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Soldado: il baratto umano nella polvere della droga

Colpi di pistola; vestiti pronti a macchiarsi di sangue; urla di dolore e attacchi improvvisi destinati a squarciare un silenzio mortale. Questo è l’universo cinematografico plasmato con sapienza dalle mani di Stefano Sollima. Un bacino creativo di attese e aspirazioni maturato e consolidatosi nel corso degli anni e che ha portato a opere come “Romanzo Criminale”, “Gomorra”, “Suburra”. Un background stilistico dalla facile individuazione autoriale sapientemente apportato all’universo di “Soldado”, sequel dell’acclamato (e ancora troppo poco apprezzato) “Sicario” di Denis Villeneuve. Sollima non è Villeneuve. E nemmeno vuole esserlo. Il suo modus operandi va a collimare totalmente con quello del regista canadese. Se nel primo film era una distesa immensa a dominare la scena, colmata solo da immagini e un silenzio assordante - e per questo ancor più angosciante – “Soldaldo” vive di azione, riempendo ogni fotogramma di rumori, parole, urla. Eppure, anche evitando lo scoglio del facile paragone tra i due prodotti, il risultato poco entusiasmante dell’opera di Sollima non va imputato alla sola natura di scomodo sequel di un film dall’estetica filosofica e introspettiva come quello di Villeneuve, quanto all’aver tradotto fedelmente una sceneggiatura ricca di sostanza, ma confusionaria. Così facendo anche il mondo creato da Sollima risulta anch’esso disordinato. Troppa carne è stata messa sulla brace e non sempre il regista italiano è stato capace di distribuirla in maniera equilibrata. Certo, Sollima porta a casa un film ben più sulle corde del genere per cui è stato concepito rispetto a quanto compiuto dal regista canadese di “Arrival” (ma alla fine è particolarità di Villeneuve prendere un genere e farlo proprio, distaccandosi dai parametri realizzativi per sostituirli con i propri). Il cineasta italiano, cioè, pur sfruttando appieno gli strumenti offertogli (budget compreso) e sapendo donare loro una visione personale, ha lasciato che il sogno americano fatto di idee e intuizioni capaci di tramutarsi in realtà (si pensi alla soddisfazione di aver potuto finalmente realizzato il sogno di riprendere un elicottero da un altro elicottero) prendesse il sopravvento. Seppur cogliendo in eredità un pesante fardello come il farsi portavoce di quei sentimenti di paura e disperata salvezza che serpeggiano sul confine messicano, l’esubero della componente d’azione oscura l’ambigua moralità che aleggia tra i soldati americani. La vendetta personale e l’abuso di potere, l’indole animale che vince sulla ragione sono temi già sciorinati da Villeneuve e qui ripresi da Sollima. Eppure una patina di fumo cosparge questa ricerca; una patina fatta di elicotteri che volano a bassa quota ed esplosioni roboanti.

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Il cinema più artigiano e semplice nella sua costruzione – ma non di certo nella sua resa visiva - di Villeneuve lascia pertanto spazio a un’opera maggiormente improntata su effetti speciali e scene ad alto tasso adrenalinico. Un cambio di rotta ben esplicitato sin dall’incipit del film, con un attacco kamikaze nel cuore del confine messicano. Pur mescolando cartelli messicani a sicari iracheni venuti dal mare (ed è qui che risiede una delle parti più confusionari della sceneggiatura) tale evento sarà il pretesto che darà via al film, con l’invio da parte del governo messicano del detective Matt Graver (Josh Brolin) a eliminare del tutto i cartelli della droga. Al suo fianco farà il suo ritorno Alejandro (Benicio del Toro). La missione è semplice, così come il presupposto che la sottende: niente e nessuno deve ostacolare la buona riuscita dell’operazione. A fare da scudo e da miccia atta a far scoppiare la bomba tra le varie gang, il rapimento della figlia di un boss. Si viene così a creare una scatola cinese, fatta di ambienti desertici che abbracciano immaginari vicini all’universo del western e proprio come i western chi indossa la divisa non significa essere portatore di giustizia e lealtà. Il confine tra ciò che è buono e cattivo resta anche qui labile, sottile, impercettibile quanto un sicario nascosto tra le alture. Matt e Alejandro sono i degni portatori del ruolo affidato loro dal titolo dei film. Più che soldati sono e restano dei sicari, portatori di morte e macchine di guerra. Brolin e del Toro costituiscono una coppia dal talento immane; basta uno sguardo, un cenno del capo per esprimere emozioni inutilmente esprimibili in parole. Le loro interpretazioni sono solo un piccolo tassello di una macchina rodata che riesce a viaggiare autonomamente e a grande velocità, senza il supporto della matrice guidata da Villeneuve. Eppure tante, troppe volte “Soldado” ha rischiato di uscire fuori strada; innumerevoli i momenti in cui Sollima ha osato troppo, rasentando l’auto-sabotaggio. Così non è stato; il regista italiano ha saputo conservare una propria estetica autoriale, ma un maggiore ordine nelle cose avrebbe sicuramente giovato alla resa finale del film, rendendolo così in uno dei film d’azione migliore degli ultimi anni. Peccato, sarà per la prossima volta. Magari con il terzo episodio.

Elisa Torsiello, 17 ottobre 2018

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