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Hellboy: la recensione del film di Neil Marshall

E' necessario fare una premessa: un cinecomic non è un fumetto, differisce per linguaggio, fruizione e realizzazione. Perciò, trasporre i fumetti in pellicola è un’operazione che, in molti casi, si è rivelata vincente, in altri fallimentare, o non completamente riuscita (Daredevil, Catwoman e Lanterna Verde, giusto per fare qualche nome).

Hellboy, diretto da Neil Marshall e in sala dall'11 aprile, è il terzo film tratto dai fumetti di Mike Mignola. Questa volta il Diavolo Rosso (David Harbour) si scontrerà con Nimue (Mila Jovovich), la Regina di sangue, vendicativa strega del V secolo, tornata per ridurre in cenere il mondo degli uomini e dare inizio al dominio delle tenebre. Investigatore del paranormale per il B.P.R.D (Bureau of Paranormal Research and Defense), Hellboy viene inviato dal padre adottivo, il professor Trevor Bruttenholm (Ian McShane), in Inghilterra per indagare su un problema di Giganti, ma inizierà anche un viaggio che lo porterà a scoprire le sue origini. Affiancato da Ben Daimio (Daniel Dae Kim), Maggiore dell’MI11 e da Alice Monaghan (Sasha Lane), giovane medium dal carattere spigoloso, Hellboy cercherà di impedire la fine del mondo. O forse di provocarla.

Neil Marshall gira un film splatter: sin dalle prime inquadrature si percepisce l’andamento del nuovo Hellboy, che strizza l’occhio (per nulla velatamente) agli horror movie degli anni ‘80-90. In tutta la pellicola abbondano, infatti, smembramenti e spargimenti di sangue, cifra stilistica anche dello stile di Mignola, ma che con l’uso di una computer grafica a volte poco credibile non sono resi adeguatamente. David Harbour convince come protagonista, fisico imponente (merito anche del costume), ma animo da adolescente, in conflitto con il padre e pronto alla lotta. Hellboy è sicuramente questo, ma anche altro. Manca nel film quel conflitto interno che caratterizza il personaggio, il suo essere diviso tra due mondi, umano e demoniaco, il peso di poter provocare la distruzione del mondo. Ian McShane interpreta il professore Bruttenholm, ex killer in pensione, dando al personaggio molto carattere, ma finisce anche per somigliare al suo Mr Wednesday di American Gods. La bellissima Mila Jovovich è eterea e seducente, però la sua Regina di sangue ha qualcosa di già visto e non resta troppo impressa: è un’occasione sprecata. Stesso si dica di Gruagach, nemico di Hellboy, ridotto ad una macchietta un po' volgare, priva di spessore.
Il problema principale del film è, però, la storia: ispirata a La caccia selvaggia, uno tra i fumetti fondamentali per comprendere le origini di Hellboy e il suo destino, è un testo ricco di sottotrame e personaggi. Nel film si ci è cercato di aggiungere altra carne al fuoco, presentando il cameo di figure come Baba Yaga, la strega di origine russa che vive in una casa mobile, confinata da Hellboy in un’altra dimensione, o Lobster Johnson, cacciatore di nazisti, che, tuttavia, non sono sfruttati appieno e lasciano un senso di incompiuto. Inoltre, nella prima ora del film si susseguono eventi dilatati e privi di peso, mentre la rivelazione delle origini di Hellboy e il suo ruolo nella fine del mondo sono riportati, in maniera frettolosa, nell’ultima mezz’ora del film. Manca l’epicità nello scontro finale, nonostante le scene di battaglia siano ben riuscite (come il piano sequenza della lotta contro i Giganti) e la colonna sonora, tra cui dei brani originali composti da Benjamin Wallfisch, riesca a dare energia e carattere alle scene d’azione.

In generale, Hellboy è un film che mescola, in maniera confusionaria, splatter, qualche momento horror e una certa dose di ironia. Non è Hellboy in tutta la sua forza, non ancora. Magari, la prossima volta sarà quella buona. Dopotutto, dalle due scene post-credit (Marvel docet), un sequel non è così improbabile.

Maria Castaldo, 12/04/19

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