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La giovinezza di Pier Paolo Pasolini, tra eventi noti ed esperienze minori

Pier Paolo Pasolini è certamente una delle figure più sfaccettate e complesse del panorama intellettuale italiano. Noto uomo di cultura, è famoso soprattutto per la sua produzione letteraria e cinematografica. Meno conosciuta è invece la sua esperienza da insegnante, ma proprio in essa si possono rinvenire le radici di quella vocazione pedagogica che permea le sue opere più conosciute.
Cercheremo di ripercorrere velocemente alcune delle tappe della sua vita e del suo lavoro, cercando di fornire qualche informazione sul vissuto del giovane Pasolini al fine di dare un quadro più preciso della persona e dell’intellettuale che più ha segnato il secondo dopoguerra italiano.

La situazione familiare in breve
Il portato e la forza della visione e del pensiero di Pasolini, la lucidità di analizzare i fatti e andare a cogliere i particolari della società che lo circonda mostrandone la complessità può essere ricollegata al suo vissuto personale e alle sue origini. Figlio di Carlo Alberto Pasolini, un militare di nobile stirpe romagnola, e di Susanna Colussi, un’insegnante friulana di umili origini, Pier Paolo Pasolini, nato nel 1922, è membro di una famiglia, nelle sue parole, “prodotto d’incrocio…un prodotto dell’unità italiana”, rappresentante di una classe borghese nata dalla decadenza dell’aristocrazia che si unisce alle classi sociali più basse, innalzatesi nel tempo a un rango più elevato.
Una particolarità, la differenza di origine dei genitori, che trova un richiamo anche nella sostanziale diversità e distanza della visione politica, e anche nel vissuto, del padre e del fratello minore, Guidalberto: il primo era un fascista convinto mentre il secondo si sarebbe unito alla lotta partigiana con la brigata Osoppo-Friuli, di area cattolica. Durante la guerra, tragici eventi colpiscono i familiari: il padre viene imprigionato in un campo di concentramento inglese in Kenya mentre il fratello viene catturato e ucciso dai partigiani comunisti vicini alle forze armate jugoslave guidate da Tito. Queste vicende, però, non impediranno a Pier Paolo di diventare un militante comunista, a costo di grandi fatiche e di enorme coraggio: sacrificare il dolore personale e della famiglia per sostenere un’ideale sociale che lo aveva colpito personalmente.
Pasolini vive quindi una realtà familiare complessa e complicata, in cui gli estremi vengono a trovarsi vicini e che offrono all’artista delle lenti di lettura del quotidiano e del privato molto diverse rispetto a quelle della visione comune della società.

Pasolini insegnante
Nella sua giovinezza Pasolini si è dedicato alla scuola con profonda dedizione e con estremo rigore. E lo ha fatto non per caso o necessità, ma per scelta. Una scelta iniziata nel 1942 nel paese materno, a Casarsa, eletto come rifugio nell’attesa della fine della guerra. Qui Pasolini apre una scuola privata per coloro che, a causa dei bombardamenti, non potevano raggiungere le sedi di Udine e Pordenone. Per via dei rastrellamenti del ’44 Pasolini e la madre si vedono costretti a trasferirsi in un casolare situato nella piccola frazione di Versuta, dove aprono una scuola gratuita, che rimane attiva sino al 1947. Gli allievi sono una decina, tutti figli di contadini. Pasolini rimane affascinato dalla purezza e dall’ingenuità di questi ragazzi, caratteristiche che non aveva riscontrato negli alunni “borghesi” della scuola di Casarsa.
L’entusiasmo non lo abbandona nemmeno al termine della guerra e infatti nel 1947 insegna nella scuola media di Valvasone, dove trascorre due anni. L’esperienza si interrompe bruscamente, a causa di uno scandalo, dalla cui responsabilità fu in seguito assolto. Nonostante le proteste degli studenti e delle loro famiglie, Pasolini venne allontanato da quella scuola in cui tanto si era dedicato a sperimentazioni di pedagogia attiva, spingendosi sino al dar vita a un teatro all’aperto in latino.
Ma Pasolini non si fa abbattere e prosegue la sua vita da insegnante persino dopo la fuga a Roma del dicembre 1951. Ottiene infatti un posto come insegnante di lettere in una scuola media di Ciampino. Per raggiungerla deve compiere un tragitto molto lungo, come emerge dai versi della poesia “Il pianto di una scavatrice”: «Povero come un gatto del Colosseo, / vivevo in una borgata tutta calce / e polverone, lontano dalla città / e dalla campagna, stretto ogni giorno in / un autobus rotolante: e ogni andata, ogni ritorno / era un calvario di sudore e ansie».

L’anticonformismo e la relazione con la politica
Gli anni Trenta sono per il giovane Pasolini anni di continui cambiamenti e trasformazioni, attraversando l’adolescenza da liceo a liceo, di città in città, a causa dei frequenti trasferimenti del padre: Idria, Cremona, Reggio Emilia e infine Bologna lo preparano agli studi universitari, ai quali si affaccia ancora diciassettenne nel pieno scoppio del conflitto mondiale. Forse sarà proprio questa contrapposizione tra tessuto sociale e vissuto personale che determinerà non solo l’orientamento politico, ma soprattutto la filosofia di Pier Paolo Pasolini. Sconfortato dall’eterno ritorno di dinamiche socio-politico-economiche apparentemente fondate in degli ideali permeati dall’interesse spicciolo umano, di rifiuto dello Stato Sociale così come lo conosciamo, con tutto quello che ciò comporta. Insomma, sono gli anni in cui si determina quella figura che viene definita anticonformista, da molti legata in maniera semplicistica alla sua formazione artistica.
Attivo in Friuli e iscrittosi al PCI nel ‘47, trovò non pochi problemi nonostante un primo fervido attivismo contro il costituito potere democristiano. Le ragioni del contrasto sono linguistiche. Gli intellettuali "organici" scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini con la lingua del popolo, senza fra l'altro cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto ciò risulta inammissibile: alcuni comunisti vedono in lui un sospetto disinteresse per il realismo socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura borghese. I democristiani lo considerano troppo anticattolico oltreché comunista.
Non troppo tempo dopo, nel ’49 e come già riportato, viene denunciato per corruzione di minorenne: un fatto sociale che influenzerà tutta la sua vita. E che senza quel preciso processo, non avrebbe poi influito così tanto: l’ennesima rottura con una società con troppe, anche per lui, contraddizioni. Viene espulso dal partito a priori, senza la minima considerazione quantomeno processuale. Pasolini continuò comunque in quel momento a identificarsi nel comunismo, forse un po’ meno negli uomini che lo rappresentavano. Gli anni 50’, contraddistinti da un boom economico anche fortemente favorito dagli accordi internazionali fra Europa e America, lo vedono trasferirsi a Roma, vivendo la borgata romana e tutte quelle situazioni di vissuto sottoproletario che saranno alla base della sua produzione futura. Sono quelli gli anni in cui i comunisti non possono governare e/o fare affari, i fascisti sono ufficialmente banditi dalla società per poi in realtà permanere e il potere risiede sostanzialmente in due grosse classi sociali: la borghesia e la Chiesa. Esse affondano la gestione del proprio potere da un lato nei Patti Lateranensi stipulati in epoca fascista, dall’altro nelle indicazioni anticomuniste che provengono dall’America.
In questo scenario di immobilismo sociale, Pasolini non può far altro che osservare, come è stato abituato a fare fin da bambino, i più vari tessuti e le diverse dinamiche sociali con uno sguardo unico e originale.

Gustavo Dabove, Giandomenico Domenicano, Silvia Guzzo

 

 

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