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"Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos: anatomia di una famiglia

Bastano davvero delle riprese in steadycam lungo corridoi claustrofobici o l’uso di inquadrature dal rigore geometrico, o ancora la massiccia presenza degli archi di György Ligeti per poter paragonare un qualsiasi film sulla disintegrazione di una famiglia borghese e sul confronto con l’incomprensibile a un’opera di Kubrick? La risposta è certamente no, non bastano neanche lontanamente. Eppure nei mesi precedenti più voci hanno sottolineato in modo precipitoso i parallelismi con l’estetica kubrickiana presenti ne Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos, premiato come miglior sceneggiatura a Cannes 2017 e uscito nelle sale italiane lo scorso 28 giugno.
Nell’ultimo thriller psicologico del regista greco la vita (troppo) perfetta di una famiglia benestante, composta dal padre chirurgo Steven (Colin Farrell), da Anna (Nicole Kidman) e dai figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), viene sconvolta dalle visite insistenti di Martin (Barry Keoghan), ragazzo che profetizza come un oracolo la sciagura che si abbatterà sui famigliari del medico: paralisi alle gambe, perdita di appetito, sanguinamento dagli occhi e infine morte. L’unico modo per il dottore di evitare la tragedia è sacrificare uno dei suoi cari. Quando la profezia comincia ad avverarsi la situazione precipita verso il baratro. Cervo 2 
Dopo The Lobster (2015), Lanthimos torna a parlarci di rapporti umani bestiali, la cui insita deformità è suggerita fin dalle prime sequenze, grazie all’uso di riprese angolate e grandangolari, insieme al contrasto tra la tensione esercitata dal disturbante commento sonoro - quasi onnipresente - e la banalità delle situazioni rappresentate, con dialoghi al limite dell’assurdo. E già in questo procedimento c’è una considerevole differenza rispetto al modello kubrickiano. Se Kubrick lavora soprattutto sulla ricerca della perfetta simmetria compositiva, facendo esplodere l’orrore al suo interno, al contrario Lanthimos utilizza spesso inquadrature troppo alte o troppo basse rispetto ai soggetti inquadrati, esaltando la disfunzionalità, la mancanza di equilibrio già costitutiva del nucleo familiare. Ogni elemento è già di per sé doppio e portatore di un morbo latente, come la casa, dolce nido domestico e luogo maledetto, con le finestre della camera da letto simili a quelle della villa di Amityville Horror (1979). Il male si riversa all’interno della famiglia, costringendo il sacrilego dott. Steve, reo di una grave negligenza sul lavoro, a sacrificare uno dei familiari, così come, nella tragedia di Euripide  Ifigenia in Aulide, Agamennone è costretto a sacrificare la figlia Ifigenia per aver ucciso un cervo sacro alla dea Artemide.
La tragedia antica pone al suo centro l’abnormità di un gesto che infrange le leggi umane o divine, tanto atroce da sfidare i limiti della ragione. La gravità del castigo è il modo in cui la tragedia riflette la difficoltà per il pensiero di comprendere l’orrore perpetrato. Allo stesso modo, la famiglia del chirurgo è costretta a fare i conti con qualcosa a cui nemmeno le migliori menti della medicina possono trovare una spiegazione. Non resta che accettare il responso, prendere atto dell’incomprensibile e adeguarsi alle conseguenze, così come fanno i protagonisti del film nel momento in cui, caduto ogni presupposto realistico, il film si addentra definitivamente nei territori del fantastico e le leggi dell’antico soppiantano quelle della modernità. Il sacrificio porta la tragedia classica in un contesto contemporaneo, all’interno della marcescenza domestica, inscenando il conflitto tra antico e moderno, razionale e irrazionale, latente in ogni rapporto umano. Ma Lanthimos è troppo (!) interessato a stupire il pubblico per raggiungere il necessario rigore intellettuale, e le pretese non sono del tutto soddisfatte.
Di Kubrick resta al massimo un omaggio nell’incipit, con quei sessanta secondi circa di nero sotto cui scorre lo Stabat Mater di Schubert a richiamare l’inizio di 2001: Odissea nello spazio (1968), prima di venire violentati dall’immagine di un cuore pulsante sotto intervento chirurgico. Un omaggio suggestivo, per un incipit tra i migliori di quest’anno. Eppure, anche questo non basta.

Riccardo Bellini 06/07/2018

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