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Il nuovo film di Julian Schnabel non è una biografia su Van Gogh, bensì la ricostruzione dei suoi ultimi quattro anni di vita tra Arles e Parigi, che avviene tramite un processo di “accumulazione” di stralci di eventi realmente accaduti e tasselli reinventati, ripercorsi, alfine di raccontare l’uomo dietro al segno, e l’artista prima dell’opera. Non solo i quadri come riferimento ma anche le famose lettere, scambiate tra Vincent e suo fratello Theo, unico punto di riferimento. vangogh1 

L’interesse del regista, anche lui pittore e artista figurativo, non si concentra troppo sugli aspetti storico-critici ma prova ad evocare un risultato tridimensionale e materico dell’intento del pittore; nel ruolo di Van Gogh, Willem Dafoe, già vincitore della Coppa Volpi e ora in corsa per il premio Oscar, si mette alla prova esercitandosi in prima persona a dipingere (con esercizi suggeriti dal regista che gli consiglia di iniziare dagli oggetti per poi passare ai paesaggi) diventa qui il tramite per un senso più alto, che si muove appunto oltre il successo e l’interazione con l’altro (viene ad esempio rappresentata l’amicizia controversa con Paul Gauguin e i rapporti con gli abitanti di Arles), presentando la solitudine di un uomo al cospetto della natura travolgente, la sua corsa verso l’eternità della rappresentazione di un qualcosa che non si inventa, ma che solo grazie al suo dono è in grado di vivere per sempre.

La regia di Schnabel, autore che già in passato si è messo alla prova con vite celebri (basti pensare a Basquiat del 1996), realizza un racconto circolare e molto spesso apparentemente confuso, alcuni eventi si sovrappongono, altri battono duramente nella scansione di un finale preannunciato: grazie ad una regia dinamica e fluida, l’approccio del regista si connota in maniera specifica e il suo sguardo si realizza attraverso la pittura che si dispone sulla tela. Il pittore olandese viene ripreso durante le lunghe passeggiate per Arles, nella Francia del sud, e la natura gli suggerisce un impeto vitale irrinunciabile: deve dipingere, deve farlo in fretta, perché solo la realizzazione finale riesce a completarlo facendolo sentire parte di un tutto che non trova negli altri.

vangogh2L’assorbimento degli elementi circostanti è un’esigenza che lo porta spesso a stendersi e rotolarsi, a coprirsi il volto di terra, a cercare la luce divina e gialla. La follia dell’uomo è più una distorsione del senso delle cose, uno scollamento dal tangibile, che determinerà l’automutilazione e la scelta di ricoverarsi alla clinica di Saint-Rémy. Le riprese si fondono con la confusione delle sue percezioni: la visione è alterata, appiattita, appannata, come in un ricordo di cui si dimenticano i contorni. E le voci sovrapposte nella testa dell’artista emergono e rimbombano anche per lo spettatore, che non può fare a meno di sentirsi perso. Infine, nel 1890, la morte oscura, nebulosa, ancora non chiara, per mano di due ragazzi o suicida. (Nel libro del 2011 Vincent van Gogh. The life, scritto da Steven Naifeh e Gregory W. Smith, i due autori discutono circa una tesi diversa dal suicidio). Il successo di Vincent Van Gogh si manifesterà solo dopo la sua morte, e sarà indescrivibile.

Schnabel riesce a restituire l’essenza del bisogno rappresentativo che coglie Vincent Van Gogh portandolo ad una frenesia unica di realizzazione. La stessa che motiva ogni artista e che lo veicola come soggetto comunicante. L’eco della rappresentazione dell’atto creativo di Clouzot si fonde alla grande sensibilità estetica del pittore e regista newyorkese, nonché alla forza espressiva delle opere, ed è inevitabile essere travolti dalla sensazione di totalità.

Silvia Pezzopane - 28/1/2019

Le immagini sono prese dal sito ufficiale del film.

Martedì, 04 Settembre 2018 13:32

Venezia 75, The Favourite di Yorgos Lanthimos

Inghilterra, primi anni del ‘700. La regina Anna, ultima regnante Stuart e prima sovrana del Regno di Gran Bretagna dopo l’annessione della Scozia, si trova a regnare durante una guerra contro la Francia che non è in alcun modo in grado di gestire. Lontana dai campi di battaglia e dai morti provocati dalla guerra, Sua Maestà – interpretata da Olivia Colman – si aggira incerta e zoppicante nel suo palazzo anche a causa della gotta di cui soffre e lascia che a tenere le fila del regno sia la sua dama di compagnia e intima confidente Sarah Churchill, duchessa di Marlborough – Rachel Weisz – che intende far proseguire a oltranza il conflitto. Gli equilibri di corte mutano quando Abigail Masham – Emma Stone – cugina di Sarah, giunge a palazzo in cerca di un’occupazione qualsiasi dopo la bancarotta della sua famiglia. Yorgos Lanthimos si inserisce sorprendentemente all’interno di tali vicende storiche e racconta con spietata ironia le mosse e contromosse che le due cugine attuano a vicenda per conquistare i favori della regina. The Favourite 1


Il triangolo amoroso messo in atto dalle tre donne è perfettamente riuscito grazie alle prove sorprendenti delle tre attrici: Olivia Colman, che ha di recente preso il posto di Claire Foy nella terza stagione di The Crown vestendo i panni della regina Elisabetta II, interpreta qui una regnante totalmente diversa. La regina Anna è infatti una donna insicura, sofferente, volubile, capricciosa e bisognosa di affetto, provata dalla morte di diciassette figli – abortiti o nati morti – e dagli attacchi di gotta che riescono talvolta a sopraffarla, e la sua interpretazione da parte della Colman è sempre deliziosamente sopra le righe senza mai essere eccessiva. Calibratissime le interpretazioni di Emma Stone e Rachel Weisz, cugine spietate e senza scrupoli che ambiscono ad essere la favorita, per l’appunto, e sfruttano la debolezza psicologica della regina per ottenere potere e sistemazione economica, infilandosi tra le sue lenzuola e cercando entrambe di ottenere il suo affetto. Eppure, l’amore non è affatto protagonista della vicenda, a meno che per amore non si intenda quello malato della regina per il suoi 17 conigli – uno per ogni figlio morto prematuramente o non nato – o quello fasullo di Abigail per l’uomo che sposa unicamente per ottenere una rendita. Persino la relazione di lunga data tra la regina e la sua confidente Sarah, scoperta ben presto da Abigail, pare piuttosto dettata dalla vorace necessità di attenzioni di Sua Maestà piuttosto che da vero amore. The Favourite 2


Lanthimos, insomma, mette in scena una vera e propria satira del potere, che è forse il tema principale della storia: sorprende notare che le decisioni infantili e prese d’impulso dalla regina possono provocare migliaia di morti sul campo di battaglia e che un suo solo cenno della mano o una frase pronunciata in maniera incurante possono infliggere al popolo nuove sofferenze o lievi benefici. In questa storia tutta al femminile, poco spazio è riservato agli uomini: quelli rappresentati non sono quelli dei campi di battaglia ma i nobili imparruccati e imbellettati che si divertono a banchettare e a far correre anatre all’interno del palazzo. Il regista greco, insomma, sorprende ancora una volta con una pellicola di cui per la prima volta non firma la sceneggiatura – gli autori sono Deborah Davis e Tony McNamara –, e giunge al Festival del cinema di Venezia con quella che è stata definita una dramedy o una commedia nera, impreziosita dalla fotografia di Robbie Ryan e dai costumi di Sandy Powell.


Pasquale Pota 04-09-2018

Martedì, 04 Settembre 2018 13:15

Venezia 75, Roma di Alfonso Cuarón

Sembra non aver dimenticato del tutto lo spazio, Alfonso Cuarón, dopo il suo premiatissimo Gravity presentato proprio a Venezia in anteprima mondiale nel 2013: siamo alla periferia di Città del Messico o forse sulla luna nel suo Roma, già considerato tra i possibili vincitori del Leone d’Oro 2018. La pellicola prende il nome dal quartiere della sua infanzia in Messico, così come i personaggi e gran parte delle vicende sono personalmente tratti dalla sua storia e dalle vicende della sua famiglia: il 1971, infatti, è l’anno in cui suo padre abbandonò moglie e figli, ma anche quello del massacro del Corpus Christi, ovvero la repressione violenta di una rivolta studentesca da parte dell’esercito messicano. La ricostruzione dei luoghi è meticolosa: il set riproduce precisamente la casa del regista da bambino, e le strade, i negozi e i luoghi pubblici sono perfettamente ricostruiti per rievocare quell’epoca. Roma 1


Eppure, Roma conserva una sua aura di atemporalità, un che di sfuggente nei suoi luoghi ripescati dalla memoria, una sensazione forse accentuata dall’utilizzo del bianco e nero da parte del regista messicano. Allo spagnolo si mescola la lingua indigena della domestica Cleo – interpretata da una sorprendente Yalitza Aparicio –, protagonista inaspettata della vera e propria epopea di una famiglia bene in cui a risaltare è proprio lei, tata e domestica quasi muta e in balia di un destino che è capace di sopportare con grande forza interiore. Roma è una storia di personaggi femminili: gli uomini sono assenti, come il padre di famiglia, medico, che scompare portandosi con sé le sue librerie e i suoi attrezzi e, quando presenti, non sono affatto modelli da seguire, come l’amante di Cleo che la abbandona senza una parola dopo aver scoperto la sua gravidanza. Altra protagonista, dunque, è la madre Sofia – Marina de Tavira – abbandonata dal marito e obbligata dalle circostanze a reagire e ad affrontare la crisi per la sua famiglia. Le due donne, pur appartenendo a due classi sociali distinte, vanno oltre le convenzioni sociali e risultano ancora più unite dalle numerose avversità e dagli ostacoli della vita quotidiana. Roma 2


Roma unisce allora storia familiare e trasformazioni sociali nella impeccabile tecnica registica di Cuarón: i suoi piano sequenza – memorabile quello iniziale – accompagnano per mano lo spettatore nei luoghi della sua memoria, indugiano su cose e persone, conferendo una certa epicità al racconto dello squallore e del quotidiano. Le riprese hanno impegnato attori non professionisti per centodieci giorni con una sceneggiatura svelata di giorno in giorno al cast da parte del regista, che firma anche sceneggiatura e fotografia di quello che considera il suo film più personale ed emotivamente impegnativo. La pellicola verrà distribuita a partire dal prossimo 14 dicembre su Netflix, da cui è stata prodotta, e in alcune sale selezionate.

Pasquale Pota 04-09-2018

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