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Ready Player One: il cinema generazionale di Steven Spielberg, dal romanzo di Ernest Cline

Ready Player One” è, innanzitutto, un romanzo di successo pubblicato nel 2010 (in Italia nel 2011), dello scrittore e sceneggiatore Ernest Cline. Prima ancora che imparassimo a distinguere l’onda contro-culturale che ci avrebbe travolto di lì a poco, il libro si fondava sulla nostalgia insaziabile delle generazioni cresciute dagli anni ’80 in poi, sotto la stella pop del gioco di ruolo, del videogioco di massa e delle realtà virtuali, nei cinema o nei social network. Il romanzo, peraltro opzionato già mentre nasceva, diventa oggi un film di Steven Spielberg, sceneggiato dallo stesso Cline insieme a Zak Penn (“X-Men: Conflitto Finale” e “L’Incredibile Hulk”, tra gli altri cinefumetti).
Nel 2045, il mondo è ormai ridotto a resto agonizzante di se stesso, con povertà e inquinamento oltre i limiti del sopportabile. Nessuno però se ne cura, dal momento che un genialoide visionario (no, non Spielberg) ha creato Oasis, un universo digitale in continua espansione dove potersi creare una seconda vita. RP1Giocare, amare, divertirsi, arricchirsi, essere felici: non c’è niente, dentro Oasis, che non sia a portata di chiunque, e questo ne fa il rifugio perfetto per tutti.
Inutile dire quanto fosse ambizioso trasporre a schermo la mole di riferimenti meta-culturali che il libro mette in gioco, tra film, videogame, anime e tutto il resto. Altrettanto inutile, ex post facto, ragionare su quanto l’uomo giusto per farlo fosse proprio Spielberg, regista di sconfinata esperienza e incorruttibile adolescenza visiva. A quasi 72 anni, Steven è ancora tra i più taglienti e puntuali samurai del “mostrare, non dire” hollywoodiano. Le spiegazioni da fornire agli spettatori fuori target (a patto di trovarne, forse, tra i nati nel primo dopoguerra) pioverebbero a tonnellate. Si riducono invece al minimo sindacale, nascoste nei meandri di un’orgia visiva di botte da orbi, luci strobo, proiettili e chilometri orari da capogiro.
Si dice che uno dei segreti del cinema sia non entrare in competizione con l’immaginazione dello spettatore. Eppure alcuni film, film come questo, vi si sostituiscono, la soppiantano e, in tutta onestà, non la fanno rimpiangere. Non vi è una sola sequenza nella digitale Oasis che manchi di colpire al massimo del suo potenziale, prima estetico e poi pirotecnico. Intanto, la realtà le fa da contraltare perfetto, con la sua asciutta claustrofobia di possibilità e condizioni. All’interno di questo conflitto, più esistenziale che ambientale, dei ragazzi si “giocano”, è proprio il caso di dirlo, il controllo del mondo virtuale con una crudele corporazione aziendalista. Qui, Spielberg trova pane per i suoi denti, inscenando l’ennesima battaglia di età e valori inversamente proporzionali. Giovani protagonisti di buone intenzioni (Tye Sheridan, Olivia Cooke) si scontrano con adulti d’ostacolo per loro (Ben Mendelsohn, l’antagonista) o per se stessi (Mark Rylance, guida spirituale postuma).
Le interpretazioni attoriali non sono intaccate dalla mediazione dei loro avatar, le identità create all’interno di Oasis, anzi, ne vengono esaltate, traslando il gioco degli alter ego sul piano narrativo dei personaggi. Un equivoco che, seppur marginalmente, ci provoca: cosa, nella sfera dei sentimenti, resiste oltre i confini del mondo fisico? È un tranello che Spielberg non resiste dal sottoporci, declinato in salsa cinematografica. Ecco quindi figurare, nell’autentica miriade di riferimenti pop, alcuni tra i nostri primi amori del grande schermo: T-Rex e King Kong, solo per citarne un paio, e un’intera sequenza prelevata, con rispetto e gusto del proibito, da uno dei film alla base del culto cinematico moderno. Non bastasse il resto, ci pensa quest’ultima a renderci impossibile ignorare la personale sigla del regista-direttore d’orchestra, un timbro a fuoco al contempo personale e universale. Il suo più grande punto di forza.

Andrea Giovalè 22/03/2018

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