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Uscirà il 21 febbraio nelle sale italiane Cold Pursuit, tradotto Un uomo tranquillo (secondo una logica che riduce all’osso il senso di un titolo così emblematico). Il regista è il norvegese Hans Petter Moland, definito il "Ridley Scott della Norvegia", che qui tenta l’esperimento di un remake del suo acclamato thriller norvegese del 2014, In ordine di sparizione, con un cast diverso e il tentativo di americanizzare il suo umorismo glaciale.

Il film racconta la storia di una vendetta spietata da parte di un padre che ha perso suo figlio a causa di un gruppo di surreali narco-trafficanti locali; Nels Coxman, interpretato da Liam Neeson (ultimamente volto ideale per queste caratterizzazioni abbastanza sterili ma traboccanti di violenza) sembra appunto un uomo tranquillo che lavora alla guida di un gigantesco spazzaneve per liberare le strade e che viene eletto Cittadino dell’Anno dai suoi concittadini della località sciistica di Kehoe, in Colorado, dove tutto sembra placido e candido e nulla di male può succedere.unuomotranquillo1

Ma la morte di Kyle innesca un meccanismo, decisamente mal scritto, che porta il bravo Nels a trucidare, risalendo la catena in ordine di importanza, tutti gli spacciatori legati alla perdita del figlio, che a quanto pare era lì per errore e che, a ben vedere, non è che un pretesto trattato in maniera superficiale per riscoprire il passato torbido di Nels, fatto del ricordo di un padre spacciatore e di un fratello ricchissimo ma immischiato in affari loschi (forse lo spinello fumato dalla sua bionda moglie perfetta, Laura Dern, all’inizio poteva essere colto come un didascalico monito della vita scellerata che facevano prima di scegliere la tranquillità familiare).
L’oramai efferato omicida Coxman, che in un’ora e poco più acquista la maestria di un killer consumato nell’uccidere spacciatori con nomi stupidi come Speedo o Santa Claus, arriverà al vertice della droga della città, il Vichingo, giovane businessman che ricorda vagamente un Patrick Bateman ma più controllato, che intanto, all'oscuro dell’esistenza dello spazzaneve vendicativo, ha dato la colpa delle molteplici uccisioni a White Bull, capo indiano con cui malauguratamente si contende le zone di spaccio per colpa di un vecchio accordo- sì, ci sono anche i nativi americani in questa storia, trattati con un misto compatimento becero e luoghi comuni stantii.
Anche White Bull e il Vichingo sono padri, il primo perde suo figlio per mano del secondo, l’altro viene privato della prole per mano di Coxman, che in un maldestro rapimento salva il piccolo, appassionato di musica classica e con una sensibilità da poeta, dal sadismo del padre.

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Tre padri e un percorso vendicativo che ammicca ad un certo stile per amatori del genere, fatto di schizzi di sangue sulla neve e fucilate in negozi di abiti da sposa (è tutto rosso su bianco, per non sbagliare). Ogni morte corredata da un epitaffio senza versi compare su schermo nero con tanto di simbologia religiosa, differente a seconda della vittima, tanto per ricordare l’ironia degli intenti registici.
Si parla di un action thriller pervaso da un inconfondibile humor nero, a metà tra Billy Wilder e l’ironia nordica; purtroppo Un uomo tranquillo è un adattamento ripetitivo di un qualcosa già visto, che non solo non fa ridere ma annoia abbastanza (per fortuna il conto dei morti ricorda allo spettatore che la narrazione procede). Molan intendeva realizzare un remake sottile per il pubblico americano, fare un film violento ma contro la violenza, in realtà il risultato è un film violento per far ridere della violenza, che sembra una strada simile ma che si rivela, fastidiosamente, opposta.

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

06/02/2019

Photo credits:  © Doane Gregory

qui il link al sito ufficiale e al trailer del film

 

Lo scorso 29 agosto ha debuttato nei cinema di tutto il mondo l’ultimo capitolo della saga cinematografica ormai più che ventennale “Mission: Impossible”. Era il 1996 quando esordiva, con record al botteghino, la prima avventura cinematografica di Ethan Hunt, interpretato da un giovane Tom Cruise (in realtà, già allora trentaquattrenne) e diretto da un hitchcockiano Brian De Palma. Si trattava di quello che oggi, comunemente, definiamo un “reboot”, da una celebre serie anni ’60. Ironico che lo stesso film si sarebbe trasformato presto in un franchise seriale di altrettanto, anzi maggiore successo.
Oggi la saga conta 6 pellicole, per 5 registi (De Palma, Woo, Abrams, Bird e McQuarrie per gli ultimi due) e un solo, iconico, sorriso smagliante: Tom Cruise che, oltre al volto, produce la saga di tasca propria. L’investimento si rivela una scommessa vinta, ma la sua opera travalica persino questo. L’ultimo "Mission Impossible: Fallout" riconferma il mito di Ethan Hunt come uno dei pochi rimasti a non aver tradito né diviso i suoi fan, e lo consacra nel pantheon del cinema action.
Mission: Impossible è, da sempre, sinonimo di dinamismo, spari e inseguimenti. Cosa lo distingue, dunque, dal resto dei film che compongono di questi elementi il proprio DNA? Niente. La missione impossibile sembra incarnata da questo, al di qua del grande schermo: essere consapevoli della propria anima e rinnovarla, senza snaturarla, lustro dopo lustro, iterazione dopo iterazione. Tutto ciò, nonostante le preziose sfumature di chi siede in cabina di regia o del cast variato quasi interamente, negli anni, sempre con la grande eccezione dell’attore protagonista. Attore, peraltro, ormai celeberrimo per girare personalmente ogni scena, per pericolosa o impressionante che sia. Il pubblico lo sa e prova un autentico brivido ogni volta che Tom Cruise scala davvero un grattacielo (Protocollo Fantasma), si appende davvero a un aereo che decolla (Rogue Nation) o salta davvero dal cornicione di un palazzo all’altro, rompendosi davvero la caviglia durante le riprese e terminando il ciak, con l’osso fratturato, per il bene del cinema (Fallout).
Il resto sembra semplice, ma è in realtà prodotto di un’alchimia delicata quanto funzionale. Trame da spy-thriller sotto steroidi, trucchi e imbrogli da heist movie (nell’ultimo film, il meta-testo è chiarissimo: “Un branco di adulti che gioca ancora con le maschere facciali!”) e sceneggiature progettate a tavolino per produrre il minimo dei dialoghi e il massimo delle situazioni al limite.
Fallout è il coronamento di tutto questo, con un Henry Cavill in grande spolvero nei panni baffuti e forzuti del villain, e un uso narrativo potente dell’immagine talvolta sostituito completamente a quello della parola. Mission: Impossible è sempre un film immediatamente riconoscibile, spintosi fino a sviluppare una continuity orizzontale (di cui, a proposito, quest’ultimo capitolo chiude qualche conto in sospeso), sì, ma mai invadente. La sua efficacia semplice, istintiva e coerente ha reso Ethan Hunt, lo 007 d’America, un esempio che ha saputo imparare tanto e insegnare tantissimo ai suoi colleghi illustri (James Bond, Jason Bourne), pur senza condividerne le iniziali. Nel panorama attuale del cinema di puro intrattenimento, quando quest’ultimo sembra inscindibile da trame piatte e pretestuose, tradizioni opprimenti e tradimenti del mito, un eroe torna puntuale a ricordarci che la moderna fiaba action non solo resiste, ma si evolve. Una missione impossibile, forse, ma finora compiuta.

Andrea Giovalè
9/9/2018

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