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Un’inchiesta intima e pubblica sul conflitto basco: al Festival del cinema spagnolo il sorprendente e originale documentario "Mudar la piel"

Una strana amicizia va oltre le congetture politiche, ma è misteriosamente inspiegabile. Al Festival del cinema spagnolo (dal 2 all’8 maggio al cinema Farnese di Roma) all’interno della rassegna sul cinema iberico spicca un film che è un ibrido tra una spy story e un documentario, tra un dramma e un film d’inchiesta. Una pellicola capace di cambiare la pelle per attrarre e intrattenere i suoi spettatori. Già presentato fuori concorso al festival di Locarno del 2018, Mudar la piel, opera prima di Cristobal Fernandez e Ana Schulz, prova a raccontare la storia di un rapporto impossibile tra un mediatore dell’ETA e un agente dei servizi segreti spagnoli all’interno della cornice del conflitto basco e delle sue riletture storico-politiche, una struggente unione che è andata oltre il grave tradimento. Juan Gutiérrez e Roberto Florez rappresentano i due opposti, lo yin e lo yang di un aspro e delicato gioco di insurrezione, repressione e spionaggio che accese la Spagna negli anni Ottanta e Novanta. Ana Schlulz, narratrice e figlia di Juan, ricostruisce sine ira et studio, o almeno ci prova, questa assurda e paradossale amicizia, ambiguamente interrotta dalla scomparsa di Roberto, il cui arresto per alto tradimento delinea i suoi veri scopi, ma incomprensibilmente tenuta in vita da un forte sentimento consolidato nel corso degli anni. Attraverso un lavoro in itinere con Fernandez, la regista intreccia gli affari di famiglia e gli affari di Stato riesumando i documenti del padre e della madre (vecchi libri, lettere intime ma scottanti, video e fotografie di repertorio) e incontrando l’amico traditore. Testimonianze preziose, le parole e le immagini da un lato rendono la narrazione incalzante, dall’altro rendono inaccessibile il solidale arcano tra i due protagonisti di una vicenda esistenziale perché politica, e viceversa. Tutto sembra destinato all’incontro riconciliatore fino a quando Roberto non decide di mutare le sorti del film rifiutando di essere filmato. Ma il mutamento è costante necessaria del nostro vivere, fa parte del nostro vivere, e dunque il film non può che essere una parabola del mutamento da ogni punto di vista. Come il serpente, la spia Roberto muta pelle ma viene mutato nei sentimenti. Muta Juan e la sua visione dell’amicizia. Mutano i registi in spie per indagare sui veri motivi del rifiuto di Florez, mutato in attore per un film destinato all’incompiutezza. Muta la sceneggiatura, flusso in divenire, metafora di vita. Muta il genere, trapassando costantemente il labile confine tra realtà e finzione, tra illuminante mistero e tetra chiarezza. Muta Ana, che forse nell’oscura vicenda pubblica e intima del padre è riuscita a captare quello che Herzog, maestro del documentario moderno, definiva la forza estatica della verità, di cui il cinema è glorioso detentore.
Piero Baiamonte
08/05/2019

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