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"Il buco", la distopìa raccontata in un film matrioska

Approdato su Netflix il 20 Marzo è già diventato, a distanza di pochi giorni, un caso internazionale. Goreng, il protagonista, si risveglia in una prigione dall’aspetto alquanto singolare chiamata “La Fossa”. Costruita verticalmente, accoglie ad ogni livello (così i detenuti chiamano le celle) due persone e al centro di ognuno si trova un buco che permette il passaggio di una piattaforma sulla quale si trova il cibo destinato ad ogni coppia di prigionieri. Allo scadere di ogni mese i prigionieri si ritrovano a scontare la pena in un nuovo livello scelto casualmente dall’amministrazione dei piani alti. Goreng scoprirà grazie al suo compagno di cella Trimagasi le regole e i compromessi che governano “La Fossa” alla quale bisogna attenersi se si vuole sopravvivere e scontare la condanna.   Il Buco film netflix

Il film, esordio alla regia dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia, sorprese pubblico e critica sin dalla sua anteprima mondiale al Toronto International Film Fest del 2019 (l’anteprima italiana avvenne lo stesso anno al Torino Film Festival). Non è certo la prima opera cinematografica a raccontare la distopia, tuttavia l’intelligenza e la creatività degli sceneggiatori David Desola e Pedro Rivera e del regista sopracitato ha fatto sì che il punto di forza del film non fosse il “cosa”, ma il “come”. La realizzazione e conseguente messa in scena, dallo stile semplice e minimalista, donano al film un’originalità tutta sua che lo rende un unicum tra i film di genere horror/sci-fi, così come accadde negli anni ‘90 a Cube-Il cubo di Vincenzo Natali alla quale sembra si ispiri. La regia de Il buco (El hoyo in lingua originale) è opprimente, claustrofobica e particolarmente studiata per non risparmiarci la visione di scene e particolari splatter degni dei migliori capitoli di Saw e della saga di Hannibal Lecter. Particolari inquadrature ed angolazioni, inoltre, catturano la notevole espressività degli attori mettendone in risalto la non scontata bravura e immedesimazione in una storia per stomaci forti come questa. Il film consta di simbolismi, metafore, allegorie letterarie e religiose che concorrono alla definizione di film-matrioska. Come la bambola di legno della tradizione russa ha al suo interno più bambole via via sempre più piccole, così Il buco nasconde dentro di sé significati multipli che visti in un quadro d’insieme ne danno la forma finale. L’ambiente della Fossa è un ecosistema spaventoso, chiuso in sé stesso con delle regole ferree che ne permettono l’esistenza, un mondo verticale governato e alimentato dall’avidità e ingordigia dell’uomo, dove non esiste solidarietà per il prossimo né collaborazione. Goreng non impiegherà tanto tempo a capire che bisogna rovesciare questo sistema malsano prima che si arrivi ad un punto di non ritorno. Come un moderno Dante in viaggio tra i gironi dell’Inferno, incontrerà vari personaggi al limite tra il caricaturale e il grottesco ed il primo è proprio Trimagasi, mostratosi viscido sin dall’inizio e che, in un secondo momento, diventerà il suo Virgilio. Con la sua ambigua saggezza ci racconta dell’importanza del cibo, ma il suo vero valore è inizialmente celato. Nel film il cibo ha un significato ambivalente: se nella prima parte rappresenta il peccato mostrando fin dove l’uomo può spingersi se messo alle strette, alla fine diventa speranza per il cambiamento e rivoluzione di cui Goreng vuole essere il leader. Dopo essere rinato nello spirito e spurgatosi dalle sue colpe, per il bene della collettività diventerà il cavaliere che porterà a termine la missione, come l’amato Don Chisciotte di cui legge il libro in cella. 

Una sola visione probabilmente non basta per accorgersi della molteplicità di significati, è uno di quei film che piacevolmente si sviscerano per esserne ancora più attratti, ma l’impatto iniziale conta molto, e quello con Il buco non si dimentica.

 

Tiziana Panettieri  25/03/2020

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