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La diseducazione di Cameron Post: quando amare vuol dire sparire

Educare”: in generale, promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona, spec. di giovane età; o altrimenti “Sviluppare e affinare le attitudini e la sensibilità (in modo assoluto o dirigendole verso un fine determinato)”. Educare significa dunque assumere la singolarità di una persona per poi affiancarla nel suo cammino di vita, così da indicarle la via esatta da prendere, e i passi giusti da compiere. Sono assunti a noi scontati, ma è dinnanzi a storie come quelle portate sullo schermo da Desiree Akhavan e il suo “La diseducazione di Cameron Post”, presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma e già vincitore del prestigioso U.S. Grand Jury Prize allo scorso Sundance Film Festival, che tutto viene rivalutato e quei diritti di scelta e azione per noi tanto essenziali quanto primari in un paese democratico come il nostro, vengono messi in gioco.
Al centro dell'opera la giovane Cameron Post, studentessa di liceo con un grande segreto: la cotta per l'amica Coley, della quale nessuno deve venire a conoscenza. Già, perché dalla morte dei suoi genitori, chi l'ha cresciuta è la zia Ruth, assidua lettrice della Bibbia e fermamente convinta che l'omosessualità sia una malattia. Quando Cameron viene scoperta a fare sesso con Coley durante il ballo di fine anno, zia Ruth la spedisce dritta dritta al God's Promise, un centro religioso di "diseducazione" all'omosessualità.

Cameron Post secondo la mentalità antiquata e bigotta dei suoi tutori legali, non ha dunque bisogno di un’educazione ma di una ri-educazione (o, riprendendo il titolo dell’opera, di una "diseducazione"). In un’America di inizio anni Novanta (e non così tanto dissimile da quella dei giorni nostri) l’orientamento sessuale della ragazza è un qualcosa di inaccettabile. Bisogna correre ai ripari, sostituire le linee guida impartitele fino a quel momento con quelle di un nuovo pensiero, profondamente religioso, in cui anche un sentimento così istintivo e profondo come l’amore diventa, sotto la lente attenta della società, un privilegio da acquisire, o un errore da correggere. la diseducazione di cameron post2Ogni giorno passato all’interno di queste realtà "educative" tollerate dalle autorità statunitensi, è un’eliminazione lenta e intervallata di parti della propria personalità. Si tratta di un’omologazione alla volontà e alle aspettative altrui sostenuta a discapito del proprio essere, ben rappresentata dall’abbigliamento imposto ai giovani del centro. Con le loro divise tutte uguali - come uguali devono essere i comportamenti assunti dai ragazzi da rieducare – i protagonisti dell’opera si vedono estirpare la loro unicità in nome di un valore come quello dell’amore eterosessuale assolutamente inconcepibile nella sua impostazione netta e severa. È come se essere gay sia qualcosa da curare alla pari delle dipendenze da alcool e droga. E così le lezioni e le attività ludiche – supervisionate da una Lydia Marsh che tanto ricorda l’"infermiera Ratched" di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” per il suo essere sadico e crudele - si vestono degli abiti di pseudo-riunioni collettive, durante le quali ci si auto-convince che solo perché si parli della propria esperienza essa verrà dimenticata e lo status quo sentimentale precettato dalla Chiesa ristabilito. 

Influenzata dalle opere autoriali di Andrea Arnold e Lynne Ramsay, sempre attente sull’osservazione del mondo dei giovani oggi, “La diseducazione di Cameron Post” per quanto possa apparentemente tragica, non è da definirsi tale. Chiusi per volontà degli adulti in un ambiente pseudo-scolastico, i protagonisti del film della Akhavan ricordano quelli del “Breafast Club” di John Hughes. Nonostante la cornice drammatica che abbraccia la storia, il mondo che lì si vive è fatto di toni sarcasticamente manichei nei confronti della società da cui provengono e che non li accettano, e citazioni cinematografiche o musicali, indizi di un mondo adolescenziale a cui i ragazzi appartengono e da cui, con o senza rieducazione, apparterranno, nella speranza di poter crescere liberi e senza freni autoritari.Allora ecco che gli unici momenti in cui poter riabbracciare una personalità che rischia di svanire giorno dopo giorno sono i sogni e i ricordi a cui Cameron si aggrappa con tutta se stessa. Momenti delicati, fessure aperte da cui emerge la vera essenza della ragazza, esaltati da una fotografia accesa e da tonalità calde ancor più marcate di quelle che colorano le scene ambientate al presente. Una fotografia densa di quel naturalismo tanto caro ai film di Kieślowski.

Elisa Torsiello, 25 ottobre 2018

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