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La volta buona di Vincenzo Marra: viaggio nel calcio tra miseria e speranza

Vincenzo Marra ha scritto La volta buona di getto in 15 giorni, spinto da profondo affetto e stima reciproca verso il grande Mario Monicelli. Quella sceneggiatura è rimasta nel cassetto fino ad oggi, diventando un tentativo di omaggio e una sfida, a 47 anni, di mantenere se stesso, giocando in un territorio diverso. "Il film ha l’humus di raccontare una storia dritta, ma con tanti significati dentro", dichiara il regista napoletano.

Bartolomeo (Massimo Ghini) è un procuratore sportivo, soffocato da debiti di gioco. Vive alla giornata, alla ricerca perenne, tra i campetti di periferia, di un calciatore ancora bambino che possa diventare l’affare che dia una svolta alla sua vita disperata. Un giorno riceve una telefonata da Bruno (Max Tortora), ex “collega” emigrato, o meglio, scappato in Uruguay: a Montevideo un ragazzino, Pablito (Ramiro Tomas Garcia), è un fenomeno e ha le basi per sfondare nel calcio italiano. Per Bartolomeo è l’occasione che sta aspettando da tempo, per il piccolo Pablito è il sogno di una vita migliore. Per entrambi sembra essere la volta buona.

Marra ha vissuto per 10 anni tra Sud America (in Uruguay il 75% della popolazione ha sangue italiano) e Italia, avendo l’occasione di osservare le dinamiche tra due continenti, soprattutto durante la crisi economica del 2009, conoscendo ritratti umani, anche gaglioffi, simili a quelli della sua tragicommedia. Più che voglia di denunciare i lati oscuri del mondo del calcio, il regista vuole mostrare una storia veritiera, con protagonisti uomini terribilmente tragici.
La figura ambigua del procuratore sportivo appare nelle sue sfaccettature. È la storia comune di una pepita d’oro, che diventa un affare per squali che nuotano in un mercato con più ombre che luci. È un mondo, quello del calcio, che dovrebbe essere portavoce immacolato di un appassionante gioco di squadra. Invece emerge un mercato che coinvolge bambini, soprattutto emigrati, alla ricerca di fortuna per la propria famiglia, che spesso finiscono con l’essere abbandonati o in clandestinità. O anche sottoposti a doping.

Bartolomeo è forse il personaggio più amaro, che ha distrutto matrimonio e famiglia con i suoi vizi. "Non voglio essere provocatorio, ma il discorso sportivo c’entra fino a un certo punto", sostiene l’interprete Massimo Ghini. Nel film, troviamo quel cinismo straordinario che ha fatto la fortuna del cinema italiano.
Che la volta buona sia compiere finalmente la scelta giusta? Bartolomeo e Pablito sono due figure diverse, alla ricerca di un riscatto dagli ostacoli, economici e familiari, che la vita ha messo loro davanti. Essi si incastrano gradualmente, arrivando a completarsi con estrema tenerezza, creando un raggio di agrodolce speranza, che attraversa la finestra sul mondo del calcio. Una storia verosimile di tragicità e umanità, che non risparmia qualche sorriso beffardo, empatia, compassione e una precisione maniacale di Marra per i dettagli nelle scene in campo. D’altronde, come disse Winston Churchill e come ha ricordato in conferenza stampa con umorismo Ghini:"Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio".

Massimo Ghini

La pellicola dovrebbe uscire nelle sale italiane il prossimo 12 marzo e ambisce ad essere una narrazione pseudo-positiva e importante: in questo periodo delicato, un impegno non da poco.

Forse quei campetti di periferia possono ricordare i pomeriggi d’infanzia spensierati di molti, trascorsi a tirare calci a un pallone, con gli amichetti del quartiere. E ricordare quanto la purezza di un bambino venuto dalla povertà estrema possa diventare un’arma potente contro l’aridità legata ai soldi. E ricordare, infine, la passione per lo splendido gioco di squadra che è il calcio, a suo modo, maestro di vita.

Anteprima film e conferenza stampa: 04/03/2020, Cinema Adriano, Roma

Articolo: Camilla Giordano, 06/03/2020
Foto: Sara Moscagiuri

 

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