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Focus Arnaud Desplechin al Rendez-Vous Festival

Sogno o son desto? È l’inevitabile reazione a un film di Arnaud Desplechin. Regista tra i più delicati e onirici del panorama francese contemporaneo, ha fatto dei sentimenti i protagonisti indiscussi delle sue opere, con una grazia che continua a distinguere i movimenti della sua cinepresa ed una profondità di analisi che non cessa di stupire. E così accade in “Un conte de Noël. Roubaix !” (“Racconto di Natale”), presentato nel 2008 al Festival di Cannes. La sensazione è ampiamente confermata in chiusura, quando sulla scia di un Prospero shakespeariano lo spettatore viene messo in guardia: “Se le ombre che abbiamo creato non vi sono piaciute, pensate che avete solo dormito”. “Un conte de Noël” è stato giustamente inserito nella retrospettiva dedicata al regista in occasione dell’VIII edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese “Rendez-vous”, focus di proiezioni articolato nelle giornate del 9 e del 10 aprile al Nuovo Cinema Sacher di Roma.Un conte de Noel foto Cannes

Come descrivere un sogno? Già nell’“Interpretazione dei sogni”, Freud aveva offerto il modello analitico del rebus, ovvero il meccanismo di acquisizione di senso a partire dall’audace accostamento, scomposizione e ricomposizione delle parti. Come descrivere “Un conte de Noël”? Con uguale predisposizione d’animo. È la storia di una famiglia che porta nel sangue una maledizione foriera di morte e discordia. I coniugi Vuillard, Junon (Catherine Deneuve) e Abel (Jean-Paul Roussillon) hanno due figli, Joseph e Elizabeth, ma al primo viene diagnosticata una leucemia per la quale unica cura è un trapianto. Mettono al mondo Henri, augurandosi che possa essere compatibile per salvare il fratello. Speranza vana, Joseph muore. Henri, però, nasce e cresce come un estraneo per la madre. Anni dopo nasce il piccolo Ivan. Decenni più tardi la famiglia è divisa: Elizabeth (Anne Consigny) odia Henri (Mathieu Amalric) perché in lui vede il demonio, è il caos in quello che dovrebbe essere il migliore dei mondi possibili per poter far crescere sereno il figlio Paul (Émile Berling), un adolescente che mostra i primi segni di squilibrio mentale. Tramite una bizzarra azione legale, Elizabeth ottiene di non dover più incontrare il fratello, il quale vivrà da allora bandito dalla famiglia. Fino al giorno in cui anche a Junon non viene diagnosticato un tumore del sangue: è l’occasione per riunire tutta la famiglia, trovare il donatore di midollo compatibile e ricucire le ferite, fisiche ed emotive della ciurma. È Natale, e a Natale tutto è concesso.

Oltre due ore e mezzo di proiezione, un antefatto (anno Domini 1963) e cinque atti nel rispetto delle unità di tempo e azione (dal 22 al 25 dicembre 2008). Per durata epica e distribuzione drammatica, del mito greco “Un conte de Noël” condivide struttura del racconto e tematiche. I rapporti conflittuali tra famigliari e quel sangue maledetto richiamano le sorti della dinastia dei Labdacidi, ma anche una mitologia tutta francese di re folli e sifilitici. Se il cast messo in campo da Desplechin si ripete di film in film in una sorta di virtuoso lavoro di bottega, i riferimenti con cui costruisce il rebus del racconto variano. Già nei nomi dei capostipiti, Junon e Abel Vuillard, lo spettatore è chiamato a un puzzle mentale: lei porta il nome della sorella e moglie di Zeus, lui quello dei primi fratricidi della mitologia giudaico-cristiana. Il cognome, dal suono così tipicamente français, è lo stesso di uno dei pittori Nabi della cerchia di Gauguin, Édouard Vuillard, al credo artistico divisionista del quale era sottesa una poetica di libertà e spontaneità espressiva. Junon e Abel hanno, marchiata nel nome e nel sangue, tutta la contraddittorietà incestuosa, umana e sovrumana dell’istituzione Famiglia. “Siamo nel mezzo del mito, ma non so quale”, scrive un icastico – e metanarrativo a sua insaputa – Henri nella lettera alla sorella Elizabeth.
Un conte de Noel foto2L’ambientazione è inequivocabilmente horror da ghost story e gothic novel, con il vecchio lupo (mannaro?) Anatole, con vampiri che succhiano il sangue (dal midollo, non dalla giugulare) e donne bianco vestite in camicia da notte. Si ritorna, poi, nervosamente borghesi durante il giorno, con tutte le caratteristiche psicopatologie della vita quotidiana, con annesse allucinazioni e incomprensioni. Persino l’irrisolto triangolo amoroso tra l’infantile Ivan Vuillard (Melvil Poupaud), la moglie Sylvia (Chiara Mastroianni) e il cugino di lui, l’artista bohémien Simon (Laurent Capelluto). A garantire una certa aura di misticismo è il cortocircuito cristologico attuato durante la messa della notte di Natale. Junon si reca in chiesa con il dissoluto figliol prodigo Henri e il nipote pazzo Paul, i soli che le analisi hanno dichiarato compatibili ad un trapianto ed ecco che l’accento del parroco si concentra sulle parole della liturgia “Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Un bambino per lavare i peccati dal mondo: Henri, concepito per salvare il piccolo Joseph, salverà in realtà la madre.
Desplechin chiama all’appello Charles Dickens, omaggiato già nel titolo: i fantasmi del Natale passato e futuro assumono le forme delle fotografie in bianco e nero, dei ricordi di un dolore passato e di un’angoscia futura. E il volto presente di Faunia (Emmanuelle Devos), l’irriverente fidanzata ebrea di Henri che rimescola qualche carta in tavola. L’ombra di morte, che accompagna le vicende dei Vuillard fino all’epifania di una riappacificazione instabile, è la stessa di “The Dead”, ultimo racconto dei “Dubliners” di James Joyce: una sinistra aria di festa sancita dalla nevicata dicembrina. Si spiega forse così la musica folk irlandese che risuona in un contesto, altrimenti, francese 100%. Tra cori liturgici e concerti per archi, una musica tra tutte lavora alla costruzione del senso: il “Sogno di una notte di mezza estate” di Felix Mendelssohn. Liturgicamente fuori stagione, si inserisce perfettamente nella creazione dell’atmosfera onirica. Il tremolo degli archi dall’effetto perturbante e incalzante seguono il lavorio dell’inconscio dei personaggi. Dietro una solida trama di riferimenti culturali i più vasti, dalla letteratura al cinema, dal mito alla religione, dalla musica alla psicoanalisi, ecco svelarsi l’eterea, timida evanescenza costitutiva del tratto registico di Arnaud Desplechin.

Alessandra Pratesi
11/04/2018

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