, da un lato c’è chi pensa di risolvere il vuoto di potere con muscolari prove di forza – bussare alla voce “il golpe militare del colonnello Shikishima”. Poi c’è chi partecipa a una rivolta anti-governativa sotterranea, senza sapere di essere a propria volta manovrato da quegli stessi soggetti che vuole combattere. E poi ci sono tutti gli altri, gli sbandati che una guida se la devono dare da soli. Come Kaneda, che insegue la ribelle Kei per un puro capriccio amoroso (e poi finisce coinvolto in macchinazioni più grandi di lui). O come Tetsuo, che – non più impotente – decide di usare la sua forza per distruggere tutto.

Ma Akira, tratto dall’omonimo manga e diretto da Katsuhiro Otomo (che quel manga aveva disegnato) è un capolavoro anche e soprattutto per le sue tecniche d’animazione. Nacque dello sforzo congiunto di più di dieci, grandi studi d’animazione giapponesi – che si unirono nella Akira Committee per racimolare il capitale e la forza lavoro necessari a realizzarlo. È il frutto maturo di un’animazione tradizionale ancora realizzata su fogli di celluloide (la famosa cel animation o animazione su rodovetro), che ha fatto sì che ogni gioco di luce, ogni intermittenza delle insegne al neon, venissero realizzate a mano, fotogramma per fotogramma. Con un piccolo aiuto della CGI, lì dove si scatenano i poteri ESP tutt’attorno al povero Tetsuo.Akira 3

Akira assume ancora proporzioni trionfali, proiettato sullo schermo di un cinema, e coinvolge lo spettatore – ormai abituato a ben più recenti effetti speciali di matrice hollywoodiana – in un’esperienza immersiva, che toglie il fiato. Non si può spiegare altrimenti la sensazione straniante della luce dei fari, che restano impressi come scie luminose sulla pellicola, anche dopo che le motociclette sono sparite all’orizzonte. Alla grafica curatissima si sposa una colonna sonora – realizzata da Shoji Yamashiro – che sa essere stordente, come la Neo Tokyo elettrica e decadente in cui Kaneda si muove. Ma sa anche atterrire e soprattutto martellare nei timpani degli spettatori, come il dolore nella testa di Tetsuo, sotto forma di cori cupi e ossessivi.

Katsuhiro Otomo, anni dopo, ebbe a pentirsi di quella sceneggiatura, che riduceva forse troppo la storia contenuta nei sei volumi del manga originale e rendeva certi passaggi e lo stesso finale di difficile comprensione. Tuttavia, trent’anni dopo, si può solo convenire che Akira abbia ancora tanto da insegnare e mostrare, anche allo spettatore più scafato in fatto di animazione e cinema post-apocalittico. E riesce a farlo con grande stile.

Ilaria Vigorito 19/04/2018

La primavera si tinge del rosa dei fiori di ciliegio giapponesi alla conferenza di VVVVID al Pala Movie del Romics – che si tiene fino al 9 aprile alla Nuova Fiera di Roma. Sono i petali che compaiono nel trailer di lancio dei nove simulcast che domineranno la stagione primaverile della piattaforma italiana di streaming, trailer realizzato da Alessandro Salomone.
Si comincia con ‘Tokyo Ghoul:re’, terza stagione di un franchise animato che proprio VVVVID ha portato al successo in Italia e che ha segnato nel nostro Paese il primato per una serie doppiata solo ed esclusivamente online e mai portata in TV. Si continua con il baseball di ‘Gurazeni’ e soprattutto con il gradito ritorno di due serie che sulla piattaforma hanno già riscosso un certo successo: si tratta di ‘Full Metal Panic! Invisible Victory’ – quarto capitolo della saga – e ‘Steins Gate: 0’ – sequel della serie del 2011 e adattamento dell’omonima visual novel di genere fantascientifico.VVVVID Romics 2
Anche ‘Sword Art Online Alternative’ è un franchise già noto agli utenti di VVVVID, mentre novità assolute sono ‘Dorei-ku – The Animation’ – seinen che affronta i temi della schiavitù e dei rapporti di potere – e ‘Devil’s Line’ – storia sovrannaturale dalle sfumature romantiche fra un mezzo vampiro e una ragazza umana. Riflettori puntati su due titoli che stanno catalizzando le aspettative dei fan: ‘The Legend of the Galactic Heroes’ e ‘Megalo Box’.
Il primo è il nuovo adattamento anime di una serie di romanzi fantascientifici, scritti da Yoshiki Tanaka fra il 1982 e il 1987, che aveva già ricevuto una trasposizione animata in più di 110 episodi fra il 1988 e il 1997. Il secondo, invece, è la rivisitazione ideata per celebrare i cinquant’anni di ‘Rocky Joe’ e che avrà come protagonista un personaggio del tutto nuovo: JD (Junk Dog), che per sopravvivere partecipa a incontri di boxe clandestini nel mondo sotterraneo di Megalobox.
Grande assente la terza stagione di ‘My Hero Academia’, che ha realizzato un grande successo di pubblico con più di due milioni e ottocentomila visualizzazioni, ma per cui le trattative sembrano essere ancora in corso.
Paolo Baronci, CEO di VVVVID, presenta così il palinsesto primaverile del 2018, sottolineando l’attenzione della piattaforma di streaming più social di sempre ai desideri del suo pubblico, ma anche la volontà di scommettere sempre su proposte dalle premesse innovative: la sfida è grande e non sempre le serie scelte riescono a rispettare le attese ma l’offerta dell’animazione giapponese in questo periodo dell’anno si è rivelata ricchissima e non è stato semplice scegliere i candidati giusti per il simulcast dei prossimi mesi.VVVVID Romics 3
La decisione, come Baronci tende a rimarcare, ha portato lo staff a rivedere il trailer con le proposte fino all’ultimo secondo prima dell’inizio della conferenza. Insieme a lui sul palco anche Salomone stesso e Marco Lanforti, ultimo acquisto dello staff. Entrambi sono concordi nel guardare a questa stagione primaverile come a una rinascita: per il primo è simboleggiata dai fiori di ciliegio scelti per il trailer; per il secondo dalla community di utenti che la piattaforma è riuscita a creare in Italia, introducendo la novità del simulcast e riportando nuova linfa al fenomeno dello streaming legale.
Ultima novità della giornata è Casa VVVVID, che Baronci presenta come una possibilità per gli utenti che si dimostreranno più capaci, di accedere agli uffici di VVVVID, per osservarne il lavoro dall’interno e ricevere corsi gratuiti di cinque giorni in recitazione, filmmaking e montaggio, allo scopo di creare quelle figure di professionisti che sappiano comunicare i contenuti al pubblico – e non solo – in maniera efficace.
In chiusura seguono una serie di delucidazioni sulla scelta della piattaforma di affidarsi anche alle richieste del suo bacino d’utenza per decidere quali serie già andate in onda rendere ancora disponibili per il suo archivio online. I giochi sono fatti ma lo staff è già pronto per la nuova sfida: ci sarà da definire il palinsesto estivo e a luglio, spiega Baronci, con un’offerta minore dal Paese del Sol Levante, scegliere le prossime serie per il simulcast non sarà affatto semplice. 

Ilaria Vigorito 05/04/2018

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