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"Mother Fortress": il docufilm di Maria Luisa Forenza su umanità e guerra in Siria

Chi è un ammiratore delle inchieste giornalistiche degli anni ‘90 di Cristopher Hitchens sulle missioni umanitarie, discutibili, di Madre Teresa di Calcutta rischia, inevitabilmente, di sedersi con pregiudizi davanti allo schermo del cinema Farnese, in Roma, prima della proiezione di “Mother Fortress”. Davanti a elementi lessicali come "Monastero", "Religione", "Crisi Umanitaria" e "Povertà" si inizia a storcere il naso, nonostante cambi in maniera evidente il contesto storico e geografico. Sin dall'inizio del docufilm di Maria Luisa Forenza questa ipotetica predisposizione ostile si dissolve gradualmente, perché qui la religione non assume alcuna valenza politica e la struttura monastica si rivela invece salvifica e aggregatrice, con buona pace di Hitchens. Luogo di umanità salvata, ma gravemente ferita. Anche la “posizione della missionaria” Madre Agnes assume sfumature totalmente diverse: da giovane dissoluta si converte alla religione e diventa un punto di riferimento per migliaia di innocenti, vittime di una guerra fratricida che chiama  in causa diverse parti legate al mondo arabo. E a Qarah sorge il suo monastero, in un punto desolato, a nord di Damasco, schiacciato sia a est che a ovest dall’ISIS e dalle sue armi violente.

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Attraverso le inquadrature iniziali dell’edificio sacro si rappresenta una solidità del monastero che si trasforma, ai nostri occhi, in una vera e propria fortezza. Ogni parete, ogni dettaglio architettonico si rinforza con le interviste e le riprese delle e dei protagonisti e vittime delle guerre, i quali, in una coesione comune, creano in quel sito uno spazio di tregua e forza. Poi arrivano anche i campi lunghi e lunghissimi, accompagnati dal silenzio, e si evoca la fragilità del luogo all’interno dello spazio ignoto minacciato dalla guerra e dall’odio. Il senso infinito dell'attesa per la fine del dramma. Scene inziali che sono a tutti gli effetti da “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, come dice la stessa regista durante il dibattito successivo alla proiezione, condotto dallo storico cinematografico Maurizio Di Rienzo e con l'intervento del Professore Paolo Matthiae, archeologo scopritore dell'antica città di Ebla .

Dopo questo attacco iniziale, la forza delle immagini è sostenuta da un sonoro audio che sentiamo come filmico e fittizio, ma che è tragicamente vero. Le orecchie e il cuore sobbalzano sotto i frastuoni delle bombe esplose in lontananza e dei proiettili delle mitraglie che turbano l'aria. Nello spostamento documentato lungo i luoghi cardine di una Siria devastata, da Aleppo a Dei Ez-Zor, si osserva anche una umanità che sta anche lì, dietro le macchine da presa, e che fa rovesciare la videocamera al suono orribile di una raffica di spari. La stessa Maria Luisa Forenza è lì a vivere quel pericolo, attraversando le macerie delle città e le folle che richiedono cibo, gentilmente fornito dall’occidente. Eh già, quell’Occidente che velatamente è, a suo modo, concausa di tutto questo, tramite quella fornitura di armi che sarà la stessa madre Agnes a denunciare, a Ginevra, nella sede dell’ONU. Nel dramma resiste un po’ di umanità, veicolato dalla monaca, ma le colpe appartengono a troppi e tutte le posizioni sono saltate.

Mother fortless” riesce così, attraverso queste scelte di regia e di montaggio, a essere un documentario forte e coraggioso, nonostante l’omissione dello sparagmòs da tragedia greca, componente terribilmente vera e presente in questa situazione storica, che la regista stessa ha ammesso di non aver voluto inserire per non intaccare una poetica che comunque funziona e porta tutti noi a non sottrarci più da una realtà che dovremmo sentire più vicina. Perché siamo umani.

Giuseppe Cambria

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