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"La ragazza d’autunno" e le cicatrici dell’Unione Sovietica dopo il secondo conflitto mondiale

Leningrado, 1945: è qui che il giovanissimo Kantemir Balagov ambienta il suo "La ragazza d’autunno". La guerra è ormai conclusa, lasciando ferite devastanti sui corpi e sulle menti di chi l’ha vissuta, in prima linea al fronte, nelle retrovie o tra le barelle di un ospedale.
Masha (Vasilisa Perelygina) ha una cicatrice che le percorre l’intero ventre. È stata “moglie” dei soldati negli anni del conflitto, e prima di una sterilità indotta dai troppi aborti, è riuscita a divenire madre, e ad accudire per una manciata d’anni il piccolo Pashka. Ma in guerra ci si abitua a condividere tutto in cambio della sopravvivenza: i viveri, gli uomini, il sesso, e se necessario anche la prole. E così il bambino, di una tenerezza struggente, si ritrova ad avere due madri, affidato com’è alle cure dell’infermiera Iya, la “Giraffa” (Viktorija Mirošničenko), altissima, misteriosa, e afflitta da una paralisi che la costringe a bloccarsi nelle situazioni di tensione. La tragica perdita del figlio che univa le due donne in una maternità condivisa, apre una lacerazione che deve essere suturata, trasformandosi in legame viscerale e morboso che spossessa le due protagoniste persino dell’intimità del proprio corpo.
Masha ha perso un figlio, ma non c’è tempo per piangerlo quando si ricerca l’autoconservazione. La giovane donna è quindi disposta a mettere di nuovo il suo corpo in prima linea, come in guerra, pur di darsi la possibilità di portare in grembo un’altra vita che la sottragga alla condanna della solitudine, e di avere un uomo accanto che possa offrirle protezione. Iya è bellissima, ma dal suo corpo fuggirebbe, piuttosto che avvicinarlo e unirlo a quello di un uomo. Giraffa è disposta a concepire un figlio soltanto per il sentimento intensissimo che prova per Masha, “perché glielo deve”, e “perché vuole qualcosa che la unisca a lei”. Quello che Masha ricerca in un uomo, Iya l’ha già trovato in Masha ed è disposta a tutto pur di mantenerlo.
Il corpo gelido di Iya deve stringersi a quello di Masha, come ad un appiglio, anche mentre si concede in un rapporto che potrebbe generare la vita da entrambe cercata. La rigidità di Giraffa, che l’accompagna in ogni movenza al di là di qualunque attacco di paralisi, sembra sciogliersi per un attimo soltanto nell’impacciato bacio dato all’amica in lacrime, in una scena che sembra riproporre, in un’immagine invertita e speculare, l’abbraccio iniziale al piccolo Pashka.
L’acuta sensibilità del giovane regista riesce a far convivere nel medesimo istante la più disarmante tenerezza con il più ingiustificabile dolore, così come le attrici riescono in maniera eccezionale a far attraversare il proprio volto da tutte le sfumature del riso, del pianto, e del loro mescolarsi.
L’utilizzo fortemente espressionistico del colore e l’utilizzo della telecamera a spalla coinvolgono lo spettatore in un vortice d’intensa drammaticità, dalla quale è difficile sottrarsi, impigliati come si rimane nelle giravolte di Masha in un vestito verde sgargiante, che ad ogni giro cercano di gridare la gioia fanciullesca contro il dolore sedimentato e polveroso.
La ragazza d’autunno è un’incredibile prova d’autore, che offre uno straordinario affresco storico ed una riflessione sulle laceranti ferite che la guerra infligge nei cuori e nelle menti, in quei corpi paralitici dei soldati che chiedono di morire, e in quelle esistenze che tentano disperatamente di continuare a vivere, cercando di rimarginare la sofferenza specchiandosi e ritrovandosi negli occhi e nelle braccia di qualcun altro.

Chiara Molinari

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