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Il Prigioniero Coreano: Kim Ki-duk riscrive l'Odissea tra regime e consumismo

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Contese, menzogne, pregiudizio, la forma dell'essere, il venir meno della verità, quando la verità non è contemplata neanche in minima parte. Un'Odissea, il viaggio e la scoperta vivida nelle ossa di chi non ha mai oltrepassato il confine. Kim Ki-duk racconta ne Il Prigioniero Coreano (Geumul) la profonda crepa che separa la penisola Coreana, e lo fa tramite gli occhi e le mani di un uomo, Nam Chul-Woo (Ryoo Seung-bum), semplice pescatore catapultato da Nord a Sud a causa di un'avaria al motore del suo peschereccio. Varcato erroneamente il confine posto con dei semplici galleggianti, prende piede un racconto lineare, una descrizione super partis di due realtà vicine di casa e spaccate a metà dall'odio che nutrono vicendevolmente; due universi agli antipodi che non contemplano l'una l'esistenza dell'altra, tra il regime e il consumismo, due facce della stessa sporca medaglia. Notiamo come, in realtà, la storia prosegua aprendo letteralmente uno spaccato perfettamente speculare su due modelli politico-culturali che utilizzano il malcapitato come fosse una pedina utile ad un gioco fatto di poteri forti e ricatti morali. Unico spiraglio di luce viene intravisto nelle parole e nei gesti di Oh Ji-Woo, giovane guardia, simbolo indiscusso di un barlume di speranza, di apertura tra le due realtà così lontane, così differenti. 

Kim Ki-duk,  dopo la vittoria del Leone d'Oro nel 2012 (Pietà), torna, a gran richiesta, nel 2016-nonostante l'uscita recente nelle sale italiane-con un film fortemente politico ma mai schierato, mai di parte, né tanto meno caratterizzato da animo perbenista. Piuttosto il regista scatta abilmente una polaroid del cuore pulsante di Seul, anche quando il nostro protagonista preferisce chiudere gli occhi, non guardare in faccia il benessere, il consumo, il degrado, la magnificenza, la vita che scorre in un paese differente, un paese fuori dalle logiche del regime. 

Chiudere gli occhi rientra in una forte simbologia che può ricollocarsi tra l’inettitudine, il timore di restare corrotti, una sorta di riverenza nei riguardi del regime, semplicemente una legge ferrea che non può non rispettarsi. L’anima del pescatore non si renderà mai totalmente corruttibile nonostante i vani tentativi; la volontà di tornare in patria caratterizza il filone narrativo in toto, pur non esplicitandone totalmente le motivazioni intrinseche divise a metà tra il bisogno di rivedere la famiglia e l’indottrinamento dovuto alla dittatura. il travagliato ritorno nella sua Itaca, apparentemente trionfale, ricco di spirito folcloristico, viene spezzato tristemente dalla realtà, nuda, cruda, acidula: una volta varcato quel confine non si torna mai più indietro. Gli unici punti in comune tra le due Coree divengono le modalità brutali con cui si cerca di estrapolare confessioni azzardate, la violenza psicologica adoperata, la grossolanità con cui determinate delicate faccende vengono trattate; dalla mente del regista trapela un pensiero assordante, doloroso, sofferente, intriso di sangue e profonda drammaticità, senza parti giuste o sbagliate, con l'unico intento vero di raccontare al mondo quanto gli estremi siano deleteri, farraginosi, essenzialmente e marcatamente sbagliati.

28/4/2018 Giorgia Groccia

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