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"Memorie di un assassino", ovvero la viralità del male tra gli uomini

La Corea del Sud è un paese attraversato da una violenza carsica di cui non riesce a venire a capo. Una violenza che impregna l’intero paese. Non regge più – o forse non ha mai retto – la dicotomia tra la grande città, covo di degrado e perversione, e la piccola, idillica realtà della cittadina di provincia dove tutt’al più, se non si muore di vecchiaia, si muore di noia. Soprattutto non c’è un unico colpevole, un singolo capro espiatorio che la comunità condanna a portare la croce per i peccati di tutti. Nessuno è innocente, chiunque a modo suo commette una certa quantità, maggiore o minore, di male. Pure se nel farlo si crede nel giusto. Con larghe pennellate dense di una satira grottesca dall’effetto umoristico, il regista sudcoreano Bong Joon-ho ha dipinto così una vicenda che in primo piano si percepisce come una crime story. Scendendo in profondità, si scopre l’innesco di un meccanismo simile a quello che Pirandello aveva definito “il sentimento del contrario” – la riflessione indotta da una prima impressione comica – che ridicolizza e mette in crisi le certezze. L’intera società coreana e le sue istituzioni vengono rivelate per quello che sono, dietro la facciata formale: umane, troppo umane, sovraccariche - seppur inconsapevoli - di debolezze e preconcetti, oscillanti tra una ricerca del fine che giustifica i mezzi e l’ansia di rispettabilità. Questa è la complessa, ma non contorta, tela che si dipana in “Memorie di un assassino”, pellicola inserita dalla rivista cinematografica del British Film Institute “Sight & Sound” tra i trenta film chiave dei primi dieci anni del Duemila. Uscito nel 2003, è arrivato nelle sale italiane il 13 febbraio 2020, in ritardo di oltre tre lustri, sull’onda del successo mondiale dell’ultima opera di Bong, quel “Parasite” vincitore di quattro statuette agli ultimi Oscar, e del ridestato interesse per la sua produzione. Memorie di un assassino A differenza di quest’ultimo, film di pura fiction, “Memorie di un assassino” recupera una storia tratta delle pagine più buie della cronaca nera della Corea del Sud, già ispiratrice di uno spettacolo teatrale: quella del primo serial killer sudcoreano. Tra il 1986 e il 1991 nelle campagne intorno a Hwaseong dieci donne, dopo essere state immobilizzate e imbavagliate con i loro stessi indumenti intimi, furono violentate e uccise. Nemmeno le tracce biologiche presenti sulla scena del crimine si rivelarono utili per risolvere il caso, quando il film uscì il nome dell’assassino era ancora ignoto. Infine, nell’autunno del 2019 le autorità coreane hanno comunicato che uno dei sospettati della lunga scia di omicidi, Lee Choon-jae, era stato identificato. L’uomo, già condannato all’ergastolo nel 1994 per aver violentato e ucciso la cognata,dopo aver respinto le accuse, avrebbe confessato un numero molto più elevato di delitti, 46 tra uccisioni, abusi sessuali compiuti e tentati. Oggi Lee non può più essere perseguito perché quei reati sono ormai prescritti. Ma non sono né il sangue né il gusto morboso per la violenza a condurre lo spettatore nelle oltre due ore del racconto, bensì la lunga carrellata di tipi umani che si affastellano nel corso di un’investigazione condotta ora con brutali interrogatori fatti di calcioni volanti alla Bruce Lee e confessioni indotte ed estorte, ora con metodo scientifico e una rigorosa analisi psicologico-comportamentale. In una conduttura in aperta campagna, non lontano da un villaggio senza nome, uno qualunque del Paese, dei contadini rinvengono il corpo di una donna, denudata legata e imbavagliata. Il primo di una serie di cadaveri, quello che dà il via a una corsa contro il tempo per trovare l’omicida, voglioso mietitore di donne vestite di rosso, prima che colpisca di nuovo nelle notti di pioggia quando alla radio passa una romantica canzone d’amore per cuori infranti. È una corsa goffa e accidentata fin dall’inizio, quando degli uomini della scientifica scivolano in un fosso in mezzo ai campi per raggiungere la scena del crimine inquinata dal passaggio noncurante degli agricoltori. Ogni passo in cerca della verità sembra incontrare continui ostacoli, per incompetenza o per un qualche motivo che si frappone sempre fra la domanda e la risposta. I principali attori dell’indagine, il poliziotto ‘di campagna’ Park Doo-man (Song Kang-ho, attore feticcio di Bong), più intelligente e determinato dei suoi inetti colleghi ma pervaso da una forza irrazionale che gli fa credere di poter leggere negli occhi dei sospettati la loro colpevolezza o innocenza, e il pacato e metodico detective venuto dalla capitale Seul per risolvere il caso con le più aggiornate tecniche investigative, Seo Tae-yoon (Kim Sang-kyung), sono due mondi che entrano in collisione. Intorno a loro orbitano, in una grigia coltre di fumo di sigarette, un sergente di polizia a cui sono rimasti pochi scrupoli e un certo trasporto per gli alcolici, uno ‘sbirro’ violento con le labbra affilate e serrate in una storta smorfia sadica che ricorre ai suoi anfibi militari quando l’estorsione di una confessione non va come vorrebbe, una giovane e brillante collega che acquista importanza man mano che l’inchiesta procede, un’infermiera-prostituta dotata di buonsenso e calore umano. Tutta l’indagine è un grande contraddizione e al tempo stesso una disincanta rivelazione della natura umana. I delitti proseguono, la ricerca del colpevole si arricchisce di elementi che lasciano intravedere una parte di verità che rimane inafferrabile e inconoscibile. Per cui va costruita: se si hanno i pezzi del puzzle, bisogna incastrarli in qualunque modo così che il disegno - quale che esso sia - appaia sotto gli occhi di tutti. Così Park e lo ‘sbirro’ si convincono che il racconto ricco di particolari circa la morte della prima ragazza, sciorinato da un giovane con degli handicap mentali, sia da ritenersi valido tanto da convincere persino lui di essere autore di quell’efferatezza. Non sarà l’unico caso. Ma per il detective Seo l’incognita che risolve l’equazione è un’altra.  In un continuo alternarsi di close up fatti di immagini quasi sgranate come un vecchio telefilm degli anni Ottanta, atti a esasperare e quindi a depotenziare l’importanza data allo sguardo per cogliere la verità, e di riprese a spalla traballanti, i ruoli sbiadiscono e si contaminano mentre nella grande città, si arriva agli scontri di piazza tra i manifestanti e le forze dell’ordine. La realtà raccontata da Bong è priva di contorni nitidi e precisi, come si evince dal ricorso ad alcune inquadrature fuori fuoco. La violenza è nelle strade, nelle campagne, nelle città, nella caserma, nelle menti di chi monta una falsa verità e in quella di chi, sfinito, pensa di ricorrervi per chiudere l’ennesimo capitolo di questa storia. Invece l’ultima parola non è detta, non sono bastate né l’arcana magia del mondo rurale né il progresso scientifico e tecnologico della civiltà metropolitana per circoscrivere e debellare una malattia per cui non esistono né vaccini né cure. Se non un po’ più di umanità.

Lorenzo Cipolla

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