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"Muchos hijos, un mono y un castillo": la lucida follia di una madre travolgente ci accoglie al Festival del cinema spagnolo di Roma, uccidendoci di risate

A tutti capita di avvicinarsi alla cucina di mamma attratti dal profumo per domandarle cosa stia preparando. Ma davvero a pochi capita di vedersi sventolato in faccia il costato di un maiale sentendosi rispondere: “anche io ho le vertebre di mia nonna, da qualche parte qui a casa”.
È per questo che l’attore madrileno Gustavo Salmerón ha deciso di passare dalla parte opposta della macchina da presa: riprendere sua madre, non per raccontarla o raccontarne una storia, ma per farcela semplicemente vivere, cosi come la vive lui, da figlio e non da spettatore. E di fronte a quello che ci regala, è impossibile non lasciarsi travolgere dalla straordinaria effervescenza con cui una donna ottantenne vive le proprie fissazioni di accumulatrice seriale e i quotidiani dolori dell’esistenza, restando sempre saldamente attaccata ad un’incredibile ironia, priva di alcuna malizia.

Se l’artista è colui che vive ossessionato dalla missione esistenziale di comunicare agli altri la bellezza che ha vissuto, Salmerón dimostra senz’altro di esserlo. Solo la dedizione verso una simile causa, infatti, gli ha concesso la pazienza di raccogliere 300 ore di girato e lavorarci alacremente per 14 anni, fino ad estrarne un montaggio (l’ultimo di 76 tentativi) capace di comunicare la bellezza di una donna che sa sopravvivere al mondo e alle sue tempeste con una sana, lucida follia.
Un documentario che non è un documento morto, un video di famiglia che non è un ritratto immobile e che scorre vitale e vitalistico negli occhi degli spettatori.
Per una volta, sembra che proprio questi ultimi concordino perfettamente con la critica, premiando Muchos Hijos in Spagna come campione d’incassi e miglior documentario al premio Goya.
Anche a Roma, dove viene presentato al cinema Farnese per il Festival del cinema spagnolo, Muchos Hijos lascia il pubblico entusiasta, fino ad esaltarlo quando al termine della proiezione, a sorpresa,, fanno capolino in sala il regista e la protagonista.
“Da bambina ho deciso che, se non mi fossi fatta suora, avrei avuto tanti figli, una scimmia e un castello”: Julita non è diventata suora, ma madre di sei figli, padrona di un babuino e proprietaria di un’antica dimora aristocratica castigliana. Non c’è distanza nella sua vita tra desiderio e realtà, né tra passato e futuro, perché tutto si risolve in una risata presente.
Salmerón ha trovato la formula perfetta per non incastrare la spontaneità di una persona vera dentro un copione che la cristallizzasse in un personaggio. Poco importa se l’equilibrio giusto l’ha trovato aggrappandosi alla follia stilistica di un Wes Anderson e dei suoi Tennebaum o a quella di Daniel Pennac e dei suoi Malaussin. Ciò che conta è che abbia trovato il giusto spazio nel quale far vivere sua madre, nel “qui e ora” di una situazione familiare quotidiana, più forte di qualsiasi storia potesse sforzarsi di raccontare.
Ed è così che Salmerón ci accoglie nella sua famiglia, ci fa essere figli di quella strana madre attraverso la quale ci regala la prospettiva ironica dell’esistenza, un’arma irrinunciabile contro qualsiasi tragedia. Anche quella di perdere la propria scimmia e il proprio castello.

Alessio Tommasoli

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