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Con la cerimonia di premiazione svoltasi il 7 settembre, la settantaseiesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia entra, a suo modo, nella Storia: il più importante riconoscimento del festival, il Leone d’Oro al Miglior Film, è assegnato a "Joker", diretto da Todd Phillips, con Joaquin Phoenix nei panni di colui che diverrà la famigerata nemesi criminale di Batman. È dunque la prima volta che un film ispirato ai fumetti di supereroi (per quanto anomalo rispetto ai consueti cinecomics) si aggiudica un premio così importante, preludio forse ad una non meno clamorosa vittoria ai prossimi Oscar. Ma altri e non meno significativi sono gli artisti e le produzioni che ce l’hanno fatta. Il Gran Premio della Giuria è andato a "J’Accuse", dramma storico (e, inevitabilmente, politico) sull’affaire Dreyfus, nonché uno dei film più apprezzati di questa edizione, al netto delle polemiche (inevitabili?) che hanno coinvolto il regista Roman Polanski e la Presidente della Giuria Lucrecia Martel. Si aggiudicano invece la Coppa Volpi per i migliori interpreti Luca Marinelli col suo Martin Eden e Ariane Ascaride con la protagonista immersa nei conflitti familiari e sociali di Gloria Mundi. Entrambi gli attori hanno gettato un ponte tra la finzione cinematografica e le realtà cui i loro film e personaggi rimandano, dedicando i premi l’una a «tutti quelli che dormono per l’eternità nel fondo del Mediterraneo», l’altro a chi si trova «in mare a salvare altri esseri umani». Premiato col Leone d’Argento alla Miglior Regia lo svedese Roy Andersson per la riflessione sull’infinito del suo About Endlessness.

Altri importanti riconoscimenti sono andati a Yonfan per la sceneggiatura di No.7 Cherry Lane (intrigo amoroso ambientato nella contraddittoria Hong Kong degli anni ’60) e a Toby Wallace, Premio Marcello Mastroianni come Miglior Giovane Attore Emergente per la parte del tossicodipendente Moses in Babyteeth. Il Premio Speciale della Giuria è andato a La Mafia Non È più Quella di Una Volta, nuova provocatoria docu-satira del regista Franco Maresco sulle ferite aperte (non solo) della Sicilia. Assente l’autore, il riconoscimento è stato ritirato dal produttore Rean Mazzone, che nei ringraziamenti ha pronunciato un (mai troppo ribadito) «No a qualsiasi tipo di censura». Per la sezione Orizzonti la Giuria internazionale presieduta da Susanna Nicchiarelli ha assegnato il Premio per il Miglior Film a Atlantis (di Valentyn Vasyanovich), visione apocalittica sul futuro Dopoguerra del conflitto tra Russia e Ucraina. Altri riconoscimenti della sezione sono andati al regista Théo Court per Blanco en Blanco, agli sceneggiatori Jessica Palud, Pilippe Lioret e Diastème per Revenir, all’attrice Marta Nieto e all’attore Sami Bouajila per le rispettive performance in Madre e Bik Eneich- Un Fils. Il Premio Speciale della Giuria Orizzonti è stato assegnato a Verdict di Raymund Ribay Gutierrez, mentre Darling di Saim Sadiq ha vinto quello per il Miglior Cortometraggio.

You will die at 20 (di Amjad Abu Alala), parabola sul contrasto fra tradizioni ancestrali e desiderio di libertà di un ragazzo in Sudan, ottiene il Premio Venezia Opera Prima dalla Giuria internazionale presieduta da Emir Kusturica. Vincitore di Venice Virtual Reality è invece The Key di Céline Tricart, mentre gli altri riconoscimenti della sezione sono andati a A Linha di Ricardo Laganaro (Miglior Esperienza in Realtà Virtuale) e a Daughters of Chibok (Miglior Storia) di Joel Kachi Benson. Infine, per la sezione Venezia Classici sono stati premiati Extase (1933) di Gustav Machatý (Miglior Film Restaurato) e Babenco- Alguém Tem Que Ouvir o Coração e Dizer: Parou di Bárbara Paz (Miglior Documentario sul Cinema). Nel complesso, dunque, i premi di questa edizione sembrano testimoniare l’interesse per opere che indaghino, attraverso gli spazi e le epoche, contraddizioni e conflitti sociali vecchi e nuovi della nostra (delle nostre) società: senza per questo penalizzare il pluralismo di estetiche e percorsi artistici, ma valorizzando invece la tensione al coinvolgimento di un pubblico vasto. Lo avevano già anticipato, in fondo, i due Leoni d’Oro alla Carriera di quest’anno: da un lato uno degli autori più frequentati e discussi (da pubblico e critica) del cinema spagnolo come Pedro Almodóvar; dall’altro, la mai dimenticabile Julie Andrews.


Emanuele Bucci

A dieci anni dall'esordio con 'Dieci inverni', Valerio Mieli presenta il suo secondo lungometraggio 'Ricordi?' con protagonisti Luca Marinelli e Lidia Caridi. Il film segue i pensieri, le sensazioni, di un Lui e di una Lei che ripercorrono la loro storia d'amore esclusivamente in soggettiva. I ricordi, spesso falsati dai loro stati d'animo, dal tempo e dai punti di vista differenti, narrano di stessi avvenimenti seguendo una linea diversa.

"Le cose sono belle perché finiscono" afferma Lei.
"No, sono meno belle perché ci angosciamo che finiranno" ribatte Lui.

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La narrazione si sviluppa come la stesura di un diario scritto a quattro mani, dove spesso la pagina precedente viene smentita da quella successiva e quest'ultima, a sua volta, ribaltata da quella consecutiva. Le immagini sono parte di un album sfogliato senza un ordine cronologico prestabilito; lo svolgersi degli avvenimenti segue e si adatta ai sentimenti dei protagonisti e, ricollegando un ricordo all'altro, raccontata ogni volta una storia diversa.

Il flusso delle emozioni gioca un ruolo principale nel rapporto di coppia. E se Lui, dalla personalità enigmatica addolcita da un velo di tristezza, riesce a lasciarsi alla spalle la nostalgia che lo riportava continuamente al passato; allora Lei riesce a scoprire la malinconia, abbandonando quella spensieratezza che la caratterizzava agli occhi di lui.

'Ricordi?' è un film multisensoriale: delicato allo sguardo, per le immagini pittoresche che vengono riportate sullo schermo; piacevole all'udito, per la colonna sonora poco elaborata e ancor meno invasiva; agrodolce al palato, come il sapore che lascia in bocca allo spettatore; profumato, per la nostalgia che viene spesso richiamata dagli odori; e soprattutto tangibile, perché quella raccontata da Mieli è la storia di tutti noi. Una storia d'amore cresciuta in un mondo utopistico: senza età, senza nomi, senza classi sociali, senza tempo, senza luogo e quasi del tutto senza tecnologia, assenze capaci di far riflettere ed immedesimare lo spettatore. Un amore puro, che muta solamente attraverso le scelte dei due amanti, non lasciando in nessun momento la loro interiorità ma assecondando sempre il loro cuore.

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I ricordi si scontrano e si amalgamano rendendo difficile capire chi sia il narratore in ogni momento, è possibile intuirlo ma non si ha mai la certezza della sua entità. Pur essendo raccontato in anonimato, il risultato non è affatto spiacevole anzi, è molto facile lasciarsi trasportare dagli eventi senza porsi delle domande su chi stia ricordando cosa. Gli unici racconti che forse rendono identificabile il narratore sono i flashback dell'infanzia, che mostrano le cicatrici, o quelli che riportano a galla le avventure adolescenziali, ma perfino in quei casi potrebbe trattarsi di ricordi che uno ha dei racconti dell'altro.

Descritto a grandi linee come una storia d'amore, 'Ricordi?' è anche una narrazione ironica dove le incertezze (di Lui) sono una nota comica e l'ingenuità (di Lei) fa spesso sorridere. Gli interpreti riescono ad offrire un ritratto psicologico ben definito ma allo stesso tempo malleabile: la loro personalità, all'apparenza fissa, è facilmente influenzabili dalla relazione con l'altro.

Il montaggio rapido offre alla narrazione un ritmo incalzante che accorcia le tempistiche sensoriali, in alcune scene sono presenti quasi cinquanta tagli al minuto, ed aumenta la sensibilità dello sguardo. In un battito di ciglia è possibile passare dall'estate all'inverno, dall'infanzia all'età adulta, dal passato al presente (e forse futuro).

Presentato alla Mostra Cinematografica di Venezia nel 2018, la romanzata opera di Mieli ha portato a casa diversi premi, aggiudicandosi anche riconoscimenti da parte del pubblico.

'Ricordi?' nasce, si sviluppa e termina con un unico quesito irrisolto: "È la nostalgia che rende tutto bello, e inventiamo una felicità perfetta che non c'è mai stata, o siamo stati davvero felici ma lo capiamo solo dopo?".

Francesca Totaro

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