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In "Yuli" l'intimità lirica dei ricordi d'infanzia si mescola alla storia di un intero paese

Un nutrito pubblico di appassionati e addetti al mestiere attendeva con trepidazione, a Roma, lo scorso giovedì, l’inaugurazione del 12° Festival del Cine Español, in svolgimento presso il Cinema Farnese fino al prossimo 8 maggio 2019 e diretto poi alla volta di numerose città italiane. Iciar Bollaìn è la ragione di tanto clamore: la regista spagnola, al suo ottavo film dietro la macchina da presa, è l’ospite d’onore di questa edizione ricca di proiezioni ed eventi.

Il film da lei presentato racconta la vita del ballerino mulatto Carlos Acosta, soprannominato Yuli. La straordinaria parabola della sua vita si staglia sullo sfondo degli anni difficili di una Cuba tormentata dall’embargo. In uno scenario dominato dalla fame, dalla miseria e dall’ingiustizia sociale, il talento puro e radioso del giovane Carlos sembra essere l’unica luce di speranza per un possibile riscatto. A questa possibilità si aggrappa, con ostinata fermezza, suo padre Pedro, deciso a fare di tutto affinché il figlio emerga, affrancandosi dalla situazione di degrado che è costretto a subire dalla nascita. Nella riuscita di Carlos, l’uomo scorge la vittoria di un’intera famiglia e di una popolazione da sempre sottoposta a soprusi: «Nel tuo sangue scorrono trecentocinquant’anni di schiavitù», dice l’uomo al figlio in un momento particolarmente toccante. Malgrado la ritrosia iniziale, Yuli impara gradualmente ad accettare il proprio destino, iniziando così l’ascesa che lo porterà a spiccare il volo e ad affermarsi come uno dei nomi di maggior rilievo della danza contemporanea. Attraverso il sacrificio di una vita interamente dedicata all’arte, può compiersi l’agognato riscatto sociale sognato da suo padre Pedro.

Iciar 2Iciar Bollaìn, già ospite in passato dello stesso Festival con il film El olivo, torna al cinema con un’opera che è insieme un manifesto di impegno civile e il ritratto intimo di una vita. Anche grazie al prezioso contributo di Paul Laverty, sceneggiatore di rilievo che ha collaborato con Ken Loach e con la stessa regista spagnola, Yuli riesce a trattare con ironia ed eleganza tematiche sociali molto delicate, quali la fame, la povertà ed il razzismo, coniugandole in maniera convincente con temi più privati, come il desiderio di riscatto personale, lo scontro generazionale e, infine, la solitudine di chi sacrifica se stesso sull’altare dell’arte. Raccontare una vita nel suo compiersi è un’operazione coraggiosa, soggetta al rischio di restituire una fotografia parziale della complessità di tale esistenza. Bollaìn, spiega al pubblico al termine della proiezione, ha potuto contare sulla fiducia totale e incondizionata di Acosta, che interpreta se stesso all’interno dell’opera e si è svelato con incredibile apertura e onestà. L’album in cui Pedro ha conservato i successi della carriera del figlio diviene così l’espediente con cui Carlos, che oggi ha una sua compagnia e si divide tra Londra e Cuba, affronta i nodi irrisolti del proprio trascorso. Nella realizzazione di una coreografia che è il testamento di una vita, passato e presente si mescolano e l’uomo, quello reale dietro il mito e lo schermo, può catarticamente fare pace coi propri fantasmi.

Sotto il profilo stilistico, colpisce la potenza con cui le riprese delle sequenze danzate, intervallate da brani di repertorio, abbracciano lo spettatore, che si ritrova a ballare trasportato dai movimenti della macchina. Racconta infatti Bollaìn che per rendere cinematograficamente i brani danzati, la cui fruizione è soggetta alla frontalità, si è rivelato decisivo trasformare la cinepresa in uno dei ballerini, permettendole in questo modo di muoversi agilmente sul palco e restituire una visione interna alla coreografia. A ciò si aggiunge l’alternanza del piano sequenza, che offre la fluidità necessaria a sottolineare la grazia dei gesti, e l’uso sapiente del montaggio, che lascia emergere i momenti coreografici di maggior intensità emotiva, che sarebbero altrimenti andati perduti.

Yuli 3Yuli è un felice connubio di armonici contrasti. La sensualità cromatica de L’Avana si contrappone al grigiore della metropoli londinese, così come le problematiche sociali si oppongono al talento luminoso del giovane Carlos, in un intreccio geometrico e circolare capace di affascinare e sedurre lo spettatore.

05/05/2019 Valeria De Bacco

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