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“Io credo nel futuro risolversi di questi due stati, in apparenza così contradditori, sogno e realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà” (André Breton, 1924). 

Marion Peck Noble Woman

Da quel 1924 che vedeva André Breton impegnato nella scrittura del “Manifesto del surrealismo”, è passato quasi un secolo. Esperienze delle più disparate si sono succedute sulla scena artistica, contaminandosi, sovrapponendosi, rincorrendosi al di là e al di qua dell’oceano. Fino ad approdare nel bagaglio culturale e visivo di Marion Peck, americana, classe 1963. Ascrivibile alla corrente del Pop Surrealism, nei suoi lavori, di un’accurata delicatezza e di una ricchezza suggestiva, riecheggia il ricordo della grande arte del passato. Dal 21 aprile al 28 maggio è possibile degustarne l’essenza e la fragranza presso la Dorothy Circus Gallery Rome attraverso una selezione di 11 ritratti 30x40 cm, tre disegni, due stampe e la tela “The Actors”. Il nucleo di ritratti dà il nome alla mostra, “StraVolti”, in cui la dispercezione al momento della creazione e della fruizione dell’opera assurge a carattere costitutivo e distintivo.

La tecnica è classica: un olio su tela curato fin nei dettagli, capace con la giusta pennellata di bianco su grigio di restituire la luce tridimensionale di un orecchino di perla. Una palette dottissima che spazia dai più recenti Picasso, Magritte e Dalì, ai più classici Piero della Francesca, Leonardo e Holbein, attraversando i fiamminghi, Ingres, i fumetti e il cinema d’animazione. Gli autorevoli modelli sono incorporati e restituiti in una cifra stilistica personalissima e inconfondibile, dolce e familiare, eppure perturbante nello sconvolgimento dei piani e delle proporzioni e per quell’intonazione irrimediabilmente acidula degli sfondi color caramella mou di Harry Potter.
Marion Peck and his housband

Chiediamo all’artista se i ritratti sono ispirati a persone reali, ma ci spiega che sua intenzione è piuttosto di ritrarre degli archetipi umani. E così nel suo catalogo di personaggi dagli occhi grandi e dai nasi improbabili si affacciano un “Business Man”, un “1970s Man”, e ancora “Man with a Cigarette”, “Man with a Ruff”; le quote rosa sono ben rappresentate: “Girl with Cat Eye Glasses”, “Lady with a Gold Necklace”, “Lady in Green”, “Girl with a Daisy”, “Girl holding a Doll”, “Woman Wearing a Lily”, “Noble Woman”. Il tratto pittorico non varia, l’accuratezza nei particolari e il gioco deformante nell’insieme si ripetono; a cambiare di tela in tela, invece, è la caratterizzazione storica e di costume. Ricorda gli anni Venti il dittico “Man with a Cigarette” e “Lady with a Gold Necklace” (non a caso esposti l’uno a fianco dell’altra a ricordare i più celebri ritratti dei duchi di Urbino, Federico di Montefeltro e Battista Sforza, agli Uffizi), mentre la coppia “Man with a Ruff” e “Noble Woman” proviene direttamente da un Seicento nordeuropeo, come la gorgiera di lui e l’abito di lei suggeriscono.
L’idea per realizzare questa tipologia di ritratti nasconde una simpatica storia di romanticismo domestico. Marion ci racconta che tutto nasce dall’ossessione del marito per Abraham Lincoln. Ispirata da Picasso, realizza un ritratto del presidente sullo stile cubista e ne fa dono al consorte. Quanto alla parentela figurativa impressionante con le creazioni di Tim Burton, ebbene questa resta solo negli occhi dello spettatore. Che i volti melanconici, sproporzionati, tetri di Marion Peck ricordino i personaggi di “Nightmare Before Christmas” o di “Corpse Bride” resta un dato di fatto fortemente contrastato dall’artista, la quale confessa, sorriso sulle labbra, di disprezzare il regista connazionale. “Artistically”, sottolinea. Ha smesso, lei, di apprezzarne le produzioni quando, lui, ha iniziato a lavorare sui classici della letteratura (“Charlie and the Chocolate Factory”, “Alice in Wonderland”) distorcendoli a suo piacimento, arrivando ad inserire persino figure di psicanalisti fuori contesto.
L’arte è un processo doloroso, riconosce Marion, ma con l’energia e la joie de vivre che più o meno consapevolmente emana ammette di essersi divertita nel mettere a punto questo schema stilistico e tematico formato foto ricordo. E allora Cheese!: sorride e si affida allo scatto maldestro di uno smartphone.

Alessandra Pratesi
21/04/2018

“Nell’interstizio tra bestia e animale si muove l’umano, o quel che ne resta”: così recita l’esergo “di Bestie e di Animali”. È un libro fotografico particolarissimo, edito da Contrasto e scritto a quattro zampe da Ferdinando Scianna (suoi gli eleganti scatti in bianco e nero) e dal poeta Franco Marcoaldi (sua la selezione di testi). Il 19 aprile il gioiello architettonico del Teatro di Villa Torlonia di Roma ne ha ospitato la presentazione in forma di reading musicale, un “racconto concerto” nella definizione dello stesso Scianna, di cui scorrevano videoproiettate le immagini mentre Marcoaldi leggeva brani dal libro accompagnato dalla fisarmonica di Ivano Battiston.Villa Torlonia di bestie e di animali
“I libri arrivano, come le fotografie”, spiega Scianna introducendo la pubblicazione e la serata. Classe 1943, sangue siciliano nelle vene, in cinquant’anni di carriera si è trovato a fotografare centinaia di animali nei contesti più disparati: nel loro habitat e nella loro interazione con gli umani, in un momento di riposo o nel momento della caccia, disegnati in formato gigante su un muro, oppure ridotti a carcassa in un mercato. La presenza degli animali è una costante, nella vita come nell’arte di Scianna. Per raccontarla la frequentazione della facoltà di Lettere, l’esperienza di giornalista e la sensibilità dell’artista non sono stati sufficienti: c’era bisogno di un complice con il quale poter condividere il progetto e certe “personali consonanze umane”. Ed ecco l’incontro letterario con Marcoaldi che dà voce al silente mondo delle immagini e degli animali, tramite inediti autografi o prestiti da autori come Canetti e Lacan. La voce del poeta assume i toni retorici dell’epica eroica e quelli spiritosi del gioco di parole e della filastrocca per l’infanzia, è ora esortazione ora evocazione, dialogo con il migliore amico dell’uomo ed elogio dell’asinello. Parole e immagini concorrono a riprodurre il punto di vista degli animali, ai quali si riconoscono dignità, purezza, lealtà: un modello etico per la felice convivenza, un idilliaco stato di natura come auspicato dai romantici a inizio Ottocento. Le sonorità e la maestria della fisarmonica di Battiston conferiscono un ulteriore velo di solennità, sacralità, gaiezza, accompagnando la temperatura emotiva del racconto e le sue variazioni di stile. Richiama le fughe di Bach, il valzer de “Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain”, i minuetti del Mozart dapontiano. Infine, il coinvolgente e seducente “Libertango” di Astor Piazzolla saluta il pubblico dopo questo viaggio, coinvolgente e seducente, nel delicato mondo animale.

Alessandra Pratesi
20/04/2018

Il regista Silvio Peroni porta al Teatro Sala Umberto di Roma un testo di Lucy Prebble, pluripremiata autrice inglese tradotta per l’occasione da Andrea Peghinelli. La versione originale di "The Effect" ha debuttato a Londra il 13 novembre 2012 e lo stesso anno ha vinto il Critics Circle Award come Best New Play.

Quattro i personaggi, due uomini e due donne che amano e soffrono in modi completamente diversi: Toby (Alessandro Federico), Lorna (Alessia Giangiuliani), Connie (Sara Putignano, diplomatasi nel 2010 presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico) e Tristan (Giuseppe Tantillo). Sullo sfondo di una clinica dove si fanno test su farmaci antidepressivi si troveranno tutti alle prese con una domanda esistenziale non da poco: cosa ci rende quello che siamo?

"The Effect", in scena fino al 29 aprile, parla di amore, depressione, senso di colpa, contrappone scienza e sentimento, cervello e cuore. Senza dimenticare l’ironia e la tenerezza, il testo affronta con profondità queste tematiche difficili e impegnative, cercando di sviscerarne limiti e presentando spunti di riflessione per possibili ‘soluzioni’.

Connie e Tristan si offrono come cavie per testare un farmaco antidepressivo, sotto la supervisione di due medici dalle visioni diametralmente opposte, legati da un passato sentimentale, Lorna e Toby. L’una, a sua volta affetta da disturbi depressivi che non vuole ammettere né affrontare, ritiene che la depressione non possa essere curata coi farmaci; l’altro, completamente fedele all’oggettività della scienza, ai sintomi del corpo, alla veridicità della chimica, è di opposta convinzione. L’esperimento sul farmaco viene minato alla base quando tra i due volontari nasce un amore, variabile che i due psichiatri non avevano messo in conto. Ma quello tra Connie e Tristan è un sentimento puro o in qualche modo indotto dalla cura farmacologica che stanno portando avanti? La loro è passione istintiva o solo l’effetto dell’innalzamento della dopamina nei loro corpi? La questione si complica quando viene insinuato il dubbio che uno dei due non stia realmente assumendo il farmaco, bensì una versione placebo…The effect 2

L’«Essere o non essere» di shakespeariana memoria si palesa quando, come moderni Amleto della medicina, prima Toby e poi Lorna entrano in scena con un cervello tra le mani e nei loro monologhi si coglie tutta la fede scientifica dell’uno e la fragilità dell’altra. Se la risposta di lui è tutta nella natura fisica e chimica delle cose, per lei la natura emozionale ha un valore ugualmente non trascurabile, anzi superiore.

La regia di Silvio Peroni punta tutto sul testo: la scenografia è spoglia, asettica ed essenziale, pochi oggetti sul palcoscenico e uno schermo sul fondo che proietta le analisi cliniche dei pazienti (i mg di farmaco assunto, i battiti del cuore, le reazioni dei loro cervelli). "The Effect" si regge unicamente sui dialoghi/monologhi dei protagonisti. La seconda parte soffre di eccessiva lentezza, ma si coglie tutto il lavoro fatto sugli attori per far emergere il senso profondo della parola e di ciò che cela la storia: quel lacerante dubbio sulla consistenza di un amore, il dualismo tra verità e illusione, sintomo ed effetto collaterale. Non manca qualche riferimento all’etica (o presunta tale) che c’è dietro il sistema delle case farmaceutiche. 

Ma il nodo essenziale è: perché ciascuno di noi può dichiararsi se stesso? Cosa ci rende ciò che siamo? Fino a che punto siamo il frutto di condizionamenti esterni? I quattro protagonisti non scioglieranno la spinosa questione e nemmeno gli spettatori, ma usciranno dalla sala consapevoli di averci provato. 

Fine dell’esperimento.

Giuseppina Dente
20/04/2018

"Non ti vedo da vicino" è una coloratissima commedia scritta da Alessandra Merico ed Enzo Casertano, con la regia di Vanessa Gasbarri, andata in scena al Teatro 7 di Roma insieme a Fabio Avaro e Danila Stalteri dal 3 al 15 aprile scorsi. 

Non ti vedo da vicino

Immersi in una scenografia ricca di variopinti oggetti di scena, i protagonisti della commedia sono l’ironia e i sentimenti. Tra peluche, giocattoli, violini e merletti, le emozioni si alternano e rimbalzano in due appartamenti posti uno accanto all'altro. Uno è quello del buffo misantropo e costruttore di giocattoli Filippo (Enzo Casertano) “poco incline alle convenzioni sociali e amante del silenzio più assoluto” e l'altro è quello della timida e impacciata musicista Aurora (Alessandra Merico) che passa il suo tempo a prepararsi per un’importante esame di violino. 

L’iniziale incompatibilità della "convivenza" si trasformerà presto in una relazione d’amore platonica e tutt’altro che convenzionale, costruita attraverso l’unica cosa che divide la coppia innamorata: una sottile parete in comune. L’assolutamente spontanea (e partenopea) recitazione di Enzo Casertano regge il piacevole scorrere della commedia che diverte e fa sorridere fino alla fine.
Ma vero nucleo della trama è la possibilità di cambiare e crescere. I protagonisti, Filippo e Aurora, insieme agli altrettanto spassosi Armando (Fabio Avaro) e Anna (Danila Stalteri) sono donne e uomini dai caratteri profondamente definiti e radicati. C’è chi si chiude in casa con le proprie paure, chi nasconde l’insicurezza con gli attacchi di panico e invece chi ostenta sex appeal e spavalderia a discapito dei sentimenti. Ma cambiare si può, e Non ti vedo da vicino ne dà un dolcissimo esempio. Così è sufficiente scambiarsi qualche parola attraverso una sottile parete per farsi compagnia, divertirsi, innamorarsi e crescere, senza dare peso all'età.

Ed ecco che l’iniziale fastidio di una convivenza forzata diventa man mano l’antidoto a una vita mai realmente vissuta: Aurora affronterà l’esame di violino (senza far suonare l’allarme antincendio della scuola di musica) e Filippo riuscirà persino ad uscire di casa abbandonando giocattoli e videogiochi.
Vanessa Gasbarri, attraverso la semplicità della delicata favola moderna di Non ti vedo da vicino, regala ad un pubblico sorridente e divertito fino alla fine, la possibilità di liberarsi dalle proprie paure e di imparare a vivere, a qualsiasi età, cominciando a comunicare, prima di tutto con se stessi.

Marta Perroni

14/04/2018

Sembra difficile, a quindici anni di carriera, parlare dei Ministri come una band poco credibile. La band di Dragogna, reduce dallo scarso "Cultura Generale" del 2015, album piuttosto scialbo di idee ed eccessivamente ammorbidito a livello sonoro (con quei tentativi mal riusciti di riferirsi ad un pubblico diverso da quello che già si ha), riesce, con l'ultimo "Fidatevi", a sfornare invece un lavoro abbastanza convincente per riportarsi ad un livello di nuovo degno del loro passato e di nuovo in grado di entusiasmare i vecchi fan.
Nello spettacolo all'Atlantico di Roma, territorio che Dragogna e soci hanno sempre calcato con dignità e passione, fin da quando (come viene detto on stage) c'erano solo un 'manipolo di manigoldi' a sentire il loro primo concerto capitolino, viene quasi dimenticato del tutto il passo falso in questione -ad eccezione della riuscitissima "Idioti"- e prediletto naturalmente il nuovo "Fidatevi".

ministri fidateviDal vivo i nuovi pezzi convincono quasi nella loro totalità, riuscendo ad essere efficaci e godibili senza essere eccessivamente scontati. L'iniziale "Spettri", insieme con "Crateri", presenta uno dei lati simbolo dei milanesi: testi legati specificatamente ai tardo-ventenni, pattern ritmici serrati, break intensi, offrendo una prova di Divi sempre all'altezza della situazione. È forse proprio Autelitano a sembrare ancora una volta il vero motore intrigante della band, potente e mai eccessivamente banale nel rapporto col pubblico, prendendosi sul serio quanto basta (anche senza sembrare "matusa", come tiene a sottolineare quando viene celebrato il passato della band), anche con delle scarpe rosse che seguono una (terribile) moda del tempo, probabilmente anacronistica per gli over-25. Soprattutto se i riferimenti citati dalla musica sono quelli dei Beastie Boys, come "Fight For Your Right" durante la tirata "Diritto al tetto" e poco prima di "Abituarsi alla fine".
Tra i pezzi migliori della serata non si può certo dimenticare l'evergreen della band, "Comunque", simbolo di una generazione di precari, universitari e disoccupati, così come "Il bel canto", sicuramente meno rabbiosa dell'orginale in studio, fatta per essere più cantata dal pubblico, intento a sorreggere lo stage diving del frontman. Buona prova anche per il nuovo singolo "Le vite degli altri", ben oliato nella setlist e capace di raffigurare i nuovi tempi che corrono per la band milanese, fortunatamente non così bui come ci si ricordava.

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Dragogna e soci sfoderano movenze da Motley Crue, ma tutto sommato l'efficace intensità della band porta ad uno scuotimento generale sotto palco che è già di per sé sintomo del bisogno che in questo paese ci sia bisogno di gain alzati, feedback e corde vocali ancora tirate. Se non altro per uscire da quell'oblio semi-cantautorale fatto di un'intimità standard e rivolto a generazioni create a tavolino.
Sembra quindi opportuno ritrovare fiducia in una delle band che può ben definirsi significative nel rock -ancora vero- dello Stivale.

Davide Romagnoli, 15/04/18

Opera musicale povera e senza musica, recita il sottotitolo dello spettacolo, subito prima di specificare “scrittura scenica ispirata alle opere di B. Brecht”. La promessa, in data unica al Teatro Vascello di Roma lo scorso 9 aprile, è mantenuta: i personaggi sono, e viene più volte ripetuto, attori in scena, preoccupati di recitare innanzitutto per noi, per il pubblico. Diventiamo così lo sguardo di una società che, persino attraverso il meccanismo dell’immedesimazione, riesce a seppellire la proverbiale trave custodita gelosamente nel proprio bulbo oculare. Ma lo straniamento brechtiano di questo “Bailamme” (dal turco “bayram”: confusione, baraonda) cortocircuita la nostra pigra abitudine catartica.
Sul palco, ritroviamo un affresco sociale e politico grottesco di un mondo, tra una risata e una vena pulsante di inquietudine, di cui non possiamo tralasciare le somiglianze con il nostro. Lo spettacolo inizia per “quadri”, intervallando tantissimi personaggi diversi, peraltro impersonati con entusiasmo camaleontico da una lista di interpreti relativamente ristretta (Gabriele Ciccotosto, Silvia Corona, Arianna Iacuitto, Gioia Giulianelli, Francesco Giuliano, Beatrice Progni, Maria Sivo, Pasquale Smiraglia, Lorenzo Tracanna e Gianmarco Vettori). Ben presto, però, gli episodi collimano sempre in una vicenda unica, ampia, umana e universale. Oltre che, è proprio il caso di dirlo, cristologica.Bailamme5
La trama, infatti, affronta uno dei più grandi “e se” della narrativa esistenziale recente. E se oggi la società odierna ospitasse la venuta di un secondo Cristo? Puntuale la risposta, fantasiosa quanto cruda, cinica e convincente, dell’eccentrico universo creato e diretto da Simone Barraco. Quest’ultimo è aiutato in cabina di regia da Maria Sivo e coadiuvato da un esteso di team della Compagnia Girasole. Non ultimo spicca il nome di Arianna Manias, a gestire le voci deputate anche all’accompagnamento musicale, visto che di strumentale non c’è neanche una nota. Pregevoli anche le coreografie, danzanti o drammaturgiche, di Vincenzo Gentile, e la pletora di costumi di Davide Zanotti.
In circa 90 minuti di teatro, dunque, assistiamo al susseguirsi dolceamaro di vite alternativamente intoccabili o miserabili, con protagonisti caratteri a dir poco variopinti e dal carisma indubbio. Il custode dello Zoo Cristopher, ingenuotto elevato a messia, compare Annibale, da venditore di bestemmie a spietato neo-apostolo, Osana, prostituta dal cuore agonizzante, e la segreta élite dei potenti, nell’ingrato e impunito ruolo di burattinai della Terra. È forse questo il più grande punto di forza di “Bailamme”, come dimostri che è ancora, e sempre, possibile raccontare una storia dal respiro tanto ampio senza rinunciare a un grammo di ironia, generosa e dissacrante, o alla profondità del messaggio. Questo comincia a sussurrare la propria nenia, sottovoce, nel quadro iniziale, fino a esplodere, lirico e roboante, in quello finale. Ci lascia spiazzati, colpiti e smossi nel profondo. In una parola: commossi. Perché, Brecht o non Brecht, straniamento o immedesimazione, “essere o non essere”, in una grande storia raccontata con passione la catarsi trova sempre la sua strada.

Andrea Giovalè
13/04/2018

Recita l'adagio: la storia è scritta dai vincitori. Infatti i libri di storia parlano di invasioni barbariche, non di migrazioni, e la lingua franca nel mondo è l'inglese, non il tedesco. Ma cosa succede se si assume il punto di vista degli sconfitti? Lo racconta "Sachertorte", uno spettacolo scritto e diretto da Amelia Di Corso, andato in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 3 all'8 aprile con i giovanissimi della compagnia L'Avvelenata. sachertorte foto3 ritaglio
È la storia di un compleanno che si trasforma in una riunione di famiglia e nell'occasione per rispolverare dagli armadi vecchi scheletri. La festeggiata è Ilse, mamma di Gertrude, Lucilla, Raimund, nonna di Samuel e di Adele. Tre generazioni e un peccato originale condiviso con una grande fetta di Germania: la collaborazione con lo stato nazista. Ilse era infermiera, lavorava con un medico che studiava una cura alla tubercolosi direttamente su una campionatura di gemelli. Samuel, adolescente ribelle tutto jeans strappati e turpiloquio, non si capacita della meschinità della nonna. Ogni scusa è buona per rinfacciarle un passato che era inevitabile per lei, giovane vedova e madre che doveva crescere una figlia piccola e non poteva permettersi di opporsi al regime: “in guerra si perde il diritto a non uccidere”, commenta algida Ilse.
Tra alti e bassi si oscilla, come il pendolo del soggiorno: risate garantite all'arrivo di Jane, fidanzata americana tutta gambe di Raimund, e dal refrain della nonna che non ricorda il nome della nipote più piccola e per chiamarla declama tutto l'albero genealogico. Più cupa l'atmosfera quando il suono di un pianoforte fa ripiombare nella Germania degli anni Trenta e gli attori, che fino a quel momento avevano interpretato zii e cugini, diventano SS la cui missione è mantenere l'ordine. Tempi comici ben studiati nel botta e risposta, nelle entrate e uscite, nella regolazione delle luci, negli inserti musicali ora evocativi ora diegetici. Particolare menzione merita la performance di Mariateresa Pascale nel ruolo di Ilse: un efficace lavoro di make-up ed uno studio della gestualità e della voce restituiscono sul corpo di una giovane movenze e cadenze di un'anziana che, magnetica, si rivela il fulcro narrativo e scenico dell'azione.
Esempio virtuoso di drammaturgia contemporanea, divertente ma impegnata, e di allestimento di poche pretese ma di buona riuscita, "Sachertorte" è la ricetta del teatro indipendente che ce l'ha fatta: un pizzico di preparazione, una spolverata di entusiasmo, buona volontà e dedizione in quantità. Seppur artigianali, gli ingredienti con i quali è farcito lo spettacolo sono genuini.

Alessandra Pratesi
12/04/2018

«Non si è mai veramente finiti fino a quando si ha una storia da raccontare». Sicuramente non con una storia come quella di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, il pianista sull'oceano di tornatoriana memoria e nato dalla penna di Alessandro Baricco. Il monologo del trombettista Tim Tooney viene messo in scena sotto la mano attenta di Pablo Maximo Taddei e dietro il volto unico di Flavio De Paola, anche direttore artistico dello stesso Teatro degli Audaci, dove l'opera è in scena dal 22 Marzo al 15 Aprile 2018, dopo il successo ottenuto negli altri teatri italiani.

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La resa scenica è sicuramente essenziale, così come le note di regia, opportunamente relegate all'estro quasi favolistico del cantore De Paola, sul quale però vengono settati quei dettagli di degli psicosuoni, introdotti dal regista, in cui viene orientata l'atmosfera, resa ancora più variegata e dotata di una profondità simbolica, che arricchisce talvolta la narrazione principale, con delle intrusioni vocali poetiche sulle quali talvolta cerca di sincronizzarsi anche la voce narrante principale di De Paola.

Interessante dunque il lavoro Danilo Iannacci al suono, che segue la regia con l'ondeggiamento sonoro della voce di De Paola, che fluttua come il Virginian sull'Atlantico, e che porta a variare le timbriche e gli interventi delle voci della narrazione. Il tono docile ma esuberante di Novecento riprende sicuramente l'impostazione già data da Tim Roth nel film di Tornatore: difficile, infatti, non prendere le mosse dalla riuscita interpretazione del regista siciliano alla luce di un'atmosfera quasi onirica e favolistica di cui è -naturalmente- intinto il monologo baricchiano.

L'incursione dell'accento siciliano di Tim Tooney non risulta per nulla macchiettistica, ma dona quel colore abbastanza personale che rende la scena -ed il racconto- personali e sinceri. Un'onestà di fondo, lontana da qualsivoglia presunzione, sembra essere quel sentore che rimane dopo che le cariche di dinamite fanno esplodere il transatlantico da crociera, unica casa di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento.novecento1

Interessanti e -anche loro- mai pleonastiche o invadenti le musiche di Vincenti Mareri, che fanno da contrappunto ai racconti del pianoforte che danza nella tempesta, della sfida con Jelly Roll Morton, l'inventore del jazz, della prima volta in cui il ragazzino nato su una nave si ritrova nella sala dei ricchi a mettere le mani su un pianoforte.

Un monologo e un racconto di sicuro impatto, quello in scena al Teatro degli Audaci, che vale la pena rivivere anche in questa sua veste più mite e serena ma non per questo priva di fascino.

 

Davide Romagnoli  08/04/2018

«È solo che prima ero tutto per lui e ora non sono più niente»: sintetizza così il suo malessere Paula, 31 anni e una storia d’amore fallita alle spalle. Non si rassegna all’idea di essere stata gettata tra i panni sporchi, per questo telefona, citofona, bussa alla porta dell’uomo che di punto in bianco ha deciso di non volerla più con sé. La storia di Paula inizia proprio dinanzi all’uscio di casa di lui, è inquadrata di spalle (così come molte altre volte nel corso del film), urla che le venga aperta la porta e la colpisce con la testa, in preda all’ira, per poi svenire e finire in ospedale con una ferita sanguinante sulla fronte. È il punto più basso che la protagonista tocca, necessario per iniziare il suo percorso di maturazione e presa di coscienza, il suo cammino verso la libertà e la riappropriazione di se stessa.

A dare corpo e voce a Paula in “Jeune femme”, opera prima di Léonor Serraille (sue regia e sceneggiatura), è una impeccabile Laetitia Dosh, perfetta in questo ruolo di donna borderline, che dovrà toccare picchi bassissimi di povertà (umana ed economica) per potersi risollevare. La pellicola ha chiuso la quarta giornata di “Rendez-Vous – Festival del Cinema Francese”, a Roma fino al 10 aprile, rassegna che poi si sposterà a Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Palermo e Torino per portare il meglio della filmografia contemporanea d’oltralpe, 

"Jeune femme” è stato in gara al 70esimo Festival di Cannes nella sezione Un certain Regard. Sempre nel 2017 ha vinto il premio come Miglior film francese indipendete al Champs-Élysées Film Festival. Nonostante porti sul grande schermo una storia già vista, letta e sentita, quest’opera prima di Léonor Serraille ha il merito di raccontarla con semplicità e fluidità. Il vero punto di forza è certamente l’interpretazione di Laetitia Dosh, che nonostante tutti i difetti del suo personaggio ce lo propone con una energia e una veridicità tali da non passare inosservati .I 96 minuti di durata del film si reggono interamente sulla sua interpretazione convincente, calzante e appassionata, che ci restituisce un ritratto dettagliato della protagonista. 

Paula è fragile, stravagante, a tratti isterica, incostante ma anche ironica, certamente problematica e difficile da gestire, molto bugiarda. Dice di essere esperta di bambini per essere assunta come baby sitter e si definisceJeune femme 1 una persona organizzata e maniaca dell’ordine e della pulizia per entrare come commessa in un negozio di intimo. Non esita a fingersi un’altra persona quando una bella ragazza di nome Yuki (Léonie Simaga) la scambia per una sua vecchia compagna di scuola. Paula diventa Sarah, per convenienza, per diventare qualcosa in quel suo sentirsi un informe nessuno senza meta, senza famiglia e senza amici. Paula, insomma, è un personaggio profondamente umano e quella cicatrice sulla fronte che si procura a inizio film la accompagnerà fino alla fine, come a ricordarglielo e ricordarcelo. Ma invece di soccombere trova la forza di risollevarsi. Anche quando il suo ex fidanzato Joachim (Grégoire Monsaingeon) torna alla carica lei lo respinge, non torna sui suoi passi: l’uomo non sopporta di essere stato dimenticato, non tollera che la vita di lei sia andata avanti e si rifà vivo. «Non mi ami più?», le chiede. «Nemmeno tu mi ami più» risponde Paula. La donna ha ormai raggiunto un nuovo livello di consapevolezza, grazie anche alla conoscenza di Ousmane (Souleymane Seye Ndiaye) e alla scoperta di aspettare un bambino, notizia che la metterà di fronte ad una decisione importante da prendere.

A fare da sfondo alla storia di Paula è la città di Parigi, ma non la Parigi dei cliché che incanta e seduce, ma una città inospitale, una metropoli ostile che ti divora. Il continuo vagabondare della donna si snoda attraverso una giungla di facce stanche nelle strade di periferia, di affollati treni, di squallide stanze d’albergo e ospedali. Inquadrata di spalle è solo una tra le tante Paula, quasi non ci si accorge di una sua caratteristica fisica particolare a cui accenna Yuki: quella di avere gli occhi di due colori diversi. Il primo piano che chiude il film e che ce li mostra in tutta la loro limpidezza è emblematico proprio per questo.

Giuseppina Dente 08/04/2018

In una società come la nostra, tra stimoli televisivi, letterari, pubblicitari, cinematografici, politici e persino teatrali, abbiamo la percezione di conoscere ogni cosa. Conosciamo i nostri desideri a menadito, i nostri limiti, le nostre capacità e le nostre paure. Abbiamo paura, ad esempio, di tutte le malattie che non abbiamo, dai nomi altisonanti e che vediamo rappresentate, per l’appunto, ogni serie televisiva su due, sul grande schermo, o quelle di cui sentiamo parlare al telegiornale. E per quanto riguarda le cose, anzi, le malattie che non conosciamo? A rigor di logica, non possono intimorirci. Ma forse dovrebbero.
Questa è la prima, ma non ultima, riflessione che emerge da “Monsieur Sjogren e il coraggio di una donna”, andato in scena al Teatro Brancaccino di Roma, in data unica, lo scosjogren 1rso 29 marzo. Dalla penna di Elena Tommasini e di Stefano Sarcinelli, anche regista, interpretato dal duo Sarah Maestri-Adelmo Togliani, lo spettacolo è ispirato dal libro “La sabbia negli occhi” (da cui anche l’omonimo film di Alessandro Zizzo, con lo stesso Togliani) di Lucia Marotta, presidente di A.N.I.Ma.S.S. Onlus (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjogren), che ha co-prodotto la pièce teatrale con Accademia Togliani. La Sindrome di Sjogren è una condizione auto-immune e degenerativa rara, che colpisce in gran parte donne e che, soprattutto, è sconosciuta ai più. Benché, dunque, la malattia produca nel tempo sintomi terribili, il dolore più grande viene inflitto proprio dal non sentirsi compresi, o quantomeno creduti.
La partita si gioca quindi tra la donna, un’empatica Sarah Maestri (“Notte prima degli esami”, “Il pretore”) capace di rappresentare entrambi gli opposti di un complesso dramma psicofisico e la sua sindrome personificata da Adelmo Togliani (“Boris – Il film”, “Un matrimonio”). Quest’ultimo, senza perdere un colpo né calare un secondo di intensità, si trasforma da gentiluomo d’altri tempi tutto eloquio e rime baciate a essere grottesco, sporco e maleodorante, sudiciamente e scarsamente vestito. Nella battaglia, che si fa presto guerra, la vittima non perde soltanto la padronanza del proprio corpo, ma quella dei suoi affetti e delle sue certezze. Eppure, quando le rimane da sacrificare solo la sua anima, proprio la donna trova una rivincita nel riconoscimento medico della sindrome, ormai partner di una vita. Creduta e riunitasi alle altre donne che soffrono come lei, ecco che rialza la testa, la voce e lo sguardo di fronte a un nemico che, spogliato (dentro e fuori di metafora), si rivela poco più di un germe fragile e impotente. Perché conoscere il proprio destino equivale a dominarlo, almeno abbastanza da non averne più paura, da non esserne schiavi.
Il tutto si svolge in un dialogo continuo tra l’uomo e la donna, che lascia intravedere stralci allegorici di conflitto sessista, arricchito peraltro da un ampio citazionismo musicale e culturale. Durante lo spettacolo, abbiamo modo di assistere a brevi numeri cantati, danzati, così come capita di ridere o trattenere il respiro. È un viaggio temporale all’interno di una stanza, che guarda al passato e al futuro attraverso il racconto, il ricordo, le emozioni e le parole. E niente, meglio di un’esperienza del genere, è più adatta a insegnare, con l’inganno furbo (e giusto) dell’intrattenimento.
Sjogren 2La stessa Lucia Marotta, autrice di tre libri narrativi e divulgativi (oltre al già citato “La sabbia negli occhi”, la fiaba illustrata “La Principessa Luce – Lo gnomo Felicino” e “Dietro la Sindrome di Sjogren”), attraverso questo spettacolo ci mette in guardia dalla presunzione di conoscere ogni cosa, che forse è essa stessa il nostro peggior male. La Sindrome di Sjogren, tutt’oggi, non gode ancora nel nostro ordinamento dello status di malattia rara, campagna per cui si batte A.N.I.Ma.S.S. Onlus e, di riflesso, “Monsieur Sjogren e il coraggio di una donna”. Aperto infatti un sottile sipario rosso, davanti ai nostri occhi si muove, canta e balla la prova vivente (presto in tournée nei teatri italiani) che in determinate situazioni ogni piccolo aiuto può fare la differenza tra una spirale di sofferenza e una vittoria che vale una vita. Anche un gesto apparentemente minuscolo, quale sollevare una cornetta che squilla e parlare.
Andrea Giovalè
4/4/2018

 

Fotografie di scena: Giancarlo Fiori

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