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Jack il Padre è un uomo realizzato e desidera ardentemente rendere i suoi Jack Figli il più possibile indipendenti e pronti ad affrontare il mondo e le sue difficoltà una volta che lui non ci sarà più. Decide, quindi, che l’unico modo per ottenere un’effettiva maturazione è provocare loro un trauma. Come reagiranno i tre eredi alla drastica notizia? Per scoprirlo, non resta che recarsi dal 21 al 23 dicembre al Teatro Studio Eleonora Duse: infatti, dopo essere stato presentato a luglio alla LXI Edizione del Festival Internazionale di Spoleto, esordisce a Roma Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack, commedia nera scritta, diretta ed interpretata da Francesco Petruzzelli, vincitrice del Premio di Produzione Carmelo Rocca. Recensito ha incontrato il giovane e talentuoso autore per scoprire qualcosa in più sul suo spettacolo.

Emozionato per il debutto romano?
Sì, abbastanza. Ancora non sto capendo bene cosa sta succedendo. Fino a che l’ignoranza mi salva non do di matto. Anche se abbiamo debuttato con questo spettacolo a luglio, farlo a Roma è sempre un po’ più emozionante. Da qui sono partito, sotto l’egida dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: tutto assume, quindi, un’aurea più importante, soprattutto dal punto di vista affettivo.IMG 5553

È cambiato qualcosa, rispetto all’esordio di Spoleto?
No, a parte la sostituzione di due attori per questioni burocratiche e di impegni vari. Ci sono, dunque, due attori nuovi, bravissimi, studenti dell’Accademia che interpretano Jack il Terrorista e Jack il Ragazzo delle pizze (Federico Fiocchetti e Diego Parlanti, ndr). Da un punto di vista registico, non è mutato nulla. O per lo meno spero che a nessuno venga mente qualche idea malsana durante la notte e mi sorprenda! 

Com’è nata l’idea di questo spettacolo? Quanto c’è di autobiografico?
Non c’è molto e c’è tutto. Io ho una famiglia abbastanza “sgangherata”, ma né più né meno come molte altre famiglie del mondo. Nessuno però si è messo a vivere su un divano come Jack il Poeta, oppure a disseminare la città di valigie vuote come Jack il Terrorista. E abbiamo anche tutti nomi diversi, soprattutto! Scherzi a parte: mi potrei essere ispirato a ciò che accade nel mio nucleo famigliare per quanto riguarda alcune vicende, osservando l’approccio motivo su come si affronta una determinata notizia, o anche l’effetto che essa può provocare in altri parenti. Comunque nessuno dei fatti narrati nello spettacolo aderisce in maniera troppo fedele al mio vissuto personale.
Ad esempio, il personaggio del padre e il suo obiettivo di tirare fuori i figli dalle paludi, dai blocchi che si sono creati da soli, nasce da una considerazione elaborata su quello che dovrebbe essere il ruolo di un genitore, su cosa succede quando travalica, deborda, va oltre i limiti del suo compito, ossia aiutare i propri figli. Farsi carico delle loro problematiche è giusto, supportarli va bene, ma ci sono momenti in cui il genitore dovrebbe lasciar andare e accettare che i figli, come tutti gli esseri umani, hanno delle loro idiosincrasie. Ciò nasce da una mia riflessione personale, anche avendo analizzato il ruolo che mia madre ha avuto nel crescere me e mia sorella, però l’autobiografico poi è rimasto molto indietro rispetto al percorso che hanno preso le mie teorie. Anche i figli di Jack il Padre, ovviamente, non sono perfetti: avrebbero la possibilità di comportarsi in maniera più utile nei confronti della figura paterna. Se ciascuno di loro si assumesse le proprie responsabilità e trovasse la forza di risolvere i propri problemi, farebbe del bene alla comunità famigliare.

È, dunque, uno spettacolo che dovrebbe far meditare più i genitori che i figli?
Semmai uno spettacolo dovesse portare a far riflettere qualcuno, in questo caso dovrebbero farlo tutti coloro che sono coinvolti in una vicenda famigliare di qualunque tipo. Quello che a me piace da spettatore, o semplicemente da lettore di testi, è avere la possibilità di schierarmi dalla parte di tutti e di avere il dubbio di non sapere chi abbia ragione. Secondo me, un autore ha il dovere di lasciare allo spettatore il compito di decidere da che parte stare. Per fare ciò, l’autore deve essere assolutamente super partes e non determinare all’origine chi ha ragione e chi torto, chi dovrà meditare di più e chi deve farsi un esame di coscienza rispetto ai propri errori o al proprio ruolo. Se una famiglia venisse a vedere lo spettacolo, mi piacerebbe che tutti i suoi membri riflettessero, rivedendosi nei ruoli che magari ricoprono all’interno del loro nucleo e schierandosi dalla parte di personaggi che non avrebbero pensato di poter appoggiare.

Perché non esiste una Jack Mamma?
È il frutto di una scelta automatica, ossia che fin dall’inizio non mi sono posto il problema, accorgendomi che rimandare la risposta a questa domanda in effetti era già la soluzione. Il testo è completamente avulso da qualsiasi contesto reale all’interno del quale lo si possa collocare, però se c’è un ammiccamento alla realtà in cui viviamo oggi è proprio questo: la famiglia è cambiata, la forma che assume oggi è diversa da quella dettata dalla tradizione. A volte ci sono genitori dello stesso sesso, altre non ci sono genitori e c’è un altro parente che si fa carico dei figli, o ancora a volte sono i figli a fare da genitori ai propri. In questo caso, abbiamo un genitore solo che porta avanti la famiglia e nessuno si pone il quesito di dove sia finito l’altro. Dove sia finita l’altra metà di Jack il Padre non è un problema perché la famiglia è quella. Da attori ci siamo dati una risposta su cosa sia accaduto ad una Jack Mamma, un riscontro che serviva a noi per poterci confrontare in certe situazioni, ma è giusto che lo spettatore non lo sappia, che si ponga la domanda ma che dopo un po’ se la dimentichi pure.

Non è la prima volta che, comunque, tratti tematiche legate alla famiglia. Già con Vox Family (Premio Festival InDivenire 2017 nelle categorie “Miglior Testo” e “Miglior Spettacolo”, ndr) avevi affrontato l’argomento. Perchè hai questa predilezione?
Un astrologo risponderebbe perché sono del Cancro! Io, invece, dico che è una tendenza, quasi naturale, su cui mi sono interrogato da analista, da paziente, ma senza troppo impantanarmi. Fondamentalmente è perché da lì che nasce tutto: possiamo anche lamentarci che esistano i “bamboccioni” o che, soprattutto in Italia, il legame sia troppo morboso e che, però, quando questo legame manca, il rapporto che si instaura con la società è diverso, ma di fatto in famiglia apprendi tutta una serie di comportamenti che ti seguono e ti condizionano fino alla fine dei tuoi giorni. Perché andare a cercare lontano temi di cui parlare, quando basta semplicemente guardarsi indietro e vedere da dove si proviene? All’interno di un nucleo famigliare si consumano le più grandi commedie e tragedie che ogni drammaturgo possa concepire.

Il jack è anche un tipo di connettore elettrico. Che collegamento c’è fra i vari personaggi, al di là del semplice legame famigliare?
Sono sempre legami di affetto. In ciò sono compresi anche i personaggi femminili, ossia un Jack il Medico (Carlotta Mangione, ndr), la quale è un’amica fraterna, di vecchia data, di Jack il Padre. Ciascuno dei fratelli, da quelli che si stanno più antipatici a quelli che si vogliono più bene, è legato indissolubilmente agli altri da un rapporto di affetto e questo è il “jack” che li unisce. Persino il ragazzo delle pizze scopriremo che ha un legame d’affetto con qualcuno della famiglia. Non voglio svelare troppo, ma la cosa è facilmente intuibile all’inizio dello spettacolo. Ma per sapere di cosa sto parlando, dovete venire a vederlo.

Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.4 ph Riccardo Freda 800x715Tu hai il ruolo di Jack il Poeta: perché hai scelto di interpretare questo personaggio?
Quando scrivo, io ho bisogno di sapere chi farà quella determinata parte. Le poche volte in cui sono stato autore, ho sempre cercato di immaginare chi avrebbe interpretato quel ruolo specifico. Quindi ho scritto per me Jack il Poeta, pensando a quello che mi sarebbe piaciuto fare e alla veste più calzante in cui mi sarei sentito. In realtà, non sono un poeta, ma un osservatore, mi piace molto guardare la realtà che mi circonda, sia essa domestica o esterna al focolare. Ancor prima di essere un poeta che compone e impara a memoria senza scrivere nulla, il mio Jack è prima di tutto un osservatore: dal suo divano, che diventa una vedetta, scruta e commenta i comportamenti di tutti gli altri membri della famiglia, al punto che gli altri cadono nel tranello di pensare che lui non veda niente e non si accorga di nulla perché tutto preso dai suoi versi. Invece lui, dall’alto del suo divano, distaccato dal suolo e dai condizionamenti del terreno, nota e sente tutto e sa perfettamente cosa accade ad ogni personaggio. E, infatti, il problema di Jack il Padre sarà di far in modo di raggiungere il proprio obiettivo senza che Jack il Poeta capisca cosa sta facendo. Non dico di più, però. Niente spoiler!

Più che un poeta, è un filosofo questo Jack?
Esattamente. E poiché io potrei facilmente passare per un filosofo della domenica, mi sono detto che questo è il ruolo adatto a me. Anche perché avevo già chiara l’idea di chi avrebbe interpretato il ruolo di Jack l’Avvocato e Jack il Terrorista; non avrei mai voluto fare Jack il Padre, perché anche in questo caso ero sicuro a chi affidare la parte. Ho scritto gli altri personaggi talmente “tagliati a puntino” per altri attori, che non era possibile per me interpretarli.

Da Jack il Poeta/filosofo della domenica, potresti presentare gli altri Jack?
Come se fossi Jack il Poeta? Proviamoci! Siamo molto simili lui ed io, sarà forse perché ci siamo scritti a vicenda. Comunque, Jack il Padre (Michele Lisi, ndr) è una persona molto buona, affettuosa, che farebbe di tutto per me e gli altri fratelli, arriverebbe addirittura a sacrificare la propria vita pur di vederci felici, però dovrebbe anche probabilmente imparare a rassegnarsi al fatto che l’infelicità fa parte della vita e amarci come già facciamo è abbastanza per poter essere delle persone complete, non per forza felici. Jack l’Avvocato (Lorenzo Parrotto, ndr), il mio fratello minore, è un innamorato seriale: lui si innamora continuamente di ragazze diverse, ciascuna delle quali si rivela una Gorgone assestata di soldi (Jack la Fidanzata è interpretata da Giulia Gallone, ndr) che cerca di arrivare al denaro che questo ragazzo è molto bravo a guadagnare, fin troppo. È dotato di un’emotività ipertrofica, per cui ogni volta che qualcuna gli dice “ti amo” o “bella cravatta”, lui ce la porta a casa per presentarcela, sperando che noi, soprattutto il papà, la approviamo. Però, puntualmente, siamo costretti a fargli capire che si tratta di ragazze poco raccomandabili. L’altro mio fratello è Jack il Terrorista, con il quale ho un bellissimo rapporto perché mi nutre ordinando tantissime pizze: lui non sa cucinare e io non posso avvicinarmi ai fornelli, perché vivendo sul divano è un po’ complicato cucinare in equilibrio sulle sedie. Io non tocco proprio il pavimento, non è che passo la vita sul divano e basta. Il mio problema non è un affetto particolare verso questo mobile: potrei anche vivere su un tavolo, solo che il divano è più comodo. Quindi Jack il Terrorista, oltre al mio papà, si preoccupa sempre che io mangi. Quando non si occupa di me, va in missione per la città, ovvero dissemina di valigie vuote i vari luoghi pubblici del centro dove viviamo e poi torna a casa per guardare al telegiornale il caos prodotto dalle sue imprese. Perché lui è un terrorista vero: semina terrore e non ammazza nessuno, fa paura alla gente nel tentativo di scuotere la società da quello che lui chiama “il torpore conformista”. E infine ci sarei io, che sono un Poeta: un poeta vero, che non scrive, perché la poesia non va scritta ma concepita. Al massimo può essere declamata, perché è attraverso il dire, la dizione, che la poesia può essere libera, invece che rimanere incatenata ad una lapide di carta.

Hai studiato e/o lavorato con molte e importanti personalità del mondo teatrale, tra cui Anna Marchesini e Luca Ronconi. Che ricordo hai di loro?
Estremamente positivo. Sono ricordi veri e non idealizzati. Avendo potuto lavorare con queste persone, ho anche potuto vedere quelli che sarebbero potuti risultare dei difetti, o degli aspetti meno noti al pubblico. Della Marchesini ricordo la straordinaria bravura come attrice, soprattutto comica, perché lei riteneva che il comico fosse il massimo della realizzazione di un attore, che attraverso il comico si arrivi al sublime. Era anche un’insegnante estremamente severa e rigorosa: sono rimasto molto sollevato dal notare che la sua competenza derivava da questa autodisciplina ferrea. Non è un mistero che non stesse bene negli ultimi anni della sua vita, tant’è vero che se n’è andata prematuramente: nonostante ciò, quando non era in grado di venire a lezione (all’Accademia “Silvio d’Amico”, ndr) perché, come diceva lei, le avevano aggiunto un altro chiodo allo scheletro, la sua lezione non veniva cancellata, bensì convocava me e gli altri miei compagni di corso per fare lezione a casa sua, nel suo salotto. Non accettava l’idea di non poterci insegnare, di non passare del tempo con noi svolgendo il suo lavoro, che adorava pazzamente. Da studente ventenne che per un banale raffreddore pensa che la fine si stia avvicinando, sono rimasto abbagliato da questa abnegazione. Si pensa che i comici siano persone che vivono alla giornata e lascino tutto al caso, sempre gioviali e spensierati. Invece non è sempre così: Anna era una persona seria e io ne fui molto confortato. Essendo un artista serio che ama far ridere, il mio incontro con lei mi ha permesso di apprendere tanto, come ad esempio che il comico non si può insegnare, però si può provare ad impararlo. Lo stesso si può dire di Luca Ronconi: ho conosciuto anche lui ormai ottantenne e malato, però a lavoro era più fresco e tonico di me e dei miei compagni ventenni che assistevamo alle sue lezioni e alle prove. E, attraverso l’incontro con lui, ho capito cosa volesse dire stare a teatro, che è importante riuscire bene nelle prove, ma soprattutto il precetto secondo cui l’attore dimostra quanto vale alle prove e non in scena. Un attore è un grande provatore, contrariamente a quanto si pensi, ossia che il bello viene alla messa in scena o che il meglio va conservato per il pubblico: la bravura di un attore si misura su come fa bene alle prove. Detto a me ventenne, ciò poteva non essere scontato, dato che la giovane età è sempre affetta da un grande entusiasmo per l’andata in scena.Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.2 ph. Riccardo Freda 800x534

Come stanno andando, quindi, le prove del tuo spettacolo?
Molto bene. Personalmente, ritengo che uno dei primi requisiti delle prove sia la serenità. Fortunatamente mi avvalgo anche dell’aiuto di attori che sono, oltre che degli straordinari professionisti, anche delle eccezionali persone, con cui si sta bene a prescindere che si facciano quattro chiacchiere o una sessione di otto ore di prove. Sono anche molto stakanovisti, tant’è che sono io a dover chiedere delle pause per tirare il fiato. Direi che non avrei potuto chiedere di meglio.

Regista, autore e attore: quale ruolo preferisci?
Attore. Gli altri sono figli del mio desiderio di recitare: voler interpretare qualcosa che mi piacesse e farlo come avrei voluto io che andasse in scena, ha fatto sì che vestissi i panni di drammaturgo e regista. Ma non ho la presunzione di dirigere qualcosa che non ho scritto io e di dire che sono un regista, perché non mi azzardo a paragonarmi a chi, invece, ha un percorso di studi squisitamente da regista alle spalle. Io dirigo quello che scrivo io perché, avendolo pensato, ho la presunzione di sapere come andrebbe diretto. Per quanto riguarda la scrittura, anche qui dirigo quello che scrivo perché non disturberei mai Shakespeare.

Che cos’è per te il Teatro?
Quando saprò rispondere a questa domanda, smetterò di fare teatro. Ci sono mille possibili risposte, dalle più nobili alle più prosaiche. Credo che il farlo si alimenti dal non avere ancora una risposta e dal volerla cercare. Quando l’avrò, starò facendo il cassiere in qualche supermercato, che è un lavoro nobilissimo ma non richiede questo tipo di interrogativi.

A parte la commedia, quale altro genere ti piacerebbe affrontare?
A me piace la black comedy, quel tipo di commedia in cui la risata sia propedeutica al pianto. Cioè, da spettatori, si ride tanto per poi trovarsi in lacrime alla fine, “traditi” dall’autore e dagli attori in scena. Il Teatro dell’Assurdo è la mia grande passione. E, per quanto sciocco possa sembrare, mi piacerebbe occuparmi anche del vaudeville.

Il tuo lavoro si divide fra Italia e Regno Unito: hai mai pensato ad una black comedy sulla Brexit?
Non nascondo di averci pensato. Ma secondo me è ancora presto per poterne scriverne: bisogna aspettare che si concluda questa vicenda per tirare le somme e parlarne per trattare qualcos’altro, ovvero ciò che di negativo porterà con sé questo evento. Ad esempio: affrontiamo l’Olocausto per far sì che cose del genere non accadano più. Come terminerà la questione Brexit? Non si sanno ancora le conseguenze. Io non ho, per adesso, sentito l’urgenza di scriverne, voglio vedere come andrà a finire, è ancora presto.

Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.2 ph Riccardo Freda 800x534Che differenza c’è fra uno spettatore inglese e uno italiano?
Ci sono differenze di tradizione e di aspettative. Gli spettatori inglesi sono, per certi versi, più aperti, più tolleranti e meno legati, pur essendone abituati, alla loro forte tradizione teatrale. Riescono a distaccarsi e ad essere incuriositi da qualcosa di nuovo, anche proveniente dall’estero. Invece, noi Italiani, avendo una più debole tradizione, abbiamo ancora bisogno delle nostre certezze, quindi andiamo a teatro aspettandoci una certa cosa e mal tolleriamo determinati cambiamenti. È vero anche che gli Inglesi, a volte, sono più concentrati sull’intrattenimento e meno sul contenuto, mentre gli spettatori italiani guardano meno alla forma e più al messaggio dello spettacolo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Riproporresti questo spettacolo in Inghilterra?
Sì, sarebbe bellissimo. E anche riproporlo in Francia, perché è un altro luogo dove il teatro, soprattutto il contemporaneo, è molto vivo. Sarebbe interessante vedere che effetto potrebbe avere il mio spettacolo lì, con i sottotitoli in lingua.
Progetti futuri? Farò un adattamento di Romeo e Giulietta per teatro ragazzi a Edimburgo con la Compagnia Charioteer Theatre, che a febbraio andrà anche al Teatro Piccolo di Milano e poi in giro per l’Italia per somministrare dosi massicce di inglese e di Shakespeare alle nuove generazioni.

Cosa tieni e cosa butti di questo 2018 che sta terminando?
Tengo e butto due facce della stessa medaglia. Butto la disoccupazione intesa non solo come mancanza di un contratto e di un salario, ma come forma mentale. Purtroppo chi fa questo mestiere sa che si possono avere mesi o anni di attività costante per poi arrivare a battute d’arresto, spesso magari agognate perché non ci si riposa mai, che però, dopo due settimane di assenza dal lavoro, diventano un’agonia. Io non ho sempre avuto, in questi due anni, un cielo felice per quanto riguarda il lavoro e ciò ha avuto, mi sono reso conto, un effetto negativo sul mio approccio alla vita, al lavoro come attività. Il fatto di non avere un’occupazione ufficiale non significava non tenersi occupati, non fare qualcosa. E ciò con cui mi sono tenuto occupato è stato, poi, quello che si è trasformato in un lavoro reale dopo. Stare a casa non significa stare con le mani in mano, anzi. Non avere nulla da fare, a volte, è un regalo perché ci si può dedicare a quello che effettivamente vogliamo fare. Butto la disoccupazione mentale, quindi, e tengo l’occupazione mentale.

Ultima domanda: tre aggettivi per descrivere il tuo spettacolo?
Contorto, divertente, cinico.

Chiara Ragosta, 20/12/2018

Proseguono le messinscene degli allievi registi e attori dell’Accademia Silvio d’Amico di Roma presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale: dopo “Nozze di Sangue” di Federico García Lorca per la regia di Danilo Capezzani è la volta di “Aspettiamo cinque anni”, pièce surrealista del drammaturgo e poeta andaluso composta tra il 1930 e il 1931, messa in scena dall’allieva regista del III anno Caterina Dazzi, a cui seguirà “Yerma” il 20 e 21 dicembre per la regia di Federico Orsetti. La scelta di mettere insieme tre studi sul drammaturgo spagnolo non è affatto scontata: le sue opere, pur molto amate nel passato, sono oggi raramente rappresentate. Gli allievi sono stati seguiti nella preparazione dal maestro Arturo Cirillo, che afferma: «Un ritorno di Lorca attraverso la riflessione, lo studio e soprattutto la messa in scena di tre dei suoi testi da parte dei giovani registi dell’Accademia mi sembra importante, e mi procura una certa curiosità».

Nella pièce portata in scena da Caterina Dazzi, il Giovane protagonista ama la Fidanzata, ma vuole sposarla dopo cinque anni, senza motivare la sua scelta. Alla fine dell’attesa, però, la trova innamorata di un giocatore di rugby, e avrà intanto trascurato l’amore di una Dattilografa. Quando si rivolgerà a lei, compreso l’errore, sarà troppo tardi. Il tema dell’attesa, del tempo, è evidente sin dal sottotitolo dell’opera, “Allegoria del tempo”, e altri dei temi fondamentali dell’opera di Lorca sono qui presenti: il ricordo, i figli – nati e non –, vere ossessioni dell’autore, rappresentati attraverso un’umanità dolente, l’idea – non troppo lontana da noi – del corpo femminile inteso come merce di scambio su cui si proiettano le frustrazioni maschili. Il testo di Lorca, assai poetico e simbolico, tanto da risultare di non facile comprensione in più momenti, ha comunque al centro il tema dell’amore, almeno idealmente accresciuto dall’attesa: «com’è bello aspettare con certezza il momento di essere amati» afferma la Dattilografa. Ma l’attesa, qui, è delusa, se è vero che l’amore del Giovane per la Fidanzata risulta non corrisposto alla fine dei 5 anni, e se lui stesso avrà modo di dirle: «Tu non significhi nulla, è il mio amore senza oggetto», ovvero la sola idea che aveva di lei, tanto che riuscirà a dirle addio senza particolari indugi o sofferenze. L’idea, poi, è addirittura ribaltata nel finale, in cui il protagonista afferma che «non si deve mai aspettare».

Ad una buona performance dei giovani attori dell’Accademia Silvio d’Amico, si aggiunge qui un’interessante messinscena pensata dalla regista, che elimina le quinte teatrali – i personaggi si cambiano d’abito in fondo al palco – e realizza una divisione verticale dello spazio su più livelli: un piano superiore ottenuto tramite una struttura in legno e uno inferiore dato dal sottopalco, che diventa nel finale spazio scenico.

Pasquale Pota 19-12-2018

Prende il via con il primo dei tre spettacoli preparati dagli allievi e diplomati dell’Accademia Nazionale d’arte drammatica “Silvio d’Amico” il progetto Lorca: tre pieces tratte dalle opere teatrali del celebre autore, forse più noto per le sue poesie ma, di fatto, drammaturgo di talento pungente e sanguigno. In attesa di “Aspettiamo cinque anni” e “Yerma”,Le nozze di sangue è stato diretto da Danilo Capezzani, sotto la guida del maestro Arturo Cirillo, che sovrintenderà alla direzione anche delle successive due rappresentazioni (rispettivamente dirette da Caterina Dazzi e Federico Orsetti).
Non è mai compito facile aprire un progetto di sicura ambizione, anche quando evidentemente sostenuta da una sapienza teatrale, quella del regista, che ci consegna un’opera forte su due livelli, letterale e simbolico. Capezzani non si lascia scoraggiare, infatti, e mette in scena le nozze del Garcia Lorca su più livelli di scenografia, usando la sovrapposizione degli stessi, ove non fisicamente necessari, per rendere suggestioni, rimembranze, timori e incubi che poi, “squarciato il velo”, si palesano, letteralmente, uno dietro l’altro. A riempire questa profondità, poi, la voce degli attori: tanti e tali da far rivivere la nervosa conflittualità di un promesso sposo ingenuo fino alla contraria evidenza, di una madre oppressa dal peso dei lutti, di un amante rabbioso che non vuole né può più reprimersi e una sposa dilaniata tra una vita serena e una fine sincera.
Come se non bastassero le dinamiche di potere intra-familiari e inter-familiari (il matrimonio, attraverso la sposa innocente, riavvicina due famiglie nemiche), si aggiungono i personaggi del bosco, inevitabilmente figli di una notte ai limiti dell’onirico, una luna in cui specchiarsi e tre spaccalegna dal sapore di Parche. Nella sezione finale di spettacolo il ritmo sale e, come in sella a un cavallo, lascia dietro sé ogni discorso formale e principio di buonsenso. Nell’oscurità, c’è spazio solo per amore e morte. Ciò permette una climax emotiva che risolve il conflitto attraverso immagini iconiche, legate appunto a questi due sentimenti. È una soluzione visivamente magnetica, che ci traghetta ormai consapevoli verso l’inevitabile, d’altronde già preannunciato dal titolo.
Imprigiona e fa propria la cocente verità dei personaggi di Garcia Lorca una nutrita schiera di voci: oltre alle allieve diplomate Verdiana Costanzo e Diletta Masetti, gli allievi del terzo anno dell’Accademia Vincenzo Abbate, Gianfilippo Azzoni, Matteo Binetti, Giulia d’Aloia, Francesca Florio, Diego Giangrasso, Gaja Masciale e Iacopo Nestori. Tutti superano a pieni voti un esame tutt’altro che facile, riuscendo a imprimere negli spettatori non solo una storia, ma la visione, altrettanto viva e pulsante, di un autore amato eppure rappresentato meno di quel che meriterebbe. Il risultato finale è brillante.

Andrea Giovalè 16/12/2018

Dopo aver riscosso un grande successo di critica e pubblico in giro per l’Italia e aver vinto, tra i tanti riconoscimenti ottenuti, anche il Premio Giovani Realtà del Teatro 2013 e il prestigioso Premio UBU 2016, la Compagnia Borgobonò ha conquistato anche la platea romana con la pièce In ogni caso nessun rimorso. Dal 30 novembre al 02 dicembre, infatti, Elisa Proietti, Andrea Sorrentino e Mauro Pasqualini sono stati ospiti dell’Altrove Teatro Studio, dove hanno presentato il loro eccezionale e affascinante lavoro ispirato all’omonimo romanzo di Pino Cacucci. Recensito ha incontrato uno dei giovani protagonisti, Andrea Sorrentino, per parlare dello spettacolo e del futuro della Compagnia.

Sono ormai più di tre anni che portate, con esiti più che positivi, nei teatri italiani In ogni caso nessun rimorso: potete raccontarne la genesi? Cosa vi ha colpito dell’opera di Cacucci?
È stato Mauro Pasqualini (anche regista della pièce, ndr) che ci ha proposto di leggere il romanzo: ne siamo rimasti tutti incredibilmente colpiti. Ci siamo domandati perché potesse essere giusto per noi metterlo in scena, quali tematiche ci interessassero e le risposte sono state diverse: nonostante i forti temi politici, non si tratta di un romanzo politico, non viene presa una posizione. Alla fine di ogni lettura ci ritrovavamo con meno risposte e sempre più domande. Ci ha colpito l’incredibile attualità delle tematiche e la storia: una storia vera di anarchici, poliziotti, prostitute, operai, che non smettono mai di lottare per quello in cui credono. Per chi non lo sapesse, il romanzo racconta della vera storia di Jules Bonnot, operaio, autista di Sir Arthur Conan Doyle (scrittore e drammaturgo scozzese, “papà” di Sherlock Holmes, ndr), anarchico e mente della famosa Banda Bonnot di inizio Novecento con cui rapinava le banche per colpire il potere.15060363 1482442548438982 401298781 o

A chi o a cosa si è ispirata Adele Pardi per comporre le musiche, eseguite in scena dal vivo?
Il lavoro di Adele è stato incredibile. È arrivata quando avevamo montato gran parte del primo atto e usavamo diverse musiche, dal jazz al rock a cantautori come Gianmaria Testa. Le abbiamo mostrato il nostro lavoro e poi abbiamo ricominciato a provare insieme a lei, lasciando che il nostro lavoro e il suo si modificassero. Tanta improvvisazione, tanto ascolto e, ovviamente, un talento meraviglioso hanno prodotto quelle musiche fantastiche. Una cosa da sottolineare è che Adele non è mai semplice colonna sonora, ma compagna di scena in costante dialogo con noi.

Nello spettacolo sono molto importanti i movimenti scenici: che tipo di difficoltà avete incontrato, unendo alla memoria e all’interpretazione anche una buona dose di “prova fisica”?
Tutti i movimenti, così come le scene e la maggior parte dei dialoghi sono nati durante i famosi, per noi, 160 giorni di prove. Significa che abbiamo dovuto improvvisare tanto per creare lo spettacolo, perché niente è stato deciso a tavolino. Lo stesso quindi vale per l’uso dei pallets: abbiamo giocato con loro creando spazi, oggetti e dinamiche sempre diverse, ma è stata Annalisa Cima, curatrice del movimento scenico, che ci ha insegnato a manipolare gli oggetti in modo che quelle creazioni diventassero magiche anche per il pubblico. E posso dire che non è stato facilissimo!

In ogni caso nessun rimorso ha ricevuto molti premi e riconoscimenti: quale vi ha fatto più piacere ricevere, o vi ha sorpreso particolarmente?
La reazione del pubblico è sempre il riconoscimento migliore e quello più sorprendente. Abbiamo lavorato per questo, ma quando vediamo il pubblico che rimane incredulo per quello che sta guardando, che si diverte, si commuove e alla fine li troviamo a discutere su quale personaggio avesse ragione, noi siamo le persone più felici del mondo.

Jules Bonnot non rimpianse nulla di ciò che fece. Voi, invece, da artisti, avete qualche rimorso?
Come si fa a non averli! Ma In Ogni Caso Nessun Rimorso ci ha cambiato molto. Siamo cresciuti e abbiamo fatto scelte che prima non avremmo mai fatto. Facciamo questo mestiere in modo che il pubblico esca dal teatro diverso da come è entrato, ma lo stesso vale anche per noi. Non puoi mai sapere se avrai dei rimpianti, però è importante capire che piegarsi in continuazione è il modo peggiore per fare questo mestiere e il modo migliore per avere rimorsi. Abbiamo una dignità come artisti e come persone e dobbiamo difenderla, per difenderci.

locandinaBonnot viene spesso descritto come un carismatico operaio anarchico fuorilegge. Che idea volete far emergere di lui? Come descrivereste il vostro Jules Bonnot?
Jules Bonnot era un operaio, poi militare, poi meccanico, poi autista, nel frattempo anarchico e alla fine fuorilegge. Ha inseguito per tutta la vita una felicità a lui sempre negata e alla fine ha reagito. Non mi sento di condividere le sue scelte, ma è chiaro che se uno Stato decide di perseguitare qualcuno marchiandolo come il vero male della società, viene scacciato o schiacciato per tutta la vita, una reazione io me l’aspetterei… E chi vuole intendere, intenda.

A proposito di anarchia… Un concetto complesso, non frequentemente riscontrato in ambito teatrale. Secondo voi, cosa significa oggi essere anarchici su di un palcoscenico?
La questione è molto delicata. Penso ci sia bisogno di creare un’alternativa al teatro di regia dove l’idea del regista è l’unica cosa che conta. Abbiamo smesso di raccontare storie ed è quello che dobbiamo ricominciare a fare per mostrare al pubblico che un altro teatro è possibile, che non esiste solo il grande teatro, coi grandi nomi, dove il pubblico fatica a riconoscersi, ma tornare a parlare realmente alle persone che stanno in platea, tornare a fare teatro per loro. A lungo andare ci siamo dimenticati del pubblico.

La Banda Bonnot fu nota soprattutto per i suoi colpi. Benedict Cumberbatch, famoso attore inglese, afferma: “Qualsiasi attore che dice che non ruba, sta mentendo”. Quanto siete d’accordo? Da studenti o da professionisti, avete mai “rubato”?
Sì certo, in continuazione. Io, infatti, cito sempre Picasso, il quale diceva che un artista mediocre copia, un genio, o un bravo artista, ruba. Credo che rubare – e quindi riconoscere in un altro artista qualcosa di grande – sia un atto di umiltà: rubarlo, farlo proprio e riproporlo in modo diverso è un atto di crescita.

La Banda agiva con l’intento di intimorire la società capitalista con audacia e sfacciataggine. Voi che messaggio volete lasciare al pubblico?
A noi piace, oltre che farli viaggiare con la fantasia e l’immaginazione, mostrare che alle volte è davvero difficile schierarsi. La vita, in quanto tale, non offre soluzioni dirette. Quando crediamo di avere delle certezze, se non smettiamo di cercare, di informarci e di ascoltare anche chi la pensa in modo diverso da noi, il più delle volte ci rendiamo conto che non esiste un’unica verità e dobbiamo essere cauti nel condannare o idolatrare qualcuno. E l’altro messaggio che riteniamo fondamentale è il non smettere mai di lottare, per noi e per gli altri perché, se ci definiamo uomini liberi, solo con le nostre azioni lo possiamo dimostrare.

La vostra Compagnia è di recente formazione: com’è nata la collaborazione fra voi? E il nome cosa significa?
Ci siamo riuniti per mettere in scena In Ogni Caso Nessun Rimorso. Ci siamo conosciuti negli anni di formazione, nonostante provenissimo tutti da cinque diverse scuole di recitazione riconosciute a livello internazionale: avere diverse formazioni porta a conoscere un nuovo approccio al lavoro e di conseguenza una contaminazione e una crescita maggiori, e questo ci piaceva molto. Lo stesso nome della Compagnia viene dal nostro primo incontro tutti insieme. Abbiamo cominciato la lettura del romanzo e poi le prove a Livorno dove viveva Mauro, in Borgo dei Cappuccini, per mettere in scena la storia di Jules Bonnot. Abbiamo unito e italianizzato questi due nomi, Borgo e Bonnot, ed ecco che sono nati i Borgobonó.

Progetti futuri?
Ci stiamo pensando. Avendo speso tanti anni per mettere in scena In Ogni Caso Nessun Rimorso, ma soprattutto vedendo la reazione del pubblico e degli addetti ai lavori, speriamo di farlo girare ancora. Per i prossimi progetti, comunque, non ci dispiacerebbe lavorare insieme a nuovi attori per crescere ancora, sia come individui che come compagnia. Speriamo quindi di ri-vederci presto!

Chiara Ragosta, 06/12/2018

Un sogno nella notte di mezzestate, in scena dal 15 al 22 di novembre al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, è un’opera grande, in due sensi. Innanzitutto, letteralmente: non taglia, non accorcia, non comprime, mantiene i tempi e la struttura del capostipite, il testo shakespeariano non a caso tra i più rappresentati dell’autore. E poi nel senso figurato: nei suoi oltre 120 minuti di spettacolo supera ripetutamente le aspettative di uno spettacolo ambizioso, fedele e al contempo declinato nell’attualità, producendo una pozione, un farmaco dagli effetti allucinogeni, sì, ma anche benefici.
Quando si avvicina a una messa in scena di William Shakespeare, i sentimenti del pubblico sono dei più disparati: dalla speranza di assistere a qualcosa di nuovo, allo scetticismo e al timore che, nel disperato tentativo di ricerca, lo spirito originario si sia disperso del tutto. Per questo il percorso di Tommaso Capodanno, regista diplomando, con questo saggio, dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, è pregevole. Il testo, curato nella traduzione (coraggiosa) curata dallo stesso Capodanno insieme a Matilde D’Accardi, è abbondante ma, grazie a una dieta registica minimale attentissima ai dettagli, risalta leggero. Nei versi corre una musicalità sotterranea, nascosta in bella vista: frequenti le parole in rima, quasi mai accentate dal parlato, molto più vicino alla spontaneità che a qualsiasi metrica. Si ha quindi una percezione vaga, ma consistente, della poesia, che ben si addice tanto a un autore sacro quanto alla sua opera dissacrante.
La regia, che non invade gesti e parole, si manifesta visionaria nella capacità di riempire una scena spoglia di personaggi solidi, sfaccettati nella loro schiettezza, con pochi ma significativi costumi (a cura di Graziella Pepe e Alessia Gentile) e tanto simbolismo. Togliersi le scarpe col tacco equivale all’abbandono della civiltà ateniese, verso la follia senza legge né morale del bosco. Le maschere sono tali dentro il palco, ancor prima che fuori. L’imbroglio, lo scambio di ruoli e generi sessuali è reale, non reso necessario dall’avvicendarsi dei tanti attori (14) ma da scelte che approfondiscono l’interpretazione della trama. Il principio metateatrale, sprezzante e autoironico nel finale di Piramo e Tisbe, è applicato a tutto lo spettacolo, per giunta su più strati. Assistiamo perciò a scene stranianti dal fortissimo potenziale immaginifico: rave orgiastici nel bosco, danze d’accoppiamento, riti scambisti e, infine, l’alba del risveglio, dello svelamento e del rivestirsi, senza che niente risulti di troppo.
Domata quindi la bestia della rilettura di un classico, il regista capitalizza il tutto con la performance maiuscola dei suoi interpreti, tutti puntuali alla sillaba, nonostante il peso del “sogno” ricada anche sulle loro spalle. Lacrime, risate, paure e desideri sono evocati con stratagemmi estremamente esigenti, come le metamorfosi del “Chiappo” di Domenico Luca o il Puck “gemellare” di Aaron Tewelde e Nicoletta Cefaly, dall’inquietante e incredibile recitazione all’unisono. Da menzionare anche le luci di Camilla Piccioni, capaci di scolpire dal buio atmosfere deliranti o da brivido, secondo necessità.
Un sogno nella notte di mezzestate” si rivela quindi una ricetta complessa, stratificata, audace e di grande responsabilità, che riesce a saziare anche il palato più esigente con la ricchezza del suo gusto, cui convergono i suoi tanti e tali ingredienti. Non era facile immaginare uno Shakespeare così, e ora non è facile dimenticarlo.

Andrea Giovalè
16/11/2018

«Un sogno nella notte di Mezzestate è fatto di tranelli, doppi ruoli e giochi di potere. Ma soprattutto parla di un sogno: la vera anima dello spettacolo»: con queste parole Tommaso Capodanno presenta la sua versione di una delle più amate commedie di William Shakespeare, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma dal 15 al 22 novembre. Recensito ha intervistato il giovane allievo-regista dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: opinioni e riflessioni, un “dietro le quinte” del suo saggio di diploma.

Perché misurarsi con William Shakespeare per il saggio di diploma?
Più che William Shakespeare, ho proprio scelto in base al testo: Sogno di una notte di mezza estate. Perché è stato il percorso di questi tre anni: cercare di capire cosa posso fare e cosa no, alzare l’asticella e rendere la sfida sempre un po’ più complicata. Mi sono detto: quando mi ricapiterà di fare uno spettacolo con quattordici attori? Volevo mettermi in gioco e vedere cosa sarebbe successo, comprendendo meglio i miei limiti e i miei punti di forza. Nello spettacolo ci sono i costumi di Graziella Pepe e le luci fantastiche di Camilla Piccioni, ma il grosso della rappresentazione è basato sul testo, tradotto insieme a Matilde D’Accardi, e al lavoro svolto con gli attori, non c’è altro. Quando, durante le prove, qualcosa non funziona, si riprende il testo di Shakespeare e lì si intuisce che o sei tu regista o tu attore che ha sbagliato un attacco o un’intenzione rispetto a quella che è l’indicazione originale del Bardo. Se qualcosa non va, è colpa nostra, non sua. Ed è bello tuttora mettersi con e contro un colosso di questo tipo. Non so, però, quale sarà la risposta del pubblico, sono molto curioso. Sarà una prova e un’esperienza anche questa.

Per quale motivo proprio questa commedia shakespeariana, dunque?
Sogno di una notte di mezza estate è un testo che mi perseguita dal liceo. Il primo personaggio che ho interpretato a teatro è stato un Puck e, quindi, mi piaceva chiudere questo lungo percorso che parte da prima dell’Accademia con questo spettacolo, prima di iniziare altro. Mi interessava concluderlo con un’opera che è un saluto a qualcosa di vecchio e un benvenuto a qualcosa di nuovo, che è un rito di fertilità, un augurio per le nuove generazioni, per le nuove nascite. È un testo che parla di morte e di rinascita e mi allettava l’idea di compiere questo rito con la maggior parte dei miei compagni di classe.IMG 7305

L’opera è stata più volte trasposta o adattata. Che versione hai voluto dare tu?
È una domanda difficilissima. Ho provato a fare Shakespeare senza adattarlo o ambientarlo in nessun luogo specifico. Ho lavorato molto sulle immagini del testo e sull’idea di bosco come rave party, ma senza caratterizzare i personaggi come suoi frequentatori o cubisti. È un’opera che parla di poesia, amore, magia, immaginazione, follia e la mia regia parla di cambiamento, potere, rinascita. Sono un appassionato di psicanalisi, di interpretazione dei sogni e ho cercato di capire cosa significa mettere in scena un sogno, che a volte è un incubo probabilmente. Con Graziella Pepe abbiamo lavorato molto sulle immagini oniriche: le maschere sono state create dalla sua fantasia, stimolata dal diario dei miei sogni. Ho cercato insomma, di costruire delle situazioni che venissero dal mio mondo onirico e di mettere queste cose dentro Shakespeare.

Cos’è il sogno per te?
Tutto quello che non si può esprimere con il linguaggio verbale se non tramite immagini. Shakespeare in questo è maestro: riesce a raccontare le immagini attraverso le parole, a conciliare l’inconciliabile. Abbiamo lavorato molto sugli opposti, sui contrari: ci sono due Puck, un ragazzo e una ragazza, ci sono Teseo ed Ippolita che giocano a scambiarsi il ruolo di potere e di notte Ippolita diventa Oberon e Teseo diventa Titania. È un testo che è comico e tragico al tempo stesso, lungo e breve. Tutto ciò che è razionale fa parte del mondo maschile: la città, la legge di Atene, il pensiero. Il mondo femminile è l’irrazionale, il sogno, la notte, l’emozione. Abbiamo giocato su questi opposti continuamente. Il sogno per me è tutto ciò che fa parte del mondo irrazionale: è un linguaggio comprensibilissimo, solo che il codice è diverso, non è linguistico, verbale, ma è composto da immagini che possono diventare simboli, a volte.

Tra questi due mondi esiste un equilibrio?
Secondo me sì. Esiste anche alla fine del testo, perché nel quinto atto, dopo che sono usciti tutti dal bosco, ogni battuta è il contrario di un’altra e, forse, Shakespeare trova l’unione nell’immaginazione che accumuna i poeti, gli attori, i teatranti, gli artigiani del sogno, gli innamorati e i pazzi. È nell’immaginazione che il Bardo concilia i due opposti: in quella di chi guarda e di chi recita.

E il Teatro è più razionalità o più immaginazione?
È un equilibrio sottilissimo fra le due. Una cosa che ho ripetuto continuamente agli attori è appunto che lo spettacolo, soprattutto per come l’ho impostato, è sempre in bilico, si regge su una lama e può diventare, da un momento all’altro, o una sorta di Zelig oppure un dramma noiosissimo. Non ho adottato un solo stile di regia, ma ne ho mischiati vari: ogni atto è montato in maniera diversa e ho cercato di trovare una coerenza nell’incoerenza. In questo testo, in particolare, l’intreccio è molto complesso, difficile, folle. Unisce artigiani, gente del popolo, con innamorati dell’alta società, duca, duchessa e fate: nello stesso bosco si incontrano mondi completamente diversi ed è in questa disarmonia che nasce l’armonia. Mischiarsi, perdersi, ritrovarsi e poi uscire completamente trasformati da questo bosco.

Tu sei uscito dal bosco?
Forse sì, ma forse anche no. Mi piace starci, magari comincio ad arredarlo (ride, ndr). A volte è solo un’illusione uscirne fuori.

COPERTINACom’è stato dirigere quattordici attori?
Un inferno, un incubo! (ride, ndr) No, scherzo. È stato divertentissimo. Le prime domande che ho fatto sono state: ma come si fa a far fare l’artigiano all’attore nel 2018? E come si rappresentano le fate? Il rischio è cadere nella pantomima, nel ridicolo. Noi abbiamo trovato delle soluzioni, forse. O meglio: abbiamo cercato di portare in scena il problema, forse facendo delle scelte estremamente semplici e immediate, sia a livello di recitazione che di regia. Potrebbero premiarci oppure no, ma questa è la strada che abbiamo percorso insieme. Sono tutti attori che conosco molto bene, a cui sono molto affezionato. Con ognuno ho fatto un lavoro completamente diverso, quindi è stato difficile star dietro alle esigenze di tutti. Però è stato molto divertente, emozionante e ripagante vedere i risultati. Bisognerebbe avere più spettacoli con giovani attori, perché il teatro è un rito e più siamo a celebrarlo e più le energie che vengono tirate in campo sono forti.

Nel comunicato stampa si legge che questo spettacolo è, per te, un inno alla femminilità
Sono partito da un ragionamento: ci sono tante immagini in questo testo e anche un forte gioco di opposti. Il giorno e la notte, la città e il bosco, Teseo, che è la legge dell’uomo, e Ippolita, che è la regina delle Amazzoni conquistata da Teseo ma che segue le leggi della natura. C’è una battuta che mi ha fatto riflettere: Teseo condanna a morte Ermia e, prima di uscire, chiama Demetrio ed Egeo con sé e anche Ippolita, alla quale chiede che cosa abbia. Nella versione inglese questa domanda suona come: cosa ti turba? Sicuramente in quel momento succede qualcosa ad Ippolita, la quale sta zitta per tutto il tempo e che, secondo me, esce molto arrabbiata dall’affronto che Teseo fa alle donne tramite la pena inflitta ad Ermia, ragazza che deve obbedire alla volontà, alla legge del padre Egeo, il quale non cambierà mai, neanche dopo essere uscito dal bosco e con Teseo che acconsente al matrimonio della ragazza con il suo innamorato: Egeo continua ad appellarsi alla legge, per ottenere un’unione che garantisca la successione in linea di sangue e Teseo lo blocca affermando che solo la sua volontà è legge. Da quel momento Egeo sparisce. L’idea era, quindi, di estremizzare molto questi opposti: se Teseo è la legge che governa di giorno, allora che sia Ippolita a diventare Oberon e a regnare di notte. E poi capire come il maschile si ricompatta al mattino successivo dopo le vicende notturne. A me sembra che in tutto il testo ci sia un’invocazione continua al bisogno di riconciliare i due opposti – si citano spesso la luna, la dea Diana… – e io sento, come essere umano, il bisogno in questa società di una riconciliazione del patriarcato, che si sta autodistruggendo, con la sua parte opposta, che il patriarcato impari da essa. E viceversa. In questo senso è un inno alla femminilità: vuol dire accettare tutta una parte emotiva e irrazionale che la società maschile reprime e non considera, che tiene da parte. C’è bisogno di unire le due cose, di stare in ascolto dei propri pensieri ma anche delle proprie emozioni. Non si può essere più solo Teseo o solo Ippolita.

È questo che vorresti far emergere dallo spettacolo?
Ci provo e spero venga colto. A parte lo scambio di ruolo, non c’è molto altro che lo sottolinei, non l’ho voluto io. Però ne ho ragionato a lungo con gli attori, interrogandoci sulla questione e mi auguro che la traduzione faccia emergere questa riflessione. Ma non volevo fare una regia basata solo su questo tema, perché chiude ad altre possibilità su un testo che invece ne apre molte. La forza di Shakespeare è questa. È un’opera che investiga l’essere umano in quanto animale sociale, l’istinto e il pensiero, la razionalità e l’irrazionalità.

Come avete affrontato la traduzione con Matilde D’Accardi?
Siamo rimasti fedeli a Shakespeare. Nel senso che ci siamo presi delle libertà cercando di restituire esattamente il senso che secondo noi lui voleva dare con una certa battuta. La difficoltà è stato tradurre da una lingua, come l’inglese, polisemantica a una, come l’italiano, che è molto meno aperta all’ambiguità. E abbiamo cercato il più possibile di mantenere i giochi di parole e, in maniera folle e sconsiderata, anche la struttura: dove ci sono versi abbiamo scritto in versi, ad esempio, abbiamo tenuto tutta la costruzione delle rime e la prosa è stata tradotta in prosa. Con Matilde avevo già collaborato per altre cose fatte in Accademia: mi trovo molto bene con lei e il nostro lavoro è durato da aprile fino a settembre.

La tua laurea in Psicologia quanto ha influito sul lavoro con gli attori?
Il giusto. Dicono che li manipolo, ma non è vero (ride, ndr). Sto imparando con il tempo. Dirigere l’attore è, secondo me, la cosa più bella del lavoro di regista ed anche quella che trovo più complessa, perché ogni volta ti confronti con testi ed essere umani diversi, devi riuscire a metterli a loro agio e tirare fuori il meglio possibile senza che diventino indisciplinati. IMG 7300

A chi ti sei ispirato o a chi hai fatto riferimento per la messa in scena?
Questa è una domanda infame! A nessuno, sinceramente. Di sicuro ci saranno scene che faranno affermare che è già stato visto o detto. Ecco, questa è una frase che mi fa innervosire: quando si esclama che una cosa è già stata fatta negli Anni Settanta, ad esempio. A me viene da rispondere che i giovani non vanno più a teatro anche per ciò: quello che gli altri hanno già visto non si può più fare e quindi noi ragazzi che non l’abbiamo vissuto non lo potremo vedere mai?

E vorreste anche farlo, giusto?
Certo! Fateci fare cose che avete già visto. Capisco che il teatro è per tutti e che tutto è già stato visto, ma dipende da chi. Ora ci sono i media e puoi andarti a vedere le registrazioni di chi vuoi, ma il teatro va fatto dal vivo e io dal vivo certe cose non le ho mai osservate e, quindi, voglio prendermi la libertà di vederle, ma anche di farle e farle a modo mio.

Chi vorresti vedere seduto in platea?
Un po’ di persone che non ci sono più, purtroppo. Non vorrei sembrare autoreferenziale, ma di persone a me care vorrei vedere la mia famiglia e sicuramente ci sarà in parte. Ho fatto questo spettacolo pensando molto ai miei genitori. Mi sono detto: se lo capiscono e piace a loro, allora va bene. Non ho considerato un pubblico di addetti ai lavori. E vorrei seduti in teatro tanti giovani al di sotto dei 30 anni, soprattutto quelli che non hanno ancora mai visto Sogno di una notte di mezza estate.

Che cosa vorresti trasmettere a questi giovani?
Altra domanda infame! (ride, ndr) La passione che abbiamo noi per questo lavoro, l’entusiasmo che c’è dietro, il divertimento con cui lo facciamo e sicuramente ciò che cerca di trasmettere Shakespeare con questo testo, ossia conciliare la nostra parte umana con quella animale.

Com’è stato il tuo percorso in Accademia?
Sono entrato con l’idea di chiudermi in un posto per cercare di capire alcune cose di me e come regista cosa mi interessa davvero fare. È stato un cammino di scoperta continua, molto più destrutturante che di costruzione. Sicuramente ho compreso cosa non bisogna fare. In questi tre anni abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con diversi autori e maestri, tra cui Giorgio Barberio Corsetti, Arturo Cirillo, Massimiliano Civica, Valerio Binasco: mi hanno insegnato tanto, è stato bello vedere come ognuno di loro porta e ti porta dentro il proprio mondo. Abbiamo affrontato anche vari autori, come Heiner Müller, che non conoscevo e della cui scrittura mi sono innamorato, o come Tennessee Williams. È stato un bel percorso da condividere con i miei colleghi registi e attori.

IMG 7342L’incontro più emozionante, quello che ti ha fatto pensare di aver fatto la scelta giusta?
Non c’è stato. Anzi, c’è stato quello che mi ha fatto esclamare il contrario (ride, ndr). Scherzo. Forse l’incontro con Heiner Müller. Difficile dire, invece, qual è stato quello più emozionante, perché non ce n’è stato uno in particolare.

Chi sono i tuoi registi preferiti?
I miei compagni di classe Paolo Costantini e Marco Fasciana.

Più cinema o più teatro?
A me piacerebbe fare più teatro. Il cinema, per ora, non si può affrontare per incompetenza mia (ride, ndr).

Progetti futuri?
Fondare un’associazione culturale con Marco Fasciana e Paolo Costantini. Poi ci sono dei progetti da portare avanti con l’Accademia ancora per un po’. E vorrei presentare qualcosa alla Biennale Teatro di Antonio Latella (a Venezia, ndr).

Chiara Ragosta, 14/11/2018

Fino al 6 gennaio 2019, in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Roma Fumettara, curata dalla Scuola Romana dei Fumetti in occasione dell’anniversario dei propri 25 anni d’età. La SRF nasce nel 1993 da un gruppo d’autori romani, sceneggiatori e disegnatori, e svolge da allora un importante ruolo nel campo della formazione, della promozione culturale e della produzione editoriale.
Con il tempo, al gruppo iniziale, si sono aggiunti molti ex allievi affermatisi nel campo del fumetto, dell’animazione del cinema e dei videogiochi. Si sono così mescolate generazioni, stili e professioni, e sono nati progetti di rilievo come “I Grandi Miti greci a Fumetti di Luciano De Crescenzo” (Mondadori/De Agostini) e il cartone animato “Ulisse il mio nome è Nessuno” (RAI 2), vincitore del premio Kineo/Diamanti al Festival del cinema di Venezia nel 2012.
Nella mostra a ingresso gratuito sono esposte opere di autori, docenti o ex allievi della Scuola Romana dei Fumetti, ognuno con la sua personale visione della città eterna. È possibile ammirare lavori di Massimo Rotundo (Tex), Stefano Caselli (Marvel), Marco Gervasio (su Topolino, autore di Fantomius e PaperTotti), Eugenio Sicomoro (Bonelli, Glenàt, Dupuis), Arianna Rea (Disney America, Tunué), Simone Gabrielli (Glénat e Bonelli), Maurizio Di Vincenzo (Dylan Dog), Lorenzo “LRNZ” Ceccotti (Bao Publishing), Riccardo Federici (DC Comics).
Questo solo per citare qualche nome, da una lista di grande quantità e qualità. Ogni autore sarà il tassello di un ricco mosaico che rappresenta non solo una città, ma un percorso nel tempo e nello spazio, in un luogo di nascita e maturità artistica. “Roma Fumettara” è il racconto appassionato della capitale e allo stesso tempo della Scuola Romana dei Fumetti, che nella città trova, oggi come nel 1993, espressione ideale della propria identità. In una parola: casa.

Andrea Giovalè
9/11/2018

Dal prossimo giovedì 15 novembre in scena al Teatro Studio "Eleonora Duse" di Roma una tra le opere più conosciute, di successo e sfaccettate di William Shakespeare: per la regia dell’allievo regista Tommaso Capodanno, diplomando all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, “Un sogno nella notte di mezzestate” resterà in scena fino al successivo 22 novembre.
Proprio per le sue molte sfaccettature, il celebre “Sogno” è stato riletto e reinterpretato innumerevoli volte da altrettanti autori e attori protagonisti del teatro. Ciononostante, ancora oggi non fatica a donare punti di vista attuali e, più che moderni, contemporanei. Nelle parole del regista, “Lo spettacolo diventa un urlo contro le imposizioni e le finte regole, contro il potere maschile e maschilista. Shakespeare è un profondo conoscitore dell’animo umano e, anche a distanza di secoli, questa sua favola può essere una perfetta riproduzione della nostra modernità e di attuali necessità”.
Lo spettacolo, d’altronde, non è ricco soltanto di significati, ma anche di voci. Ben 14 saranno i giovani attori dell’Accademia a prendere parte al gioco di ruoli, tranelli, menzogne, desideri, incantesimi, scherzetti e verità: Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Nicoletta Cefaly, Simone Chiacchiararelli, Carolina Ellero, Marco Fasciana, Lorenzo Guadalupi, Domenico Luca, Marco Valerio Montesano, Tommaso Paolucci, Francesco Vittorio Pellegrino, Francesco Pietrella, Rebecca Sisti, Aron Tewelde.
Tutti protagonisti, pochi costumi, tante maschere e nessuna scena, questi gli indizi di una regia che intende esaltare la spettacolarità, nel vero senso della parola, del testo shakespeariano. Questo l’obiettivo del saggio di diploma di Tommaso Capodanno (occupatosi anche della traduzione dall’originale, insieme a Matilde D’Accardi), accoglierci in un bosco magico che ha il sapore di rave party, parlare diversi linguaggi scenici e oltrepassare i confini stessi del teatro. Ancora nelle sue parole: “Tra sessualità e delirio onirico, come in una favola orgiastica, “Un sogno nella notte di Mezzestate” è un inno alla libertà, alla femminilità. Un inno alla vita.
Appuntamento al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, in Via Vittoria 6, tutti i giorni dal 15 al 22 novembre, sempre alle ore 20 tranne la domenica, alle ore 18. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, al numero 334 1835543.

Andrea Giovalè
12/11/2018

Dai verdi pascoli della sua (immaginaria) terra, in fuga da un padre imprenditore che incomprensibilmente non approva il suo amore per la magia, è giunto nei teatri italiani Il Mega Mago del Maggikistan. Dopo il successo in sala raccolto al Roma Comic Off 2018, l’eccentrico, esilarante, affascinante Mega Mago, accompagnato dalla fedele assistente Felafel, promette di far divertire, in un nuovo unico, scoppiettante atto a suon di gag e battute brillanti, anche il pubblico del Teatro Studio Uno, dal 25 al 28 ottobre. Ad interpretarlo c’è sempre Luca Laviano, affiancato sul palco da Elisabetta Girodo Angelin e Dimitri D’Urbano, e alla regia da Riccardo Maggi. Recensito ha incontrato i quattro artisti, i quali hanno raccontato qualcosa in più di questo personaggio e della loro prima collaborazione insieme.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

L.L.: Il progetto originario è di Elisabetta, Riccardo e mio. Questo spettacolo prende le mosse da uno sketch di strada che abbiamo messo su noi tre l’estate scorsa. Le idee sulla storia e sui personaggi sono di tutti, anche di Dimitri, il quale è stato coinvolto in seguito. Quando abbiamo deciso di portare il Mega Mago in un teatro, ho raccolto i nostri spunti e le nostre intuizioni e ho messo tutto su carta, curando in particolare la struttura del testo e i dialoghi. Ma questo personaggio mi è entrato talmente dentro che, in fin dei conti, su qualsiasi proposta, l’ultima parola spettava a me.

Dalla strada al palcoscenico teatrale, dunque. Cosa vi ha convinto?

L.L.: Il Mega Mago è un personaggio così carismatico, con un background prepotente che spiccava e voleva emergere: pensavamo meritasse di avere più spazio.

D.D’U.: Era giusto esprimere in teatro il potenziale che dimostrava di avere.

R.M.: Nel momento in cui è stata accennata una bozza di trama, ci siamo resi conto che poteva essere pensato come spettacolo e non come un semplice corto.42179573 715342662176954 6495786084104929280 n

Quali ispirazioni avete avuto? Nello spettacolo si possono rintracciare battute che si rifanno a Boris (serie televisiva italiana, prodotta dal 2007 al 2010, che mostrava il dietro le quinte di un set televisivo), o ai Boiler (trio comico formato da Federico Basso, Gianni Cinelli e Davide Paniate, che a Zelig portava spesso lo sketch dei “finti giornalisti”), ad esempio.

L.L.: Ci siamo chiesti semplicemente il Mega Mago chi fosse: così è nata la famiglia del Mega Mago. Sarà che sono un “terrone” emigrato a Roma, ma mi piaceva anche il tema del viaggio, del sogno da inseguire. Infine, ci siamo resi conto che sarebbe stato opportuno anche un antagonista. Per quanto riguarda le gag e le battute, io definisco il Mega Mago uno spettacolo di cui non puoi fare la parodia. Tutti gli attori, durante le prove di una rappresentazione, che sia quella più divertente o la più drammatica del mondo, fanno una “scimmiottatura”, per giocare e smorzare la tensione. Del Mega Mago non si può, perché tutte le arguzie o le canzonature che ci venivano spontaneamente, le abbiamo inserite nella sceneggiatura. Quegli omaggi, o i rimandi a cose note, derivano proprio da ciò. Sfido chiunque a fare la parodia del nostro spettacolo. Abbiamo inserito ciò che da pubblico o da addetto ai lavori, si ha sempre sulla punta della lingua ma non si ha il coraggio di fare.

R.M.: Alla battuta menzionata da Boris ci tengo personalmente. Perché è la mia preferita degli ultimi dieci anni: c’è chi cita l’Amleto, io cito Boris.

Chi è il regista?

L.L.: Riccardo ha curato la regia dello sketch di strada. Ma poiché, come dicevo prima, sono molto legato al mio personaggio, in comune abbiamo deciso di essere i co-registi per lo spettacolo a teatro.

E per Riccardo Maggi cosa significa avere a che fare con un co-regista che è anche l’attore principale?

R.M.: Sicuramente è un’esperienza positiva, dato che sono abituato ad essere sempre da solo alla conduzione di uno spettacolo. È stato un esperimento riuscito e sono molto contento di ciò. Il Mega Mago nasce come lavoro corale e, quindi, è giusto che ognuno porti il suo contributo: io, semplicemente, sto “fuori” dal palco, curo quelle piccolissime specificità, un’azione scenica un po’ più precisa ad esempio, e fornisco un primo sguardo esterno. Non mi azzardo a fare la regia totale perché sarebbe togliere qualcosa al lavoro di tutti. Luca ha più l’idea della scena in generale, io invece, da fuori, consiglio dove aggiustare il tiro.

D.D’U.: Per farla breve, Riccardo mette ordine alle “sparate” di Luca.

Com’è andata la vostra esperienza al Comic Off 2018 di Roma?

E.G.A.: È stato un banco di prova, per testare il rapporto con il pubblico. Ci ha permesso di sviluppare lo spettacolo e giungere ad un punto (dopo la “pillola” di luglio al Teatro Studio Uno nell’ambito della rassegna Tutto in 12 minuti, ndr).

L.L.: A dirla tutta, se avessimo avuto più tempo per leggere dettagliatamente il bando del Comic Off, probabilmente non avremmo aderito, poiché non rispecchiava in pieno il tipo di lavoro che stavamo facendo. Siamo tutti soddisfatti del riscontro positivo ottenuto dal pubblico, questo sì. Ma delle personalità legate all’ambito teatrale non è venuto nessuno, a parte il critico assegnato come di consuetudine e il direttore artistico del Teatro Petrolini. Per una rassegna dedicata al teatro comico, ci saremmo aspettati una giuria di qualità, che guardasse con obiettività tutti gli spettacoli prima di candidare e/o premiare i partecipanti. Cosa che, non solo a noi, ma anche ad altre compagnie, non è parso ci fosse.

Per voi il Teatro è più viaggio o più magia?

L.L.: Il Teatro è un viaggio in un tunnel quantico magico. Va bene come risposta? (ride, ndr)

D.D’U.: Il Teatro è come un palazzo in cui c’è una stanza. E dentro questa stanza si porta il risultato di un viaggio che, non fermandosi esclusivamente ad un atto professionale, viene arricchito in diretta di quelli che possono essere imprevisti, novità o proposte. Che poi sono quelle cose che compongono una certa parte magica. Non so se sono stato chiaro. Ad ogni modo, il Teatro è quello spazio dentro cui si raggiunge il compimento di un percorso, di un viaggio, nel quale avviene la magia.

42200814 715343182176902 1333119872577568768 nTutta questa affinità tra voi dove nasce? Non siete una compagnia stabile…

R.M.: Probabilmente proprio dal fatto che non ci siamo messi a tavolino a porci quelle domande che si fanno tutte le compagnie, come ad esempio a quali risultati arrivare e in quanto tempo, a chi assegnare quello o questo ruolo, cosa si deve fare e quando… É il primo progetto a cui ci dedichiamo tutti e quattro congiuntamente, quindi si è trattato di creare un gruppo in itinere, dove piano piano ognuno ha trovato la sua strada, arrivando a collaborare bene insieme agli altri. Non avevamo uno schema predefinito a cui riferirci, ma abbiamo lavorato direttamente sulla pratica, che forse è la cosa migliore in questi casi.

Nello spettacolo utilizzate una commistione di linguaggi: non c’è solo quello teatrale, ma fate leva anche su uno più televisivo e cinematografico. Come mai questa scelta?

L.L.: Nel momento in cui il Mega Mago ha avuto un background, è nata anche la sua infanzia e quindi l’allevamento delle vacche da latte del Maggikistan. C’era bisogno di creare uno spot, una cosa stucchevole con delle musiche molto rassicuranti. Avevamo l’esigenza di comunicare questo tipo di informazione al pubblico in maniera veloce, quindi ho pensato di farne un trailer e di proiettarlo in teatro. Il linguaggio cinematografico è entrato, così, di prepotenza nello spettacolo. Da spettatore non amo molto il video in teatro, ma solo se non è perfettamente integrato nella storia. Non c’è una presa di posizione aprioristica comunque. Con il Mega Mago non voglio dare nessun contributo significativo al Teatro – ma se così fosse, ben venga. È uno di quelli spettacoli che fanno ridere il pubblico e dove anche chi è in scena si svaga, uno di quelli che anche i nostri colleghi vorrebbero fare per divertirsi. E questa era la mia ambizione.

D.D’U.: Ci siamo permessi di lavorare, al di là della recitazione effettiva, anche con le proiezioni, con momenti di coreografia e di danza pura, esclusivamente perché Riccardo dal banco di regia ce l’ha permesso. Non c’è la voglia di dare una linea o andare contro un percorso che sta facendo il Teatro in questo momento.

R.M.: Da regista e autore di altri testi, mi piace sia la commedia che la tragedia, lavori con video o senza, scenografie e costumi elaborati o essenziali, ma non mi pongo domande su come il teatro si stia evolvendo ora. Cerco di fare quello che mi piace e che spero piacerà al pubblico.

E.G.A.: Abbiamo genuinamente giocato, insomma.

Quanta improvvisazione c’è sul palco?

R.M.: Durante la prima serata (al Teatro Petrolini, ndr), sicuramente c’è stata più capacità di improvvisazione, perché è uno spettacolo difficile, pur essendo divertente per il pubblico e per gli attori. È molto orchestrato, è una macchina. Già durante la seconda serata insieme, qualcosa è cambiato e siamo riusciti a regolare meglio, tra i due atti, le energie di ciascuno. È uno spettacolo che va assestandosi.

L.L.: In generale, noi tutti dobbiamo stare attenti a non improvvisare troppo. Soprattutto Dimitri ed io che, conoscendoci da anni, siamo molto complementari in scena.

D.D’U.: Dovremmo cercare di non divertirci troppo noi a discapito del pubblico, intende.

Che rapporto avete con la magia? Ci credete?

D.D’U.: Beh, lo spettacolo è piaciuto. Quindi penso proprio di sì. (ridono, ndr) Battute a parte, io credo alla magia del Mega Mago. Non è necessaria una magia canonica, intesa come reale, fatta di poteri sovrannaturali, per affezionarsi a colui che potrebbe apparire un imbroglione a tutti gli effetti. L’incantesimo che fa è proprio questo: non essere realmente magico, ma essere amato ancor di più di quanto sarebbe un vero mago. Se questa è la magia, allora io ci credo.

L.L.: Io mi sono fatto questa domanda la seconda sera del Roma Comic Off. In sala c’erano tanti bambini, anche abbastanza piccoli. Pensavo che non avrebbero retto un’ora e mezza circa di spettacolo. E invece alcuni di loro volevano vedere di nuovo il Mago alla fine. Perciò anche io credo nella magia che ha creato il Mega Mago. È ingenuo, semplice, un cialtrone probabilmente, ma lui ci crede: come i bambini che candidamente credono che qualsiasi cosa possa diventare magico.

Potete parlarci anche degli altri personaggi?

E.G.A.: Io interpreto Felafel, l’assistente del Mega Mago. E ovviamente credo ciecamente a lui e alla sua magia. Come i miei colleghi, anche io mi diverto molto sul palco. Credo, inoltre, che senza Felafel non esisterebbe il Mega Mago, perché lei è la prima che crede in lui. Ah, e anche io sento le voci nel lobo dell’orecchio sinistro. (ride, ndr)

D.D’U.: Io invece mi sono abbastanza annoiato ad interpretare tutti gli altri personaggi. (ridono, ndr) Scherzo, ovviamente. Sono molto contento, dal punto di vista attoriale, di aver avuto la possibilità di fare un grande numero di ruoli all’interno dello stesso spettacolo. Ho raggiunto questo gruppo dopo gli altri e l’idea era che io potessi completare un cerchio. Ma ci siamo fatti prendere la mano e i personaggi sono diventati sempre di più, sia nello spettacolo dal vivo, sia tra quelli che si vedono nei video. Il Mega Mago dal Maggikistan 25 28 ottobre Teatro Studio Uno foro2

Chi vorreste veder seduto tra il pubblico?

E.G.A.: Sue Ellen, ovviamente! (personaggio immaginario della famosa serie tv statunitense anni Ottanta Dallas, interpretata da Linda Gray, ndr). Chiunque ne abbia voglia. E mia madre.

D.D’U.: Molti direttori di molti teatri. E tutti quelli che non sono ancora venuti.

L.L.: Non ci ho mai pensato davvero. Il premier?

R.M.: Forse sarà una cosa scontata, ma quanta più gente possibile è la mia risposta. Il mio sogno è che le gag del Mega Mago diventassero un fenomeno di massa.

D.D’U.: Inoltre vorremmo iniziare una tournée come quella descritta nello spettacolo e passare da Sidney, a Dubai, a Prignano sulla Secchia (comune in provincia di Modena, ndr). Anzi, tralasciamo Dubai e Sidney e andiamo direttamente a Prignano.

E.G.A.: Lanciamo un appello a Prignano! 

R.M.: E anche un hashtag: #megamagosullasecchia

Tre aggettivi per descrivere il vostro spettacolo?

D.D’U.: Come direbbe Celeste Turchino di Sinonimi, che passione! (personaggio dello spettacolo, ndr): divertente, simpatico, carino.

L.L.: Colorato, demenziale, saporoso.

E.G.A.: Balneabile, incendiabile, inafferrabile.

R.M.: Necessario, divertente, maggikistano. E chi vuol capire, capisca.

37010657 2152307341719284 4694448620882100224 nProgetti futuri?

E.G.A.: In questo momento stiamo provando un libero adattamento di Hotel Transylvania (film d'animazione americano del 2012, ndr): faremo uno spettacolo per bambini in una scuola ad Halloween. Luca sarà Dracula, mentre io la figlia Mavis e Dimitri farà Jonathan, che diventerà Johnnystein, oltre che Wayne il lupo mannaro e uno zombie travestito da umano. Individualmente farò diversi spettacoli per ragazzi, in particolare con la Nomen Omen (compagnia teatrale nata a Roma nel 2007, che mescola diverse tecniche, come il teatro di figura, clownerie e il teatro d’attore, ndr). E sto frequentando da diverso tempo un corso di circo.

R.M.: Dimitri, Elisabetta ed io porteremo in scena, al Teatro Trastevere dal 27 novembre al 02 dicembre, uno spettacolo inedito che si intitola Il Vangelo di Tijuana. È totalmente opposto al Mega Mago, nel senso che il pubblico potrebbe tornare a casa con il magone.

D.D’U.: Durante il prossimo anno cercherò di concentrarmi su un progetto che vede coinvolta anche Elisabetta e che si chiamerà Ah ah ah. O l’innocenza della follia.

L.L.: In futuro non si esclude neanche un Mega Mago – Il ritorno. Ma per il capitolo Mega Mago salva il Natale siamo in ritardo. Ci prenotiamo per la Pasqua. (ride, ndr) Personalmente continuerò ad insegnare teatro, pedagogia teatrale e a fare laboratori teatrali con spettacoli nelle scuole dell’infanzia.

Quanto ha influito questa esperienza a contatto con i bambini nello spettacolo del Mega Mago?

L.L.: Essere insegnante di teatro per bambini è una cosa che mi viene spontanea, sento di esserci portato. Il linguaggio che uso con i bambini quando faccio lezione, o negli spettacoli a loro dedicati, è simile a quello del Mega Mago. Forse per questo ha funzionato anche con un pubblico molto giovane. I personaggi che creo sono molto colorati, sopra le righe e hanno quel tipo di comicità universale, che arriva ad ogni fascia di età.

Nello spettacolo c’è più ironia o sarcasmo?

TUTTI: Più ironia, sicuramente.

 

C’è qualche genere con cui vi piacerebbe cimentarvi?

L.L.: Il mimo.

D.D’U.: Il black humor. Spero di affrontarlo molto presto. È tra i miei progetti.

R.M.: La satira. Ma ancora non ho trovato l’idea giusta e che non sia di un qualunquismo allucinante.

E.G.A.: Io vorrei riuscire a scrivere degli spettacoli miei, avvicinandomi al mondo del circo. Ho già delle idee.

Potete lasciare, ognuno di voi, un appello ai nostri lettori in stile Mago del Maggikistan?

L.L.: Vienite di teatro a vedere Mega Mago di Maggikistan, se no vi pikkio. Come dice noi a Maggikistan: vi pikkio.

D.D’U.: Partiamo da Celeste Turchino, che potrebbe dire: Sarei molto felice, contento, entusiasta se tutti voi avrete piacere di venire, di giungere, di farci compagnia a questo spettacolo, a questa messinscena se vogliamo, che è quella del Mega Mago, del Grande Mago dal, del Maggikistan. Mega Papà, invece, direbbe: Se tu non vieni a vedere Mega Mago io ti corco di botte.

E.G.A.: Come assistente Felafel, potrei avvisare tutti che questo spettacolo contiene numeri pericolosi e che bisogna stare attenti perché potrebbe provocare infarto, isteria di massa o tartaro.

R.M.: Io anche ho un personaggio che mi creo nella mia cabina di regia ed è il tecnico subnormale: io vi prega di venì a vedè Mega Mago da Maggikistan pecchè altrimenti lor me corcan de botte come tutte volte che no porta pubblico.

Un’ultima curiosità: sapevate che il Mega Mago è l’inizio di una filastrocca recitata alla trasmissione l’Albero Azzurro?

TUTTI: Assolutamente no, la cosa ci è nuova. Però ora vogliamo sentirla

D.D’U.: Diciamo che quando Luca era piccolo, l’Albero Azzurro era ancora un seme. (ridono, ndr)

Chiara Ragosta 23/10/2018

Chi era Tullio Saba? Un nome tra i molti, moltissimi, appartenenti alla Storia, quella con la S maiuscola. Ma anche la Storia, in fondo, si compone di storie, con la s minuscola. E quali sono quelle che compongono l’identità di Saba? Dove sta, se ne esiste uno, il confine tra la persona e il personaggio? Non è tanto alla ricerca di risposte, ma per sottolineare la forza di queste domande che prima Sergio Atzeni, con il romanzo del 1991, poi Gianfranco Cabiddu, con il film ispirato nel 1997 e oggi Marco Usai, con l’adattamento teatrale, hanno deciso di raccontarci “Il figlio di Bakunìn.
Andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma il passato weekend dal 18 al 21 ottobre, l’opera rappresenta subito il nucleo della questione: il trio di attori maschili (Marco Ceccotti, Tiziano Caputo e Piero Grant) esordisce come gruppo di anziani, entusiasti di tentare, senza troppa accuratezza, di risalire a un minimo comun denominatore di memoria. Presto raggiunti da Valeria Romanelli, cui sono delegate le testimonianze femminili, le voci si rivolgono direttamente alla quarta parete. Il pubblico, quindi, diventa il motore immobile dell’inchiesta, il giornalista che va in giro a fare domande su Tullio Saba.
Una ricerca destinata a dare i propri frutti, sì, seppure sovrabbondanti, confusi ove non contraddittori, che solo all’ultimo momento faranno i conti con la sete di verità del giornalista, stavolta quello vero, inconsapevole e refrattario deus ex machina di un labirinto borgesiano di testimonianze. Il circo di storie è animato dai già menzionati quattro attori, alle prese con una pletora di personaggi: conoscenti di Tullio, colleghi minatori, nemici politici, rivali in amore, amanti, amici, ognuno con un proprio frammento da aggiungere all’arazzo, e ansioso di farlo.
Gli interpreti fanno un buon lavoro di diversificazione e moltiplicazione, benché si noti la fisiologica preferenza per alcune voci, nella mischia, più profonde e centrali di altre. Dovendo rinunciare agli strumenti del montaggio letterario e cinematografico, “Il figlio di Bakunìn” teatrale opta per una successione lineare delle varie testimonianze, da quelle sul padre di Saba a quelle sulla sua presunta scomparsa.
La regia colpisce per grande pulizia e lo spettacolo rimane ordinato e chiaro senza rinunciare a diversi scambi tra racconto indiretto e flashback, a volte persino sovrapponendoli. Di contro, il ritmo non è sempre altissimo ma, comunque, sa quando riaddensarsi perché le parole, le storie e la leggenda colpiscano duro. Tutto ciò fino all’epilogo anticlimatico, che non può né vuole dare risposte definitive, dal sapore, a teatro a maggior ragione, marcatamente pirandelliano.

Andrea Giovalè
22/10/2018

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