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Roberto Minervini racconta per immagini il mondo in fiamme dell'America di oggi

Antichi canti e vaporosi abiti bianchi di piume e perline. Roberto Minervini apre il suo ultimo lungometraggio immergendo lo spettatore nella semi-sconosciuta cultura dei Mardi Gras Indians, la comunità afroamericana che affonda le proprie radici nell’incontro fra gli schiavi e i nativi, fra i bayou della Lousiana. Per raccontare un mondo e una comunità realmente in fiamme, sull’orlo di una crisi istituzionale e sociale a causa del nuovo suprematismo bianco, Minervini decide di non raccontare né Ferguson né Charlottesville, né i “hood” delle grandi metropoli. Entra nel cuore di una cultura nera ancestrale, nello storico quartiere Tremé di New Orleans.

Il suo approccio etnografico si traduce in una presenza silenziosa e mimetica della macchina da presa, obbligando i protagonisti a non interagire mai con l’operatore, per mantenere l’illusione di un occhio invisibile che scruta e assorbe una realtà invadendola nel suo farsi, cercando di comprenderla e di avvicinarsi ˗ come solo il cinema può fare ˗ ai corpi che la animano.
Universalmente acclamato e presentato come un film contro il razzismo nell’America contemporanea, Che fare quando il mondo è in fiamme? è in realtà molto di più. È il racconto della psicologia di una nazione intera che, pur essendo nata come colonia e conoscendo quindi il valore della libertà, non sa e non è disposta ancora a liberare i propri schiavi. È più propriamente una rappresentazione delle conseguenze del razzismo, per questo rimane sempre all’interno della prospettiva afroamericana, indagandone la paura, la rabbia e le forme attive e persistenti di resistenza.

I grandi temi di questo documentario, infatti, sono quelli che apparentemente passano in sordina, ossia l’assenza dei “padri” a causa dell’incarcerazione di massa; la drug war degli anni Ottanta e Novanta, con i suoi disastrosi effetti oggi sulla salute e la tutela di soggetti sociali deboli come i tossicodipendenti; la progressiva gentrificazione che, incrementando il valore degli immobili nei quartieri storicamente neri, causa un aumento inevitabile dei senzatetto e, non ultimo, il ruolo della donna afroamericana e la disumana violenza sul soggetto femminile all’interno di una più ampia cultura classista, razzista e sessista. Non a caso, fra tutti i volti e le storie che compongono l’opera di Minervini, il nucleo indiscusso è Judy Hill, una donna forte, dal passato molto duro e un presente instabile, un “personaggio” incredibilmente potente, in grado di regalare al film momenti intensi di verità.

Ogni persona davanti alla macchina da presa, comunque, non racconta solo una storia di oppressione, mostra anche ogni forma possibile di reazione. Così accanto alla comunità di Tremé, al Grande Capo Goodman con le sue piume da indiano e ai due fratellini, Ronaldo e Titus, alla ricerca di modelli maschili e paterni per crescere, Minervini mostra anche le attività del New Black Panther Party in Mississippi, portando alle orecchie degli spettatori non solo i vecchi slogan del 1966 ma anche i nomi di Alton Sterling e Trayvon Martin o Philando Castile ed Eric Garner. Nomi che è necessario ricordare e conoscere in generale per comprendere l’effettiva e ingiustificabile gravità di questo mondo in fiamme, ma le cui morti, nello specifico del film, servono a comprendere la cruda scena dello scontro con la polizia, nemmeno in questo caso intimidita dalla una telecamera accesa.

Lo sguardo di Minervini, impreziosito dalla stupenda fotografia di Diego Romero, costruisce quindi un ritratto sincero e privo di censure, una presa diretta su una realtà da approfondire se si intende capire l’inguaribile squarcio fra la cultura bianca dominante e quella afroamericana in una società così contraddittoria come quella statunitense.

Valeria Verbaro, 12/05/2019

 

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