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Jean Renoir e i maestri del realismo poetico. L’ossimoro del realismo poetico in rassegna a Palazzo delle Esposizioni

Si è appena conclusa la rassegna cinematografica Jean Renoir e i maestri del realismo poetico a cura di Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, Institut français Italia, La Farfalla sul Mirino, tenutasi nella piccola sala Cinema di Palazzo delle Esposizioni dal 9 febbraio al 17 marzo 2019. Grazie anche a: Fondazione Cineteca di Bologna, Museo del Cinema di Torino, Tamasa Distribution, UCLA Film & Television Archive, British Film Institute, Beta Film, Park Circus, Gaumont, Pathé International, TF1 Studio, Films du Jeudi, Cinexport. Proiezioni in pellicola 35 mm e lingua originale.
La rassegna dedicata a Jean Renoir si compone di una selezione dei suoi titoli più conosciuti e amati che vanno dai primi lavori del muto a quelli della stagione d’oro degli anni Trenta con l’avvento del sonoro, dai film dall’esilio hollywoodiano agli esiti più maturi del ritorno in Francia. Al programma sono stati anche aggiunti alcuni film di maestri coevi del realismo poetico come Marcel Carné, Julien Duvivier, René Clair, nel tentativo di restituire il clima culturale di un’epoca densa di sperimentazioni capaci di tenere insieme cinema classico e moderno, alla quale movimenti come la Nouvel Vague francese e il Neorealismo italiano hanno attinto. Impossibile non pensare alle Nanà della letteratura e del cinema: quella di Renoir (Nana, 1926) e alla più moderna Anna Karina di Jean-Luc Godard in Questa è la mia vita (Vivre sa vie, 1962). È dalle prime immagini di Ossessione di Luchino Visconti (1943), riprese dall’interno di un camion che corre lungo una strada, una citazione dell’inizio di L’angelo del male di Renoir (La bête humaine, 1938), che si comprendono e recuperano i modi in cui tali immagini ricorrono in epoche e in contesti culturali diversi.
L’espressione realismo poetico appartiene ormai al linguaggio comune, ma le incertezze relative ad una sua corretta connotazione danno ancora luogo a possibili equivoci. Per essere precisi nel nominare ciò di cui si sta parlando, cercheremo di dare una definizione della corrente cinematografica della Francia degli anni Trenta del Novecento, che dà il titolo alla rassegna, a partire dal suo significato etimologico. La nozione di realismo poetico ha la forma linguistica di un ossimoro, la figura retorica per eccellenza che unisce parole o espressioni di per sé inconciliabili nella misura in cui l’una esprime il contrario dell’altra. L’ossimoro del lessico cinematografico che unisce contrapponendoli realismo e poetico non riguarda solo la storia del cinema francese ma, più in generale, la storia dell’arte moderna e il realismo proprio della fotografia e della letteratura di fine Ottocento. I romanzi di Zola presi a soggetto lo dimostrano. Il termine realismo ha dunque un significato tanto ampio quanto vago essendo espressione di un’antitesi dove al nome si accosta l’aggettivo contrario, poetico. Se in pittura e letteratura ciò indica una scelta estetica e stilistica più rigorosa nella descrizione non edulcorata del reale, al cinema tale accostamento coincide con l’illusione delle immagini in movimento che riproducono dal vero la realtà. Non si tratta di una meccanica visione e riproduzione del mondo, ma della rappresentazione poetica della realtà mediante un linguaggio che nei limiti delle possibilità espressive della macchina trova la poesia e si fa arte. La poetica di Renoir circa il gusto per le riprese en plein air per i picnic alla francese (Le Déjeuner sur l’herbe, 1959), i giochi di caccia in campagna (La regola del gioco, La règle du jeu, 1939) nasce proprio dall’Impressionismo del padre, il pittore Pierre-August Renoir.
Memore delle avanguardie francesi del decennio precedente, gli anni Venti, il cinema realista si arricchisce di un certo lirismo e così diventa poetico. Sul piano dello stile, con le inquadrature in soggettiva, il cinema ci mostra non solo quello che il personaggio vede ma anche il sentimento, lo stato d’animo che quel personaggio sta provando. Ne sono esempi: la visione dell’ubriaco Juju de Il quartiere dei lillà che diventa per Clair visione mossa, sfocata, nebbiosa, una dissolvenza nell’alcol o in una canzone di Georges Brassens (Porte des Lilas, 1957); in Amanti perduti di Carné (Les Enfants du paradis, 1945), gli occhi tristi e innamorati del dolce e timido mimo Baptiste Deboreau, vedono la bella Garance lontana e irraggiungibile, da tutti contesa; la visione veloce e sfuggente di chi corre in treno lungo la ferrovia, per sfuggire al suo male o a una donna, è di Jacques Lantier di Zola in L’angelo del male; l’amore trasfigurato del cavapietre Antonio Canova, detto Toni, per la contadina spagnola Josefa è tratto da un fatto di cronaca avvenuto nel sud della Francia e rappresentato con intransigente realismo (Toni, 1935). Le vicende di questi film sono tutte ambientate nelle periferie della capitale francese, sotto i tetti di Parigi, o nelle campagne della Provenza, dove vivono malviventi, operai e contadini: soggetti collocati in un contesto sociale storicamente definito in quella che era l’unione del “Fronte popolare”. Precisamente, gli attori individuati nella narrazione filmica sono soggetti agiti da passioni, quindi sopraffatti, attraversati, investiti da stati d’animo e si trovano in situazioni polemiche in opposizione per quel che riguarda l’agire e il patire, il fare agente e l’essere agito. Nel cinema realista di Renoir, Clair, Carné e Duvivier sono cioè messe in luce anche le ombre nel contrasto delle trasformazioni passionali dei protagonisti che conducono la narrazione, spesso verso un inevitabile esito tragico: più di tutti il finale di Alba tragica di Clair (Le jour se lève, 1939). Di tutti i media, il cinema è quello capace di instaurare un rapporto patemico con lo spettatore e di porlo in uno stato emozionale al pari della pellicola, superficie sensibile più che mai a ciò che su di essa si inscrive: la superficie di un corpo nell’inquadratura, una voce o un suono cattivo, immagini in bianco e nero o dai colori non sempre perfetti. Nel buio della sala Cinema di Palazzo delle Esposizioni non si può far altro che stare in silenzio e guardare immobili ciò che accade a latere, entro i limiti dello schermo, nell’impossibilità di vedere tutto se non quello che la macchina da presa registra con una profonda umanità dello sguardo, spesso di riflessiva malinconia. La forza del cinema di Renoir e dei cineasti del realismo poetico sta proprio in questi corpi intermedi di senso, dati tra realtà e poesia, alla presenza vibratile e mobile di chi guarda.

Elvia Lepore, 20.03.2019

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