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Inconsapevolezza, realtà, finzione. Puoi smettere di credere a ciò che vedi su un palco?

“Ci scusiamo per l’interruzione, noi siamo il coro e saremo la vostra guida per questa sera”.

E’ con queste parole che uno sconosciuto vestito di nero una volta salito sul palco interrompe la rappresentazione di una delle più famose opere di Eschilo, l’Orestea. E’ questo il punto di inizio della narrazione, un po’ surreale ma senza dubbio suggestiva, di "The Interruption" di Yorgos Zois. Il primo interruption 2015 yorgos zois recensione 04 932x699lungometraggio del regista greco è stato presentato durante il festival di Venezia nel 2015 ma solo tra pochi giorni debutterà per la prima volta in tutte le sale d’Italia.

Realtà o rappresentazione? Su questo bivio si annoda l’intera storia del film realmente ispirato dall’occupazione di indipendentisti ceceni di un teatro nel 1991 durante la dissoluzione dell’Urss. Il fatto storico è però solo il pretesto per raccontare quanto spesso non riusciamo a riconoscere la verità dalla finzione. La finzione teatrale dell’opera eschilea, che lega il palcoscenico al pubblico, non riesce a spezzarsi neanche quando con fare minaccioso ma ammaliatorio gli “uomini in nero” obbligano gli spettatori delle prime file a diventare Oreste, Clitennestra, Egisto e gli altri personaggi della tragedia; anzi, sono tutti felici di essere stati scelti tra la moltitudine dei paganti in sala, inconsapevoli di star vestendo in realtà i panni di burattini comandati da terroristi. Gli “uomini in nero” sono i dirottatori della finzione scenica, manipolatori scaltri e spregiudicati che riescono a portare la morte reale, ma inconsapevole, tra il pubblico.

La colonna sonora affidata a campionature sonore affilate, taglienti, stranianti si inserisce perfettamente in mezzo ai contrasti chiaroscurali e agli altalenanti primissimi piani e campi lunghi. The Interruption risulta quindi un riuscito esperimento di fusione tra alienazione estetica e tragicità classica ma, l’eccessiva pretenziosità dell’opera del regista greco emerge, in parte sul finale, quando la profondità drammatica della storia si conclude con un flashback didascalico tanto quanto non necessario.

Matteo Petri 22/04/2018

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