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Il numero "76" la Mostra del cinema di Venezia lo custodirà stretto a sé; un’edizione che le rimarrà impressa per sempre, come un tatuaggio sulla pelle. Perché questa edizione, partita tra sorprese, solite polemiche (si pensi all'inutile diatriba tra la presidente di giuria Lucrecia Martel e la presenza in concorso del nuovo film di Roman Polanski, “L’ufficiale e la spia”) e rivoluzioni, ha chiuso con un ruggito sotto forma di risata: “Joker”, il film su cui il direttore Alberto Barbera aveva puntato tutto, alla fine si è rivelato il vincitore assoluto portandosi a casa il Leone d’Oro. Ride il pagliaccio di Todd Phillips interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix, e ride anche l’Italia grazie al solito Luca Marinelli, uno dei migliori (se non IL migliore) interpreti in circolazione, aggiudicatosi la Coppa Volpi per “Martin Eden”.

Al di là dei vincitori e dei vinti, sia la selezione ufficiale, che la sezione Orizzonti hanno parlato soprattutto la lingua della famiglia. I film in concorso quest’anno vivono su un sottosuolo domestico fatto di nuclei famigliari disfunzionali, poliamorosi, alienanti e pieni di segreti, complici e lontani. Famiglie nuove, moderne, antiche, tradizionali: mille e più colori che sanno di casa per poi tramutarsi in incubo, risata, o isteria.

A dominare invece la sezione Orizzonti, vinta dall’intenso “Atlantis”, è soprattutto la figura della madre: una madre non naturale ma adottiva, ossessionata dall’idea di proteggere a tutti i costi la nuova arrivata (“Pelikanblut”), una madre sottratta dal proprio ruolo a causa di un destino infausto che le ha tolto il figlio, disperso su una spiaggia in Francia (“Madre”), o la stessa madre patria, distrutta da anni di insensata guerra (“Atlantis”).ema pablo larrain

Dietro ogni pellicola, quello che salta agli occhi è la figura femminile, capostipite del microcosmo famigliare, forte, potente anche nelle sue fragilità, incapace di sottrarsi agli scherzi del destino ribellandosi con sarcasmo, determinazione e sicurezza. Che sia una figlia pronta a opporsi al maschilismo tipico della propria società come in “The perfect candidate”, l’adolescente piena di vita e colonna portante di una famiglia pronta a soccombere al peggioramento della malattia (“Babyteeth”) madri e figlie entrambe matriarche che si sfidano a duelli esilaranti, madri che rinnegano, per poi ricongiungersi al proprio ruolo materno a passo di danza (“Ema”), o giovani donne in procinto di divorziare (“Marriage Story”) mai come quest’anno Venezia si è tinta di rosa.

Certo, le donne dietro la macchia da presa si contavano sulle dita di una mano, ma davvero è così importante il genere se confrontato alla qualità di un film? Sebbene raccontate da occhi maschili, le storie portate al Lido si attaccano alla nostra pelle insidiandosi tra le superfici sottocutanee diventando nostre. Storie verosimili, commoventi, più o meno riuscite, che raccontano universi dati per scontati ma ancora una volta basilari alla nostra crescita. La famiglia che insegna, che ti sta vicina, che per un suo piccolo inciampo crea un gap psico-emotivo pronto a esplodere in mille schegge di pazzia (si pensi a “Joker”).

Quello di Venezia 76 non sarà stato il migliore festival degli ultimi dieci anni, ma nasconde in essere una miccia rivoluzionaria già innescata nel corso delle due edizioni precedenti. L’apertura a un interesse più “commerciale”, che abbracci anche il gusto dello spettatore medio ha portato alla vittoria prima la fiaba di Guillermo del Toro "La forma dell’acqua", poi un prodotto originale Netflix, "Roma" di AlfonsLA VERITEo Cuarón. Un film, questo, che raccoglieva in nuce l’importanza della figura femminile nascosta tra le bellezze di un’ordinarietà semplice e umile.

Con la vittoria di “Joker”, film a sua volta rivoluzionario perché slegato da quell’idea di cinecomic impostasi nel corso di questo decennio, Venezia apre le proprie porte anche a opere destinate a dominare tanto il botteghino mondiale, quanto i palchi delle grandi premiazioni.
Un cambio di rotta che non deve essere letto come sinonimo di perdita di qualità. Perché “Joker” è un film di stomaco e di petto, che balla e aggredisce, ti scuote anima e corpo e poco importa se il protagonista diventerà la nemesi di Batman; è un ottimo film che ha saputo unire pubblico e critica, autorialità e storie pop, festival e sale cinematografiche.

E ora che il tappeto è stato di nuovo arrotolato, le saracinesche chiuse, le luci spente, non ci resta che sognare Venezia 77. “77”, come le gambe delle donne (Smorfia docet) quelle sfileranno sul red carpet in qualità di registe, attrici, sceneggiatrici, o semplici spettatrici. Donne pronte a raccontarsi e raccontare con gli occhi rivolti sempre dinnanzi a sé, verso un futuro fatto di giochi di luce su schermi cinematografici.

Elisa Torsiello, 9 settembre 2019

Con la cerimonia di premiazione svoltasi il 7 settembre, la settantaseiesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia entra, a suo modo, nella Storia: il più importante riconoscimento del festival, il Leone d’Oro al Miglior Film, è assegnato a "Joker", diretto da Todd Phillips, con Joaquin Phoenix nei panni di colui che diverrà la famigerata nemesi criminale di Batman. È dunque la prima volta che un film ispirato ai fumetti di supereroi (per quanto anomalo rispetto ai consueti cinecomics) si aggiudica un premio così importante, preludio forse ad una non meno clamorosa vittoria ai prossimi Oscar. Ma altri e non meno significativi sono gli artisti e le produzioni che ce l’hanno fatta. Il Gran Premio della Giuria è andato a "J’Accuse", dramma storico (e, inevitabilmente, politico) sull’affaire Dreyfus, nonché uno dei film più apprezzati di questa edizione, al netto delle polemiche (inevitabili?) che hanno coinvolto il regista Roman Polanski e la Presidente della Giuria Lucrecia Martel. Si aggiudicano invece la Coppa Volpi per i migliori interpreti Luca Marinelli col suo Martin Eden e Ariane Ascaride con la protagonista immersa nei conflitti familiari e sociali di Gloria Mundi. Entrambi gli attori hanno gettato un ponte tra la finzione cinematografica e le realtà cui i loro film e personaggi rimandano, dedicando i premi l’una a «tutti quelli che dormono per l’eternità nel fondo del Mediterraneo», l’altro a chi si trova «in mare a salvare altri esseri umani». Premiato col Leone d’Argento alla Miglior Regia lo svedese Roy Andersson per la riflessione sull’infinito del suo About Endlessness.

Altri importanti riconoscimenti sono andati a Yonfan per la sceneggiatura di No.7 Cherry Lane (intrigo amoroso ambientato nella contraddittoria Hong Kong degli anni ’60) e a Toby Wallace, Premio Marcello Mastroianni come Miglior Giovane Attore Emergente per la parte del tossicodipendente Moses in Babyteeth. Il Premio Speciale della Giuria è andato a La Mafia Non È più Quella di Una Volta, nuova provocatoria docu-satira del regista Franco Maresco sulle ferite aperte (non solo) della Sicilia. Assente l’autore, il riconoscimento è stato ritirato dal produttore Rean Mazzone, che nei ringraziamenti ha pronunciato un (mai troppo ribadito) «No a qualsiasi tipo di censura». Per la sezione Orizzonti la Giuria internazionale presieduta da Susanna Nicchiarelli ha assegnato il Premio per il Miglior Film a Atlantis (di Valentyn Vasyanovich), visione apocalittica sul futuro Dopoguerra del conflitto tra Russia e Ucraina. Altri riconoscimenti della sezione sono andati al regista Théo Court per Blanco en Blanco, agli sceneggiatori Jessica Palud, Pilippe Lioret e Diastème per Revenir, all’attrice Marta Nieto e all’attore Sami Bouajila per le rispettive performance in Madre e Bik Eneich- Un Fils. Il Premio Speciale della Giuria Orizzonti è stato assegnato a Verdict di Raymund Ribay Gutierrez, mentre Darling di Saim Sadiq ha vinto quello per il Miglior Cortometraggio.

You will die at 20 (di Amjad Abu Alala), parabola sul contrasto fra tradizioni ancestrali e desiderio di libertà di un ragazzo in Sudan, ottiene il Premio Venezia Opera Prima dalla Giuria internazionale presieduta da Emir Kusturica. Vincitore di Venice Virtual Reality è invece The Key di Céline Tricart, mentre gli altri riconoscimenti della sezione sono andati a A Linha di Ricardo Laganaro (Miglior Esperienza in Realtà Virtuale) e a Daughters of Chibok (Miglior Storia) di Joel Kachi Benson. Infine, per la sezione Venezia Classici sono stati premiati Extase (1933) di Gustav Machatý (Miglior Film Restaurato) e Babenco- Alguém Tem Que Ouvir o Coração e Dizer: Parou di Bárbara Paz (Miglior Documentario sul Cinema). Nel complesso, dunque, i premi di questa edizione sembrano testimoniare l’interesse per opere che indaghino, attraverso gli spazi e le epoche, contraddizioni e conflitti sociali vecchi e nuovi della nostra (delle nostre) società: senza per questo penalizzare il pluralismo di estetiche e percorsi artistici, ma valorizzando invece la tensione al coinvolgimento di un pubblico vasto. Lo avevano già anticipato, in fondo, i due Leoni d’Oro alla Carriera di quest’anno: da un lato uno degli autori più frequentati e discussi (da pubblico e critica) del cinema spagnolo come Pedro Almodóvar; dall’altro, la mai dimenticabile Julie Andrews.


Emanuele Bucci

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