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"Noi": il ritorno e la conferma di Jordan Peele nell'horror contemporaneo

Appena terminata la stagione dei premi, il cinema statunitense riparte ad alta velocità, con l’incredibile successo dell’horror Noi (Us) di Jordan Peele, in arrivo nelle sale italiane dal 4 aprile. Se già nel 2017 Peele aveva dimostrato con un unico e piccolo film indipendente (Scappa - Get Out) una visionarietà tale da rivoluzionare tanto il black film politico quanto il cinema di genere, con la sua opera seconda ribadisce e consacra definitivamente un riconoscibile stile di regia e un grande potenziale di innovazione nel cinema contemporaneo.

Senza spiegare troppi dettagli di una trama che fa della rivelazione graduale il suo punto di forza, Noi è una storia interamente basata sui doppelgänger, sul tema del doppio, del riflesso e dello specchio. Insiste sull’idea del conflitto interno e irrisolvibile di corpi identici che condividono una sola anima, connessi per l’eternità in ogni azione e ogni scelta compiuta.

Apparentemente meno politico del precedente lavoro di Peele, esso sfrutta maggiormente l’estetica propria dell’horror, risultando non solo più cruento di Scappa - Get Out, ma anche molto più estremo nel rapporto con il pubblico.

È strutturato, infatti, come un home invasion, in cui la minaccia, costituita dai cloni della famiglia protagonista, irrompe inizialmente nella tranquillità domestica per poi ampliarsi a un contesto molto più vasto e incontrollabile, in modo da intrappolare lo spettatore in una gabbia di continua tensione, dal primo all’ultimo minuto, smorzata solo da brevi e ottimi tempi comici a cui Peele non rinuncia nemmeno in questo film.

La critica sociale e politica, a un livello più profondo, si instaura invece intorno al rapporto fra la protagonista Adelaide e la sua Ombra, Red, entrambe interpretate da un’eccezionale Lupita Nyong’o, che già segna una delle performance più interessanti dell’anno. In questo doppio ruolo, per esempio, confluisce il conflitto fra la coscienza di classe e la coscienza di razza, declinato sempre e ovviamente dalla prospettiva afroamericana, in cui è radicata l’idea che l’agio borghese sia spesso simbolo di tradimento nei confronti delle condizioni di diseguaglianza della maggioranza sottoproletaria ed emarginata, come è chiaro nel riferimento diretto del film all’iniziativa sociale statunitense del 1986, Hands Across the America, che ne diventa anche un elemento simbolico non indifferente.

Si tratta, tuttavia, di un sottotesto, quello socio-politico, percepibile chiaramente solo in alcune battute e altrimenti lasciato solo intendere, a favore invece della spettacolarità della messa in scena, dei plot twists e di una costruzione magistrale dell’emozione spettatoriale, di quella sana paura che tiene il pubblico incollato alla poltrona, con gli occhi sbarrati come i personaggi di Peele, pronto a lasciarsi trascinare in un altro Mondo Sommerso, questa volta ancora più complesso e popolato di visioni, terrori ancestrali e inquietanti conigli bianchi al di là degli specchi.

Valeria Verbaro, 28/03/2019

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