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Ufficialmente aperte le iscrizioni per la II edizione de “La Calata”, c’è tempo fino al 31 ottobre, basterà inviare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con Nome, Cognome, Età, Professione e Numero di Telefono. Tutti riceveranno una risposta entro il 5 novembree, in una serata preliminare fissata il 12 novembre, verranno indicati orari, luoghi e modalità de “La Calata” prevista sabato 17 novembre 2018. La partecipazione è gratuita ma prevede un numero massimo di partecipanti, seguendo l’ordine di arrivo.

Dopo il successo della scorsa edizione, torna "La Calata". Una sera a teatro, spettatori/testimoni “sguinzagliati” nelle sale teatrali della Città per osservarne la vita: pubblici, proposte teatrali, spazi, atmosfere. L’istantanea di una serata, assunta come campione, in cui, attraverso una griglia aperta, stabilita in precedenza, saranno raccolti testi e immagini che andranno a comporre un racconto a più sguardi.
L’immagine scelta per “La Calata” cita l’opera di Magritte dal titolo "Golconda" (olio su tela, 1953), un gruppo ampio di persone che arrivano tutte insieme nello stesso momento. Sullo sfondo di un paesaggio composto da case e tetti e da un cielo opaco e senza nubi, i personaggi, completamente identici fra loro, se non per la direzione degli sguardi e per la loro lontananza e quindi grandezza, sembrano piovere copiosi dal cielo. Nello stesso modo, per “La Calata”, durante la stessa serata, numerosi sguardi si indirizzeranno verso molteplici direzioni a creare così, una mappa collettiva della città.
Grazie ad una special card, si potrà diventare un osservatore partecipante, una sorta di antropologo culturale calato nel territorio teatrale romano, intento ad osservare i pubblici, gli spettacoli, gli spazi e le atmosfere, contribuendo così ad un momento di ricerca prezioso e necessario.
Il reportage dello scorso anno, visionabile all’indirizzo www.casadellospettatore.it, è testimonianza viva della validità dell'esperimento e dell'entusiasmo mostrato da tutti i protagonisti coinvolti. Una ricerca importante condotta dall’associazione culturale Casa dello Spettatore che, da anni, si occupa di formare il pubblico tramite l’educazione alla visione e tramite una costante attenzione alla consapevolezza dei processi, non solo artistici, che danno vita al teatro come avvenimento, come occasione, come fatto.
L’obiettivo principale è restituire al teatro la sua funzione sociale, facendo esperienza di una convivialità cittadina: si lavora, infatti, per alimentare e approfondire la curiosità dello spettatore in modo strutturato, condividendone percorsi di crescita individuale e collettiva.
La Calata fa parte del progetto “Casa dello Spettatore. Per una formazione del pubblico” realizzato con il sostegno del MiBAC.

 

Un gay americano di buona famiglia e uomo d’affari di successo ritrova, dopo 15 anni di lontananza, la sua ex-coinquilina inglese lesbica, attivista spiantata ma agguerrita: non è una nuova sitcom made in USA, ma un accenno della trama di Max&Max – Capitolo II, spettacolo in programmazione fino al 21 ottobre alla sala teatrale Spazio 18B (Roma). Recensito ha intervistato uno dei protagonisti, Massimo Roberto Beato, e il regista Jacopo Bezzi, i quali ci hanno raccontato qualcosa in più di Max&Max e approfondito obiettivi e progetti della loro Compagnia dei Masnadieri.

Il vostro nuovo spettacolo è un Capitolo II e si svolge 15 anni dopo le vicende narrate nel primo: come mai un così lungo tempo drammaturgico?

J.B.: Specifichiamo che nello spettacolo è presente anche un estratto del Capitolo I, proprio per chi non ha avuto modo di vederlo lo scorso anno. La prima parte era dedicata alla giovinezza dei due protagonisti, mentre la seconda si concentra più sulla fase della maturità. Alle soglie dei 40 anni, lui è un uomo in carriera, omologato a quelli che sono gli standard dell’ufficio e alle mansioni di “eterosessuale praticante”, mentre lei ha trovato la sua strada su terreni più radicali e critici verso la società, lanciando anatemi da uno “speaker’s corner” e venendo seguita o contestata da chi la ascolta. Far trascorrere 15 anni serviva a far maturare, appunto, questi due percorsi diversi.Max Max 2

Perché scegliere un americano e un’inglese e non personaggi italiani?

M.B.: Perché parliamo di argomenti molto “caldi” per questo momento storico. Abbiamo pensato che ambientare la vicenda in posti stranieri poteva offrirci una protezione diversa: vi sono nello spettacolo temi molto attuali sulla cultura di genere e sulla diffidenza nei confronti di certi tipi di libertà e di scelte. Abbiamo deciso, quindi, di metterci da una prospettiva estera, anche perché fuori dai nostri confini alcune tematiche hanno una maturità e un certo tipo di articolazione più chiara e precisa rispetto a quella italiana, dove invece c’è tanta confusione. Andare a parlare di cultura di genere nel nostro Paese, facendo riferimenti anche espliciti, è una cosa che ci sembra un pochino difficile da trasmettere, essendoci molte resistenze e diffidenze. C’è ovviamente la speranza che il pubblico capisca che parliamo di cose apparentemente lontane, ma che sono più vicine di quanto immagini.

Che cosa vi ha influenzato? Verrebbe in mente la sitcom americana Will & Grace.

J.B.: (ride,ndr) A me venivano sempre in mente i Peanuts (fumetto realizzato da Charles M. Schulz negli anni ’50, ndr), con Lucy e Linus, oppure Lucy e Charlie Brown. Ad ogni modo, abbiamo preferito dar voce alla parte femminile in particolare. È la parte più presente, che più “sta sul pezzo” rispetto all’uomo, il quale si lascia un po’ influenzare. Abbiamo fatto un omaggio alla rivoluzione femminile, con la donna che prende il sopravvento rispetto a delle iniziative. L’uomo si vuole omologare alla società per rispettare anche quelle che sono le volontà dei genitori; la donna, invece, essendo orfana, si sente da un lato più libera rispetto a delle costrizioni sociali o familiari, dall’altro soffre maggiormente per la mancanza di figure-guida. Si trovano e si specchiano l’uno nell’altra. Strizziamo l’occhio alle sitcom, alla stand-up comedy e, come dicevo, ai Peanuts, in particolare a Lucy.

E a Mafalda (personaggio dei fumetti di Quino, molto ribelle, provocatoria e acuta, ndr)?

J.B.: Certamente! È stato un lavoro portato avanti tutti insieme, anche con Massimo Beato ed Elisa Rocca (la coprotagonista, ndr). Sono venute fuori tante idee durante i lavori di improvvisazione.

profilo a6324Dunque non è un caso se la figura più borderline, ma anche più carismatica sia la donna…

J.B.: Assolutamente. La figura femminile è quella al limite, ma anche quella più forte e grintosa rispetto a quella maschile.

Massimo Beato, come si è preparato per il Suo ruolo, invece?

M.B.: Il lavoro parte sempre dall’analisi del testo e da lì abbiamo trovato con Jacopo Bezzi le linee su cui costruire il mio personaggio, il quale, pur essendo diverso da me, affronta delle tematiche a me care. È stato più un lavoro di “gioco” per cercare di essere qualcos’altro.

Che messaggio vorreste lanciare al pubblico con questo spettacolo?

M.B.: Sicuramente vogliamo abbattere un po’ di luoghi comuni e di pregiudizi, perché viviamo in un’epoca storica dove le cose o sono bianche o sono nere. Noi siamo per una meravigliosa sfumatura di grigi. E se poi i grigi diventano una sfumatura di colori, noi ne saremmo molto più felici. Vorremmo far passare il messaggio che non esistono le categorie e che è sbagliato etichettare le persone. Come dice il mio personaggio: certi temi sono problemi e questioni che non hanno nulla a che fare con la sessualità. C’è molta confusione, l’omosessualità è vista come un problema di genere: se sei uomo e gay, allora sogni di essere una donna sui tacchi. Noi dimostriamo il contrario: è una questione di costume, il genere è un’altra e la sessualità è una terza questione ancora, che prescinde da certe scelte fatte. La maggior parte delle volte, la sessualità è strumentalizzata e utilizzata come mezzo di controllo politico.

Chi vorreste vedere seduto tra il pubblico?

M.B.: La gente comune. È uno spettacolo che è stato anche pubblicizzato come LGBTQI+ (Lesbiche Gay Bisex Transgender Queer Intersessuali, ndr), ma rischia di essere anche questa un’etichettatura. Per noi Max&Max parla a tutti: è bene che ci sia la signora sessantenne che ride, la ex insegnante liceale che viene con il marito e che apprezza i contenuti, i ragazzi giovani… Certo non i bambini, perché chiaramente non è uno spettacolo adatto a loro, pur non essendo sboccato, ma potrebbe essere difficile magari da comprendere. È un’opera che cambia ogni sera, quindi anche la risposta comica o più introspettiva cambia a seconda del pubblico. É divertente per questo, ci dà l’idea di una rappresentazione aperta alla comunità.

Non amate molto le etichette, giusto?

M.B.: Le detestiamo. Infatti siamo la Compagnia dei Masnadieri!

A tal proposito: come mai questo nome? Vi siete ispirati a Friedrich Schiller e a Giuseppe Verdi?

M.B.: Il richiamo a Schiller c’è sicuramente. La Compagnia è nata nel 2007 tra le mura dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Quando abbiamo deciso di costituirci come gruppo, ci interessava un nome che in qualche modo rappresentasse una scelta diversa e controcorrente. I masnadieri erano visti come dei briganti, delle persone fuori dalla società. È stata una scelta un po’ provocatoria: siamo una Compagnia che ha un progetto ben chiaro e vuole rimanere fuori da qualsiasi tipo di etichetta o schema. Il nome, comunque, ha funzionato e ci ha portato fortuna.

Il vostro Spazio 18B è a Garbatella: perché avete scelto come base questo quartiere?

M.B.: La scelta è stata casuale e provvidenziale. Quando siamo nati come Compagnia, il primo municipio che ci ha accolto è stato quello che ora è l’VIII. Garbatella è un quartiere popolare, in crescita e culturalmente fertile: ci è sembrato fosse il posto giusto dove andare a fare un lavoro anche di sensibilizzazione del pubblico. Lo Spazio 18B è una tana di 30 m2 e quindi, volente o nolente, lo spettatore è immerso nella rappresentazione. È stato un modo anche per noi di ri-sensibilizzarlo al senso di appartenenza e di condivisione.

Come unite il vostro ruolo di direttori artistici con quelli di regista e di attore?

M.B.: Jacopo Bezzi ed io collaboriamo insieme da diversi anni. La nostra fortuna è che siamo persone diverse che riescono a dare ognuno il proprio apporto al progetto della Compagnia e dello Spazio. Il fatto di essere tre (compresa Elisa Rocca, ndr) ci permette di mettere, ogni volta, in scena diversi linguaggi, attitudini, specialità. È un arricchimento per noi, perché dialoghiamo molto anche sul nostro stesso lavoro. Ad esempio, io sono più legato ad un teatro di drammaturgia: l’incontro con Jacopo mi apre più su un teatro di attore, di mattatore, mi aiuta anche ad avere una prospettiva, un punto di vista diverso sul mio lavoro. Elisa Rocca è più legata a un discorso corale. Per noi è un punto di forza, perché la direzione artistica, più che essere una sorta di confezione che si dà a un progetto, è un dialogo costante.

Prendendo spunto dal vostro spettacolo Max&Max, tra 15 anni dove vedreste la vostra Compagnia?Max Max 1

M.B.: Se ci avessero chiesto la stessa cosa dieci anni fa, non ci saremmo probabilmente visti qui. Noi siamo una Compagnia in crescita che guarda sempre al futuro e al cambiamento, quindi quasi sicuramente ci vediamo da un’altra parte. Ci piace navigare così, a vista: sappiamo dov’è l’orizzonte, ma non so dove saremo tra 15 anni.

J.B.: Sono d’accordo. C’è ancora tanta strada da fare. Ci farebbe piacere poter aprire tanti Spazi 18B. Non ci accontentiamo mai, ma ci lasciamo un po’ sorprendere dagli eventi. Quest’anno ci ha anche stupito il riconoscimento da parte del Ministero, che è un incentivo per il prossimo triennio a realizzare tante cose e andare avanti con una spinta in più. Più faticosa e con grande responsabilità.

Che cos’è per voi il Teatro?

J.B.: Dire “Teatro uguale vita” è forse un po’ scontato, ma dopotutto è così: da quando apriamo gli occhi al mattino fino a che non si va a dormire, si parla di Teatro. Avere uno spazio, poi, ti dà un’autonomia maggiore, una base dove sperimentare e portare avanti un certo percorso, progettare una stagione teatrale, fare un’offerta ad un pubblico mirato e agli attori, fornire un’esperienza di lavoro, di laboratorio. È ovvio che con un coefficiente maggiorato è tutto molto più interessante e finalizzato. Ma abbiamo ancora tantissimo da imparare nella pratica.

Da direttori artistici e da spettatori, cosa vi piacerebbe vedere sul palco dello Spazio?

J.B.: Beh, la nostra stagione! (ride, ndr) Siamo ancora al primo spettacolo e ci auguriamo che ciò che presentiamo diventi un evento. La cosa più difficile è trasformare un’offerta in qualcosa che sia effettivamente unico per chi viene a vederlo. La scelta artistica di poter proporre un ventaglio di possibilità diverse è molto importante: dalla letteratura all’ospitare spettacoli sulla vita di un cantante e trombettista jazz, piuttosto che affrontare tematiche LGBTQI+, oppure avere un lavoro di Giovanni Greco sul poeta russo Mandel'štam. Ci piacerebbe vedere che tutto questo diventi l’unicità, che parli al pubblico e a noi.

M.B.: Il nostro è uno spazio che vuole parlare dell’oggi e, quindi, è importante che sia attuale, indispensabile e non solo mero intrattenimento. La scelta del testo è quasi un pretesto. La cosa importante è che ci sia un’utilità effettiva e che crei una comunità con cui dialogare. Purtroppo viviamo in una società dove l’individualismo è imperante. Ci piace un teatro di confronto, un teatro che abbatta la quarta parete, anche quando facciamo testi apparentemente più classici.

Ultima domanda: tre parole per descrivere Max&Max – Capitolo II ?

J.B.: Ruolo, dissacrante, sodalizio.

M.B.: Uno slogan va bene? Enjoy your gender!

Chiara Ragosta 16/10/2018

Centocinquanta progetti ricevuti, trenta opere selezionate per la fase finale, più di duecento artisti emergenti, provenienti da ogni parte d’Italia, coinvolti e tre intense settimane di programmazione tra performance, presentazioni di libri e mostre d’arte: sono solo alcuni dei numeri della II edizione del Festival InDivenire (25 settembre – 14 ottobre allo Spazio Diamante, Roma), manifestazione ideata e fortemente voluta da Alessandro Longobardi e Livia Clementi, i quali ne hanno affidato la direzione artistica a Giampiero Cicciò, attore e regista dalla trentennale esperienza fra teatro, cinema e televisione. Rendere reale, concreta un’idea, una visione: è questo l’obiettivo di InDivenire. Ne ha parlato con noi di Recensito proprio il direttore artistico Cicciò.

Com’è andata la prima settimana del Festival?

Benissimo. Ciò che colpisce ogni volta è la qualità dei progetti, oltre che la grande affluenza di pubblico. Ci rendiamo sempre più conto che sono tante le compagnie che hanno delle idee chiuse in un cassetto, le quali hanno tutte un’urgenza di essere raccontate. La maggior parte trattano anche tematiche importanti: quest’anno, ad esempio, si passa dal neofascismo che impera oggigiorno, fino ai problemi in Siria delle spose bambine, per arrivare poi al mondo di Internet che fagocita tutti questi ragazzi e da cui loro si sentono divorati, come dei tossicodipendenti. La cosa che salta all’occhio è una nuova generazione di teatranti che ha necessità di raccontarsi e che, soprattutto, merita di esprimersi vista la qualità, ma che non riesce a trovare uno sbocco. Come si sa, in Italia, la nuova drammaturgia non ha esattamente le porte spalancate, purtroppo.GiampieroCiccio4

In cosa InDivenire è diverso da altri festival?

Non è un festival solo per under 35, come ce ne sono molti in giro. Da noi un coreografo, uno scenografo, un attore possono anche avere più di 35 anni per partecipare, ma è doveroso precisare che, secondo regolamento, ciascuna singola compagnia deve essere composta da un 60% di under 35 e da un 40% di over 35. Gli spettacoli in gara sono trenta: di solito è difficile trovare questi numeri, per tre settimane di programmazione, altrove. Infine, abbiamo tre premi importanti: uno è quello della giuria tecnica per la Prosa, che permette di portare in scena definitivamente un progetto di work in progess di prosa, un altro uguale per la sezione Danza e il terzo è quello della giuria popolare. Tutti e tre i progetti saranno ospiti dello Spazio Diamante in stagione: i due vincitori delle sezioni Danza e Prosa vinceranno anche due settimane di residenza, cosa sempre molto ben accetta dai partecipanti perché, come si sa, a Roma gli spazi - prova costano un occhio della testa. Invece, il premiato dalla giuria popolare verrà invitato come ospite. Queste sono le cose che contraddistinguono in particolar modo InDivenire e che non sono facilissime da trovare in altro luogo.

Come scegliete le compagnie e/o le opere che accedono alla fase finale?

Ci basiamo su vari fattori: il primo è indubbiamente la qualità del progetto, l’idea, la tematica. Domandiamo alle compagnie di inviare dei video di loro spettacoli precedenti attraverso cui poter capire il valore delle loro messinscene passate. Infine, chiediamo di mandare anche i curricula di tutti i partecipanti. È ovvio che, fra tutti quelli che arrivano, ci sono anche progetti meno professionali: noi puntiamo sulla valorizzazione di chi lavora attivamente nel mondo del teatro e della danza e non di chi lo considera come uno svago.

Tre aggettivi per InDivenire?

Coraggioso, aperto, accogliente.
Su quest’ultimo aggettivo vorrei soffermarmi brevemente e spiegarlo. Gli artisti che esporranno le opere nella mostra d’arte allestita negli spazi del Diamante provengono da diverse parti del mondo, come Argentina, Colombia, Messico. Un evento a cui tengo particolarmente è la presenza di uno Spettacolo Ospite, Exodos di Luigi Saravo con la collaborazione di MaTeMù - Centro Giovani e Scuola d’Arte del Municipio Roma I (12 ottobre ore 18:00, ndr): in esso si esibiranno attori italiani e attori migranti africani, molti dei quali sono musicisti. Inoltre, abbiamo ospitato la presentazione del nuovo libro di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, Salvezza, un reportage a fumetti edito da Feltrinelli, dove raccontano la loro esperienza da infiltrati della nave Aquarius. Gli argomenti accoglienza ed integrazione sono fondamentali in InDivenire e ci tengo a sottolinearlo.

Inaugurazione Festival inDivenire Spazio Diamante 3Lo Spazio Diamante, luogo in cui ha sede il Festival, è considerato uno dei quartieri più “difficili” di Roma. Pensa che il teatro, o in generale lo spettacolo dal vivo, possa aiutare il recupero e la riqualificazione del territorio?

Questo è l’impegno di Alessandro Longobardi, l’ideatore del Festival, nostro mentore e mecenate, il quale tiene particolarmente a questo argomento. Io stesso sto lavorando molto sul territorio. Per esempio sono andato personalmente a bussare agli atelier di pittori, scultori, fotografi che hanno i propri i studi al Pigneto e che, per tutta la durata del Festival, esporranno alla collettiva d’arte all’interno delle sale dello Spazio Diamante. Attraverso queste realtà siamo riusciti a creare una sinergia con tutte le persone che vi ruotano attorno, perché alcuni di questi artisti sono anche insegnanti e, quindi, tutti coloro che vanno a imparare a dipingere e a scolpire sono stati coinvolti e chiamati a partecipare alla giuria popolare, oltre ad essere stati interpellati alcuni residenti stessi. Infine, abbiamo organizzato anche dei flash mob al Pigneto per farci conoscere: stiamo agendo per coinvolgere realmente e attivamente tutto il quartiere.

In questi due anni di direzione artistica, ha trovato più talento da difendere o più bellezza?

Abbiamo trovato di tutto. Ci sono state delle cose decisamente e piacevolmente sorprendenti e in cui c’era anche tanta bellezza. Tutti i progetti intervenuti e soprattutto quelli finora premiati hanno avuto entrambe le cose: il talento di interpreti e registi, ma anche la bellezza di un progetto, di un argomento, di un credo che fa vivere questi artisti nella nostra contemporaneità, senza fare un teatro lontano dall’oggi.

C’è qualcosa che non ha ancora visto ma che Le piacerebbe vedere?

Quello che io vorrei trovare maggiormente in futuro nel teatro è un distacco totale da quello che è un linguaggio forse troppo televisivo. I giovani che sono cresciuti a pane e televisione o a pane e Internet stanno maturando un linguaggio che il palcoscenico non sostiene, come un allestimento o una recitazione troppo realistici. E non parlo della verità, perché la verità si può fare con il grottesco o con cifre che non hanno niente a che vedere con il naturalismo. Ecco, manca il sogno. È come se alcuni di questi giovani under 35 dimentichino che la nostra vita non è solo realismo quotidiano, ma anche fantasia, che i nostri sogni ci suggeriscono. Federico Fellini o Ingmar Bergman pensavano molto ai sogni, Giancarlo Cobelli indagava molto i suoi sogni. La parte più visionaria nonché più vera e più profonda di noi, che non ha niente di realistico, è ciò che, secondo me, va più portato sulla scena. La parte più naturalistica, invece, è più giusta per una dimensione da fiction.

Il suo sogno è vedere più fantasia sul palco, quindi.

Sì, esattamente. Sarebbe bellissimo.

Tra dieci anni, che cosa vorreste che fosse questo Festival?

Vorrei che diventasse un punto di riferimento per tutti i registi, i coreografi, le compagnie che non riescono ad avere una vetrina. A prescindere dal premio, per me è più importante vedere giovani felici di poter raccontare finalmente quella loro storia chiusa in un cassetto e impossibilitata ad uscire: questo è l’intento del Festival, non altro. E soprattutto riuscire ad avere un pubblico che sia attirato non solo dai grandi nomi di mercato, ma anche da questi artisti di talento, che hanno qualcosa da dire e che hanno il diritto di esprimersi, di avere una platea curiosa di ascoltarli. Mi piacerebbe che diventasse di respiro nazionale, ma è una cosa un po’ prematura: ancora dobbiamo fare un gran lavoro su Roma e al Pigneto, per farci conoscere ed apprezzare. Adesso la nostra missione è portare a termine alla grande questa seconda edizione e farne una terza riscrivendo il bando con tutte le modifiche nate dalle cose che abbiamo imparato già da queste prime due edizioni.Anna Bonaiuto Bonaiuto Anna sito 4

Teatro, cinema, televisione…Cosa ha portato della sua ricca esperienza nella sua “avventura” da direttore artistico?

In particolare? La mia esperienza da spettatore molto, molto curioso. Ho viaggiato tanto per andare a vedere i grandi maestri sulla scena. Ho chiara la traiettoria del bel teatro europeo. E quando vedo dei giovani artisti portare sul palco questo respiro europeo non circoscritto, io mi accendo. Mi piacerebbe che anche il teatro italiano fosse meno provinciale.

Il pubblico di InDivenire è curioso?

Direi proprio di sì, indubbiamente. Già che viene in uno spazio “indivenire” per vedere opere in work in progress, scegliendo quindi spettacoli nuovi, semi-sconosciuti, in scena in una realtà recente, “nata ieri”, significa che la curiosità c’è.

Peppino Mazzotta 667x350Lo scorso anno venne Fabrizio Gifuni a premiare i vincitori. Quest’anno invece?

Posso dirvi in esclusiva che verranno a premiare gli attori Anna Bonaiuto (Coppa Volpi 1993, David di Donatello 1995 e Nastro d’Argento 1996, ndr) e Peppino Mazzotta (Premio Annibale Ruccello 2012 e Premio Vincenzo Padula 2014, ndr). Quest’ultimo è il direttore artistico di Riace in Festival - Festival delle Migrazioni e delle Culture locali, manifestazione fortemente voluta dal sindaco Domenico Lucano (ora sospeso dall’incarico e agli arresti domiciliari in seguito all’operazione Xenia, ndr). A Mazzotta chiederemo di parlarci anche del Modello Riace. Insieme ai due attori, interverranno l’autore teatrale Giuseppe Manfrini, che consegnerà il premio al miglior testo, e il regista Lorenzo Gioielli, il quale ci racconterà qualcosa dello spettacolo La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltes, diretto da lui e interpretato la scorsa stagione da Pierfrancesco Favino. Loro sono i quattro ospiti che presenzieranno alla premiazione (14 ottobre, ndr).

Chiara Ragosta  08/10/2018

Su un’isola imprecisata – forse del Mar Mediterraneo – lontana da ogni rotta e senza nome, Prospero e sua figlia Miranda vivono esiliati dopo che Antonio, fratello di Prospero, ha usurpato il suo ducato di Milano con l’aiuto di Alonso, Re di Napoli e suo amico. L’isola deserta, luogo quanto mai simbolico, era popolata prima dell’arrivo del ramingo duca di Milano solo dal mostruoso Calibano e dallo spirito Ariel, lì imprigionato. Lo spazio ridotto dell’isola è luogo della mente, ma anche dello spazio teatrale – giacché coincidono – e rifugio estremo da un mondo in cui non ci si riconosce più: «e noi tutti abbiamo ritrovato noi stessi quando nessuno era ormai più se stesso» avrà modo di dire Gonzalo, consigliere anziano del re. Su quest’isola Prospero ha tentato, umanisticamente e faustianamente – il suo nome è non a caso la traduzione del latino Faustus, nome dell’eroe di Marlowe – di imporre la propria cultura e il proprio potere, schiavizzando il solo abitante umano dell’isola, Calibano, e lo spirito Ariel. Shakespeare, dunque, affronta nella sua Tempesta anche la questione morale relativa al nascente colonialismo – che avrebbe raggiunto il suo picco durante l’Età vittoriana – oltre che trattare tutti i temi magici già presenti in Sogno di una notte di mezza estate, il racconto dell’innamoramento e della tenebra insondabile che si nasconde nel cuore dell’uomo. 1


Daniele Salvo si imbarca nell’impresa di portare in scena una delle opere più note del Bardo, complessa – come tutte le sue maggiori – e ricca di suggestioni. Il suo Prospero è Ugo Pagliai, uno dei pilastri del teatro italiano, che regge perfettamente il suo ruolo dall’inizio alla fine dello spettacolo. Lo accompagnano Melania Giglio, nel ruolo di Ariel, Valentina Marziali – la figlia Miranda –, Carlo Valli, Martino Duane e Tommaso Cardarelli, rispettivamente nelle parti di Antonio, il Re di Napoli e suo figlio. A scene ben orchestrate e di grande effetto – come i numerosi ingressi di attori dalla platea e la celebre tempesta iniziale – ne seguono alcune di minore impatto, come le parti comiche talvolta inutilmente forzate: il trio comico di Mimmo Mignemi, Marco Simeoli e Gianluigi Fogacci – ovvero Stefano, Trinculo e Calibano – diverte il pubblico ma pare forzare eccessivamente e inutilmente la comicità sottile dell’opera. E se Rabelais affermava che «rider soprattutto è cosa umana», le scene comiche dello spettacolo, care a Shakespeare e ai suoi contemporanei che vedevano il riso e il pianto come mai completamente scindibili, confermano anche quanto sia più difficile suscitare il riso che il pianto. 2


L’ottimo impianto scenografico, ideato da Alessandro Chiti, permette di riprodurre perfettamente la tempesta iniziale e si adatta alle numerose necessità dello spettacolo. L’isola che Calibano, nel linguaggio stranamente poetico che Shakespeare dona a lui, rozzo e deforme abitante dell’isola, definisce «piena di rumori, di suoni e di dolci melodie» si anima grazie al corpo di ballo e alla presenza di Ariel spirito che, come il Puck di Sogno, è quasi impalpabile tanto rapido e leggero – «tu che non sei che aria» gli sussurra Prospero – ha qui piuttosto qualcosa del Gollum dell’universo tolkieniano. La musica, curata per lo spettacolo da Marco Podda, pervade La Tempesta dall’inizio alla fine ed è impersonata proprio da Ariel, signore della danza e del canto. Ma nonostante la sua dolcezza, la morale è piuttosto amara: se Antonio non ha avuto esitazioni nell’esiliare suo fratello, legittimo duca di Milano, e Stefano non esita quando istigato da Calibano ad uccidere Prospero per impadronirsi dell’isola, allora si può legittimamente affermare che ogni personaggio in talune circostanze può arrivare a ferire o ad uccidere: i meandri dell’animo umano sono ancora una volta insondabili, come già rivelato da Amleto o da Macbeth. Nel finale, l’incantesimo si spezza: Prospero si rivolge agli spettatori con alcuni dei versi più celebri di tutto il teatro shakespeariano, con quello che secondo molti costituisce il commiato di Shakespeare dalle scene e, forse, la sua intera interpretazione del teatro: «Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono sciolti in aria sottile…noi siano fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno».

    Pasquale Pota 07-10-2018

Lo scorso giovedì 27 settembre è andato in scena, allo Spazio Diamante di Roma, nel corso del Festival InDivenire, “Due addetti alle pulizie”. Della compagnia teatrale Le Ore Piccole, testo e regia di Chiara Arrigoni per uno spettacolo a due interpretato da Andrea Ferrara e Massimo Leone. Autore e attori, quindi, tutti diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, e che hanno debuttato già in occasione del recenteFestival ContaminAzionirealizzato e promosso interamente dagli allievi della suddetta (al Teatro India di Roma, dal 18 al 23 settembre passati).

“Due addetti alle pulizie”, a sottolineare le sue nobili origini, nasce come spin-off de “Il Calapranzi” di Harold Pinter, e ne ripercorre infatti le dinamiche dialogiche e conflittuali tra due protagonisti antitetici, polarizzati fra loro. Lo spettacolo, tuttavia, è perfettamente fruibile, che si abbia assistito o meno al suo progenitore pinteriano.12 Add
Entrano in scena due addetti alle pulizie, incaricati di ripulire scantinati due o tre volte al mese. Rispetto a quanto lavorano, guadagnano davvero molti soldi, tanti che neppure il più ingenuo e idealista dei due (Andrea Ferrara) potrà ignorare a lungo la verità dietro il proprio lavoro. E una volta che la verità è venuta a galla, non sarà facile rimetterla a posto, nemmeno per il più cinico e aggressivo della coppia (Massimo Leone).
La regia adopera gli strumenti della crudezza e i dilemmi morali della vicenda per svelare al pubblico, gradualmente, l’antefatto e le sue spiacevoli conseguenze. Il testo, senza troppi fronzoli, non tergiversa nemmeno tanto a lungo attorno al nocciolo del problema. È più l’imbarazzo dei protagonisti, e la loro paura sotterranea, che ci lascia il tempo di presagirlo prima di prenderne coscienza. L’opera è un dialogo tra Pinter e Tarantino, che coniuga abilmente i punti più attuali del primo con le deviazioni più di genere del secondo. Uno scontro perfettamente coerente tra due metà solitamente complementari, ma inconciliabili all’interno di una situazione assurda e, vista dall’interno, tragicamente senza uscita.
Assistiamo quindi all’inesorabile srotolamento dei demoni interiori dei due personaggi, senza grandi sconvolgimenti o colpi di scena, motivo per cui ne assorbiamo il disagio generazionale, oltre alle ansie etiche e morali. La deresponsabilizzazione di una società che, per sopravvivere alle proprie colpe, deve accecarsi o farsi tirannide ricorda da lontano il meno allegorico dramma ancestrale di Edipo, ma non per questo risulta meno attuale nel dramma di una macchia ostinata, sul pavimento della nostra coscienza.

Andrea Giovalè
28/09/2018

Martedì, 04 Settembre 2018 13:15

Venezia 75, Roma di Alfonso Cuarón

Sembra non aver dimenticato del tutto lo spazio, Alfonso Cuarón, dopo il suo premiatissimo Gravity presentato proprio a Venezia in anteprima mondiale nel 2013: siamo alla periferia di Città del Messico o forse sulla luna nel suo Roma, già considerato tra i possibili vincitori del Leone d’Oro 2018. La pellicola prende il nome dal quartiere della sua infanzia in Messico, così come i personaggi e gran parte delle vicende sono personalmente tratti dalla sua storia e dalle vicende della sua famiglia: il 1971, infatti, è l’anno in cui suo padre abbandonò moglie e figli, ma anche quello del massacro del Corpus Christi, ovvero la repressione violenta di una rivolta studentesca da parte dell’esercito messicano. La ricostruzione dei luoghi è meticolosa: il set riproduce precisamente la casa del regista da bambino, e le strade, i negozi e i luoghi pubblici sono perfettamente ricostruiti per rievocare quell’epoca. Roma 1


Eppure, Roma conserva una sua aura di atemporalità, un che di sfuggente nei suoi luoghi ripescati dalla memoria, una sensazione forse accentuata dall’utilizzo del bianco e nero da parte del regista messicano. Allo spagnolo si mescola la lingua indigena della domestica Cleo – interpretata da una sorprendente Yalitza Aparicio –, protagonista inaspettata della vera e propria epopea di una famiglia bene in cui a risaltare è proprio lei, tata e domestica quasi muta e in balia di un destino che è capace di sopportare con grande forza interiore. Roma è una storia di personaggi femminili: gli uomini sono assenti, come il padre di famiglia, medico, che scompare portandosi con sé le sue librerie e i suoi attrezzi e, quando presenti, non sono affatto modelli da seguire, come l’amante di Cleo che la abbandona senza una parola dopo aver scoperto la sua gravidanza. Altra protagonista, dunque, è la madre Sofia – Marina de Tavira – abbandonata dal marito e obbligata dalle circostanze a reagire e ad affrontare la crisi per la sua famiglia. Le due donne, pur appartenendo a due classi sociali distinte, vanno oltre le convenzioni sociali e risultano ancora più unite dalle numerose avversità e dagli ostacoli della vita quotidiana. Roma 2


Roma unisce allora storia familiare e trasformazioni sociali nella impeccabile tecnica registica di Cuarón: i suoi piano sequenza – memorabile quello iniziale – accompagnano per mano lo spettatore nei luoghi della sua memoria, indugiano su cose e persone, conferendo una certa epicità al racconto dello squallore e del quotidiano. Le riprese hanno impegnato attori non professionisti per centodieci giorni con una sceneggiatura svelata di giorno in giorno al cast da parte del regista, che firma anche sceneggiatura e fotografia di quello che considera il suo film più personale ed emotivamente impegnativo. La pellicola verrà distribuita a partire dal prossimo 14 dicembre su Netflix, da cui è stata prodotta, e in alcune sale selezionate.

Pasquale Pota 04-09-2018

Quando si legge la parola “performance” sul flyer di una drammaturgia teatrale, solitamente, la prima, istintiva reazione è quella di un brivido lungo la schiena. Ci si chiede cosa si dovrà affrontare, quali bizzarrie il teatro avrà, stavolta, in serbo per noi. Ebbene, il flyer di “Quando non so che fare cosa faccio” (andato in scena dal 13 al 23 giugno scorso), di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, recita anche, in chiusura, un evocativo e simpatico “si consiglia di indossare scarpe comode”.
Sì, perché si cammina nella suggestiva e al tempo stesso urbana cornice del quartiere Marconi, attorno al Teatro India di Roma. Da una parte il fiume, l’orizzonte, il Gasometro, dall’altra il lungo viale, i negozi, la periferia urbana. Ma andiamo con ordine: si entra nella Sala B del Teatro India, spoglia e profonda, nuda, con Daria Deflorian seduta a distanza dal pubblico. 1Veniamo armati di cuffie bluetooth, con le quali far arrivare la voce sommessa della protagonista fino alle nostre orecchie. Poi si comincia, usciamo dal retro della sala e partiamo per un viaggio, al tempo stesso nella città e nella mente della non-attrice.
Già, perché uno degli obiettivi dello spettacolo è mettere in evidenza cos’è un attore al di fuori del della scena, e di riflesso cos’è il teatro, cosa la recitazione, chi è il pubblico e dove sta il confine (labile) tra palco e realtà. La sovrapposizione dei due è massima, mentre seguiamo Daria a debita distanza lungo le scenografie naturali costruite da Roma: capita di sorpassare una coppia di giovani che litigano, bambini che urlano e calciano un pallone di gommapiuma, di preoccuparsi per qualche goccia di pioggia, di sbirciare fuori dalla vetrina di Tiger, mentre la protagonista solitaria, se solitaria può dirsi per le strade di città, entra, prova qualche strano cappello e commenta, dal vivo, nelle nostre orecchie. Il tutto è condito da brevi riflessioni sull’essere e crescere donna, in bilico tra la scena e la vita, prendendo spunto da aneddoti legati a Stefania Sandrelli e al suo esordio cinematografico in “Io la conoscevo bene” (1965, di Antonio Pietrangeli).
In un percorso in cui tutto sembra casuale, compreso il racconto vocale, forse un po’ troppo spesso abdicato al silenzio, c’è anche spazio per le piccole partecipazioni “scriptate” di Monica Demuru o Ludovica Manzo, a seconda della data, e Francesco Alberici, il cui ruolo non è mai palese prima della rivelazione finale, per i saluti al pubblico. Grande idea, quindi, e costruita con mestiere, quella made in Tagliarini e Deflorian, che potrebbe indubbiamente godere di numerose altre applicazioni. La commistione di storia nelle cuffie e passeggiata in città, infatti, partorisce un’esperienza che meriterebbe di essere provata da chiunque, di solito, rabbrividisca al prospettarsi di misteriose “performance”. Magari al tramonto, con scarpe comode.

Andrea Giovalè
25/06/2018

“Sarà un onore e un sogno che si realizza poter celebrare la “Quarta Giornata Internazionale dello Yoga” nel simbolico luogo di Piazza Campidoglio a Roma” ammette Gloria Gante, vice capo missione dell’Ambasciata Indiana nella giornata di presentazione del progetto.
Decretato il solstizio d’estate come giornata simbolo dai 193 membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, ogni anno viene celebrata la IDY (International Yoga Day) nei diversi paesi tra cui anche il india 1nostro che festeggiando quest’anno i 70 anni di rapporti diplomatici con l’India, ha permesso l’organizzazione, a partire dal 17 giugno, di una intera settimana dedicata a una delle pratiche di lavoro mente-corpo più antica mai esistita.
In collaborazione con l’Ambasciata dell’India e diversi istituti e scuole di Yoga sotto il segno del colore “giallo”, solare ed energico, saranno proposte agli interessati esperti e non (a titolo esclusivamente gratuito) conferenze, seminari, classi aperte di Yoga adatte a tutte le età e anche sedute di meditazione.
Le giornate del 23 e del 24 saranno invece ospitate dalla Repubblica di San Marino (sito UNESCO dal 2008) che con piacere ed entusiasmo si è resa partecipe dell’iniziativa riconoscendone le potenzialità e l’alto grado di interesse culturale di cui si rende portavoce.
Che in un’epoca come la nostra si riesca sempre più a dar spazio alle pratiche spirituali provenienti dall’oriente è un enorme passo avanti. Un traguardo raggiunto con forza e determinazione che prende sempre più spazio rispondendo alle esigenze di un pubblico di praticanti in grande evoluzione e espansione.
Inoltre a partire da quella stessa sera con un concerto vocale classico dell’acclamato maestro di dhrupad Ritwik Sanyal accompagnato da Gianni Ricchizzi con il rudra veena e da Mohan Sharma al Pakhawaj, verrà dato inizio alla quinta edizione del Festival Summer Mela interamente dedicato alla musica, danza e cultura indiana organizzato dalla fondazione FIND che durerà fino al 3 luglio.
Il direttore artistico dell’evento Riccardo Biadene (anche filosofo e regista) ha dato vita insieme ai suoi collaboratori a una serie di serate dall’alto potenziale attrattivo come lo spettacolo di danza classica indiana Bharatanatya dal titolo “Il Nettare di Krsihna” al Teatro India il 26 giugno, o la proiezione al Cinema Farnese del film di Biadene “Alain Danielou – Il Labirinto di una Vita” e molto altro ancora di cui potrete trovare informazioni più dettagliate cliccando al seguente link.
india 2Una iniziativa da non perdere per trascorrere queste prime giornate di estate romana favorendo il rilassamento psico-fisico del nostro corpo e permettendo a grandi e bambini di passare del tempo all’aperto sorseggiando tea e divertendosi con stupore a scoprire i tesori d’oriente che piano piano si avvicinano sempre più anche alla nostra cultura.

Daria Falconi  13/06/18

In occasione dell’anteprima romana di “Senza Distanza” (qui la recensione), lungometraggio indipendente proiettato il 7 e l’8 giugno al Cinema Farnese, Recensito ha incontrato e intervistato il regista Andrea Di Iorio, noto per il corto “Come andrà a finire” del 2011 vincitore del Premio del pubblico al Festival L’Airone del 2012, e uno dei protagonisti, l’attore Marco Cassini (regista e interprete del film “La notte non fa più paura” del 2015 e visto in televisione in “Don Matteo” e nella produzione internazionale “I Borgia”).

Andrea, com’è nata l’idea per la sceneggiatura?
A.D.I: “In realtà si tratta dell’unione di due idee: una un po’ più vecchia, di tanti anni fa e una più recente. La più recente è quella legata al concetto di fuso orario. Tornando da un viaggio all’estero, ho sentito il bisogno di esprimere il desiderio delle persone di fuggire dalla propria realtà, non sempre soddisfacente, e quindi di parlare anche dell’illusione che ci può dare la fuga verso un’altra dimensione, che non è detto sia sempre appagante. Questa era la metafora che m’interessava. Dopodiché, il tema pregnante era del matriarcato, che spiega molti comportamenti e sentimenti comuni a tutte le civiltà; è stato come tornare un po’ indietro nel tempo e capire perché noi interpretiamo le cose in un certo modo”.

Avete mai avuto relazioni a distanza? C’è qualche dato autobiografico dietro questi temi?
A.D.I: “Sicuramente. Ho saggiato quello che si prova in queste relazioni potenzialmente a distanza, non a livello sentimentale, ma nel senso di rapporti molto chiusi. Il titolo stesso del film allude all’idea di una coppia in cui non c’è uno spazio personale”.
M.C.: “Sì, ho avuto relazioni a distanza. E mi sono ritrovato tantissimo in questo film. Ho avuto relazioni stupende anche molto, emotivamente parlando, coinvolgenti”.

Andrea, ha studiato antropologia o la Sua è semplicemente una passione?
A.D.I.: “Ho studiato Lettere all’Università La Sapienza di Roma. E poi sì, l’antropologia è nata come passione. Per me è fondamentale esplorare e affrontare i temi di oggi analizzando il passato, l’umanità nel tempo e nello spazio”.

Marco, qual è l’aspetto del Suo personaggio, Enzo, in cui si riflette di più?
M.C.: “In quasi tutte le sue debolezze. Perché è banalmente e profondamente uno qualunque Enzo. Un ragazzo che vorrebbe fare l’attore, ha i suoi desideri però ha una paura matta di perdere la donna (Mina, interpretata da Lucrezia Guidone, ndr) con cui sta”.

Andrea, Lei a quale personaggio è più legato invece?
A.D.I.: “Non saprei davvero. In realtà, è come se fossi presente un po’ in tutti quanti”.

Nel film c’è un’idea di coppia abbastanza enigmatica: i protagonisti, in questo luogo simbolico che è il bed and breakfast in cui soggiornano, devono vivere senza telefono e contatti col mondo esterno. Andrea, Lei come si rapporta con la tecnologia, quanto è importante il mondo dei social?
A.D.I.: “Avete anticipato quello che sarà il tema del prossimo film: già in “Senza Distanza” vi è un preludio di questo isolamento forzato, in cui la tecnologia è assente e le coppie possono incontrarsi e scontrarsi. Tra l’altro l’elemento dei social, in generale nei film, esteticamente è molto brutto da vedere: è molto meglio assistere al rapporto tra le persone”. primo piano

Tutti i personaggi sono un po’ “sospesi”, come se fossero in una sorta di limbo tra le loro paure e il futuro. Essendo un film anche un po’ intimista, con tanti primi piani e piccoli monologhi, quanto c’è del lavoro dell’attore e quanto invece è stato importante il regista?
M.C.: “Siamo stati molto liberi, come attori, di poterci esprimere senza impedimenti. Avevamo una sceneggiatura, ma Andrea era talmente convinto di ciò che aveva scritto, che ci dava la possibilità, quando possibile, di aprire il rubinetto e di lasciar fluire ciò che sentivamo e, quindi, di metterlo in pratica. E ci sono diverse scene del film in cui, grazie all’aiuto del regista, siamo riusciti a trovare delle corde assolutamente uniche, totalmente improvvisate, ma che affondavano le radici su quella che era la sceneggiatura. È venuto fuori un lavoro che è unico nel suo genere”.
A.D.I.: “A me piace molto il cinema di sceneggiatura, basato sulle storie e sui personaggi. Purtroppo è un cinema che si sta creando sempre di meno, quello del dialogo. Per me la regia deve essere un supporto alla narrazione e non un suo intralcio, per questo ho adottato uno stile con camera fissa, scambi di inquadrature abbastanza lenti, tutti elementi di uno stile registico che non si adotta quasi più”.

Immaginiamo sia stata importante anche la sintonia del cast artistico…
M.C.: “Decisamente sì. Poi parliamo di aver lavorato con interpreti del calibro di Giovanni Ansaldo, Lucrezia Guidone, Elena Arvigo. Insomma, era un cast di assoluto rispetto”.
A.D.I.: “Mi avevano impressionato positivamente i loro lavori precedenti; la bravura degli attori era fondamentale, soprattutto per un progetto come questo, girato in otto giorni”

Molti di questi attori hanno una formazione soprattutto teatrale e la sceneggiatura sembra anche prestarsi in tal senso. Quanto ha influito il teatro, in questo film?
A.D.I.: “Più che il teatro, si tratta di un’impostazione teatrale di un certo tipo di cinema. Il cinema, in questo senso, ha indubbiamente qualcosa di teatrale; non per nulla amo molto i film di Roman Polanski, con quel tipo d’impostazione”.

Marco, sappiamo che Lei è anche regista. Come vede il futuro del cinema indipendente in Italia?
M.C.: “A parte questo film di Andrea (che è stato selezionato alla VIII edizione del New York City Independent Film Festival 2016, ricevendo vari premi anche in altre manifestazioni nazionali e internazionali, ndr), posso portare come esempio il mio film, “La notte non fa più paura” (del 2015, ndr), che ha preso una menzione speciale ai Nastri d’Argento 2017, è stato venduto a Sky e due settimane fa l’abbiamo venduto in Cina e ha fatto il giro del mondo.
Abbiamo prodotto un altro film che si chiama “La porta sul buio” (tratto dall’omonimo libro di Cassini, ndr) e poi “Oltre la bufera” (dedicato a Don Giovanni Minzoni, ndr): sono tutti film sotto la soglia dei 100.000 € e stanno girando sul mercato. Quindi, secondo me, probabilmente il pubblico vuole un qualche tipo di sperimentazione. Recentemente hanno riportato al cinema le versioni restaurate di “Ultimo tango a Parigi” (di Bernardo Bertolucci, 1972, ndr) e “2001: Odissea nello spazio” (di Stanley Kubrick, 1968, ndr). In quest’ultimo, ci sono 18 minuti di nulla con luci ad intermittenza ed è il più grande film della storia del cinema, a parer mio: per quale motivo dobbiamo smettere noi, oggi, di sperimentare? Continueremo a sperimentare perché siamo giovani, perché ci crediamo e veniamo da un cinema che è quello di “2001: Odissea nello spazio”. Io la vedo così. Poi se sbattiamo la testa, la prendiamo sul muso noi. Ma se le cose andranno bene, come penso che andranno effettivamente, sarà solo di guadagnato per tutti”.

indexCosa ne pensate della visione delle relazioni amorose che ha il personaggio di Gaia (interpretato da Elena Arvigo) nel film?
M.C.: “Ci penso tutti i giorni e tutte le notti. Ed è difficile darsi una risposta. Perché non si può non ammettere che Gaia non dica qualcosa di quanto meno interessante. Poi, però, i personaggi si scontrano con la loro cultura di sempre, con il fatto che comunque ci si innamora di una persona e si provi gelosia magari nei suoi confronti. Non è facile, io continuo a pensarci alla visione di Gaia. Devo ringraziare Andrea per avermi fatto fare questo film. Si affrontano temi non da poco”.
A.D.I.: “Lei dice cose che tutti vorrebbero dire, ma la realtà va sempre considerata, non possiamo escludere dei presupposti culturali. Anche se lei è un personaggio che non vuole imporre la sua visione delle cose”.

Dato che la tendenza della generazione dei neo-trentenni è sempre più quella di migrare e stabilirsi lontano dal luogo di origine per cercare fortuna e lavoro, lasciandosi alle spalle spesso affetti e legami, l’amore continuerà ad esistere “senza distanza” o no?
M.C.: “Per me l’amore è qui ed ora. L’amore siamo noi che stiamo parlando di cinema, o noi che ci sediamo e guardiamo, respiriamo…”

E l’amore che poi porta a formare una famiglia?
M.C.: “Secondo me c’è ancora quel tipo di amore. Io ho avuto relazioni assolutamente monogame, quindi non so come potrebbe essere avere una relazione differente, come quella di Gaia ad esempio. Sbaglio?”

Andrea, può anticipare qualcosa circa il Suo prossimo film?
A.D.I.: “Posso dire che riguarderà sempre la distanza tra le persone, ma da un punto di vista diverso: l’idea parte da quanto le persone rinuncino a stare tra loro a causa delle barriere tecnologiche”.

Alessandra Pratesi, Chiara Ragosta, Alfonso Romeo, 09/06/2018

Il passato 5 giugno Altrove Teatro Studio ha presentato, a Roma, la Stagione 2018-2019, la prima del giovane teatro (esclusa la pre-stagione partita il febbraio scorso), con un calendario ricco di spettacoli di prosa e lettura musicale, con nomi di spicco quali Stefano Benni e il Premio Ubu Andrea Sorrentino. Recensito ha avuto il piacere e l’onore di fare una chiacchierata con Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, direttori artistici, e alcuni degli attori e registi che contribuiranno all’offerta della stagione ventura.

Per prima cosa, non potevamo che chiedere ai due giovani direttori il perché della loro scelta, oggi ardua e coraggiosa, di aprire uno spazio proprio?

“Adoro il momento delle prove” risponde Ottavia, “la costruzione, la ricerca e l’interazione. Quindi, il desiderio di avere una casa che fosse veramente un posto dove creare questo tipo di sinergie è sempre stato un sogno nel cassetto. Senza l’incontro con Giorgio, però, non sarebbe mai stato possibile.” Poi, aggiunge Giorgio: “Al di fuori di inutili rivalità e conflitti, che ci indeboliscono tutti, ci piace essere padroni del nostro destino. Nel collaborare, cerchiamo di essere direttori artistici più comprensivi e attenti possibile ai bisogni di attori e compagnie.”

A questo punto, eravamo curiosi di sapere dal team di attori e registi che sensazioni si provassero nell’approcciare questa nuova realtà.

Risponde Massimiliano Vado: “Questo è un momento di trasformazione, è giusto che nascano proposte di questo genere, che non riflettano solo il teatro di tradizione ma sviluppino nuove direzioni. Si può sperimentare qui, investire in nuovi progetti, e sono iniziative da supportare e incoraggiare. A tal proposito, interviene anche Riccardo Barbera: “Ritrovo qui una sensazione provata da ragazzo: la ricerca curiosa del genio e della sperimentazione, in giro per la città. Sotto la guida di giovani direttori artistici, con un gran gusto per il significato e la caratterizzazione, si ricrea quel clima laboratoriale, da cui da un giorno all’altro può nascere il capolavoro.” E Giulia Nervi: “Altrove Teatro Studio ha una visione, una progettualità coerente, e ridà agli spettacoli una dimensione popolare del teatro, stimolando l’interesse delle persone del quartiere e oltre.”

Quindi, il concepimento e la nascita dell’Altrove sono in continuità con l’essere attori e spettatori, prima ancora che direttori artistici?ALTROve1

“Da direttore artistico, da attore o da pubblico” risponde Giorgio Latini, “lo spirito che ci contraddistingue è sempre lo stesso: credere nelle cose. Per questo ringraziamo tutti quelli che credono in noi per questa prima stagione, che lo fanno dalla pre-stagione, che credono nella nostra Accademia d’Arte Scenica, compresi gli allievi che hanno creduto in noi come pedagoghi e insegnanti.”

“Questo vuole essere un teatro di cultura popolare,” aggiunge Ottavia Bianchi, “fondato su storie e personaggi appassionanti, interpretati da attori capaci, con un’idea universale. È un teatro trasversale, che arriva a tutti."

E come si comunica tutto questo, oggi?

“Purtroppo, io e Giorgio siamo più bravi con le relazioni uno a uno!” ammette Ottavia, ma specifica: “Siamo presenti sui social, ci avvaliamo di esperti e cerchiamo di apprendere noi stessi in fretta, perché saper comunicare al meglio le proprie potenzialità, con consapevolezza e puntualità, è fondamentale. Ma facciamo anche molto lavoro sul territorio, e già l’anno scorso abbiamo avuto un ottimo riscontro, prova di come il teatro offra qualcosa di unico, insostituibile da TV e altri medium.” Conclude Giorgio Latini: “Ci interessa farci conoscere come persone, umane, concrete e appassionate. Per questo ci piace incontrare il quartiere e la città”.

Andrea Giovalè
6/6/2018

Qui l'articolo di Giorgia Groccia sulla nuova stagione dell'Altrove Teatro Studio

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