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Piccole donne: Non è più tempo di scegliere fra “matrimonio o morte”

Era davvero necessaria una nuova trasposizione di Piccole donne, classico intramontabile scritto da Louisa May Alcott tra il 1868 e il 1880?

Assolutamente sì. Nell’epoca che ha rilanciato il femminismo e il concetto di parità di genere, la vicenda delle sorelle March diviene un manifesto vivo e pulsante di questi temi, soprattutto se trattata da una regista indie e fuori dal sistema come Greta Gerwig.

La cineasta, infatti, mescola le trame dei romanzi con la storia personale della scrittrice e, forse, anche con la propria, per delineare un racconto attuale della condizione femminile. Il filo conduttore della narrazione diviene infatti la voglia di riscatto ed emancipazione delle protagoniste, che le vede scontrarsi più con la realtà circostante che con i loro problemi “interiori”, aspetto invece fondamentale nell’opera letteraria. Del resto nelle trasposizioni cinematografiche e televisive il percorso di crescita e maturazione personale delle quattro sorelle è da sempre il punto focale sul quale soffermarsi.

In questa versione il racconto non è lineare, ma procede attraverso flashback e salti temporali, che emergono quasi sempre dalla mente di Jo, la sorella ribelle e desiderosa di emancipazione, che qui assurge, ancor più che nelle altre trasposizioni, al ruolo di protagonista.960x0

E ciò è chiaro sin dalla sequenza iniziale: il famoso “Natale non sarà Natale senza regali” giunge successivamente, mentre la pellicola si apre con la corsa liberatoria di Jo dopo aver ottenuto un contratto di pubblicazione per uno dei suoi racconti.

Le sorelle March conservano intatto il proprio carattere e le proprie peculiarità, e restano anche inalterate le difficoltà che devono affrontare ogni giorno, come la mancata indipendenza economica di una donna o la natura contrattuale del matrimonio. Ma allo stesso tempo divengono personaggi fortemente contemporanei: dopo Lady Bird, ritratto di una ragazza che vuole scappare dal suo piccolo paese della provincia americana, Gerwig ci restituisce un altro spaccato sulla condizione femminile e sui problemi tipici della fase che porta dall’adolescenza all’età adulta. 

Il cast contribuisce in maniera decisiva alla resa finale dei protagonisti: la regista si circonda di giovani star in ascesa, accompagnate da due vere icone di Hollywood, Laura Dern (Marmee) e Meryl Streep (zia March). Nei panni delle sorelle troviamo Saorsie Ronan (Jo), Emma Watson (Meg), Florence Pugh (Amy), Eliza Scanlen (Beth). Su tutte spicca Ronan, nel ruolo che fu, fra le altre, di Katharine Hepburn (nella pellicola diretta da George Cukor nel 1933) e Winona Ryder (nella versione di Gillian Armstrong del 1994). L’attrice, guidata dalla regista, sembra riuscire a dare sempre il meglio di sé (le due avevano già collaborato nel debutto registico di Gerwing, Lady Bird): la sua Jo risulta audace, forte e ribelle, ma anche appassionata e fragile, capace di grandi sacrifici per sé e la sua famiglia.

Questa performance le consente di ottenere la quarta nomination all’Oscar, insieme a Pugh\Amy la quale, fra le altre tre protagoniste, è quella che riesce a ritagliarsi il maggior spazio. Amy, infatti, è forse il personaggio più complesso, che compie uno sforzo e una maturazione maggiore rispetto alle sorelle, divenendo da bambina viziata e capricciosa una donna capace di leggere con lucida consapevolezza il destino delle donne. Aiutata in questo da zia March, cosciente che il destino della famiglia dipenda da lei, poiché “Jo è una causa persa, Beth è malata e Meg sposerà per amore uno squattrinato insegnante”.

Nel cast anche Timothèe Chalamet, nei panni del vicino di casa Laurie e Louis Garrel in quelli del professor Bhaer, che diverrà il marito di Jo.

Il punto di forza del film risiede nel modo in cui Gerwig rende un romanzo conosciuto e amato un ritratto intimo e personale, attraverso un lavoro sulla sceneggiatura ben equilibrato e, in fondo, mai troppo invasivo (non a caso, uno dei sei premi Oscar per cui il film concorre è quello per la miglior sceneggiatura non originale). Manca quindi in maniera evidente la candidatura per la regia, che invece le era stata riconosciuta due anni fa per Lady Bird.

Ma anche gli altri elementi del film contribuiscono ad attualizzare la storia, primi fra tutti i costumi di Jacqueline Durran, che sembrano abiti vintage piuttosto che accurate riproduzioni storiche.

Le Piccole donne continuano a parlare di arte, soldi e potere, rimanendo fedeli a sé stesse e dimostrando che anche nel 2020 i temi per cui lottare sono rimasti gli stessi.
Non è più tempo di scegliere fra “morte o matrimonio”, come invece erano costrette a fare le eroine dei romanzi di Jo, specchio della società in cui vivevano. Ma è ancora il tempo dell’emancipazione e dell’indipendenza. E le vicende delle sorelle March risultano, in questo senso, ancora fortemente attuali.

Claudia Silvestri

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