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Il Codice del Babbuino: quando l'uomo vive in una giungla urbana

La notte è silenziosa sull’hinterland romano, in particolare Guidonia e dintorni, che non si riconosce, si sente solo il rumore di cani che abbaiano o di grilli notturni, sulle strade invece non ci sono auto, solo quella di Denis (Denis Malagnino)o con dentro Tiberio (Tiberio Suma) e il Tibetano (Stefano Miconi Proietti). È la storia de Il Codice del Babbuino il cui titolo fa riferimento alla strategia che propri i babbuini applicano e sviluppano per punire i più deboli, poiché la pellicola mostra gli aspetti più primordiali e animali dell’istinto umano, una vera e propria giungla urbana. “Sono stati gli zingari, sono sempre gli zingari” sostiene Tiberio, la cui ragazza, Patrizia è stata violentata e trovata senza sensi davanti ad un campo rom. L’amico Denis cerca di farlo ragionare “Ma credi che gli zingari sono deficienti, violentano una e la lasciano davanti al campo loro?” ma la ragione non c’entra è la pura sete di vendetta, di farsi auto giustizia che muove Tiberio, accompagnato da Denis, che contrariato alla fine decide di sostenere l’amico e sul loro cammino comparirà anche il Tibetano, boss di dubbia moralità della zona che può aiutarli, in cambio di denaro, a trovare i colpevoli del terribile atto.Gm2

Il film nasce da un soggetto, dalla sceneggiatura e dalla regia di Davide Alfonsi e Denis Malagnino, entrambi capo dell’associazione culturale Donkey’s Movies nata dalle ceneri del collettivo Amanda Flor. I due lavorano sempre realizzando film indipendenti a basso costo e questa pellicola, distribuita da Distribuzione Indipendente, dimostra come un film girato con pochi mezzi possa essere un prodotto valido e di grande interesse estetico. La camera segue da vicino i protagonisti come se qualcuno alle volte li stessi riprendendo di nascosto, le liti e i momenti di discussione sono amplificati dall’uso di fuori campo o immagini sfocate, le luci sono ridotte al minimo, sono utilizzate quasi esclusivamente le luci notturne della città. Tutti questi elementi rendono la storia ancora più reale, cruda e dark. L’idea nasce da un fatto di cronaca avvenuto circa dieci anni fa che colpì l’intera collettività, la quale si mise alla caccia dello straniero. Qui sono gli zingari, che forse però colpevoli non sono, ma il colpevole più scontato è anche il più facile con cui confrontarsi. I personaggi si sviluppano velocemente, si modificano nell’arco di una notte ma non è forzato, anzi, la durezza e l’istinto animale umano più becero emerge. Il personaggio più interessante è complesso è quello di Denis, che sembra inizialmente co-protagonista di Tiberio da cui si sviluppa l’intreccio ma in realtà in modo silenzioso emergono la storia così come i segreti di Denis, pacato, problematico e forse più razionale che sorprenderà con un colpo di scena. Una sceneggiatura ben scritta e ben calibrata che crea personaggi interessanti e sfaccettati. Un esempio il Tibetano uomo violento senza scrupoli eppure riesce a regalare una scena esilarante, nella quale discute con Denis se il regista di Scarface sia Scorsese o De Palma, ma Tibetano né è certo, è De Palma perché “Io quando vado al cesso leggo Mereghetti”.

Altro aspetto che funziona in questo western urbano della periferia romana è la scelta di ‘arruolare’ non attori, come Tiberio Suma (che interpreta l’omonimo Tiberio e che nella vita reale è infermiere in sala operatoria) rende questi personaggi ancora più reali e riusciti. Invece l’attore Denis Malagnino mostra bravura e dominanza della scena, il quale si impone sullo schermo, lasciando il segno in silenzio ed elegantemente senza prepotenza, appoggiando i suoi co-attori. Una bella prova di cinema indipendente italiano che dimostra che i soldi non sono tutto, ma sono le idee quelle che contano.

Giordana Marsilio

9/05/2018

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