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Il cinema racconta la scuola: lo specchio della nostra società tra dinamiche di classe e scontri generazionali

Il rapporto fra cinema e scuola è sempre stato complesso e ricco di spunti di riflessione per entrambi gli ambiti. Se da un lato la settima arte ha preso sempre più piede nelle classi come strumento didattico, soprattutto in questi ultimi anni, dall’altro il mondo dell’insegnamento è stato e continua ad essere argomento di moltissime pellicole, che affrontano e mettono in luce i diversi aspetti dell’educazione e dell’ambiente scolastico.
Se si concentra lo sguardo sugli ultimi decenni, a partire dagli anni ’90, ci si rende conto che la rappresentazione di quest’istituzione, intesa sia come insieme di persone, sia come luogo fisico o di riflessione, è stata fortemente problematizzata. Si cerca infatti di portare alla luce le dinamiche e i rapporti che si vengono a creare all’interno della scuola, e allo stesso tempo di utilizzare le singole storie degli individui che abitano questo contesto per analizzare situazioni sociali differenti.
Una prima suddivisione, infatti, può essere quella fra pellicole che trattano la scuola dal punto di vista dell’insegnante e quelle che si concentrano sulla visione degli allievi, divenuti sempre più distanti e spesso inconciliabili. E, non a caso, i protagonisti sono spesso adolescenti, sulle cui storie e dinamiche generazionali si reggono gli interi lavori. Il racconto di classi di altri ordini e gradi avviene, invece, nei film incentrati sulla figura del “maestro”, di cui Io speriamo che me la cavo è l’esempio più evidente.
Ma non mancano lavori in cui il corpo insegnante viene trattato nella sua collettività, puntando i riflettori sulle problematiche che la didattica deve affrontare ogni giorno. È il caso de La Scuola (Daniele Lucchetti, 1995), ambientato in un istituto superiore durante gli scrutini finali. Nel corso della riunione si affronteranno tematiche legate alla situazione contingente (su che basi salvare gli alunni dalla bocciatura) ma anche storie più personali, in cui riaffiorano i ricordi dei professori e le loro idee in merito al proprio mestiere. curiosita-film-io-speriamo-che-me-la-cavo.jpg
Da qui è scaturita una riflessione sul modo in cui questa istituzione è stata rappresentata nel cinema italiano e sulle tematiche ad essa, inevitabilmente, collegate.

Mery per sempre (Marco Risi, 1989)
Il regista prende il romanzo di Aurelio Grimaldi e realizza un film che, nel nostro caso specifico, corre il rischio di essere additato come “pecora nera” o “voce fuori dal coro”, rispetto ad altri lavori. Eppure, è su questa sorta di scomoda poltrona che lo spettatore può sinceramente farsi un’idea dell’importanza che hanno l’insegnamento e la scuola come punto di riferimento, se rimessa nelle mani di persone onestamente appassionate. Al di là dei drammatici retroscena di minuto in minuto raccontati dai suoi giovani protagonisti, un carcere minorile situato nel profondo Sud d’Italia diventa luogo di confronto e di umanità dove le pagine dei libri di testo fanno tanto di cappello alle ben più dure prove della vita. E per una volta, ad imparare non sono gli studenti, ma gli insegnanti.

Io speriamo che me la cavo (Lina Wertmuller, 1992)
Chiunque si fosse imbattuto nelle pagine di Marcello D’Orta, non potrà che considerare il lavoro di Lina Wertmüller un “tenero omaggio poetico” a quella che, già di per sé, descrive una drammatica situazione sociale e da sempre segna, come una cicatrice, l’immagine dell’Italia. Tra le difficoltà economiche, la politica sempre troppo in ritardo e discriminante e gli ingranaggi della camorra, il Sud dimenticato si trasfigura negli occhi ingenui dei bambini messi sotto la responsabilità del maestro elementare Marco Tullio Sperelli (Paolo Villaggio). Assistiamo qui, un fotogramma alla volta, al fallimento della scuola come punto di riferimento per l’istruzione, nella quale, però, riesce (seppure con fatica) a rimanere in piedi la figura dell’insegnante e del suo ruolo principe: quello di fungere da punto di riferimento umano, prima che culturale, per imparare da subito a immaginare una società migliore nella quale vivere dignitosamente. E non sperando, semplicemente, di cavarsela in qualche modo.

Come te nessuno mai (Gabriele Muccino, 1999)
Gabriele Muccino sceglie per il lancio ufficiale nel mondo del cinema del fratello Silvio la cornice di una scuola pubblica romana, rendendolo a suo modo portavoce di una generazione divisa fra il desiderio di emulare le rivolte studentesche del ‘68 e quello di voler semplicemente compiere il proprio salto oltre l’ostacolo della pubertà (con tutte le esigenze fisico- sentimentali del caso). La scuola non è più vista, qui, come istituzione: piuttosto, come teatro delle prime, vere scelte di vita che le domande adolescenziali portano con sé, in una sorta di commovente slancio verso la ricerca della propria identità.

Caterina va in città (Paolo Virzì, 2003)
Caterina (Alice Teghil), tredicenne di provincia, si trova catapultata in una scuola di Roma. Due gruppi, uno simpatizzante per la Sinistra, l’altro per la Destra, dominano la classe.
La ragazza, in un periodo già pieno di stravolgimenti fisici ed emotivi, in cui il microcosmo della scuola rappresenta il mondo intero, dovrà cercare a fatica il proprio posto. Un lucido e disincantato ritratto di Paolo Virzì, nel quale la rappresentazione della scuola diviene fondamentale per raccontare, da un punto di vista spiccatamente femminile, uno dei periodi più complessi e caotici della vita.

Notte prima degli esami (Fausto Brizzi, 2006)
Indipendentemente dalla poesia cantata da Antonello Venditti già dal 1984, il regista intraprende una strada a suo modo alternativa, rispetto a chi prima di lui aveva cercato nel rapporto alunno-insegnante la chiave di lettura per restituire all’istituzione scolastica un vago senso di fiducia. È il professor Martinelli (Giorgio Faletti), in questo caso, a disegnare un ponte di contatto tra lui e la generazione scapestrata di Luca Molinari (Nicolas Vaporidis), facendo leva sul reciproco scambio di umanità che si cela dietro i semplici ruoli di studente e docente (destinati per antonomasia a scontarsi in ogni epoca), restituendo a quest’ultimo la sua vera essenza: quella Scuola-film95.jpgdi essere un testimone di esperienza e vita vissuta come chiunque, prima che custode di un certo bagaglio didattico-culturale.

Il rosso e il blu (Giuseppe Piccioni, 2012)
Il confronto generazionale si sposta dai banchi di scuola alle cattedre. In questa pellicola a scontrarsi non sono, solamente, allievi e docenti, ma soprattutto due insegnanti. Da una parte Fiorito (Roberto Herlitzka), disilluso professore di arte, convinto che le nuove generazioni non abbiano alcuna voglia di imparare, dall’altra Prezioso (Riccardo Scamarcio), giovane supplente entusiasta, pronto a salvare il mondo grazie alla poesia. Al centro, una preside (Margherita Buy) che cerca di far quadrare i conti in un periodo fra i più disastrati della scuola italiana. Un racconto non del tutto inedito, ma che ha il merito di raccontare anche le problematiche di chi c’è dall’altra parte dei banchi, attraverso personaggi “fuori dal mondo”, che dovranno rivedere le loro posizioni esattamente come i propri studenti.

Quali che siano gli occhi che hanno fin qui scelto (o lo faranno in futuro) di adoperare la scuola come pretesto per raccontare la società nella quale viviamo, è indubbio considerare per tutti un unico punto d’incontro valido: quello della perdita di autorevolezza di un’istituzione che, mano a mano che il tempo passa, avrà sempre più crepe da rivedere, se non vuole evitare un tracollo strutturale. E che un sistema d’insegnamento degno di nota non può essere demandato nelle mani di poche, coraggiose mosche bianche, nascoste in un vasto corpus di insegnanti (per quanto romantico possa sembrarci). I film, come i libri e le canzoni, sono una testimonianza più che tangibile della nostra identità comune, e per questo occorre necessariamente che ognuno di noi faccia lo sforzo di cogliere questi “spunti artistici” per provare ad andare oltre la ricerca del puro e semplice intrattenimento.

Claudia Silvestri e Jacopo Ventura

 

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